Dio bussò alle porte del sole
La fiamma non aprì.
“Io sono il creatore del cielo e della terra”
Disse Dio,
ma la fiamma non aprì.
La luna pianse per questo
e si nascose dietro il monte Olimpo.
Il pastore vagò nel buio e maledisse Dio
tutte le sue pecore erano perdute.
Il sole chiese all’uomo di dove venisse
“sono creatura di Dio, l’Onnipotente”
disse l’uomo.
E il sole a lui “l’Onnipotente non varcherà le mie porte”
L’immenso cielo si fece scuro
a celare la lotta degli Dei .
che c'è quando non si vede,
che non c'è se non si palesa:
la luna si vede e non si vede:
mi abituerò a pensare l'uno e l'altro,
saperla dietro le nubi e vederla a fronte,
a tenermi il conflitto e a rinunciarvi:
la ragione sorveglia, lo spirito sconvolge:
saprò che lo saprò per non saperlo mai,
che saperlo è la conferma dell'ignoto,
che il dubbio è pieno di significato:
perciò saprò che c'è e che non c'è,
che si rivela quando non appare
e quando c'è mostra la sparizione:
gabbia, la pelle rugginosa assetata d’eterno
luce sul dorso lieve nel riverbero
deforme mutante argine d’essere.
Il pallore colto di mille ortensie
imbianca la malinconica preghiera
funambolico filo dal perduto sentiero .
Depone l’affanno ceduto al futile
l’indulto sogna l’approdo al fine
battezza lo spirito dal bianco destino.
Si fa premio il morire e la franchigia
a cenni chiede scusa all’incauto slancio
addenta l’arroganza dalle umide ciglia
e poco importa se incalza il fato al pianto.
E’ pena d’amore, sviene lo scheggiato intero
l’eterno torreggiare sulle reliquie vive.
Che siano quartetti d’arco armati
i nostri astri, violini di dolore tatuati
ascesi all’amore senza senso
e i nostri cuori fiori di campo
nel pianto del tempo.
Poco importa il fluire distratto
non ha memoria
ma Lei la nutrita, la rinunciataria dal pacato gesto
lei la sola in risposta al falso solco
perdona il cedimento.
E’ speranza d’anelito orfano
libra in excelsis Deo marosi imponenti
e coni d’ombra dai turbati fermenti .
Là dove s’intreccia l’espianto soffocato
è messa a dimora l’emozione scissa
là il colpo secco vibra, vivo di spettacolo arso.
E non rimane che popolare d’urla le gesta
immerse nel subbuglio d’imperituro evaso
perpetuo paladino del risorto.
Recide l’anima l’ombra e le mostra la nuca
adagia il cuore arreso al sospeso
sull’intimo foglio danzante distacco,
in poesia chiamata destino, l’ultimo divino.
da flaconi d'arte e forme
vagano nel camerino polveroso di specchi e ciprie
su tende spiegazzate e socchiuse
dietro la poltrona nonna negli arredi
Pur dalla porta di compensato
arrivano i reclami della platea
per il tuo fluttuare, per i tuoi volteggi
da poco, solo segni fra luci e palco
Il delicato trucco, scudo dalla realtà
è stato tolto
lo rimetterai domani
devi mostrarti, ti chiamano
Sulle punte, provi a lanciarti verso il buio del corridoio
che finisce nell'abbraccio della gente
che ferma ti aspetta, senza stancarsi
solo per te, senza false intenzioni
Si riapre il sipario, ritorni nel piroettare imparato
negli inchini dovuti
nel ringraziare grazioso
Qualche lacrima nascosta dalle ombre, ti scivola senza volerlo
Fuori da lì, non ci saranno solo applausi e grida
fischi e complimenti
Le tue punte dovranno pungere
i tuoi balzi superare
Come ti spiegai, appena avesti la voce
l'udito e la comprensione.
gentilezze, educazione,
si nascondeva un disagio.
Un peso dentro di te,
ti ha costretta
a dire basta.
Sentirsi trafitti
da mille lame
ognuna taglia un pezzo di te.
Giorni e giorni di agonia
continuando a ridere,
a lavorare a divertirti.
Ogni giorno
se ne andava un pezzo di te
facendoti mancare
la terra sotto i piedi.
Nessuno si rendeva conto
del tuo malessere.
Improvvisamente un giorno, seduti in quel tavolino
davanti ad un dolce e un caffè
mi dici.
Ce l’ho fatta, sono guarita, tutto è tornato a posto,
le lame non tagliano più, sono stata forte,
quel peso dentro lo stomaco è diventato leggero.
La mattina dopo...
scopro
che è stata forte
quella trave...
con la corda
a penzoloni.
Qui sento sempre suonar
campane a morto.
I toni non sono mai gioiosi,
i cuori dei giovani son mesti;
la gente sorride spesso a forza,
celando ciò che sente veramente.
Paese mio,
qui il passaggio é rapido,
sperare é vano ed anche poco saggio.
Tanti del tutto un po' non hanno,
così a malincuore se ne vanno;
un po' del tutto ad ognuno toccherebbe,
magari sol perché qui nacque e crebbe.
Qui i leoni fan la loro parte,
tenendo i più deboli in disparte.
Paese mio,
ma chi sono i leoni,così forti,
e i deboli dai cervelli corti?
Come colui che sa che dire nuoce,
mesto mi rispose a bassa voce:
"I primi son politicanti e mafiosi,
nonché furbi clericali verniciati,
che insieme han gli ordini corrosi,
i secondi sono onesti cittadini,
che vengono dai primi raggirati
con false promesse ed occhiolini".
Inchinatevi,o falsi re,ai vostri servi,
implorate,pentiti,il lor perdono,
ridate tutto quanto a lor sottratto,
perché possano lenire i loro stenti
e rendere lieti i lor pensieri foschi.
Un uomo muore,perché così vuol l'altro,
credendosi più uomo,perché scaltro.
Un uomo piange e se non ha speranza
sarà assoldato dalla delinquenza,
arrecando così un grave danno
anche a chi siede nello scanno.
Paese mio,
di nero parata vedo la tua piazza,
camera ardente,
in cui s'attende il morto,
circondata da vecchi ceri spenti,
perché le giovani candele
sono ai venti.
non sono acqua,
come punte incidono la pelle
ferendo il piu' profondo sentimento.
L'istintivo desiderio di coprirsi
per non sentire,
il suono delle parole,
che come schiaffi
portano via
il sincero e candido amore.
Come fiori appassiti
a pezzi cadono,
le speranze.
Raccogliere con disillusione
i frammenti di un mosaico,
di una primavera
che tarda ad arrivare.
Andare oltre con sguardo
e con un battito di ciglia,
ricominciare a vivere.
Non posso dire non lo volevo,
perché non esistevo.
Di rosa, verde, arancio, giallo,
mi sono decorata;
ora vesto di nero,
non per lutto,
perché la saggezza è anche mistero!
Intrecci di conquiste e affanni
ho nei capelli;
negli occhi la mia terra.
Si alternano le note sulle scale
seguendo il ritmo dettato
dal registro del tempo.
Intorno, fresco vociare di bimbi:
nuova primavera;
inarrestabile energia!
Respiro aria pulita
e mi stringo in un abbraccio
la gioia d'esser nonna
che nuovi colori
regala alla mia vita.
e nuova vita si affaccia
sulla via del cammino
pronta a raccogliere colori
a dispensare sorrisi
spalancando ogni cuore
e illuminando volti.
La lieta notizia
è stata come un nuovo giorno
come un seme appena nato
che si culla tra le braccia
un piccolo bimbetto
dal nome che fa rima con naso.
Che tu sia sempre l'allegria di chi ti ama
pronto a concedere emozioni
io cercherò sempre
di seguire ogni tuo passo
e nel mio piccolo
poter dare un po di luce
alla tua via
in cambio di un abbraccio.
(a mio nipote Tommaso, appena nato)

Svegliai i miei pensieri
col sole già alto,
riflesso all'orizzonte
in un angolo di mare.
Assorto e come un gatto
mi misi a curiosare.
Era bellissimo
il mare,il cielo,
da panorama pittoresco
ed uno spicchio di sole
accecava i miei occhi.
Le piccole barche di pescatori
avevan già salpato l'ancora
lasciando il paese ancora dormiente.
Era tutto fantastico
un mondo apparente,
ma ad un tratto reso invisibile
dalla foschia della mente.
Svegliai il mio sogno
ch'era già l'alba,
il cielo,il mare...
Un sogno dentro un sogno.
la mia ombra riflessa
lungo la salita pietrata
fantasma di stelle e di voci
sotto il brivido
dell'ultimo Inverno.
Profuma il silenzio
nelle porte chiuse assenti di luci,
poco più in la un rumore
stringe il ricordo.
Mancano ...
I giochi spensierati,
i gessetti polverosi,
gli aquiloni di carta,
i vichi di urla e di risate.
Sui gradini di pietra
l' armonia antica
di giunco e vimini intrecciata
e affaccendati mani di pizzo,
uncinetto e fantasia.
Restano... Muri smunti e ragnatele
imperlinate di rugiada,
parole incastrate e sfuggite
senza eco.
Di pane, olio e zucchero
l'ultima carezza.

mi disse accarezzandomi
sui luoghi del paradiso,
desiderami
diceva con voce suadente
ovattata e piano
mentre scrutava nei miei occhi
il piacere ancestrale
dell’estasi donata.
Desiderami
diceva sfiorando con le labbra
l’erba della mia pelle
nei posti più nascosti del mio essere suo,
e capiva e scrutava
ogni minimo sussulto
della carne infuocata,
lei, che l’accendeva con parole d’amore,
desiderami
ripeteva accarezzandomi ancora
mentre io finivo
nel vortice del suo abbraccio
che infinito mi stringeva.
Non fui compreso
non fui reo di questo,
ostinai al destino la beffa
abbandonandovi il pretesto.
Vaneggiamento in fieri,
cuore a sé disgiunto
nell’arrancare ultimo
all’amato patimento.
Non fui compreso
ma fu poi tanto vero?
Soffocato l’addio
ne ammutolii il perdono
e il cuore incoraggiai
oh sì lo incoraggiai al credo.
Percorsi ad occhi chiusi
la via ammutolita ai resi
e nutrii il cor di pianto
annichilito nel ricordo
al suo eterno incanto.
sguardo infinito
sei stato promessa
sei stato amore
sei stato parola
sei stato arcobaleno
dubbio o certezza
specchio o cristallo
sei stato sincero
sei stato giusto
sei stato vero
sei stato aperto
ed ora che mi sono innamorato
stai volando via
senza neppure voltarti
ed ora che mi sono vestito
di te e delle tue stranezze
mi stai scivolando via
caro sogno
lasciami ancora fiatare
fammi sentire
ancora vicino a te
caro sogno
allungami la mano
non farmi cadere
tienimi stretto ancora
(variazione su: Consolazione alla madre-Seneca) |










