Ecco l'alba di un nuovo giorno,
è spuntata, illumina tutt'attorno.
Il primo pensiero é per te,
anche se non t'importa di me.
Subito un caffè,
bello forte per svegliarsi,
la giornata sarà impegnativa,
non ci sarà da annoiarsi.
Poi in macchina,
nel traffico di questa città,
sonnolenta come il mio cuore,
spezzato a metà.
Un altro turno di lavoro,
ma forse è meglio sai?
In quelle ore non ti penso mai.
Troppo indaffarato per far vagare la mia mente,
troppa confusione in mezzo a tutta quella gente.
Direi che è il mio unico svago, accogliente
riparo, per non vagare con la fantasia
che ancora ti vorrebbe mia.
Poi si torna a casa
ed é qui che ricominciano le mie pene.
Nonostante la stanchezza, ti penso ancora...
in fondo scorri nelle mie vene.
Quindi sarebbe meglio alienarsi
da questa cruda realtà,
lasciandosi trasportare
dalla frenesia della monotonia,
senz'altro cercare,
solo un elisir per dimenticare.
Sarebbe bello!
Ma anche in tale andirivieni,
sei sempre nei miei pensieri
impressa nella mia memoria,
così come nella storia
della mia esistenza,
di cui ne fosti l'essenza.
Anche l'ultimo sospiro
del giorno che muore
é rivolto a te.
Ragione di ogni respiro,
tu che davi senso alle mie ore
quand'eri ancora con me.
***
Ma ti ho vista di sfuggita,
eri con le tue compagnie,
molto divertita.
Sembra che proprio non t'importi
di quanto i miei sentimenti eran forti.
Sei là in mezzo a tutto quel rumore,
ridente, senza un minimo languore.
Per te la vita continua a scorrere
senza alcuna difficoltà,
mentre mi lasciasti a rincorrere
la speranza per l'eternità.
Io da grande chi sarò?
Forse un cuoco o un dottore,
un pilota o un pescatore,
un maestro o un contadino,
un poeta o un imbianchino?
Un inventore o un calzolaio,
un acrobata oppure un sarto,
un pittore o un avvocato,
un postino o un gelataio?
Tante cose voglio fare,
ma da grande chi sarò?
Questo ancora non lo so!
dentro la cappella di un cimitero,
ho provato anche a chiudere gli occhi,
dello scorrere del tempo ho udito i rintocchi.
Nulla si muove e tutto lì giace,
come avvolto in una aurea pace,
il respiro anche frena la sua corsa,
dentro l'immensità sei stretto in morsa.
Par entrar in contatto con i tuoi cari,
che magari della tua presenza sono ignari,
loro supini voltano lo sguardo al cielo,
mentre nel tuo animo scende il gelo.
Chissà magari sarai con loro fra una settimana,
a mirar incravattato lo stesso panaorama,
intanto prendi la via dell'uscita a piè veloce,
salutando tutti con un segno della croce.
Ho del suo raggiante viso,
solo una nebbiosa e vaga reminiscenza,
il ticchettio di pioggia sui vetri,
mi rende triste ed anche assai inquieto.
Vorrei vederla limpida e sorridente,
in tutta la sua gioia, sempre splendente,
quando correva libera sui prati,
quando le correvo dietro per baciarla.
Tempo e necessità sono assassini,
ti separano da ogni cosa bella,
fanno dimenticare tutto il passato,
persino il volto di chi hai sempre amato.
Se chiudo gli occhi e provo a ricordarla,
vedo foschia e strane sue forme,
il viso suo non è mai chiaro,
ma spero tanto di vederlo in sogno.
I ricordi vaghi ed assai remoti,
sono evidenti segni di nostalgia,
sono profondi e fanno rimuginare,
ma spesso lasciano la bocca amara.
Non consigli e correzioni danno pena
ma il pensiero del giudizio che scatena
quel che è timido e insicuro tentativo
d'espression individuale, in collettivo
spazio ricco di parole pien di zelo,
in selvaggia terra nuova senza cielo.
D'emozione vesto il foglio digitale.
Non la penna, ma tastiera universale
colma versi d'immatura principiante:
parla il cuore, con quell'aria da galante
ma da nudo fa sol ridere la gente.
Il silenzio copre gli occhi a chi non sente.
Or mi desto da rischiosa riflessione:
continuare o abbandonare la questione?
Se la mente, stanca, dice "lascia stare",
spirito ribelle ancora vuol provare.
Versi e rime stan bruciando e faccio viaggio:
rischio graffi, però azzardo con coraggio.
Riposano riposte nel ripostiglio,
ammaccate, sparse, ammucchiate,
conchiglie in riva ad un cassetto,
il canto di un peluche nello scantinato
una pallida idea rinasce nel baule,
cartoline sbiadite di un tempo che fu,
spento l’inchiostro infiamma un ricordo,
un raggio di sole risveglia memoria
nell’ombra un ingombro di specchi riflessi,
un giradischi diffonde le note di un piano,
saluta con mano una bambola inerme,
ritorna la vita nel suono di un sogno.
Vorrei fuggire da questo tempo buio,
ritrovare la luce dentro agli occhi tuoi,
per accenderla, non serviva un interruttore,
bastava che ti sfiorassi con un dito.
Vorrei tornare a quei tempi belli,
a quando il sole splendeva anche la notte,
per coprirti, non ti servivano le lenzuola,
le mie braccia ti scaldavano più delle coperte.
Il tempo però scorre e non si ferma,
il ritmo non accelera e non rallenta,
si dice che guarisce le ferite,
in realtà però, sa solo contare.
Il tempo conta i secondi, i minuti, le frazioni,
conta sempre e non si stanca mai,
logora e distrugge tutte le masse, la materia,
nulla però può fare contro l’Anima e lo Spirito.
Vorrei fuggire da tutti i mali della terra,
vorrei che il corpo non morisse mai,
che vivesse intatto con l’Anima e lo Spirito,
nell’infinito, nell’Eternità, là dove il tempo non sa contare.
Il gelo avea la bocca pronta al morso.
In quel primo mattino di novembre
splendean mille gocce di rugiada.
Parean stelle date per disperse
planate nella notte dei misteri
in un girovagare non prudente.
Il faggio dei segreti ricevuti
dai tanti innamorati dell’estate
battea rami per il freddo intenso.
Convinto fossi in un sinistro loco,
di sasso, trasecolai sì tanto
da guadagnar di corsa via di fuga.
Stremato arrivai alla locanda
e a Silvana tutto raccontai.
Lei mi placò con voce sua di fata.
Ciò che hai visto tu, pria, nel bosco
risponde, giuro, soltanto a verità.
Scrollarti devi il tuo terrore stolto
di credere che il bello non esiste.
Ti prego, adesso torna lì nel bosco
e guarda se quel faggio trema ancora.
Ma non toccar le gocce di rugiada,
potrebbero ospitar residue stelle.
Il sol le scioglierà quando lui crede.
Son anfore votive i nostri cuori
dedicate al più bello tra gli Dèi,
quell’Eros che trascina negli ardori
e avvinti ci solleva agli apogei
sinché colmi d’ambrosia tracimiamo
con Psiche in intrigante fantasia
ch’io te e tu me d’incanto diventiamo
e raggiungiam reciproca follia.
Son accondiscendenti le fattezze
ma brancolanti invano i tentativi
d’autentiche sentir quelle tue brezze
or mutate entro te in fantasmi schivi,
sicché non pago della tua malia
vorrei l’anima tua in mio possesso
come pegno affidandoti la mia,
almeno per il tempo d’un amplesso.
Ma per Eros fatale sacrilegio
sarebbe illuminar di Psiche il volto (*)
e svelar con arcano sortilegio
il mistero di cui l’amor è avvolto,
ch’è magico ingrediente quel mistero
che insaporisce quel che sa di poco
e addolcisce il sapor acre del vero,
che solo sa dosar sapiente cuoco.








