Manca così poco a un mattino di neve,
l'occhio è già bianco e i rami
affondano nella terra gelata,
le dita dei giorni andati
trattengono rigide l'ultima foglia.
L'amore è una rosa di ghiaccio
e le spine feriscono sempre,
sangue d'estate,
silenzio d'inverno.
(2011)

Sento nel vento un richiamo lontano,
una voce sottile che chiede di me
e tra le fronde mi afferra per mano,
leggera e gentile mi porta con sé.
Mi lascio cullare, so bene il perché:
è giunto il momento di andarsene via…
E’ solo un istante, paura non c’è
svanisce la linfa della vita mia.
Si apre allo sguardo un paesaggio diverso
e gli occhi si saziano della realtà.
Proprio ora che sono nel fulcro mi sento perso,
è come svanita la mia volontà.
Volo via ed il mio volo è leggero:
è un tintinnio di nuvole
che si disperde nel cielo.
E’ l’attimo quando trattieni il respiro:
è un’impressione di libertà,
è l’incoerenza della realtà.
Rallenta il respiro, c’è una voce lontano...
Si chiudono gli occhi mentre penso a te.
Vedo un bagliore, è fredda la mano…
Il canto d’autunno sta chiamando me…
E’ dolce il riposo, il sentiero è battuto
mi conduce nel vuoto del tempo e così
è giunto il momento del mio saluto.
Rimane il pensiero che dice
"Son stato qui…"
Palazzi imponenti
Alberghi di lusso
Vento che taglia la faccia
come fosse ancora l’inverno
Trabant modeste
Mercati nascosti alla vista di chi va di fretta
mete di vite normali
in lotta con magri stipendi
Donne private del loro lavoro
ombre dolenti
controllano spente dentro musei
per pochi rubli le sale
Ma il freddo frusta la faccia di notte
col sole che non s’arrende
Nuove speranze lungo la Neva
Occhi nel golfo dove il fiume finisce
vanno al di là delle steppe e dei boschi
delle misere case tra tronchi d’argento
La Siberia non è un luogo lontano
Scenderà neve su povere vite
dietro lussi ostentati
Col gelo scorrerà vodka dopo zuppe di borsch
per non pensare
ballare la troika
e fare l’amore
andava oltre
i confini
del margine tracciato
del suo povero destino
stagioni
affamate
di storia
sicura
che arrivò
sul pelo
dell'acqua
in un'abile mano
su tela
dipinta e incantata
da forme generose
che baciarono
sulla prua
di una nave
affondata
rimanendo sole
a piangere
nel ghiaccio
assassino
e ripide salite con occhi dolenti
dietro le sbarre incise sul marmo
di sangue seccato
che lambisce nera esistenza
colpita duramente
da destini segnati
stelle cattive
che lacerano dentro
non cicatrizzano mai
morendo
negli stormi di uccelli
che migrano
e l'anima
rimane
nelle sponde
della terra
la sua voce era delicata
sentiva nel silenzio
il suo tormento
che nasceva
la paura
assalire
forse ricordando quell'attimo
sfuggente
capitato per debolezza
o confusione
in un buio creato
per gli spifferi
d'aria
che imbarazzavano
preparandosi
e salutando
con un arrivederci
pensato al suo ritorno
il suo fuoco arde
e ci riporta all'origine
di polvere che eravamo
e ritorneremo
a coprire la pace
dell'oltretomba
fiorita
e innaffiata
inondata d'amore
cosparso
di pianti raccontati
al cimitero
la casa dei sogni perduti
speranze invocate
invano attese
in fiammelle che si spengono
sciogliendo i ricordi
nei freddi attimi
scaldati, dal lume
della ragione
i mali
di stagione
spariranno
forti
saremo
colorando
gli sguardi
alluvionati
dalle paure
che si destreggiano
rivolgendosi a Dio
al greve
novembre
arrestato
dal sospetto
annebbiato
scambiato
per ferita
preoccupante
sopra rami
addrizzati
nel chiedersi
perchè
in un balbettio
rimasto
a ricordare
a non dimenticare
gli aquiloni volare
manovrati dai pensieri
svolazzanti
in una pozza
di ozono
dove si avverte
nel verde
fili lunghi
che fissano il silenzio
spensierato
oltre l'universo
misterioso
del pane
spezzato
alla fame
sulla tremula luce
senza profumi pesanti
di gesta affacciate
tra i cerchi
delle piccole
cascate
ricordandoti
lontanamente
delle siepi
delicate
imbiancate
dalla neve
che ricorda Gesù
della stella indicata
ai fedeli inginocchiati
passati
alla storia
sui presepi
ideati
dall'ingegno invernale
atteso da grandi e piccini
nel rivedersi tutti bambini
nella mitica magia
orientata
in diagonale
coi riflessi
accovacciati
trepidi
a camminare
risalendo
per non affondare
non farsi ammazzare
dal fuggitivo istante
della pazzia
che fissa il capolinea
esigente stramazzato
dalle perdite del niente
di afone note spettinate
desiderose di cambiamenti
cancellati
dalla coltre bianca
colta dal rammendo
invecchiato
schiavo della notte
insonne
correndo ai ripari
Oggi la mia giornata di silenzio,
nessun impegno, tranne con me stesso.
Nessuna frase scritta sopra un foglio,
nessun giornale letto, niente radio,
nessun pensiero, solo l’intenzione
di alzarmi tardi, fare colazione,
poi controllare ancora la mia porta
per girare e girare la chiave nella toppa
Infine ...creare il vuoto, fare pulizia.
E scorre poi così la mia giornata:
con il suono del vento, la pioggia,
qualche passo per casa...
lasciando la mia testa riposare,
con il tempo che segna il suo passaggio
per un cambio di luce progressivo
che, con parsimonia, si smorza…lentamente.
Poi all'improvviso mi sei tornata in mente,
forse per noia, forse per il troppo silenzio
o forse perché non riesco a non pensare.
Siamo stati insieme poche ore,
forse qualche giorno, ma non credo,
non ricordo...
Poi mi hai scritto una lettera d'amore:
“Caro il mio Rossi...adesso vado via!
Il rischio di fermarmi è troppo alto,
proseguo il mio percorso, la mia strada
forse un giorno di questi...
Addio mio caro, sono stata bene.
Non mi cercare, magari torno presto”.
Molto sintetico e onesto il tuo discorso,
qualche problema di punteggiatura...
però...logico pensai, presi quel foglio
e lo strinsi in mano per gettarlo via.
Non ti ho più vista, non sei mai tornata,
dolce come una notte che finisce,
come la prima che non ha futuro.
Il tuo biglietto non l'ho mai gettato,
è ancora nel mio cassetto, spiegazzato...
E tu? Tu...
Sei ancora in grado di cambiare tutto,
dare un senso diverso alle mie scelte,
cambiare a modo tuo ogni mia giornata,
o forse sono io che faccio questo
per credere...inventare, averti accanto.
Così finisce il mio giorno di silenzio,
con te finisce il mio giorno di riposo
prendendo atto che non ti conosco,
prendendo atto che non sei un ricordo,
non c'è stato tempo e neanche il modo
e forse è questo quello che volevi.
Ed io? Io...
Ecco, è arrivato il momento giusto
per riaprire la porta, accendere la luce,
far finta che tutto scorra, veder gente
oppure prendere la penna, esorcizzare,
scrivere come per guardarsi dentro
e, invece, cancellare in un momento
l'unica donna che non ho dimenticato,
l'unica donna che non mi ha dato tempo.
lungimirante
varchi le soglie
dell'irreale
intarsiato di tipi
fantasiosi
sulle stole
di bordi antichi
planati come aeroplani
interminabili viaggiatori
della luce che separa
i ricami di frontiera
allestita nel divario
impertinente
nel gesto del gabbiano
dell'animo intrecciato
della voce che parla
e suggerisce all'idea
un capitolo nuovo






