leggero dell'estate.
Come allora, ricordi?
Correvamo incontro
al mondo
sospinti dalla brezza.
L'aria profumava
di sale
e del nostro amore.
È passato il tempo!
È passato
e cos'è rimasto?
Foto sbiadite
... noi
e ritagli di vento!
Pressante desiderio
di mansuete consuetudini
m'avvolge il quotidiano,
eterno susseguirsi
di tranquillità estrema
a costellar la vita
di attività semplici
bradipo pandizzate.
Picche agli alti picchi
in batticuore massimo
sforando di pressione
sfiorano rischiando
il bordo alla signora
- anomalo il bussare
... metti che ti apra -
vita che si restringe.
Assaporare, il motto,
a più non posso
ma piano piano,
le previsioni ...
danno pure il domani.
Nel punto esatto della notte
dove arcani estremi si toccano
proprio là sarò ad aspettarti
e ti regalerò il sentire d’incanto
di una giravolta sulle nuvole,
l’acerbo mistero che governa
il moto incessante del tempo,
ed una carezza che il mondo
potrà soltanto invidiare.
Piena,
adagiata a destra e a sinistra ,
copiosa sui campi e lasciata sul mare
ad asciugare parole .
Fresca di aria,
fresca di vento
colma d'occhi e di sentimento.
Stanotte il cielo sposa cristalli
rosso vermiglio.
E dolci labbra
tiepidi sussurri
germogliano.
fra stormi di stelle
lune infinite
e onde infrante
nell’aria schiumeggia
l’essenza di Lei...
Sogni di avventure
s’ increspano nel tempo
spezzando le catene del mondo
e di nuovo
la sua essenza
m’investe come nell’arIa
ci fosse tempesta
Eppure...
se lei non fosse qui
fra speranze e orizzonti
con immenso amore
squarcerei l’ Universo
per trovarti e stringerti
nel mio petto impazzito.
Che dire...
evviva te.
Te che sei stato in grado
di vivere senza me.
Evviva te,
che hai vissuto egregiamente
sordo,
e impassibile alla mia solitudine
e come fosse niente
te ne sei fregato accuratamente.
Evviva te,
che lentamente,
mi hai allontanata dal tuo mondo
che io ho sfiorato
come un piccolo insignificante aerolite,
lasciata a vivere fuori dal tuo creato.
Sono felice, perché sei il vincitore.
Felice per te che hai fatto di un sasso
il tuo cuore.
Ora che la mia orbita è lontana
e il volo è buio e solitario.
Io dico
evviva me.
Sola, se cosi io voglio,
viva per me soltanto
amante di me stessa totalmente
e dell'amore stesso immensamente.
China sul crepuscolo,
come matita senza foglio
a ridisegnarmi addosso
questo addio di girasoli
e mai più ti penserò
come aratro che solca l’abisso,
lanterna affaccendata nel blu,
sipario del mio cuor sfinito.
Arredano il mio sguardo
spiccioli di un silenzio,
nuda poesia infranta nel vento,
come bolla di sapone
vola l’anima mia
fra le ciglia di un pianto,
reciso è l’abbraccio
di uno stupido bacio.
E rimangono rifugio
di arcaiche mura.
Parlano le pietre di un passato
fulgido e operoso,
dove i canti e le voci
si perdevano tra le risa e i sorrisi.
Dell'aspro odore della terra,
culla rimane tra le nocche nodose,
al lavoro nei campi.
Passi stanchi, passi che non vanno via,
calpestano e ripetono
il rituale di una vita che trascorre
Solo il cielo sa vedere i loro sogni.
e poi ritrarsi quasi pentita
d’aver portato danno al granchio
indaffarato a ripulir la pietra.
Il mar mi raccontò di come a volte
si mostri agli altri non perfetto.
Ma io, toccando l’acqua cheta attorno,
io gli risposi che mentiva.
Iperbole accesa
su specchi di rugiada,
incroci di cielo
ad un gomitolo di labbra
ed io rincaso da un luccicar
su zattere di vento,
sirene son le stelle,
poesie appuntate
fra le aurore del risveglio.
E la notte
è un naufragar di ciglia,
battito di biglia
che il giorno intreccia
di cuore e d’orizzonti,
frastuon di papaveri ritorna
nell’inquietudine del vespro:
a scrivermi è il tempo,
mercante di un silenzio
che abita il mio eco.Non cambierei me stessa
con null’altro al mondo,
se non col mio cuore
che batte desideroso
di rincorrer le emozioni.
Se non con i miei occhi,
assetati di albe nuove e primavere,
aperti sull’imponderabile futuro,
e pur spenti al sangue e alla violenza.
Non cambierei me stessa
se non con le mie mani
aperte e affaccendate su fogli sparsi
a catturare parole per nuovi versi,
a rammendare, col filo dell’istante,
il fine macramè di ieri alla tela del futuro,
per non sminuire le vestigia della storia.
Passi leggeri mi guidano
a ripercorrere il sentiero dei ricordi,
ridipingendo l’incanto delle calde stagioni,
tra le mani i frutti di quei semi
ch’ella m’ha guidato a sotterrare,
e mi ritrovo paga nell’oggi
con quanto di più caro
mia madre m’ha donato.
non tanto tempo fa,
un signore, non un Principe,
che aveva il vizio di amare la vita.
Un bel giorno…
Sapete cosa fece?
Prese per mano i suoi difetti
e si incamminò per un sentiero,
il sentiero sempre suo preferito
che verso Sud finiva di fronte al mare.
Giunto alla scogliera,
si tolse le scarpe e i vestiti,
controllò che il sole fosse alto ancora
e giochicchiò un po’, un bel po’, con le onde.
Eran basse,
come spesso accadeva
ogni qualvolta le rivedeva.
Eran linde,
come spesso accadeva
ogni qualvolta le rivedeva.
Poi, con fare sicuro,
scelse tra tante una roccia,
una roccia un po’ particolare.
Era tonda,
così tonda da sembrare finta.
Il Nostro non amava gli spigoli,
tranne quelli delle lune d’estate.
Era liscia, quella roccia,
così liscia da sembrare finta.
Il Nostro non amava le rugosità,
tranne quelle di un certo tipo di rosa.
Soffiò sulla roccia,
su di essa volle nudo sdraiarsi
e per intero volle lui raccontarsi.
Prima di rituffarsi,
su quello stesso scoglio
uno dopo l’altro con cura posò
i difetti che aveva preso per mano.
Al ritorno,
trovò tracce
di sole e… di sale
giacché qualche onda
aveva osato più delle altre.
I suoi difetti
erano stati lavati
e qualcuno, ora, mancava.










