Vetro smerigliato la luce opaca
del pomeriggio. Nell’ora che anela
all’eterno, nel tedio che non si placa,
inseguo il bianco soffio di una vela.
Tu, noi, gli amici, parole piene
di niente. “Niente sarà come ieri”:
non badano alla pena che preme
il petto, a chi sono, a chi eri.
Mi manca il silenzio intarsiato
di promesse. “Fu solo una chimera?”
Mi manca il libeccio ricamato
di sogni nel respiro della sera.
Vicino all’abat-jour la tua immagine,
una lacrima, lo sguardo lontano,
un libro d’ore, sgualcite le pagine,
benedicevi con la scarna mano…
L’amore di una donna, un figlio,
i giorni uguali ai giorni, l’amaro
nettare della vita. Nel groviglio
delle delusioni nessun riparo.
Sono andati via: scosto la tenda,
è tornata la quiete e sono solo.
Attendo che un astro s’accenda.
Si spezza un raggio, muore sul molo.
06-20 EE
La notte trattiene il fiato.
Mi perdo nel fumo delle sigarette,
nel lieve oblio di un bicchiere,
mentre il silenzio
allenta i confini delle cose.
Le ore tacciono
e mi prestano pensieri
che non sapevo di avere.
Qualcosa si muove nell'ombra,
cerca una forma,
sfiora la soglia di una poesia.
Mi addormento davanti a un foglio bianco,
con parole ancora calde,
incompiute.
Al risveglio raccolgo frammenti:
una frase,
un nome,
un ricordo che resiste,
un lume spento
che continua a fare luce.
La confusione mi attraversa.
Scrivo.
Non per capire,
ma per inseguire ciò che fugge.
Non per spiegare,
ma per dare voce
a ciò che non sa parlare.
Forse ogni poesia
nasce così,
da un disordine di cenere,
da una ferita che cerca un nome,
da una domanda
che non ha mai trovato risposta.
E io continuo a cercare,
come chi tiene tra le mani
pezzi sparsi di una mappa bruciata
inseguendo una poesia vera.
nella Savana acacie sotto attacco:
in basso i kob tra le foglie contese,
più su elefanti competon distacco,
in alto in alto arrivan le giraffe...
Povere acacie, più non trovan tregua;
pur pazienti, si son rotte le staffe
onde evitar che tortura prosegua,
tossici gas esalan tutt'intorno
allarma ogni suo simil che risponde
veleno effondon a evitar soggiorno,
ognuna per salvar le proprie fronde.
Ma le furbe giraffe han recepito
che allarme, sottovento, non è giunto
senza rischiar, soddisfan l'appetito:
per nuovo allarme tocca prender spunto!
non fosse l’ultimo canto del cigno
dopo subìto un destino molesto,
non tanto quella condanna al macigno
ch’anzi, fu sfida lanciata agli Dèi
mia scommessa arrogante e beffarda,
quanto il rifiuto di questi anni miei
vinto dal tedio di un’ora già tarda.
Solo l’accidia del viver m’impregna,
inesorabile il tempo che scorre
in un assolo che tutto disdegna
senza riuscir più di nulla a disporre.
Né la poesia più lenisce l’affanno,
oasi serena in quel ch’era un deserto
ove maliardo fingevo un inganno
mentr’or non sfuggo al mio cupo sconcerto.
Vago avvilito se penso al passato,
l’ansia mi coglie se penso al futuro.
Vivo un presente che par dileguato,
cerco smarrito quell’io duro e puro.
Davanti a quell'antico portone
il vecchio si ferma.
Guarda ancora le finestre,
ricorda i corridoi,
le aule illuminate.
Cerca i rumori del ricordo.
Tra quei muri
si costruivano sogni
ostinati abbastanza
da diventare reali.
In quelle aule
si insegnava il peso delle parole,
il rispetto dei nomi,
il valore delle porte aperte.
Ora dalle porte
escono risate e voci,
giorni che passano
senza lasciare impronte.
Oggi i professori camminano piano,
come uomini che conoscono la strada,
ma bende invisibili
stringono gli occhi e le mani
e rendono buio il cammino.
Il vecchio si toglie il cappello,
come davanti a una tomba
o a una chiesa dimenticata.
Poi riprende la strada.
E nessuno sente
quando sussurra:
«La fabbrica è ancora aperta,
ma il futuro
entra sempre più raramente.»
Come un' anima solitaria mi metto a danzare..
Chi sono,mi chiedo?
Ehhh, sei tu , sempre tu
anima delicata ma decisa.
Anche se...alle volte invisibile ad altri
ma questo a te non importa.
Ascolti la tua musica nel cuore, segui la tua danza delicata, non fa nulla
se altri non capiscono il tuo modo di fare.
Sei libera, libera come il vento.






