Mentre le tue si schiudono
inizio a mordermi le labbra
che devono accontentarsi
ancora, solo delle parole.
Se mi farai posto tra le tue
labbra… ma tu sei la donna
della notte accanto, la notte
insieme alla tua pelle invece
io me le sento addosso.
“Una persona non muore subito per noi, ma resta immersa in una specie di aura di vita che non ha nulla di una reale immortalità, ma che fa sì che essa continui a occupare i nostri pensieri proprio come quando era viva. È come in viaggio.”
(Marcel Proust)
Quando l’uovo si schiuse
mi trovavo con le braccia aperte,
in movimento, in allerta, qua e là.
Come una traccia di memoria.
Quando la voragine
mi inghiottì,
fu
oscurità
senza forma.
L’inevitabile attendeva.
Conteneva l’amore
e la speranza.
La bellezza.
Era quella
la grande
opera,
il nulla
latente,
la madre terra
che contiene in sé
tutti i semi delle
creature
future.
L’essere
e il divenire,
la distorsione
e il cambiamento.
Siamo stati un intervallo
che è svanito troppo rapidamente,
un’illusione, l’allerta che incombe.
La dilatazione di un sogno vero
che non è destinato a durare.
E poi il rimedio definitivo,
la decomposizione
che attende
l’uomo.
“Tutte le cose più grandi che conosciamo ci sono venute dai nevrotici. Sono loro e solo loro che hanno fondato religioni e hanno creato magnifiche opere d'arte. Mai il mondo sarà conscio di quanto deve loro, e nemmeno di quanto essi abbiano sofferto per poter elargire i loro doni.”
(Marcel Proust)
non sono giostre ma l'animo comunque scuote,
profumo in aria di candeggina,
gente spinta in carrozzina.
Sono un numero su una sedia,
insieme a gente alta , bassa e media,
via vai continuo di camici bianchi,
tutti mai domi ma dagli occhi stanchi.
Alcuni camici sono ben stirati,
altri molto stropicciati,
ma è dalla scarpa lucente,
che riconosci il dirigente.
Un suono con un numero richiama l'attenzione,
tutti gli occhi della sala al tabellone,
ecco il mio numero , il ventisette,
vado in ambulatorio con le mie cartellette.
L'ago è già affilato e pronto,
del mio stato d'animo non tiene conto,
ecco riempite un paio di fiale,
su di esse il mio codice fiscale.
Esco con un cerotto a ridosso dell'avambraccio,
che dolore, come faccio!
Aspetteremo fiduciosi i risultati,
sperando che i valori non siano sfasati.
dall'animo dolce e gentile
a racchiudere l'essenza vitale
del tuo essere donna lunare.
Quel tuo sorriso che stende
paure iniettate, in un tempo
che scorre, impavido.
Il cemento che si presta...
ostacola il mio mirarti all'orizzonte;
lasciati guardare ancora
oltre le distanze di un tempo
che coglie lineamenti vitali.
Tu così bambina nella tua ingenuità
ma, matura della tua storia.
I segni del tuo dolore in volto,
indosseranno colori sgargianti
manifesta di nuova vita,
quella che ti attende.
dove un bimbo
ci ha lasciato anche il cuore
com'era bello respirare
quell'aria nitida che sapeva di mare
Quella collina dipinta e adornata
da un vecchio castello
più antico del tempo
e le vaste radure di araci e uliveti
fanno un contorno al vecchio paese.
Squillace antico ti porto nel cuore
e a volte rimango senza parole
come quel giorno che ti ho lasciato
e il mare su un treno sembrava lontano
mi manca tanto quella terra
fatta solo di creta
ma che inventa magiche costruzioni
e le stradine ripide e strette
dove un bambino oramai fatto uomo
ci gioca sempre spensierato e felice.
Ti voglio chiedere scusa
per non aver capito
quanto mi volevi bene,
convincendomi che non sei solo
una stella, ma la notte sul
cui mantello le stelle le tiene
insieme.
Voglio chiederti scusa
per essermi sentito come
lo scolaro dell’ultima fila.
E tu la compagna
del primo banco dall’anima
comunque complicata
che non chiede e si defila.
Forse mi inviterai solo a restare,
perché sei la mano che asciuga
questi occhi turgidi di pianto.
Sarò allo scrittoio, consapevole
del dono che ogni giorno
avevo nel ritrovarti accanto.
sfavillavano vetrine,
addobbate a tema
primavera,
una gara a quale
fosse la più bella.
Dopo visite di chiese,
si andava per negozi,
quasi tutti a braccetto,
felici.
Ora saracinesche chiuse,
forse per sempre
per tanti,
strade deserte,
solo chi crede
fermamente
in qualcosa,
sorride ancora...
Ad effusioni lievi esprimi il tuo volere,
ad alte cime come aquila reale.
Dimmi tu, che cuor addolcisci,
e di buoni propositi la vita investi,
e di lucide espressioni,
cordialmente ne fai amore.
Dimmi cordialità? Verrai a donar fervore e delicatezza,
ad annacquar ogni gentil anima con prodezza,
con spontanea raffinatezza ed umile pacatezza?
Dimmi Cordialità, eletta educazione ed intesa riverenza,
verrai con umiltà ad inchinarti a festa,
a chi cordialmente la man porge? Dimmi!
nel battito della notte...
i giorni scorrono veloci
trasportati
dai tuoi occhi bagnati.
E' passata una vita intera
e
solo ieri
era apparso
il nostro primo
sorriso.
Mi sono fermata un istante
e
le tue mani
stanche
parlano da sole...
accarezzano
il futuro
che ci avvolge
nel suo mantello
trasparente.
Perché vogliamo solo parlare?
Dove si è perso saper ascoltare
l’astro che ci accomunava?
Provenienza e destinazione paradiso.
Spedita l’andata, al ritorno gradita
costretto o meno, a fermate intermedie.
Littorina o maglev, aereo o astronave
il passo certo, non può essere breve
con un biglietto svincolato dal prezzo
solo pretesa nel risultato d’ascolto
assorto, del proprio cuore il peso.
Perché vogliamo spezzare l’abbraccio
il prevaricare compiacendo? Speranza dei primi
l’agiato secondo viaggio?
E persistenza resta rapita in giochi d’apparenza
prestigio che non paga, nemmeno quel senso
che ormai si è perso, smarrito nell’acquitrino
di un insano egoismo umano.
Non ci si accorge nel sopravvento della parola
ma restano i fatti … e parlano chiaro.
adagiata su quella sedia di vimini;
colgo ancora il tuo profumo.
Ho sbagliato, sarei
voluto rimanere al tuo fianco
fin quando c'era concesso l’amore.
Non ho saputo dartene altrettanto.
Dolce fiore di zagara frizzante
e pieno di vita,
nella tua tenera età
mi hai fatto dono
di una piccola vita.
Assalto di gioia improvvisa,
non ero preparato a tanto amore.
Io bambino viziato, amavo giocare
e ho giocato anche con te,
sono stato troppo leggero.
Vi ho gettate senza ritegno,
voi anime pure, in pasto al mio errore.
Non vi ho protette!
Ti sei trasformata
mentre tutto stava finendo.
Chiudo gli occhi e ripenso;
le grida, tra le nostre quattro mura
composte di parole dure
mai udite prima da quella bocca
che dettava solo amore.
Ormai stanca del tuo...
del nostro castello di sabbia
che, ho fatto crollare.
Un giorno hai smesso di urlare,
te ne sei andata.
In quel momento ho visto volare
su tasti di pianoforte
la melodia interrotta
del nostro amore.
Vigliacco son io.
Quand’è sera
a mani disgiunte
tra Gioie d’occasione
rendo grazie a quel Dino
e alla Rina per un
altro giorno d’ispirazione.
Non avrò parola se non
da dita fredde, giace
in scomoda prona
sibilla Andando e stando.
Amo dunque sono,
e suona la campana.









