Informe, fa statue di pietà
che di cognome si dicono fango innevato.
Fumi di camini lontani
innescano il sogno di una cena
che esplode nel gelo
dove non importa il suono.
Potessero, quelle statue,
si mangerebbero il naso aranciato
ma ardua è la scelta
fra il mangiare ed il fingere di respirare.
Con quegli occhi,
strappati alla camicia di un povero vecchio,
non si vedono che le immobili braccia
che il bimbo ha usato
scambiandole per il riciclo della morte.
Non lo sa: è nato boia, per donarmi
l'idea razionale del dolore.
Potessi, m'inchinerei col cilindro
ma finirei per provocare una valanga
semmai la fantasia ti coglie sveglia
nell’iniquo sonno dei tristi.
I contorni delle dolci colline
sono ora più chiari del tuo tempo.
Il sole, guardalo il sole matto,
per una volta non ti accecherà.
Il mare, quello che dici di amare,
può ancora replicare caroselli.
Adesso non perdere un istante,
scaglia nel tuo angolo remoto
le ansie prigioniere dei vortici
e in beatitudine perditi,
senza di nuovo prender le misure
dagli intatti paradisi indocili!
Attendo che asciughi il bianco.
Intanto stendo l’indaco e annovero
tra le cose da fare
andar in vineria per del Chablis.
Col nero dò solo qualche pennellata
alla natura en passant, e oh là là
resto impressionata vis-à-vis alla tela.
La strada però…comme ci, comme ca.
A domani, sogni d’oro mon ami.
Troppo tempo ti sei fatto aspettare
e ancora tardi ad arrivare,
neanche l'ombra
di te ho mai conosciuto.
Te che avresti dovuto tenermi
nel cuore.
Lo sguardo pòsi altrove
ed invisibile
agli occhi tuoi sarò per sempre.
Muta presenza,
lontano sentore di un impalpabile
mai desiderato amore.
dipinse nuovissime luci
su larghe chiome assonnate
di platani assai infreddoliti.
Avevano il respiro quieto
di chi si aspetta l’abbraccio del sole.
Ed era già mattino quando
silenzio e fruscio di brezza
colmarono da subito i vuoti
tra un tronco e l’altro ancora brinosi.
Fu, quella, tenera solitudine
fino al primo grido d’arrotino.
Poi si sentì un gran vocìo
di bimbi o forse loro madri,
il netto profumo di brioche,
il fragore di una saracinesca.
I platani non se ne accorsero,
calde ormai erano le foglie.
"Ho le braccia a pezzi per aver abbracciato le nuvole " - C. Baudelaire
Nel mio giardino
ho fiori vermigli appena dischiusi.
Hanno un cuore maligno
e il sole li ustiona
come il fuoco dell'inferno.
Hanno il profumo del tempo che fugge.
La decadenza dell'appassire
già segna i petali di velluto bagnato.
Ma in fondo la morte è già dentro al seme,
latente, invadente.
E la mia solitudine vi assomiglia.
Una solitudine che non è l'assenza
dalla strana festa dell'esistere,
ma un parteciparvi ubriaco e distratto.
Assorbendo un veleno che inebria
ed inganna la noia.
Perchè è questo il destino di un uomo,
anelare al sole affogando nelle tenebre.
Gialli filari di pioppi si fan largo
tra palmi d'acero e nebbia
di pioggia
lenta a continuarsi,
a sciogliere e stemperare un colore che non semina
e le risate in pianti
rossi dentro pieghe d'un fazzoletto
stanco di sudare anni
come giostre a lanciarti perso al cielo
che si è eretta sopra gli uomini
si affaccia dall'angolo del polo.
Dimmelo ora se sia solarità o timidezza.
Spia i salici rassegnati.
E spia il canto sdentato del muratore.
E la malinconia di pietre
che si gramolano nel tempo imperfetto.
Le nubi rigonfie son gatti che si strusciano.
Una, due, tre fusa infrante di interruzioni
ed uno schiocco di dita minuscole:
E' giorno, non dormire ancora.
un lume ed una stella,
un prato e l'erba sintetica,
le colline e le dolomiti....
Quattro risate e la felicità.
La felicità non ha un perchè ha un volto,
la felicità non lascia spazi riempie l'anima,
la felicità la conosco grazie a te.
La luce del noi illumina la differenza tra il mare e lo stagno.
Ritorna in noi e forse capirai
Questi primati,
gravati dal pensiero
prigionieri della consapevolezza,
cercano rifugio nella speranza
di un Dio commiserevole
che li sollevi dal peso della vita.
Credono negli antichi testi
credono nei suoi ministri
anche se i testi sono apocrifi
anche se i ministri
hanno versato sangue umano nei secoli
anche se questo
è un Dio lontano e silenzioso.
Questi primati,
eccelsi artisti,
grandi menti pensanti,
distratti dal loro orgoglio,
non vedono l’abisso
che li riporterà alle origini,
la scimmia.
Vorrei vederla sempre più chiara
non si vergognava di sé,
Lei, in un abito lindo e generoso:
'O sole 'e matina, quanno è 'na bbella jurnata,
se mette fucuso mmiezo 'e mmuntagne affacciato.
Lloro nun' dicene niente, 'o fanno stà appujato
isso se n'apprufitta, s'allarga e fa 'o scrianzato.
Cu llentezza pecchè 'nun tene pressa, nasce ll'aurora.
'O sole 'a va pittanno cu 'nu pucurillo 'e chiarore.
Po' quanno saglie 'ncoppa 'o carro e s'assetta adderete,
se fa trainà a ciento cavalle e va appiccianno 'o pianeta.
Parla 'na lengua muta cu arbere, aucielle e pine.
So' chiacchiere fatte 'e segne cu animale e farfalline.
È 'nu linguaggio facile, ca 'nun s'ha dda 'mparà.
È 'nu munno fatto 'e geste, addò 'e mute ponno parlà.
Po' 'nu lenzuolo giallo, schiarisce lentamente 'o prato.
So ciure ca se movene lente pecchè mo' mo' se sò scetate.
Se fanno quacche chiacchiera leggiera e mattutina;
'ntanto ca bevene latte 'nzuccurato 'e bbrina.
Chesto succede tutte 'e juorne quanno se sceta 'o sole:
isso ascarfa...e 'a natura pe rispetto spanne addore...










