Sonetto classico, endecasillabi canonici a maiore ABBA ABBA CDC DCD.
Non laverò le orecchie per avere
la scusa del cerume se non sento
squillare il cellulare, ch’è mai spento
ma suona solo quando un vil banchiere
mi vuole ricordar che il mio sedere
devasteranno in modo assai cruento
per poi calarmi in pozza di cemento
di qualche orripilante edil cantiere
o qualche signorina fa proposta
d’abbandonar l’amato mio gestore
(che adoro perché poco lui mi costa).
Ma voce che ravvivi in me calore
resta in un gran silenzio ben nascosta…
un tappo nell’orecchio e il suono muore.
10/02/2026
Tracce di profumo tra le braccia,
frecce tricolori tra le nubi,
tracce di cipolla sulla faccia,
trecce di focaccia tra le labbra
trecce di neve sulle rocce,
gocce di pino sul cuscino,
facce di tolla in giardino,
trecce di pizza con la provola
tracce di trecce sul tuo viso,
torce di fuoco all’improvviso,
sboccia un ironico sorriso,
trecce di tracce senza avviso.
La vita è fatta di momenti,
che puoi condividere con chiunque.
A volte vorresti che durassero per sempre,
ma alla fine restano solo momenti.
Forse un giorno le nostre strade si sfioreranno ancora
e sapremo riconoscerci, senza esitazioni,
per vivere nuovi attimi insieme.
Dialogo tra il tempo e un pensionato
PENSIONATO Grazie tempo che sei passato,
grazie perché mi hai pensionato.
Tanti mari ho navigato,
ora tempestosi, ora difficoltosi,
a volte gioiosi.
Tante storie, tanti volti,
tanto onore ho conosciuto.
Caro tempo, ti ho rincorso
senza capire il tuo corso.
È un regalo, questo si evince,
ma qualcosa non mi convince.
Cosa hai voluto in cambio,
senza neppure un contraccambio?
TEMPO Forse non te ne sei accorto,
ma il regalo è stato già colto:
qualcosa che non hai più…
la tua gioventù.
Ogni volta che la primavera
si affaccia e mi sorride,
le dico grazie.
Nel suo risveglio io mi specchio,
la terra freme di umori antichi, si colora di profumi
e mi desta alla vita.
Il cielo si fa azzurro
e le rondini fendono l’aria.
Io mi innamoro.
Mi innamoro di questo ritorno,
di ciò che tace e poi rifiorisce,
di una promessa che non parla
ma rimane.
E così,
con il cuore leggero,
resto in ascolto
della prossima primavera.
Alzo gli occhi, e attonito vi rimango al guardar dei Vostri,
lucidi e splendenti come le nuziali vesti,
Ma piango, giacché so, che Mai giungeranno
gli Amori Nostri.
E ti guardo e ti penso e ti sogno
notte e giorno,
come la propria madre che vi sveglia,
dandovi il Buongiorno.
O tu, Mia Amata, chiudo gli occhi Mei,
e penso: O quanto sei Bella.
Mai però, io avrò quel Buongiorno...
Mai però, io Vivrò...
Mai però, Mia cara Amata,
Mai Io ti Avrò.
In questa, o in mille altre Vite,
il mio braccio ti porgerò,
Combattendo con una Mia eterna lite...
Sempre e per sempre, per Voi, io Combatterò.
Tu, tu che Mia Sei !
Ora da qui contemplo i monti aspri,
il cielo che incornicia le cime,
sfavillanti come preziosi diaspri.
Nei precordi il rimpianto s’imprime:
non rivedrò più le valli apriche,
i fiumi sinuosi… Artsakh, sublime
albergo dei primi anni fra antiche
usanze oramai incenerite.
Colava il sudore per le fatiche
nei campi, l’inverno era immite,
ma eri mia terra e mia radice.
Oggi vedo erigere meschite
ove sorgevano chiese. Infelice,
mi dolgo per il caldo sangue sparso.
E so: il ricordo è cicatrice,
il mio paese desolato, arso.
Oggi sono solo un fiore reciso,
in me ogni anelito è scomparso.
Mi mancano il sole, il sorriso
della gente, il gusto delle cotogne.
Solo tornassi in quel paradiso,
come in primavera le cicogne!
6-02-2026 EENGNO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Tre quartine di ottonari, versi in consonanza nelle quartine con ripetizione (non precisa) delle rime tra le strofe in schema abcd abcb abcb (insomma, "d" è rimasto solo e di "b" ce n'è troppi, ma le tracimazioni fan casini).
Le fogne son tracimate
e i fasci sono tornati,
ma i giorni miei son finiti,
poss’esser Ponzio Pilato.
Mi spiace, voi che restate
vedrete morti ammazzati
per gioco degli impazziti
tiranni alle urne¹ premiati.
Non so se d’inverno o estate
saranno ordigni scagliati
ma tutti sarem colpiti
stuprati uccisi affamati.
¹: elettorali.
09/02/2026
Nel tuo volto il giorno s’alza
e la luce impara a carezzare.
Il tuo sorriso ricuce il mio cuore,
insegnando che la felicità
può essere semplice
quando tu esisti.
Le tue parole muovono mari
e in ognuna il tempo si ferma.
Il tuo corpo è respiro che dona,
luogo dove l’amore si fa presenza.
Così tu diventi poesia
prima ancora che io lo pensi.
Riedizione, con minime modifiche, di un testo pubblicato altrove. Nessun riferimento ad Autori di Club Poetico. Mia nuova esperienza col romanesco, che amo ma non padroneggio, con la revisione di un vecchio amico emigrato negli USA, di cui premetto una sua autopresentazione....
So' Peppino er burino der Bruklino, quer de NuYorke, ch' a Roma so' nato e mo' ciò solo de li parenti. L’Internètte me l’ha spiegà n’amico mio, quello che je piace de spigne li pietroni insù, che mo' me sta a mette ’n mezzo co' sta fregna de volè fa er poeta. Vole provà a scrive 'n romanaccio, che lui è dell’altItalia. Chi mejo de me je po' dà na mano? Però je l’ho detto solo pe' ddì come se disce a Roma, ché de le fregne sue nun vojo sape' gnente.
È ora che me chiedo de pecchè
ve sete 'ncaponiti su de me
e su d’antri che se lamenta ‘nzeme
e che sparpàja de discordia er seme.
De stà su le classifiche m’attizza
e chi nun ce compare un po’ se stizza,
ch’aritornano sempre quei fregnoni
che pur de compari’ fanno i furboni.
Tutti voremmo vive ner trionfo.
Avoja! qui se rischia de fa’ un tonfo,
che quann’io tronfio pe' li mi talenti (*)
m’arimbarza ch’adopro ji espedienti. (**)
Me stanno a rosicà, me vie' l’accìdia, (***)
e a quelli do la corpa de l’invìdia.
Ma rosicà de che? D’un poveraccio
che pe’ fa’ o ride o piagne fa er pajaccio?
S’er monno intero disce che so’ stronzo,
da lùscido, ’mbriaco o tutto sbronzo,
drento de me guardo 'a coscenza mia
ch'è mejo fanne 'n po' d'autoironia,
pe' ddi’ che fòrsi ho rotto li cojoni
artrochè de tastiera li leoni,
e mo' che me sto a fa' l’autocoscenza
nun me lagno e sto muto in penitenza.
(*):”io tronfio” pe' di' che "io trionfo", che se no me se disce che c'è troppa mettrica.
(**): “m’arimbarza” pe' di' che me rembalza 'ndietro, che me responnono.
(***): Accìdia: quella che me ven l’accidità de stomaco.
Classico sonetto in endecasillabi canonici da recitarsi tutti a maiore raggruppati in quartine a rime incrociate e terzine a rime alternate.
È l’abituarsi una gran iattura
che toglie meraviglia da ogni cosa,
che sia nero dolore o bella rosa,
che sia felicità o arrabbiatura.
Lento assuefarsi spegne quella cura
di cui la vita pare bisognosa,
rendendo l’esistenza assai noiosa
senza scintille dentro o fuori mura.
Temere come pur desiderare
oppure affascinarsi per l’ignoto
dà un senso a quel continuo respirare
anche sognando innanzi ad una foto.
Ma io non ho più voglia di remare
dacché m’abituai a questo vuoto.
08/02/2026





