Incateno il pianto alla carezza
una stella ascesa al fianco
lungo scarti smarriti d’unione
raggranellanti attimi di vetro opaco
l’onnipotenza d’essere impotente
l’Amore nel dolore d’ossessione
vivente in celle intime d’assenso
eco di ritorni alla memoria implosa
Insignificante non è solo la morte
quand’anche la vita lacera allevi
la dolcezza inferta alla ferita
lama conficcata d’infinita purezza
nel buio che si volta a luce nella vita.
Ad essere chiari ed ad essere onesti
non c’è una ragione profonda e sincera
ma neanche una briciola d’indole vera
che rechi allo spirito tutto proteso
una ragione per cui fa l’offeso:
contro la gente, contro il peccato
contro il destino che si è camuffato
d’irto carnefice sempre cattivo
ad annientare l’amore ch’è vivo.
Perché scriviamo allora ogni giorno
se raccontarci la vita ch’è intorno
non ci soddisfa e anzi ci annienta
come una nuvola che ci spaventa,
forse scriviamo in momenti di pianto
certi che forse qualcuno ed intanto
sa che il poeta è quell’umile rima
che vale poco nel dopo e nel prima.
io avviluppo il cervello
ogni tanto sogno
e quasi sempre afferro
una luce nella notte
che perfora le persiane
in un mistico aspettare
di cosmica illusione.
Mentre voi parlate
mentre mi spiegate
il movimento regolare
di trottole e pianeti
io affogo nel silenzio
d’illogici pensieri
poi m’addormento
e quando mi sveglio
scavo buche nel deserto
per cercare l’eco primordiale
e la voce di mia madre
che mi spronava
a guardare altrove
oltre le inferriate
di una vita comprata a rate.
Mentre voi andate
camminate e rincorrete
io faccio già ritorno
anche se confondo
il filo del bisogno
con l’obbligo accettare
lontano dall’ideale
che mi ero costruito
per non morire sulle scale
sulle piramidi di cartapesta
e confusione nella mia testa.
E adesso
che non trovo più le tracce
ma solo le mie smorfie
il buffo delle mie facce
adesso che una ruga
scava il mio sorriso
racconto le stagioni
mentre sorseggio il vino.
Mentre voi urlate
mentre voi pregate
mentre vi prostate
a Santi improvvisati
io coltivo fiori
nel cuore delle siepi
io m’arrampico
e poi casco dagli abeti
come un Giuda
mi bacio e mi perdono
e come un Dio mi crocifiggo
sulla ringhiera e sul meriggio
di un’alba ancora viva
e di un sole che m’abbaglia ancora.
abbracciata
a guglie nere
il vento soffia
su sepolcri
di cenere che fu
e impalpabile
un fantasma volteggia
tra le navate
aguzze, sconsacrate
sfiorando
la gioia dimenticata
nelle tombe di poeti
la cui gloria è oscurata
quel fantasma
effetto di notte
pallido di luce
in punta di parole rotte
nel ricordare
suo gotico castigo
in simboliche odi
sul sepolcro del poeta*
che di parole fece
un malinconico intrigo
versi maledetti
recitati nel crepuscolo
dove le parole
dei reietti
si spargono come lacrime
di civiltà cadenti.
Evanescenti.
*Paul Verlaine
Quell'estate dell’ottantadue
c’era la luna
più vicina al sole,
ed io ragazzo
mi addormentavo
sotto un bel cielo
pieno di stelle.
Non c’era ancora
l’era moderna,
coi troppi computer
e gli smartphone.
C’era lo jukebox
andava a gettone
ed io ci mettevo
una bella canzone.
Quell'estate dell’ottantadue
c’era l’Italia
appena campione,
Gilles Villeneuve
non c’era più.
Una grave strage
restava impunita,
ed un generale
veniva ammazzato.
Iniziò la bancarotta
un grave sfascio
per la nazione.
Da quell'estate
son passati molti anni,
tutto è cambiato
ma non la gente
che nei ricordi
da brave persone
hanno lasciato le cose più belle
dimenticando le delusioni...
distese di sonnecchianti campi
e la luna sorride
al genio di Leonardo
là dove anche il colore
di chiese e chiostri
si mischia al profumo
degli anni
ritornerò
tu mi aspetterai
il viaggio è ancora lungo
ma ritornerò
là dove il grigio non c’è
il cielo riflette l’infanzia
e la memoria specchia
melodie assonanti
là dove il tuo amore
è fuggito via
e il respiro degli angeli
è stato discreto
ritornerò
tu mi aspetterai
il viaggio è ancora lungo
ma ritornerò
ritornerò
tu mi regalerai
un nuovo sorriso
ancora
Se questo macigno fosse realmente una pietra,
forse potrei avere anche io un po’ di pace,
mentre rotola ignara giù dal monte
e non pensa neanche un po’ alla mia inutile fatica.
Solo quei pochi secondi per un’idea: scriverti.
Prima che arrivi il pensiero che non si vorrebbe ascoltare,
quello che ci ricorda che siamo nati imperfetti.
Così a chi importa se la vita sa farsi anche bella, alle volte?
(quando il cuore fa come il cielo mentre imbrunisce)
Non mi cambierà nulla, lo sai? neppure l’esser stato punito .
fugaci, ardite
di fluida cadenza
Come cosmo
ovunque e sprecate
abbondanti e fuggevoli
In libertà o trattenute
convinte o pacate
Come polvere, leggere
senza ritorno
parole e vento
Gomitoli intrecciati
e colorati
Automi o idoli
A nostro volere
Il mare oggi m'incanta!
eppure è senza voci
nell'azzurra e schiuma bianca,
ma di suoni lontani lontani...
e di passaggi è il suo parlar.
Vivo, eterno e sconfinato,
mare di tempeste e di ricchezze,
lavagna di emozioni cancellate,
increspate,
affondate e imprevedibili...
Una margherita in mezzo al campo brullo
si crede sola e piange
e nemmeno la terra sabbiosa
trattiene quel pianto.
Oh mia distrutta margherita
ti credi fiore solo al mondo
quando sei infiorescenza a capolino.
Nessuno è mai solo,
quelle lacrime bianche
ti inducevano a pensarlo.
ti ritrovo accanto muta,
mi conosci invero e insiste
su la pelle che mai muta
su' calore 'l tuo crudele
sguardo 'n piena come un fiume,
come tale sazio in fiele,
c'ha fame eterna in lerciume.
Non fuggiasco e non distante,
pervade, permea e invade
del silenzio più 'nquietante
l'intelletto mio che cade,
e qual vela prima in sosta
perché 'l vento manca e scende
quando torna va a sua posta,
al suo voler così s'accende.
M'al svegliare de la mente
chiodo al cuore stilla il vero;
così è un mondo che mi mente?
ché il mio pegno è sì severo?
Mai donna amai sì tanto,
ma se amar in due si suole
su la terra allora'l canto
è p'Amor che non mi vuole.
Sono un'ombra al tuo passaggio,
un dettaglio che non parla,
pover'om senza coraggio,
un de' tanti e la sua ciarla.
Ma se 'l mondo sarà spento
sì ti priego dolce vita
a donar il suo talento
di parlarmi a li occhi aita!
torni indietro formando l'angolo acuto -
dice a se stessa che lo fa per imprevedibilità
torniamo poi insieme a braccetto tra le rose -
dite cose scandalose coi petali spremuti sulle labbra -
tornano come un polpo versato vivo in una cesta

Che cosa è il tempo?
È una maschera
che nasconde i segni di quello che passa,
le paure...
È un sorriso fotografato
e perso nel passato
in un posto dove non torni,
in un posto che hai dentro
con persone che non vedi
ma che hai nel tuo cuore...
E in quelle fotografie
capelli troppo lunghi
e sorrisi impressi senza pensieri,
sorrisi di una estate,
sorrisi di momenti
che restano impressi nel tempo...
E visi troppo giovani
che il tempo ha cambiato,
visi in una foto;
e il tempo che passa è sapere chi,
dei quattro di quella foto,
ora non c'è più...
Siamo noi il tempo che passa,
noi che abbiamo paure,
un posto dove non torni
e persone che non vediamo più
ma che portiamo nel cuore...












