mentre i lucidi tramonti volgono le spalle all’accaduto, salutando il divenire.
Tornano i chiarori del mattino annebbiati di brina,
confusi da filari di luci che ingrigiscono le sere
di solitudini.
Gli arcobaleni in volo si confondono e si nascondono ancóra,
persuasi all’addio dall’orbita che – senzatempo – s’ellittica nel cosmo,
mentre ingannano l’unìsono
che alternano l’illusione del succedersi dei sogni e dei pensieri
all’incessante necessità d’Esistere.
prima che ti addormenti.
Perchè sò già
che ti mancherò.
Vorrei appoggiarmi
sul tuo cuscino.
E sentire il tuo respiro,
il tuo profumo.
Ma sò
che non è possibile.
Un nodo
mi sale in gola.
Mentre due lacrime
mi segnano il viso.
Vedo la loggia offrire allo stagno
gli stessi omaggi ovali di carta velina.
E' passata. Quando tramontò la villa di voci lievi
e del cane il saluto, della porta lo scrocchio
e della felicità il nome d'angioletto - Eva.
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A dire il vero
a cadere allora è un essere verde
tutto sommato,
se se ne parla ancora un piano sotto il salotto
tra le caffettiere e le scope,
o se se ne dubita invece l'esistenza
due piani sopra la veste da camera
nelle cappelliere. In testa le rose di panno spappolate
dagli uomini piovosi dell'anno scorso.

Autunno
di scrosci di pioggia
nuvole e sole
di fredde sere ai vetri appannati
di foglie come fiammelle
sfumate di ruggine e di oro.
Ubriacato Autunno
dalla nebbia perla soave
confondi i fantasmi
che passano la via e ti distendi
come un albero secolare
scegliendo me,
che tra le tue dita
sono come una pigna imbrunita che aspetta
la tua mano delicata
per esser mendicata.

l'addormentata sveglia, una candela di polvere
dietro l'ottomana di chiacchiere e liquori
Sotto il nuovo inquilino spione, un gatto rosso
un giornale imbrunito, qualche ragnatela
Vetri opachi alle finestre sul giardino, di scure braccia
l'odore di un tappeto
uno specchio giaguaro
Nell'angolo al camino, lo sgabello dei racconti
la legna tarlata di giochi inventati
un quadro di uomo baffuto
Fantasmi e scie di ricordi
si sollevano dalle stanze di giorni tumultuosi
dei tempi di re e regine
di mostrine, di cappelli piumati
per uscire e lasciare al suo declino
la casa dei nonni
precettori di vite
grate e rimembranti.
in cui la vita odora di olio avvinato.
Ci sono giorni
in cui il respiro si fa corto
ed annaspa in aria rarefatta
d'immagini sbiadite.
Ci sono giorni
in cui la solitudine come cemento liquido
riempie ogni spazio vuoto,
in cui gocce di pioggia acida
sono rugiada su petali di viole.
Ci sono giorni
in cui vorresti spezzare le parole
affinché perdano significato,
in cui sgretoleresti muri di poesia
che hanno arginato
il dolore di un sorriso assente.
Ci sono giorni... in cui vorresti
far esondare
la vita
che come eco
inesorabile
si perde nel tempo
in attesa.
Brilla di nero vite questa mia scarpa vecchia,
e nello specchio magico del suo riflesso
vedo l’incavo del tuo occhio onesto,
quello sperso, quello più spaurito.
Ma io, con la mia iride verde miele,
non posso far altro che guardarla
la tua invidiabile solitudine;
e proseguire sul cammino
che porta al nulla.
L’umanità, lustrascarpe, è sulla punta del dito
con cui sai ancora indicare le stelle,
dentro il silenzio della parola,
intrappolata fra le mie ciglia,
dove persino la tua vita
può trovare un senso.
Io, che sono l’antigravità
di me stesso,
la costante cosmologica.
E tu, lustrascarpe,
che ben lamenti
la mia stessa
sete.
Siamo davvero uguali,
siamo nient’altro
che polvere
su scarpa
nera.
Entrambi uomini,
come macchie da lavar
via.
Lasciate che i bambini di dieci anni ci credano ancora un po'.
Che io non possa capire dove vanno a parare,
cosa pensano o cosa cercano:
lasciate che io intuisca brevemente
la loro nuvola di probabilità
che copre i prati; un uccello che vola
nei cieli vuoti credendo che la madre
non l'abbia cacciato ancora dal nido.
Lasciate che promettano di salvare il mondo,
di proteggere qualcosa che noi sappiamo già morto.
Non sia mai che sia solo informicolato.
Lasciateli per un istante nell'impossibile,
in palle di legno, per tutto il lasso di tempo
che precede l'apertura di quel maledetto forziere
a causa della curiosità. Un forziere che contiene
ciò che io, voi, noi sappiamo:
la fatalità -la burocrazia universale-.
sui comignoli muti
dei tetti arrossati
delle case dei vecchi
che aspettano il tempo
decidersi e andare;
le ombre rioscurano il cielo
chiamando le nubi
che coprono il sole
ad un ultimo sforzo
per chiudere il giorno;
la notte che avanza da sola
fa si che nell’anima
scenda una lacrima
triste e sincera
pensando alla vita
che in noi si consuma.









