all’allegro richiamo
e in una inevitabile rete
sei rimasto impigliato.
Un compagno di specie
da una gabbia ti guarda.
Come te prigioniero,
ma continua a cantare.
Involontario complice
di chi la trappola ti ha teso
con il becco tra i ferri
cerca un introvabile varco…
Cibo abbondante
la libertà non compensa…
Un’ampia voliera
adesso è il tuo spazio…
Il tempo si ferma.
La corsa è finita.
Si lasciano i beni
si lascia l'amore
si lascia ogni cosa.
Resta solo il pianto
dei nostri cari.
Pochi momenti...
Ognuno torna
ai suoi pensieri.
Mi chiedo:
"cos'è la vita"?
Lavoro, sofferenza,
poche gioie
e tante preoccupazioni,
oppure amore ed emozioni,
finché ci sono...?
non può essere così.
Ci manca quel segreto.
Esso, a nostra insaputa,
si rivelerà a noi
in un magico bagliore.
Nessuno ha mai svelato
il segreto della vita.
Chi già lo ha conosciuto
non può.
Chi resta è curioso di sapere.
Intanto, attendiamo pazienti
nell'anticamera della vera vita.
già dal letto mi son divelto,
"Buongiorno, Lei è Tizio, Caio , Sempronio",
ebbene si siamo proprio in un nosocomio.
" Si spogli pure senza fretta",
mentre guarda sull'orologio l'inceder della lancetta.
" Segua me in questo percorso",
penso che sia meglio ricevere un morso.
Mi preleva un'infermiera tutta sola,
mentre sento il cuore in gola.
Labirinti intrecciati controvento,
ed io già ho perso l'orientamento.
Porte a destra e a manca,
la mia anima avanza stanca.
Ecco giunti ad una porta color canarino,
per aprirla serve passare un cartellino.
Si apre d'improvviso un girone dantesco,
chissà se da qui vivo ne esco.
In questo nuovo ed ovattato ambiente,
per lo più supina si presenta la gente.
Mi sa che quindi ci si deve adeguare,
ed infatti le ciabatte mi invitano a levare.
"Si sdrai su questo lettino"
mi faccio ancor più piccolino.
Comincia un altro cammino,
questa volta da supino.
Le plafoniere su di me scorron veloci,
intanto degli anestesisti sento già le voci.
Odo: " Ora le farò un'iniezione intravena",
ed io: " Non parli così con me , non ne vale la pena".
Nel frattempo la stanza cambia colore,
e di coperte calde sento l'odore.
Un altro piccolo tratto e sono a destinazione,
mi aspetta il chirurgo e la sua professione.
Poi il narrar diventa un'evitabile tortura,
tutto terminerà con dei punti di sutura.
di quel tempo volato nutrito di vagiti
ti intimorisci, vedendoti annebbiato
ripercorri percorsi piangendo
e facendolo ti domandi perchè
di quale reato ti sei sporcato
per meritare quei momenti
usciti dalle prigioni buie
dopo sorridi e pensi a qualcosa di bello
che t'ha reso felice, una passione
di gioia colorata con la voglia
di seguirla fra le stelle luminose
ti invitano ad immaginare
bellissimi ricordi a fantasticare
pulirti la mente colma di scorie
lasciarle uscire che vadano via
senza più cercarti
quando niente costringerà
a sopportarle, per forza
Sciolgono i ghiacciai, i venti
abbattono anche i porti
e meno male i mari
di plastica parlano ancora poco
ci sfidano a duello
pure i virus e si muore.
A’ voglia se si muore
e non di solo peso della vita.
Anche l’aria è entrata nella parte
e di pesantezza trema.
Il mondo si è fatto bandito
ma più non dice: mani in alto
ti propina una legalità incagliata
in una rete raccolta di rifiuti.
L’indifferenza travalica confini
e spazia, senza lecita bandiera.
Spadroneggiano i forti che
lasciano i deboli a farsi la guerra
tra i peccati dei debiti
… ché sono finiti gli indiani.
Ma a noi poco importa
indispensabile ci si dica
madama …
In questa notte perditempo,
pantofole che non son capaci
di far rumore quanto basta
per ricordarmi che io
vivo,
camminerò sul beige antico
di questi muri esagerati,
mi affaccerò alla finestra
per far vedere che io
vivo.
Sveglio come grillo muto,
mi accuccerò in biblioteca,
rileggerò i libri che detesto
così da fare finta che io
vivo.
Così verrà mattino,
pian piano il sole accosterà,
l’azzurro prenderà colore,
il cielo mi convincerà che io
vivo!
***
La mia città, la mia Napoli mandasse
Un cassone di caffè, un cassone di gigli
Se io l'aprissi facendo risuonare
La ceralacca
Due confezioni di macinato
Due paia di bulbi
Dei fazzoletti bianchi ricamati d'argento
Dei fiori di giglio nei sacchetti di seta
E tu
E se tu uscissi da lì
Ti farei sedere sull'orlo del letto
Ti metterei sotto i piedi la mia pelle di cavallo
Con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
Ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
Come sei bella, dio mio, come sei bella
L'aria e l'acqua di Napoli nel tuo sorriso
La voluttà della mia città nel tuo sguardo
O mia sultana, mia regina, se tu lo permettessi
E se il tuo schiavo Labbra Tristi l'osasse
Sarebbe come se Respirasse e baciasse
Napoli sulla tua guancia
Ma sta attenta
Sta attenta a non dirmi "avvicinati"
Mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
Cadrei morto sul pavimento.
Sul tronco dove l'ombra riposa
adagiata nell'ultimo rifugio
al tempo perduto penso
con inferno e paradiso dentro.
Non servono false verità
a intaccare quiete d'ombre
che lentamente scivolano
nel torpore della sera
per poi adagiarsi nella notte
e divenir prigioniere dei pensieri.
E non dimentico ciò che è stato.
Vorrei ritrovarlo oltre l'orizzonte
tuffandomi dentro i sogni
senza badare al tempo andato
e al fuoco che arde dentro
soffiando sulla faccia delle nuvole
che se la ridono adombrando ricordi.
Siamo figli di un’Europa che sogna,
ancora il linguaggio è sconosciuto, non
come amici, non
come nemici
ora vivi
ora bruciati.
Siamo giovani anime laiche, sedute
su spalle sbriciolate.
ho votato
non ricordo quale motivo mi spinse.
Mi avete deluso
ho comprato casa
tra corsie anonime,
cercare fiori
tra medicine e
flebo,
stare vicino
a questo amore
spaventato,
che vede rifugio
solo nei tuoi
occhi.
Amare ancora,
senza spensieratezza,
col dolore chiuso
dentro il cuore,
sperando di
tornare a casa.
Inizia da qui
l’abbandono di terreno movimento
scivola e sguscia da pori invisibili
da nervi a corda
da abnormi lenti liquidi
d’esplosivo colore
è chiaro e tranquillo
riporta al contare
l’esser incisivo
alla nascita
al suo urlare
di vissuta scomodità
Lo lascio andare
quel che esce
dal suo trastullarsi nuovo
dal suo meravigliarsi sconosciuto
dal suo impetuoso sfogo
Lo lascio andare
come in ripida discesa
con sprovveduta conoscenza
con salutare impazienza
Finisce senza fine
Arrivando a nessun confine
Dilaga fino alla riga d’orizzonte
Ed oltre ancora
Asciugandosi la fronte
Sentendosi ancor respinto
Mai domo
Non dandosi per vinto







