convinta di trovar colori dentro,
io sono accanto a te, disorientato.
Anche tu vieni dalla giovinezza,
cavalli bianchi tra cui scegliere il più bianco,
sorrisi dentro scrigni, finalmente aperti.
Ma non é detta ancora l’ultima parola,
mare e cielo non cambiano nuance
ed io accanto a te sarò, affascinato.
la strada, l'amore
diventa un'irta salita.
Giù, stai giù!
Hai l’ordine di non risalita
ti ho riconosciuta, studiata,
poi seppellita e buttata fuori.
Ti ho sciolta nei miei acidi
sei mio humus, ora,
mi servi per combattere.
E’ l’ora della tua resa
è l’ora in cui rinvengo chi sono.
Guerriera e forte, io,
tu, il niente ed il tutto
quando mangiavi le giornate
e bevevi le mia mente.
Tu, un dubbio costante:
chi, come, cosa…
Prendo posizione, mi spoglio
del tuo nulla e rifiorisco
bucaneve, stella alpina
nell’alto della mia roccia.
Non temo più da te che sperdevi
e spandevi il mio senno.
Paura!… Niente altro che paura,
quel che eri…
Sarebbe bello,
la scala dei toni
di rossi di sera
dei gialli incalliti
fra di loro invaghiti
del soave profumo
prima d'esso nessuno
un triangolo variopinto
dal contrasto distinto
Mentre fuori da qui piove
l'anima con soggezione muove
stride il suo sfregar
dietro il cuore
in un soffocato
abbraccio immaginato
fra quanto è
e quanto è stato
in questo micro tempo vincitore.
Ora che i brividi giungono al cuore
come se la felicità non fosse mai esistita,
io, dietro i vetri della mia finestra,
vado sfaldando i resti dell’attesa.
E mi abbraccio, quasi innamorato
di ciò che non riesco a dimostrare,
dell’aria ingenua che mi ha pervaso
da quando bimbo credevo nelle fate.
Mi porto al collo un lembo di coperta
ma non del gelo tutta è la colpa.
Sono brividi d’insana solitudine
che spossa e spossa più dei ghiacci,
che spoglia la mia anima indifesa
e la trafigge senza che sangue n’esca.
Mi coprirò, aspetterò la dolce luna
ma questa notte alle abusive stelle
intimerò di togliersi dal campo.
Non ho la voglia di legittimarle…
Osservo la ruota
della bicicletta girare svelta
sospinta dai pedali che sembrano
cedere senza possibilità di scelta
ad ogni giro di catena, sotto le suole
numero trentatre del mio bimbetto.
Per quanto resisterà sotto i ceffoni
del vento la fogliolina su quel rametto?
Ora osservo la palla
carezzare il ferro del canestro svelta
sospinta dal tiro che sembra
accompagnarla senza possibilità di scelta
ad esaudire il sogno di quelle suole
numero trentacinque dell’altro mio bimbetto.
Per quanto resisterà sotto gli schiaffi
della pioggia la fogliolina su quel rametto!?
Osservo poi l’acqua
rinunciare svelta
e abbandonarsi sotto le bracciate
senza possibilità di scelta
ad ogni colpo di piedino
numero venticinque del mio altro bimbetto.
Finora ho resistito per loro, ma sento
di staccarmi come la fogliolina da quel rametto,
oramai ingiallita, ingiallito e tetraplegico
da questa vita falsata.
Ad ogni pedalata,
ad ogni tiro e bracciata.
confine e soglia taciturna
tra la parte dei vivi e la quiete.
M’accoglie un abete,
una lunga fila ad anello
di cedri, salici e cipressi,
un variar di marmo messo in croce,
il ferro forgiato o arrugginito,
il legno inchiodato senza voce
e acerbi ceppi genuflessi.
Molte pietre solo numerate,
avelli e fosse mai scavate
tutte uguali ch’ormai sono nessuno.
Distaccati, prestigi d’uomo arabescati;
vedo ardesie e busti d’alabastro,
e tempietti d’onice ad incastro,
e tronchi e stele e monumenti:
l’isolata stazione degli abbienti.
Lo sfoggio ancor di signoria,
quel contrasto patrizio del pregiato
mi porta a pensar con apatia.
Tra evonimi, tassi e travertino.
l’illusorio cammino s’è fermato
e anche se inciso o lavorato
il granito non fa la differenza.
Provo cagione di totale assenza,
come spada la croce mi ferisce
e stordisce spartir fuori le mura
quel vissuto ormai oltre misura.
Mi passa davanti in un minuto
quel frenetico vivere veloce
che di un tutto fa simulazione
per vendere cara l’illusione.
Vorrei tanto fermar la notte fonda
ma preme passar nell’atra sponda.
di lettere danzanti
su fogli bianchi .
Io vivo di colori e sogni
di profondi ed emozionanti bisogni.
Vivo di vita rincorsa
di sensi accesi ,
di una vitalità che sempre
sia per me risorsa.
Io vivo di sole e nel sole
di stelle notturne
e di aurore,
del vento calmo portato dalle onde,
della bruma ,dell alba
del giorno che muore,
del sussurro di zefiro tra le fronde.
Io vivo di vita ,
luminosa e intensa
La mia.
La geometria di sensi
impallinata
diametralmente opposta all'essenza del vivere
uccisa, uncino d'ansimante noia
-legàmi, trame d'unghia morsicante attimi a dubbio-
ascesa
calata
zummata per inaridire l'occhio
violaceo
tumefatto come ombra che segue l'ombra
mia
incarcerata
protesa in domande perse in acre bianco
Chi fu il massimo poeta a trasportare versi alle meningi
nel tritare lingue
labbra di carne
lame di seppia?
Copriti, tu!
Non vada il languire a devastar corteccia
resta il peso della terra,
e per essa s'elevano in volo,
toccano stelle e confini
elargendo ogni dono.
Ma per loro non vi è un po' di pace,
sulle ali cangianti brillano lacrime di perdono.
Brillano come piccole fiammelle
e il candore rimane sporcato.
Senza tempo rimarrà la loro storia,
e per essersi immolati per il bene,
come bianca neve resterà il loro cuore illividito.
Una piuma cade...e si perderà
nel vento.
tuttor si pavoneggia l’alba antica
che lui non vede eppur morta non crede.
Il bel ricordo avanza verso l’oggi
e la sostanza appena ne scalfisce
com’onda bassa ch’a baciar lo scoglio
residui d’erba bruca al suo passaggio
lasciando eretta la falesia, esposta
al sole, al vento e del cielo all’acqua.
Mirabil vista viene offerta agli occhi
nel mentre monta ingenua onnipotenza
per quel serbar, del catenaccio in atto,
la chiave ch’apra la sala dei miraggi
rivolta a Sud con la finestra al sole
e giù, al mar, salsedine impazzita.
L’ancor dormiente e provocante specchio
al Nostro va, protetto dalla sorte
nella porzion di tempo ad intervallo
tra il cobalto e la nascente aurora
e calmo il miracolo s’avvera
al primo raggio sopra l’orizzonte.
E nastri e nastri incidono la luce
sul blu ch’adesso vuol chiamarsi azzurro,
azzurro pria che il cielo se n’avveda.
Schiarito appar metà dell’universo
a mo’ di quando dopo il lungo inverno
i primi verdi muovono la zolla
prendendo posto ov’era solo brina
con il silenzio a fare da interregno
nel freddo assolo regalato al vento.
Fantasma destinato negli abissi,
solitudo, che scoglio or abbandona,
sfibrata defluisce verso il largo
e lascia spazio a piedi di fanciullo
dacché le orme su quel ner lui vuole
calcare ancora come pria ha fatto.
nei campi lontani,
ascolto i sussurri,
dei tuoi pensieri
lontani.
Separati dal fato
quando fummo nati,
ricongiunti infine
dal nostro legame.
Questo ci fu narrato..
Ovunque rivolgo il mio sguardo,
gemelle ricreano il perduto legame,
ma quando su di me lo sguardo poso,
altro non vedo, che una finestra infranta.
Non gli servono porte
ricorda luoghi, suoni
gli dona un sorriso che commuove










