né quello del mese
e tanto meno quello dell’anno
Non sarò mai il poeta da incorniciare
da acclamare o commentare
il poeta sugli scudi
di poesie paranormali
Non sarò mai poeta dei sussidiari
di poesie patinate e sorridenti
colonne di applausi
nella bacheca dei perdenti
Non sarò mai il poeta dei poeti
perché non vedo niente oltre la luna
non vedo niente oltre il cielo
e l’infinito è la mia fortuna
Non sarò mai quello che non sono
perché racconto solo
del vibrare delle vene
di quello che vedo
e quello che ogni giorno mi succede
del mio amore sparso tra le pieghe
di spine conficcate nel midollo
di pene che sguazzano nel cervello
e della gioia di afferrare quel momento
tra le stelle che brillano
mentre gli occhi miei si riempiono
di magiche lacrime che accarezzano
l’anima di un poeta che non trova pace
a modo mio
facendo spazio a nuove osservazioni
a nuove idee
Osservando l’incontrollato e frenetico muoversi
percepisco e traduco la gravità delle azioni
Si rinvigoriscono le spente speranze
nel raccogliere
la futilità delle parole
Abbandono i bisogni
salvando le necessità
trasportando i giorni come pesante fardello
Aspetto al confine il sospirato sollievo
ove respiri cattivi si perdono
inabissati nelle frustrazioni
del cuore, che si pente
che si chiede scrutando l'orizzonte
del tramonto, se amato verrà
almeno lassù, in quel cielo onnipotente
nei paradisi spaziali, dolci oceani
immensi, con magiche distese
invidiate dalla terra, un respiro
scalcinato, da forti tensioni solari
mi sfogli con l indice il petto come io fossi un libro, mentre lascio le pagine andare.
Ricordo di ringhiere scrostate e un cortile di ciottoli e muschio,
non conscio del tempo osservavo,
con gli occhi sbarrati.
Avevi mani più grandi e abissi fra labbra di pesca matura, io solo con gli anni avrei visto per intero quel quadro silente che sei.
Ricordo di te, di una penna e una vecchia abat-jour,
un filo di seta non sai,
lega quell'attimo a questo.
Il tempo è uno strato sottile di polvere.
Un soffio e va via.
E nelle sue pieghe noi.
Silenti come un quadro, che un giorno appenderemo alla parete del cielo.
Giorni felici
colorate vivaci
come girasoli.
Tutto sa d'infinito.
La sveglia non pesa
tranquillità, serenità,
tutto diventa semplice.
Perfino le difficoltà non pesano.
Senza di te non ho forze
mi manca il coraggio di
affrontare tutto.
Quel girasole
è appassito
senza vita.
Cosa provi adesso, anima erroneamente illusa?
Sento solo questa voce: rombo trionfante al primo sole.
Mente che s'intralcia da sola,
mogli insoddisfatte, mamme esaurite si prostituiscono e...
barba nera, pungente e spelacchiata di troppi giorni fa,
uno zitello sdentato prende boccate di fumo sul terrazzo dell'ospedale;
parcheggi vuoti sotto stelle chiare, il cielo rosso pomodoro dell'Apocalisse.
Costa troppo lo scotch nei supermercati di ideologia comunista!
Folla vociante per i saldi, neofascisti con cappellini e rasati a zero,
sorrisi lascivi e suoni metallici di soldati dell'esercito irlandese
che cercano fucili all'ultimo grido (di quale battaglia?);
giovani neri in giacche chic al banco, mentre i loro fratelli
tornano nel paese natale per un provino con la nazionale di calcio
e senza un pass per ritornare qui in caso di un calcio in culo.
Pali grigi di luci notturne ancora accese mi cinguettano addosso.
Un gatto nero mi attraversa gentilmente la strada.
Squittisce quel grigio topolino che sono: stritolato,
litigato e conteso come una star
fra i denti di gatto e cane in giardino. Che onore!
Girovago senza meta correndo ubriaco e nudo lungo le mura storiche,
nemmeno il mio bus trova la contea delle sbornie felici,
amaro l'alcool per le dolci dimenticanze. Oggi mi sposo
o rado i peli sulle gambe?
Uno zingaro felice e cordiale mi chiede se per favore
mi può stringere le mani intorno al collo, sollevarmi da terra
e farmi singhiozzare, sbavare a schizzi, poi puntarmi un coltello
alla gola e rapinarmi: ci mancherebbe altro, amico!
Un vecchio con la barba bianca e lunga, seduto a ridosso
di un muro crepato con il suo cane denutrito e gli occhi
che gli cadono dal volto stanchi
disegna pescherecci
affondati nel cielo color abisso.
Immagino...
Ma cos'hai? Effetti collaterali? Cosa prova un'anima bastarda
e beatamente distrutta?
E non dovevi essere felice?!
si staglia la torre angioina.
Come un mastio in navigazione
il campanile del monastero
fende l’aria dell’aurora.
E ha in sé una certa dose di solidità,
ma non ha ancora riconquistato
la nettezza degli spigoli e degli incastri
e sembra calarsi dietro un velo
di sudore freddo pietrificato.
L’erba verdissima cresce rapida
nei prati collinari
accarezzati dal tepore lieve del favonio.
L’azzurro del cielo,
tra rododendri e ginestre,
si scialba nell’ossido di piombo
perdendo la profondità del cobalto.
E si riverbera
in umane trepidazioni,
affastellate come matasse
in un cesto di vimini.
in un hotel riciclaggio camorra a cinque stelle
tra le giacche e le cravatte
ne ho trovata una sui cinquanta
vestita alternativa
a me ha fatto piacere
visto che tra i ragazzi è routine
la solita slinguazzata dal culo di londra
per il risciacquo in milano torino
fino allo scolo nel mezzogiorno
dove l'adolescenza
si affranca indossando il globo
ammuffito da vent'anni
beh, tornando al fatto della signora che spiccava
mi soffermai a pensare...
non si capisce proprio quando è stata fottuta
se dalla moda a 13 anni o dalla coerenza
che l'ha resa unico sole in sala
se dall'ingenuità o dalla cecità
verso un mondo che cresce
straripa si contorce
a mille all'ora
Vorresti essere te stesso
e non soltanto un illusione.
Vorresti far capire a lei
non è una terra da conquista
da raccontare poi ubriaco
in qualche bettola la sera.
Dovresti farti perdonare
rimescolando il tuo passato
non se mai stato
certamente un santo
ma solamente un uomo
senza volere illudere nessuno
l’unico che veramente
ci ha rimesso il muso
sei stato solo tu
mio caro amico…
se' 'n roseo albeggiar d'insonne immago;
parmi al piovoso pianto fiacca e viva,
assetata d'amor e affetto e vago
desio ch'irradia ciò che'l cor ravviva,
come fiata in cui, per incantamento,
si spiaggia, nudo, su festosa riva.
Come stuol de l'audaci nauti intento
a liberare de la santa terra,
ardenti, sì vegg'io quel viso e sento
umile e altero l'obbligo alla guerra
che non volge nel fero accento 'l sangue
a l'arme, ma con maggior doglia atterra.
Armato priega e sì la speme e piangue:
"Madre delle Madri, di tua fattur
fattura, eterna morte e ciò che tangue
vita uman intendi quant'alte mur
che restano all'assedio del Felice,
son, imponenti e 'mpietose. Sì dur
è lo glorioso volo che si dice
esse'l miracol de la dolce vita ?
E par soave modo cui s'addice
pietà beata'l piangere smarrita;
or dunque come può cor che s'infama,
fedele a la segnor che l'ha accudita,
intonar divo canto che reclama
que l'unico convivio colmo e voto
ov'è l'Amor il pane onde si sfama?".
Qual fior, in pinte foglie, che di loto,
e pur ontato da cotan fanghiglia,
clarezza e purità non vende al moto
così che più resplende e al sol s'infiglia,
tal è'l ridente tuo e leggero volto
ameno e vivo e terso cui s'abbiglia
lo mondo ignaro e da buon fato colto,
ma ver, venduto e avaro e perso, Dite,
vorace e 'nsoddisfatto pur s'è vòlto.
Insigne Regia, quanto calma e mite
destasi fedel la face d'esse e alta
e grave e cara veste in speme vite
che lindo o lercio ogn'om eterno essalta.
Destati allor da que l'armata veglia;
in piedi, fera, mostra la ribalta
del desider potente che mai inveglia.
All'alba e 'n risi incanta a gui' di mago
i cuor torpìdi con un dolce: Sveglia.
Mi sorprendo quando scopro
di essere la natura più nera
di uno stillo, una lacrima presa a pugni,
Eppure questo stupore si chiama Luce,
tre fasci fiochi nella palestra che
disegnano un volto disfatto sul rivolo,
un volto conscio ma sorpreso
non tanto di essere una natura nera,
quanto di possederla ed esserne parte astratta.










