
Fugga lo specchio immobile dell’iride
che preclude la bellezza rifulgente
di quegli azzurri assimilati dall’anima
esaltandone il sorriso
ed accendendo il cielo di quella soavità
leggera ed impalpabile
che eleva la gioia universale di un sorriso,
fonte che scaturisce desideri
atti ad innescare sogni ambiti
volti a dipingere realtà desiderate.
perché il tempo passi in fretta
per chi non ha dormito
per chi sogna…per chi aspetta….
per chi nasconde dentro se
un progetto o un ideale
che non si avvera mai.
C’è sempre un’occasione
sia di giorno che di sera
ma strano e ch’io ricordi
quella volta Dio non c’era
non riesco più a vedere se
è notte o spende il sole
neppure insieme a te.
Ma il cielo è amico mio
come un angelo con Dio
ed io saprò volare come un aeroplano
anche senz’ali andare più lontano
l’alba è qui ….. tu sei qui.
Ma il cielo è amico mio
come un angelo con Dio
ed io ho ritrovato tutte le ambizioni
chiuse nel limbo delle mie intenzioni
l’alba è qui…….
tu sei qui.
E’ lunga questa strada
ma troverò l’uscita
e non importa quanto
camminerò in salita
perché anche col pensiero io
riesco ad inventare
un cielo tutto mio.
S’inarcano le mani
come stormi di gabbiani
il saluto più sincero
per l’amico mio più vero
di nuovo sto nascendo io
un cigno dal suo lago
un’aquila dal nido.
si muove felpata,
tra le zolle di erba bagnata.
Stupida farfalletta,
poggiata su un basso ramo.
Veloce animale,
ma di Teresa a portata di mano.
Agguanta il volatile
la fresca bimbetta,
tra lo scricchiolìo di legno.
Sorride sgargiante Teresa,
mentre torna a casa
gridando:
"L'o presa!L'ho presa!"
fino al male
i miei pensieri
risalgono la linea
di galleggiamento,
riapro gli occhi a stento
ma la bocca
si chiude alla corrente.
La verità brucia e scrosta
le patine galvaniche,
il marcio
sotto l'oro nel dente
corrode
ed è dura tacere
di fronte a menzogne
e malerbe più scure.
Nel flusso alghe nere,
vortice e cerchio
in una gabbia di squali
dal sorriso tagliente
questo è il gran
compromesso :
suono d'abisso
che inghiotte,
poi solo rosso.
riaffiorano ricordi fanciulleschi,
nostalgia di quei tempi leggiadri
come i bei colori delle farfalle
Celestiali momenti indelebili
oramai distanti come un oceano
mi guideranno per tutta la vita
son parte essenziale del cuor mio
Lamenti percorrono la mia mente
come Spiriti irrequieti che guizzano
nel fondo torbido di un pozzo.
Vorrei ma non posso.
Tento di salvare tutti,
ma non penso mai a me stesso,
forse perché m’illudo
che ci sia qualcuno da qualche parte,
che tenga a me e che voglia il mio bene.
Nessuno piange mai per me,
nessuno versa mai una lacrima per il Cattivo.
Istericamente rido di me stesso
e della mia condizione,
nell’involontaria spirale situazionale in cui sono.
Perché posso, ma non voglio.
Devasto il mio essere cercando di essere
più freddo ed impassibile.
Sogno la coscienza del rettile
che con il suo sguardo vitreo
resta sempre illeso negli scontri emozionali
che ogni giorno
devastano la psiche di tutte le persone del Mondo.
Sono e resto Niente,
mentre guardo il Male che guizza nel bicchiere
e bevendo non faccio altro che immergermi
con il fine ultimo di essere portato alla deriva
ed infine annegare in questo Mare
che altro non è che
il mio Rancore Morente.
Nelle città
d'infedeli volti
l'euforia infinita
invade la mestizia e viceversa.
S'accompagna
il passo lungo di seriosi benpensanti
con quello corto delle anime migranti.
I colori son dispersi
degni d'una VHS,
s'offron nudi al buon mercato
delle strade brulicanti.
Nuclei armati d'ateismo a caccia d'angeli
acquasanta sopra i lanciafiamme
in alto sfrigolan le antenne
di palazzi eiaculanti.
Restan pochi spazi
un bilocale appena
per i pensieri più difformi
vadan essi da mortifere ossessioni
a propositi carnali
mentre senza sosta giocano
le partitelle loro
Tatuatori contro Tatuati
l'arbitraggio
è della pelle immacolata.
quella sera di luglio al faro
camminando tra sentieri belli
al calar del giorno,di luce avaro.
Ho ascoltato le Diomedee
e il loro mesto pianto
delle Tremiti son le dee
e un vagito è il loro canto.
Piangono sulla tomba di Diomede
e sull’isola di San Nicola gli albatros
rendono al condottier la loro fede
e ricordano tristezza e tanatos*.
Da molto lontano son partite
per rendere omaggio al loro Dio
per sempre punito da Afrodite
qui Diomede a pagare il fio.
*Morte nell’antica Grecia
all’ombra stanca di parole vuote
da briciole di sole fugga – in dote
all’occhio – e travi senza voce tessa.
Cominci il sorgere d’inverno cupo
verso uno stagno di speranza imbelle
con quella rosa fragile di pelle
chiara, scavato un solco in un dirupo.
Sento alla fonte ancora che zampilla
remoto il tuo sorriso che non sciupo
e bruci tra le mani come stella
che nella terra arsa più non brilla.
Del proprio sangue si disseta il lupo
e stringe l’osso dentro le budella.
Spirito mio rimase incantato
Da quel tuo dolce viso fuorilegge
dell'odio che mi rese disperato
Questo amore che provo mi protegge,
ll dolore di morte destinato
Sei l'angelo bianco che mi soregge,
un regalo che Dio mi ha donato
Ti dono questo sonetto modesto
Tu prendila come una rosa rossa,
Regina di cuori come tua essenza
Noi,due anime unite nel contesto,
unione dall'altissimo promossa
lasceremo il segno in questa esistenza
Il cielo graffiato da strati di nuvole
come leggere strie
ti portano al limite dei sogni
e tutto cambia
tutto si apre
e prevale il respiro
si allarga si fa' possibile
diventa tuo complice e ti consola.
oltre le nubi
l'immenso azzurro ti raccoglie
e prende il tuo sguardo
lo porta con sé innalzandolo
dandogli spazio e peso.
versi e parole non possono togliere
il vuoto bagliore
ma sono consolazione.
graffi leggeri strappano la volta
e si aggrappano con soffi
su di te, bianco drago
ti avvolge nel suo alito di fuoco
spegnendo la tua sete.
Origami complessi ,
Che hanno bisogno di mani
Che cullano
E di viole in giardino ,
Di un mare caldo
Mentre fuori la neve cade
E tutt'intorno germogli di vita .
Perché i miei sogni
Son cercatori di tesori
Fra la terra e il cielo ,
Fra me e te ,
In quell'intermezzo
Che cela ogni verità
E profuma di polvere .
Tu che nasci dai fianchi dei monti e ti fai accompagnare dai fiumi,
per finire a farti cullare dalle dolci carezze delle onde del mare.
Ascoltando i racconti dei vecchi, sembri molto cambiata,
li ascolto mentre parlano di te, seduti davanti alla soglia di casa.
Raccontano di te, stupenda giovane, bella,
verde e abbellita dai colori dei mille fiori,
tu, baciata dalla luna che si specchiava in gracidanti stagni,
limpidi e tersi, come fossero stati i tuoi occhi azzurri,
dove splendevano le stelle che, come diamanti brillavano e si incastonavano nel tuo paesaggio primaverile.
Stupenda e bionda, diventavi d’estate,
davi nutrimento a tutti i tuoi figli.
Curvavi il contadino sul tuo suolo, per raccogliere i tuoi frutti,
come fosse stato il figlio prediletto,
che ti ricambiava con cura e amore.
Calorosa e ricca di mille profumi,
diventavi in autunno mentre, lentamente,
ti spogliavi e ti preparavi a divenire da giovane e sgargiante ragazzina in primavera, a matura vecchia signora, in inverno,
avvolta in un soffice, candido manto.
Oggi, rivestita di grigi colori, essi non ti riconoscono più, mia bella pianura.
Ti hanno dimenticata e deturpata, non ti amano e piano piano ti stanno distruggendo:
coperta di cemento e catrame, deturpato il tuo verde,
spogliata delle tue bellezze.
Oh mia amata terra illuminata dal sole, sei continuamente nei miei
pensieri e, fino a quando vivrò, sarò sempre un tuo umile figlio.
In me ci sei tu, mia vita e mie radici, dolce terra mia, pianura Padana.










