ad incollarmi tutto il mare addosso,
a fare in modo ch’onda io diventi,
potrei rispondere al quesito antico:
qual è per me il “suo” significato?
L’ho inseguito, da bambino amato
da quando a pesca insieme con mio padre
m’incuriosiva quella luce d’onde
nei pomeriggi regalati ai sogni.
Ed era porto, quasi ferma l’acqua
tra le intagliate ombre dei navigli,
in compagnia di odi e di bestemmie
di chi aspettava pesci in abbondanza.
Ed era porto, ore benedette
per ripararsi un poco dagli affanni,
per destreggiarsi a legar due ami
e poi gioire se fissati bene.
Di là dal molo alto, all'orizzonte,
quando sfidavo quei gradini erti
per sporgermi dall'infuocato bordo,
di là s’aprivano respiri lunghi.
Tra le nuance d’un azzurro eterno,
in mezzo ai vizi dei bagliori al giorno,
m’impossessavo d’un verdastro gozzo
e - re - andavo incontro ad un abbraccio.
Fronzoli e orpelli
da spuntare
l'apparenza appunto
il resto ...
quasi nullo
distratti nel tempo
e d'abitudini perse
anche alle tempeste.
Ma forse tagliare
recidere,
a germogli
è creare spazi
spiragli di sole
di giorni più freschi
ché come polmoni
si riempiano d'aria
e d'amore
ridenti, poi
siano frutti
di succo ricolmi
e si senta
quel loro vociare
vendemmia ...
vendemmia.
Mai le mie mani avranno sensori.
Mai!
La bruma mai ostenterà luce come ora io
mai la terra girerà in tondo priva del sole suo.
Mi oscureranno parole e pianeti
e l'ombra mia sarà casa.
E'.
Gli orizzonti afoni e incolore
in amalgama d'acido
chimico stridore di mente
e la luce suona
ti parla
e tu non senti
non senti altro che beceri versi
in risposta al tuo sbracciare
in questo mare privo di squali
e natanti.
La notte dormo poco, e a volte male
perché i figli sono un boccale di birra
quando la gola è arsa, sono pane e salame.
Ma sono anche gli ultimi spicci alla metà
del mese, o per la strada buchi nel brecciame.
La notte dormo poco, perché la notte
mi fa scrivere di chi non c’è più.
Di chi riempie le stanze, e di chi il cuore.
La notte mi fa ridere scomposto
e capita che io esca e annusi un fiore.
Se la stanchezza la fa da padrona.
Ma mi ha fatto anche piangere la notte,
con la gola arsa sdraiato sul brecciame.
Senza sogni, o fiori dentro il cuore; niente spicci
per un poco d’acqua o un pane orfano di salame.
coi rumori vibranti
di una giovane settimana
che all'alba irrompe prepotente,
tra il suono di campane
e l'alzarsi assordante di persiane.
Itineranti venditori
che strillano la merce,
strade cucite a toppe colorate.
Sui volti profumati d'amore
si schiarisce la notte,
torna serietà,
e si va o si torna.
S'indossa il camice del dovere,
la tuta dei mille mestieri,
e tra le mani ricomincia
il fare e il creare.
I giorni si contano daccapo,
uno, due, tre... sei,
fino all'amato giorno
vigilia di festa.
È lunedì,
tra il bene ed il male,
in assenza di esso
sulla ruota del tempo,
non ci sarebbe domenica.
non so amar diversamente
il dolore mi scorre nelle vene
la gioia mi completa.
Amare è donare il cuore in mano,
può annidarsi nel suo cuore
gioir di un riparo.
Esser amata vorrei
come amo io,
il resto non esiste
è neve di luglio.
occhi dischiusi
al sol d'agosto,
sotto le tesi
d'un ampio cappello.
Agghindato come l'uomo
dal vecchio frac
miri lontano lo sguardo
e, similmente
a madre terra di Calabria,
attendi d'abbracciar,
al rimpatrio,
l'esule figlio.
Fermo,
al muro a secco
appoggi il braccio,
come a sgravare
la forte emozione,
ricurvi il corpo
a sopportazione
del tuo cuore in tumulto
all'udire l'eco di mille voci,
nel mentre, in mano,
l'omaggio d'un fiore
a dimostrar lo smisurato
amore.
le capanne di canne, l’asinello,
al fonte far le donne capannello,
Ilarità e riso di gioventù febbrile
Il cercine in testa alle fanciulle
e sudata l’acqua nel barile
ch’esibivano fiere come culle.
Le case di legno e poca pietra,
i quattro muri elevati a chiesa
col campanile in fianco del fienile.
Case basse, qualche finestrino,
scuri chiusi e pochi vetri a specchio
del sole d’oro e l’occhio della luna.
Viuzze strette prive di selciato,
salite e chine, niente livellato.
Intrecciato il borgo cittadino,
ampi spiazzi adibiti ad aia.
S’udiva incudine e martello
l’odor di forgia, fumo del camino,
e riposava la notte miniata a stelle.
Tutto mi volteggia a girotondo
e svanisce il segno di quel mondo,
un ordine che lascio a malincuore.
M'inchino e torno nel progresso,
anche sapendo che si muore
già varcandone l’ingresso.
lo sguardo mi si rallegra mentre
inseguo un pensiero.
Gioiosa e ridente la mia bocca tace:
intanto che una leggiadra ninfea
sull'acqua giace.
L'aria fresca e vivace s'impregna di odori:
accorda gli strumenti con toni e sapori.
Mentre l'acqua gorgheggia al suono
di vecchie canzoni...anch'io giocosa canto, stornellando emozioni...
una luna tonda misteriosa si distende e

Dal WEB
La prima volta che ho sceso le scale
di questo enorme albergo con le sbarre alle finestre
ti ho trovata pallida e tanto silenziosa.
E da allora tutte le volte che scendo ti trovo che dormi.
Mi domando quante cose ti facciano fare
durante il giorno per essere sempre così stanca…
Vengo spesso a trovarti anche se tu non dici niente
perché mi ricordi lei: sai prima che mi trasferissi qui
abbiamo abitato insieme per tanti anni in una casetta
col giardino, e sopra il tetto un nido con le rondini.
Sai lei le accudiva, come accudiva me che a volte
non ricordo le cose e ho una gamba cianca.
Poi un mattino le rondini sono partite, e lei
si è addormentata; da quella volta ha dormito tanto
come fai tu fino al giorno che un signore gentile
vestito tutto di bianco mi ha portato qui.
Qui mi trovo bene, ma qualche volta mi sembra
di non ricordare più il mio giardino e la casetta bianca.
Qui mi danno quelle belle pastiglie colorate da bere
che io nascondo nella federa e quando sono triste
perché le rondini non tornano ci gioco al gioco dei bottoni.
Delle volte ricordo che non ricordo che ci faccio in questo
albergo coi chiavistelli alle porte; delle altre volte non sto
bene: mi guardo i polsi e mi sembra di ricordare la calanca.
oggi è già ieri,
viaggio col pensiero
che mi porta lontano.
Volo d'aereo
come un'aquila libera,
in terre lontane
col mare trasparente,
il sole che brilla,
occhi per la strada
ti sorridon per nulla.
Lascio a casa i tormenti
chiusi in valigia,
ricerco la pace
persa da tempo,
mi devo ritrovare
non sono più io,
lontana da tutto
tu solo con me.
Affidiamoci al vento
al sole alle stelle,
sarà un incanto
incanto d'amore.
Baci in riva al mare
a raccoglier conchiglie
intrise di carezze,
abbracci con la luna
insieme per sempre.
Spegnamo il passato
e ricominciamo da noi.
ormai affidata a crinale d’onda
oppure onda spessa che ora alza
e ora abbassa la superba cresta.
Il mio respiro impera,
annulla il tempo quale che sia,
fa schiava questa pelle calda
che a comando si distende e stira.
Il buio, aperti o chiusi gli occhi,
non cambia d’una virgola nuance
mentre mi accorgo che di lui
da parte ho messo ogni paura.
Poi, del respiro perdo ascolto
al primo prillo del cuscino,
al colpo di tosse intempestiva,
all’idiota attacco dei pensieri.
Nella mia gara contro il sonno,
ancora prima che io perda,
tento e ritento d’esser solo,
di risentire il suono di tamburo.
Tra poche ore, rasoio in mano,
non mi ricorderò d’aver fissato
né in una lacrima né in un sorriso
l’istante in cui sul serio vivo.
Birra sul piano
volto scarno
Le corde s'aprono di tastiera e morte
Voce
eredità -addio chiuso nella lampo d'un palco-
Queen
Scolpisce lapide ogni tuo verso
aggrappato a microfono, nota
Corteo funebre fra assi a spettacolo
-il non ridersi minuti di rispetto repleti-
e contano le dita mentre canti il tuo “Salve”
al cambiar parole quando “Mama” menzioni ad oltre
oltre il petto d'amore sporcato
che dettò all'anima cimelio d'uomo








