Scissi in due,
Oppressi dall’omologazione
Che con l’ombra della paura tutto oscura
Nasciamo in catene,
Viviamo in catene allontanandoci dalla vita vera,
Moriamo in catene senza compimento.
In questo grigio inverno
Schiacciati dal dominio
Volere ciò che non si vuole
Pare il fine della vita,
Più vivo
Più mi rendo conto che questo mondo è un grande inganno.
Con tanta malinconia
Sogno con voi
L’inizio di un nuovo viaggio.
A volte i sogni sanno parlare,
Dall’inconscio emergono i desideri sepolti nel cuore
Identificandoci con i pensieri che ci donano
E con le emozioni più forti e più belle
Germina nel nostro essere il vero tesoro,
Sbocciano i fiori nella mente
E la strada della gloria
Svelata a noi da noi stessi
Appare nello specchio.
Nel cerchio di potere
Ascoltando le mie emozioni
Con un canto di fiamme urlo
“voglio ciò che voglio”
Con Eris che sobbalza nel mio cuore
Il mio canto tagliente si estende fino al cielo
Raggiungendo le stelle
E si unisce al cosmo
Una sensazione di meraviglia mi invade.
Buongiorno a voi glorioso Dio e gloriosa Dea
Tutt’uno con voi
Auguro luce e beatitudine a tutti gli esseri
Ma per gioir della mia gioia
Darò ascolto a un saggio che diceva
“fa ciò che vuoi”
Mi trasformerò in ciò che sento con il cuore
Non in quello che il mondo vuole
Se la mia aura si tingerà d’oro
Il tempo me lo dirà.
Questi versi messi in luce
Non saranno graditi
Ai superbi oppressori.
Immagini di strane creature
e fantasie d’arcani accadimenti
che volano a lambir lidi sfuggenti,
vapori della mente a far pitture
mobili come son le nubi in cielo
che troverò al risveglio condensate
e in gocce di rugiada trasformate
in un virtuale mondo parallelo
sui pochi arbusti e poche tamerici
che fioriscono ancor nel mio giardino
ove inseguo un poetico destino
tentando sublimar mie cicatrici.
Questo torpor che ha il nuovo dì di fronte
ch’è non più sonno e veglia non ancora,
d’un pigro dio bifronte è la dimora
che guarda avanti in mïope orizzonte,
presbite indietro e sempre più sfuocato,
ch’onirica follia ora è svanita,
silente trombettier di nuova vita
dolente a far svanir quanto sognato.
Ma sembra un sortilegio dispettoso
che maschere già emerse dal profondo
commedianti d’un sogno sullo sfondo
svaniscano con fare misterioso
lasciando qualche sagoma sparuta
che solo un antropofago poeta
vorrebbe catturar, preda segreta
sua mensa a rifornir languente o muta.
Poi ci sono quei periodi di follie
e monasteri candidi rabberciano luci
su vetrate di spaccati
- arcobaleni -
mai affilati o arrotondati
come i miei pugni
chiusi tra i ricoveri
ed i silenzi incipienti
macchie oscure dei miei ricordi
di morte che sopravviene - improvvisa -
come il biancore del sole
quando lo fissi e t’acceca
Poi la quiete
Ed un senso di glicini
Il profumo di discordanze semplici
e note
di viola e giallo mimosa
Sono io così
Un fiore andato
All’apice del tempo
Ma mai dimenticato
Sonetto, endecasillabi canonici a maiore e a minore, quartine a rime incrociate e terzine a rime alternate.
Affetto quei tre ètti nel mio petto,
li tolgo ché non servono per niente
se non per dar dolore ‘sì latente
come se in carne viva fosse aghetto.
L’affetto tanto senz’alcun affetto
del sangue pompa a vuoto la corrente
ma resto fermo qui, muto, silente
solo a sudare a vuoto nel mio letto.
Quando alla fine il cuore avrò affettato
lo donerò per cibo alla mia gatta…
ma che disdetta: anch’ella m’ha lasciato!
Per fegatini e cuori andava matta
ma la vecchietta non ha più campato:
sessantatré già mesi che non gratta.
21/09/2024
che sia di versi strani o quel di Maya
conoscere vorrei di “conoscenza”,
archetipico verbo evocativo
della brama più umana degli umani
che li contraddistinse già nell’Eden,
ne fu peccato, gloria e dannazione,
indi fu nelle Scritture accolto
ad intendere pur quella carnale.
Non so se fu un serpente primigenio
o un Elohim venuto dalle stelle
chi d’aver conoscenza tentò l’uomo
o se fu il sapiens giunto ad esser fabulans
che un demone creò dentro di sé
rispecchiandosi in torbide pulsioni
di fronte ad attrattive alterità,
il dominio del mondo e la libido.
Quel demone dall’uomo esorcizzato,
idolo assunto di sé identitario,
nominando “peccato originale”
l’esser degli animali il più arrogante
che distinguer saprebbe il ben dal male.
Sonetto classico, endecasillabi a minore, metà piani e metà sdruccioli, quartine a rime incrociate e terzine a rime alternate.
Chimica, fisica e la matematica
non son bastate a dare qualche senso
al mio dolore, abbastanza intenso
da render la mia vita problematica.
Se fosse stata la strada¹ adiabatica²
nel cuore credo un freddo meno intenso
m'avrebbe dato più lieve scompenso,
serenità magari più socratica:
forse avrei preso con filosofia
queste inculate che con far prolifico
m'ha regalato l'esistenza mia.
Non ho capito tutto il geroglifico
delle istruzioni e le ho gettate via…
Ora mi serve l'antidolorifico.
¹: strada intesa come percorso della vita;
²: impenetrabile al calore; in termodinamica, di parete termicamente isolante, o di trasformazione che avvenga senza scambi di calore con l'esterno.
17/09/2024
Efesto e il futuro dell’umanità
Oh Efesto
Signore della creatività
Ora come sempre
Sul sentiero della conoscenza
Vi sono poche certezze
E un mare di misteri attorno a noi,
Quante volte grazie alla tua energia
Come l’ombra di un sogno
Una nuova verità
Emerge alla ragione
E rimpiazza quella vecchia.
Oh Efesto
Quante volte grazie a te
Fiorisce in noi un mare di intuizioni
Che precedono i tempi,
Immagini richiamano altre immagini
E come un sogno
Un pensiero emerge spontaneo nella mente,
Libero dalle barriere della razionalità
Svela lo sconosciuto
E ciò che sembrava impossibile
Appare in esistenza
Come se l’avessimo rubato al futuro,
A volte non crediamo ai nostri occhi.
Oh Efesto
Al di la dello spazio e del tempo
La tua energia è come il fuoco,
Sulla via della perfezione
Guida i sapienti liberi dalle catene,
Con un altro modo di percepire
Donandogli le chiavi per aprire le porte
Che dividono le cose conosciute da quelle sconosciute
Ma quella stessa energia
Ha lasciato in noi righe di sangue,
Dissolti nelle nebbie della follia
Ci ha portati più volte al limite dell’autodistruzione
La nostra specie ha rischiato di morire su se stessa.
Oh Efesto
Dove mai finiremo?
La tua energia unita alla saggezza
È la più grande armonia
Che suonerà come un accordo
Per chi ancora ci sarà.
Potremo un giorno
Unire ciò che è diviso
Vivendo in sintonia tra noi e con gli altri esseri,
Una pace eterna e infinita
E una rigogliosa prosperità
Regneranno su tutto il mondo,
Realizzeremo un sogno che pare impossibile
Ma impossibile non è…
La terra d’estate in questo mondo denso.
mio poetico mito sin dagli anni
di sofferta adolescenza,
a te giungo senz’affanni
con sommessa riverenza,
mentre lieve brigata m'accompagna
onda nell’aria di suoni ed amore,
che s’allontana in calante fervore.
Aerëi vertici precipizi,
assorto al vento dei pini
tra pensieri che un dì m’eran fittizi
mentre m’assali e in cuore mio t’inchini,
coglier non so, né gioia nel tuo grembo
in questo del passato arcano lembo
che spinge fuor dall’anima i confini,
né so coglier nostalgico vissuto
d’ogni amore schermo alla tristezza
come a me pur accaduto
negli anni tristi della giovinezza,
ma colgo quest’intensa tua bellezza
fra larghi colli pensile sull’acque,
anche se di me spira solo brezza
da quando il mio impetuoso vento tacque,
ed è sapido rompere il mio pane
d’una vita alla qual poco rimane.
Non è ciò che davvero sta d’attorno
ma è solo il nostro modo di sentire,
e sillabe segrete in cuor nutrire,
come un eterno ritorno
a ciò che sta nell’anima sepolto,
a ciò che nessun può restituire
tranne un poeta a chi gli presta ascolto.
Apostrofi d’eterno,
meteore dei miei baci appassiti,
mi disfo dei bozzoli del cielo
che più non mi appartengono
e non sei più tu
la casa dei miei giorni,
il peccato dei miei anagrammi vuoti.
Declino il rammarico dei tuoi sguardi
in alfabeti sconosciuti,
nel silenzioso carillon dei ricordi,
calpesto i colori dei giorni
come tenere spighe di grano:
arriveranno voci d’addio
a scrivere nuove emozioni.
A piedi nudi, smarriti e sconvolti,
in cima a carretti trainati da asini,
stipati in furgoncini ambulanti
bambini inermi tra nubi di mosche
piccoli indifesi tra urla e lacrime,
uccisi e mutilati, bimbi e neonati,
corpi decomposti sul ciglio stradale
e c’è chi ancora non batte ciglio
intrappolati in una rete di sofferenza,
infinito continuo stato di emergenza,
fugge per strada schivando proiettili
un bambino ferito tra ordigni bellici.
a farsi più forte,
ti urla dentro e scuote
quella povera anima, che
ha perso il colore.
Risveglia i sensi, i moti,
le fragili giunture, le tenui
dolcezze.
Ti rende più forte allo
sferzare del vento potente.
Ti reclama e aggiunge dimensione.
Balia di una voce che non ha senso
né vergogne, ti lasci trasportare,
e sai che lei ha ragione.
Ti sussurra insistente...non temere,
e respira il giorno, senza più esitare.
Sonetto classico, endecasillabi canonici (a minore e a maiore), quartine a rime incrociate e terzine a rime alternate.
Ma forse avrei bisogno d'un'aiuto
oppure un'auto per fuggire via…
L'auto o l'aiuto? Questo è il crocevia
davanti al quale resto ormai perduto.
L'aiuto, sì, del pubblico seduto…
quello da casa… che mi manda via…
Mi gioco il jolly e allungo l'agonia…
giro la ruota, insisto, son cocciuto.
Scaduto è il tempo, voltano le carte,
c'ho il due di picche, forse non è male!
Niente fortuna, tanto meno un'arte:
dicon che nulla la mia carta vale!
Resto in silenzio, messo già in disparte
vago nel nulla con dolore anale.
15/09/2024






