sprofondando
nelle sabbie dei tuoi sguardi
di viola innamorata, agito tutto me stesso
per non soffocare abbandonato, scavando per liberarmi
per poter uscire come freccia, per farmi notare, seppur diverso, d'altro colore
sempre attaccato alle tue vesti, come il cucciolo bavoso, festoso per il ritrovar del padrone
per riavere tutto quello che le arsure del tuo cuore avevano bruciato, quasi estinto e che solo l'acqua dei pianti
di primavera, mitigando gli unici ricordi visibili, bruciature dolorose, hanno lavato per l'ultima volta nei nostri giorni accaldati
A parole si fanno belli
palidini di valori
A parole sono innocenti
fabbricanti di dolori
Ambivalenti
giochi di diplomazia
davanti amici
poi ti insultano
quando vai via
Rincorrono il potere
stanno con te se conviene
codardi dall'anima vuota
che tanto vale vendere
disponibili a tutto
pur di non perdere .
Dopo la pioggia
un sorriso sa di vento
e quel ricordo rimasto ancora
in piedi concerta la scena.
L'ombra risale
ed io la traccio con le dita
la riconosco,
la sfioro,
la disperdo,
ora so dove va a morire
la malinconia.
Intravedo
un granello di luce,
l'aroma del caffè
sulle labbra
e fuori gonfio di vento
si dipana tra i campi
l'ultimo giorno
di Marzo.
Violette coraggiose! - Hai detto subito
così dopo averle viste ficcate
come un novello piccolo imbuto di latta nel muretto -
e poi da lì han cominciato a frignare
le mie cicale
tra gli alberi secchi
a ricercare spruzzati in gola
trofei di simboli.
I campanili paralleli
della Chiesa Matrice dell'Immacolata
sovrastano, quasi sentinelle,
il borgo che,
racchiuso in sé,
come dita serrate a pugno
nel palmo della mano
cede al riposo.
Lentamente,
il chiarore del giorno
sfuma nel fuoco del tramonto
e le ombre della sera,
silenziosamente,
scivolano in un abbraccio totale
che sa di quiete.
Ti sei addormentata per sempre,
o regina dei poveri,
sull'immenso cuscino
dei tuoi malati e derelitti.
Il mondo ti piange, madre Teresa,
ti piange e di te rimpiange
l'anima nobile ed onesta,
l'anima che per gli afflitti
fu sempre la Veronica,
l'anima che oggi passa la soglia,
che ancor per noi è speme
e che fu per te certezza.
Sì grande dono
già ti fece in terra
quel grande Dio
che di te si compiacque
e ti fu guida
nell'opra suprema di bontà,
che nei secoli avrà tanta risonanza.
O madre santa, Teresa di Calcutta,
tu hai unito in unico vessillo
i credenti e dei miscredenti
hai turbato forse le lor menti,
rendendo così cattolica la fede
dei cristiani, induisti e musulmani.
O madre santa,
la ricchezza del tuo spirito
dell'universo già tocca le galassie
e di là riverbera
su questa terra misera
la fulgida luce della fede.
Mentre ti osanno, o madre,
io penso all'Uomo in croce,
alla bontà del Frate Poverello,
nonchè al Mahatma Gandhi
ed,infine, a Padre Pio.
Oggi non c'é uomo, o madre,
che non ha mesto il cuore,
ma é anche felice di pensare
che un picciol corpo se ne va,
ma la sua grande anima rimane.
Madre Teresa, il tuo natural trapasso
spinge a vivere e a donare amore
ad ogni creatura sulla terra.
Oggi sei accolta in paradiso,
dove tu vai per dire grazie a Dio,
di cui fosti fervida foriera
di fede, di speranza e carità.
Rimarrai nel ricordo delle genti,
come l'odore del profumato gelsomino;
su di te non ci sarà una pietra,
ma nei secoli sarai luce eterna.
Addio, madre Teresa, addio!
Tu sei come il Messia,
hai già raggiunto l'immortalità.
E mi chiedesti se il sole rideva
alla vita quando la rosa s'apriva
al raggio intonando canti al vivente
o quando l'aria s'accoccolava adagio
nel cuore del vento
per divenire vertigine in volo.
E mi chiedesti se la luna annuiva
quando la notte mi rapiva i sogni
sotto chimere vibranti di cielo
in nidi pigolanti e disperati
appollaiati gli incubi al grido morbido e cavo.
E mi chiedesti se la poesia sapeva
ascoltare in silenzio il tempo del pianto
o l'amore maturato in radici d'ali
e se le voci spaccavano la vigna antica
scavando memorie in concerto d'ore.
E mi chiedesti se nell'infinito
o in ultimo volo d'eternità
da nutrire sotto ceneri di valzer
nudi al fragile dialogo d'anima
i pensieri s'abbracciavano al buio
come luna a specchio in mare aperto.
“Perciò il Signore riversò una pioggia da sé, non pioggia d'acqua o di rugiada ma di zolfo e di fuoco, zolfo sul fetore della lussuria, fuoco sull'ardore della libidine, affinché la pena fosse il contrappasso della colpa.”
In quale girone non saprei,
solo sopravvivo per quel filo di aria
che passa attraverso le effe del violino;
e dall’incredibile mondo della cassa armonica
io non posso altro che ammirare la tua delizia
Meno male che sei priva di imperfezioni tu,
e che la tua personalità è intarsio in osso
su legno antico, l’acero dei Balcani,
la sperimentazione che si fa
arrendevole maturità.
Meno male, amore mio,
perché perlomeno siamo vicini,
legati insieme da mano d’artista,
da una musica soave e ipnotica
che ci sa lasciare ammaliati:
quando vuole lei, però,
intanto che io grido
senza emettere
lieve bisbiglio,
e mi affretto
ad entrare
nella mia
ultima
orbita.
Nel mio bicchiere verso spesso un liquore,
un pregiato elisir che ha un nome solo,
che al cuore dà gioia e mai tanto duolo,
che alle menti depresse toglie il torpore.
Quand'io nacqui una bottiglia fu aperta
da mio padre, che con voce un po' incerta,
ma sorridente, con mia madre brindò
e con gli occhi al cielo tosto esclamò:
" Alla salute di questo piccolo fiore! ".
Allorchè crebbi e maggiorenne divenni,
così mi disse con mestizia nel cuore:
" Se la tua vita fosse avara e tentenni,
bevi, o figlio, di questo dolce liquore,
della stessa sarà più tenue l'agrore ".
Io non volevo gustare quel miele,
ma un triste giorno il dolor m'assalì
e con esso in bocca il disgusto del fiele.
Allor frugai e una bottiglia apparì
di liquido piena, ma solo a metà.
Tosto l'apersi e con cura versai,
indi le labbra al bicchiere appoggiai
e ne bevvi un poco con ansietà.
Attentamente gustai la bevanda:
divino quel nettare aveva il sapore.
Mi diede gioia e tanto fervore
quella sostanza di nobile pianta.
Bevvi d'un fiato e poi bevvi ancora
non più nel calice versando il liquore,
ma la bottiglia, tracannando, svuotai.
Or bevo spesso e non smetto mai.
Vivo da ebbro, ma non sento dolore
e nei miei giorni più avari, talora,
innalzo il mio calice con devozione
al vecchio elisir, che ha nome Illusione.
La tua sensibilità
è gracile come una foglia,
quando c'è un po di vento
o un forte temporale
non riesce a rimanere
attaccata al suo albero
e cade,
facendosi calpestare,
oppure sparisce chissà dove.
La tua sensibilità
vorresti tanto fosse capita
non derisa e mai calpestata.
Il forte vento della notte
ha fatto piangere il tuo cuore,
la luna anche stasera
non s'è accesa.
La tua sensibilità
è pura come l'aria che respiri
ed ogni respiro dell'aria
è un mare di parole
che tu dici...
Ma il vento le soffia via così forte
facendole volare lontano
spariscono in un istante
così chi dovrebbe ascoltarle,capirle,
non potrà più sentirle.
tutto procede, come da precedenti:
oberato di niente, ho fatto il pieno di vuoto
e sono rimasto in vacatio mentis, latente,
completamente assente, tra imprevisti ed eventuali,
tutto il giorno e tutta la notte:
sono rimasto, per quel che basta,
felice e contento, a scrutare il firmamento:
seduto a cavalcioni dei bastioni di un castello incantato:
è aprire un libro di storia.
Quali pensieri attraversano
ancora la tua mente
e quanti ricordi stringi
in fondo al cuore
insieme a gioie e dolore?
Figura snella,
sempre vestita
da pacchiana
per rigoroso rispetto
del tuo tempo;
curvata dalla fatica,
dagli anni indebolita,
ma non arrugginita.
La tempra forte,
lo sguardo fiero,
la volontà decisa,
di un altro tempo.
Tempo …
di desideri taciuti,
soddisfazioni gustate
in silenzio o negate
e sacrifici.
Tanti sacrifici.
Sono cento anni i tuoi,
non una parentesi,
ma uno scrigno di vita.
Come eravate eroiche le donne
nel tuo tempo:
discrete, disponibili, rassegnate;
rispettose delle regole e dei doveri;
padrone del religioso senso
della famiglia,
dei figli,
della casa,
del vicinato.
Sarebbe bello sederti accanto,
ascoltare
i tuoi racconti,
partecipare
agli altri i tuoi vissuti:
storie del tuo tempo
e di questo tempo.
Scrivere di te:
la vera Storia di una Vita.
(Nonna Caterina non è mia nonna; è la Sig.ra Caterina Vallone alla quale ho dedicato con affetto e rispetto questa poesia, scritta su pergamena, e consegnata il 10/02/2003 nel corso dei festeggiamenti per i suoi 100 anni)










