tra una parola e l'altra
ti scopri nell'intimità
dei tuoi gesti
ti guardi allo specchio
ma lo sai
sei tu che non cambi mai
perchè il potere
è nello scrivere
che profondamente sfiora
e delicatamente stordisce
chi a capofitto
si getta perdutamente
tra le parole che tu detti
senza volere
lasciano un segno
indelebile
che dura nel tempo.
Striscioni ai cancelli!
La lotta è tornata!
La fabbrica è occupata!
Anche un prete è con noi, ha deciso di passare la notte qui!
Si parla, si mangia, si prega.
Dormiamo a turni.
Socchiudo gli occhi e
penso a quando c'era la competizione fra di noi,
pur di dimostrare che eravamo uno migliore dell'altro.
E adesso uniti, siamo qui a lottare!
Tutti con lo stesso scopo: la difesa del nostro lavoro.
Chissà se la fabbrica ripartirà... il nostro futuro è incerto.
c'è molto pessimismo, ma sono certa e fiera che nessuno dimenticherà
questo momento di unità!
E tutto sarà diverso.... o almeno per un po!
perduto nei miei occhi,
quasi un ritratto
di silvestre fiore assonnato
al vespero meditare di nebbie
ch’io accolgo come parole
accondiscese a libare
il meritato riposo.
S’infittisce,
tra solchi di fossi silenti,
vene della campagna
nei raggi di Luna smarrita,
il gracidar di rane
al mio vaneggiar d’amore
come a consiglio
di rimembranze lontane
di bianco candore
e purezze perdute.
E, altresì,
a ricordarmi
di quanto sentivo
in me acceso
il fuoco vivo dell’ardore
mentre,
furente nei respiri,
resto in attesa
di un tuo bacio
alle mie labbra.
trascinando fianchi
sfiorando ceppi stanchi
rincorrendo fanciulli
Con vispa andatura
volteggiano leggeri
sereni tra l’erba, fieri
serba lucente natura
Stridule vive voci
cadenzano il passo
ozio su un sasso
con sopra le croci
E il cuore si allieta
a mirar figli dei figli
giovani senza cipigli
che leniscono la meta
Prrronto per il salto
verrrso il basso
o verrrso l'alto
nell'azzurro tinta unita
dei colletti di camicia.
Insomma, sono
quasi pronto,
con il riflettore pallido
puntato
sull'ovale malato
del grande amore,
io sono quello rassegnato
con i baffi
da pesce-gatto.
su spilli appuntiti
di fragili paure
nelle tempeste
solitarie, dentro rifugi
nella mente pensante
sotto occhi di maleducate
creature nel cimitero
della saggezza o nel tempio
della pura benevolenza
respiro e sogno altri
sudori mischiati nella
tenebrosa allegria
di menti incontaminate
dalla pura fantasia
e credo che niente
possa essere più grande
della mia unica depravazione
dell’essere una mente qualunque
nel cimitero della saggezza
Le sue labbra
non sprecarono tempo
nella presentazione delle portate,
non chiesi spiegazioni.
Assaggiai.
Nessun fuoco acceso,
nessuna fredda pietanza.
Rimasi per lo più
a distinguere il dolce dal salato,
quando
fu Lei, infine,
ad offrirmi
il suo taglio migliore.
Nel più freddo dei mattini invernali di sole,
nel più sobrio degli sguardi laterali,
tu sei sfuocata e blu,
e come una viola a mezzanotte
inviti un tuffo di elettroni e neutroni
a nuotare nella profondità della tua percezione,
iridi dove tutto galleggia solo verso il basso.
Ma hai l'odore dell'erba tagliata,
della farina d'avena,
di un milione di cliché da ragazza-nonna,
e di vecchie trapunte,
di fantasie emanate dalla ruga
del tuo stomaco di carta.
L’ombra delle tue ciglia non mi cattura,
né l'intangibilità delle tue infinite
possibilità fantasma.
Metterò i blu jeans rigidi, quelli un po’ sbiaditi
e con un foro sopra il ginocchio destro.
Non posso camminare sulla scia
delle tue acque,
lascerò impronte sulla terra.
Camminerò.
Desidero quindi
qualcosa di più simile
a una grandezza
o a un abisso?
Mi rapiscono se ci penso
i gatti persiani,
nel cestino da viaggio
con quei loro occhi astronomici...
Continuo con il solito vecchio
bastone da passeggio
senza troppi sogni
nel guscio del tè.
Quante persone mi circondano
nel vivere di ogni dì
eppure con me sempre cammina
la solitudine in silenzio
o urlando
è la manica di ogni abito che indosso
che sia rosso, giallo o nero
la sua ombra è sempre lì
appiccicosa come il miele
Nelle profondità del mare
sulle cime innevate dei monti,
lungo le navate di chiese barocche
silente come un cancro
rosica il mio cuore lentamente
spesso senza portar dolore
Come immondizia vorrei gettarla
in certi momenti amica la sento
in lei trovo pace
posso parlare, piangere o sorridere
mai ad alcuno riferirà nulla
come un prete nella confessione
dal segreto legato
Ed ecco che assume le fattezze
di un angelo mandato dal cielo
l'aureola splendente
il canto melodico culla il mio sonno
Ma se solo una piccola foglia
dall'albero cade sul finir dell'autunno
muta in demone
dal lungo manto nero ammantata
nel suo abbraccio mi avvolge
e muoio un po' ...
mattutini
rivestivo di luce
il cuor mio.
Occhi brillavano
delle bellezze del mondo.
Adesso sogni spezzati
dall'imprevisto della vita
affiorano lontani
quasi spenti
del mattino stanco
che non vede.
Sono sogni spezzati
senza albe all'orizzonte
ma solo tramonti
della mia malinconia.







