se l’alba mi si racconterà tutta,
dal più preciso istante incustodito
in cui il buio è sazio ormai del buio,
a quello ch'è altrettanto benedetto,
quando a lei s’inchina il nuovo giorno.
Vorrò sentire senza sosta alcuna
parole e musiche delle mie canzoni,
in dolci pieghe le storie rintanate
nel solo tempo che adesso più non è,
momenti entusiasmanti, su nel cielo,
l’amica alba a guardare innamorati,
intendo quelli i meno fortunati
che non s’accorgono d’essere scrutati.
Scriverò i miei versi impossibili
nell'ora giusta, adatta allo specchiarsi
di cieli aranciati, azzurri e gialli
su un mare di smanie incredibili.
Gambe lunghe percorse con gli occhi sfiorate dalle dita,
schiena sinuosa che invita ad abbracci veementi,
seno morbido antipasto di sogni fatti e da realizzare,
labbra rosa socchiuse come una porta che invita ad entrare,
capelli oro che incorniciano un viso impresso nella memoria.
Donna hai i più bei doni e come una dea ne fai pozione per sedurmi.
Donna una goccia della tua essenza mi rende uomo, il tuo uomo.
Addebitami il cielo,
imbarazzami il cuor d’illusioni,
ripensi ancora
alla poesia dei nostri corpi?
Giochi col mattino
sulle labbra dei miei pensieri,
son sguardo di mare
che rima col tuo ieri.
E morde le mie illusioni
questo autografo di luna
ed un gomitolo di sguardi
scivola sulla mia bocca confusa.
Assaggiami come riflesso d’infinito
posato sul battito del tuo destino.
Ancora bianca senza spine mi giungi neve
i vetri hanno angoli dove lo straccio tarda
ove l'accartocciar di mente imperversa.
L'ora batte i tacchi e disincanta gemme
mentre tocco fra i seni
un palpitare che si nega all'oggi.
Così le labbra assenti di carne tesa
piovono carezze e baci.
Manco a dirlo, manca Pasolini, nemmeno un santino sulla scrivania.
Non ricordo se Pier Paolo si sia accorto dell’autunno o dei gabbiani
E nemmeno se fu proposto per il premio Nobel.
Non ricordo ma si fa luminosa assenza il sole dell’assassinio.
Mi abbacina alla posta e sul pc vedo suoi folgoranti raggi penetrarmi.
Uccidermi le pupille è diventato un gioco di betshop.
Non devo infatti più scendere al porto
come potrei respirare l’aria festosa delle dipartite?
Come potrei sopportare la mano che trattiene il palloncino dorato?
Devo ingoiare i miei natali ogni giorno
sperare di essere un altro è diventata una necessità.
La mia maschera procede a tentoni nei mercati generali
anonimo tra poeti e scienziati
ma è quello che mi resta per stare qui
altrimenti dovrei tradirmi e tradire l’aspirazione al nulla della santità
appena l’alba muoverà i muscoli sul davanzale sarò con le nuvole
una carretta bianca porta già le mie armi, le dita, la poca propensione al successo
spaventando i pochi passeri che mi gridano contro, per fame credo, per disprezzo
per averli messi alla gogna secolare
e non aver cantato con essi un minuscolo amore.
Ma qui è in bilico ben altro, la certezza di un corpo che non risorge
Anche dopo tre giorni, anche dopo trent’anni e non è nemmeno un Lazzaro
O un piccolo marzo con boccioli rossi obbligati a rinascere.
Conoscerti e scoprirti,
questo è il tuo dono perpetuo.
Posso disegnare i tuoi amplessi,
descrivere ogni centimetro di pelle,
scrivere romanzi sul tuo corpo, ciò che ti piace, ciò che ti fa volare...
Eppure ogni volta ti riscopro.
La felicità dicono sia fatta di attimi.
Non è così per me,
la mia felicità ha un volto e rende perenne la gioia e sempre nuovo il nostro amore.
Ti conosco e ti scopro,
voglio passare la vita in questo cerchio che solo tu sai costruire e chiudere.
son già dei traccianti i suoi primi raggi.
Disegnano icone su fogli di cielo
ed io le traduco al sentire dell’oggi.
Che voglia che ho di mettermi nudo…
coi piedi alla riva e il capo all'insù,
nel vento non vento ormai diventato,
in brezza ch’al petto le braccia mi saldi.
Nessuna nuvola a far la smorfiosa,
solo lembi d’ovatta in processione
verso i vuoti di color grigio scuro
che – oggi – non mi appartengono!
Vestita del tuo silenzio
m’ accoccolo in un raggio di luna.
Sfama il mio nome senza te
questo bozzolo di cielo
che sfioro come piuma
e scucio un respiro
tra i ciliegi in fiore,
raccolgo il pianto di una stella,
naufragano i miei occhi
in questa infinita malinconia di te.
Amore,
scambiamoci i plettri del cuore
ed allora anche il mare
guarirà la sua solitudine
come assaggio di luna
in un valzer di parole.
nella malinconica sera d'autunno,
dove le certezze vacillano all'imbrunire.
Ti amo,
nei brividi del freddo inverno,
quando il buio, prevale sul timido sole.
Ti amo,
sulla sgargiante primavera,
che dispensa aria frizzante
favorendo una nuova rinascita.
Ti amo,
nell'estate afosa,
che sprizza gioia,
predisponendo ad un rilassato divertimento.
Ti amo sempre e comunque,
anche se le stagioni
volano veloci.
Ieri ti amavo con l'entusiasmo dei
vent'anni.
Ora ti amo con la certezza
di un amore solido e
indissolubile.
Ho conosciuto
mattini splendidi,
e al certo non son
stati di gran lunga
prevalenti i giorni aridi.
Sotto una leggera
pioggerella ecco i brividi
per quella che da lì a poco
sarebbe divenuta mia moglie,
e ancor le carezzo i fili candidi.
E sono stati perlopiù
pomeriggi morbidi:
ho messo al mondo
tre figlioli, e da loro
ho avuto giorni nitidi
più di quanti ne avessi potuti
oltremodo sperare; e limpidi.
Ora i giorni si sono avviati verso
la sera, e mentre le accarezzo
i capelli canuti ho i palmi madidi.
Fuori c’è quella pioggerellina,
e sebbene diversi ho i brividi.
Forse dovrei addormentarmi
qui accanto a lei,
e chiudere i miei occhi lucidi.
“nun ce sta gnente da fa’, la poesia
quella bella, quella de’ tempi mia,
al giorno d’oggi nun è più apprezzata.
Se leggheno sconcezze d’ogni sorte
parole che giammai furon censite
tra quelle che poetica alma mite
sperar potea che je fosser rivorte”
‘Na moschetta che stava lì a ronzare
se fermò e je disse tutta assorta:
“amico mio, ma come, nun lo sai?
Ar monno d’oggi tutto è relativo;
se fa quer che ce passa pe’ la testa
e manco se spostamo d’una tacca.
Er massimo pe’ me, pe’ fa’ ‘n’esempio,
sarebbe strafogamme nella cacca!”









