Quant’è bello il mio ombelico
che rimiro nello specchio,
d’un Narciso un po’ impudico
sempre giovin pur se vecchio,
l’ombelico d’un esteta,
l’ombelico d’un poeta.
Ogni tanto lo disvelo,
d’esibirlo è forte il gusto,
senza offendere il vangelo
ché ombelico è buono e giusto
quindi esente dal peccato,
non al sesso abilitato.
Lo disvelo in poësia
tutti a correre a mirarlo
mai fu vista tal magia,
c’è persin chi vuol leccarlo
o infilargli dentro un dito,
ombelico mio ch’è un mito.
Lo confronto molto spesso
con altrui begli ombelichi,
non ho proprio alcun complesso,
non occorre ch’io fatichi
a mostrar quant’è profondo,
a mostrar quant’è rotondo.
Non c’è proprio paragone
né argomentazion che tenga,
ch'è in sé stesso la ragione
perché approvazione ottenga,
entusiastiche ovazioni,
d’intelletto polluzioni.
E in cotal competizione
pur d’applausi suffragata,
è indicibil emozione
esser re della brigata,
vincitor tra fiche e fichi:
ho il miglior degli ombelichi.
Per sempre non significa per tutta la vita.
Per sempre è anche un attimo dell’esistere.
Starò con te per sempre vale anche per quando ci lasceremo
perché quei momenti ci hanno cambiato per l’eternità.
È come il profumo dell’erba tagliata in estate
come i colori dell’autunno
come l’odore che resta nella stanza dopo aver fatto l’amore.
È un vento che avverti anche quando non soffia.
Per sempre è la felicità dell’altro
che ti attrae
come se fosse il blu dell’oceano.
Non c’è nemmeno bisogno di pronunciarlo.
Per sempre sono quegli occhi che promettevano sospiri anche se non ci sono stati.
Per sempre è come una foto
di quelle belle
di quelle che sorridi senza accorgertene mentre le guardi.
Pur non avendola più tra le mani
pure se bruciasse
apparirebbe dentro gli occhi
dentro, non davanti
anche senza volerlo.
dove perfetti annegano clamori
e spazio s’apre all’introspezione,
mi vedo, in barca, l’onda accarezzare.
Da uno agli anni d’oggi là mi specchio,
parole zero per non disturbare
del filo del discorso la ricerca
intanto che mi gioco l’io migliore.
Lapidandomi coi primi riflessi,
un’alba e solo un’alba fa rumore.
Aspetta che il sole in verticale
in acqua sdoppi la mia immagine.
Uno, sarò! Guadagno riva, lesto…
*
Stesura 2010
di giorni sbiaditi senza sale,
che al mio fianco lentamente camminano in silenzio a farmi ombra,
senza ascoltare il cuore che piange,
senza un sorriso a illuminarmi il viso, una carezza a scaldarmi la pelle,
senza parlarmi di te e dei tuoi occhi,
di quanto manchino in queste ore!
Ormai cammino con il mio riflesso
tra le tue preferite vie in fiore
nei giorni d'estate,
e le strade deserte d'inverno
sotto la neve che imbiancava.
La primavera era la tua festa
nei campi d'ulivo, seduta sulla panca,
paziente restavi a osservarla.
L’autunno, la tua malinconia,
tingeva di giallo e bronzo
le foglie rosse del nostro giardino,
e in ogni ricordo che scrivevi,
per restituirlo alla sensibilità
del cuore tra le pieghe dell'anima,
c'era il timbro del sentimento.
E in quei tramonti senza un perché,
le tue cantilene sui tuoi gioielli
più preziosi che sfoggiavi
con orgoglio, i nostri splendidi figli,
appesi al futuro che tesse in segreto
i loro destini a noi sconosciuti,
che nelle notti tra le tue preghiere,
nelle tue lacrime imprigionate,
una luce di purezza d'animo,
erano speranza sul tuo volto sincero!
Oh cara, stanchi e tristi, senza respiro
di felicità a lasciarci volare
sull'oceano d'amore,
i miei passi vagabondi seminano vento di tempesta dietro di me,
senza rumori di rassegnazioni.
Ti sei vestita di perle d'anima
per addormentarti, ormai matura
nei tuoi anni di spine e vittorie,
nelle braccia del sonno eterno,
verso la valle della libertà eterna.
E io qui, ancora in questa giungla
del tempo che squarcia e rattoppa ferite sul cuore che brucia sempre,
soltanto questo amore nel mio petto.
Amore mio, fedele colomba bianca,
le tue ali sono le mie lacrime,
ma il ricordo della tua essenza
è la coltre che scalda l'anima
nel fiore d'amore per te,
che sulla tua tomba
di freddo marmo adagio piano
per non farti mancare mai
il frastuono in tormenta d'amore
nel sacrificio del silenzio rotto
in ogni petalo che appassisce,
ma rinsavisce nell'eterno cielo
nelle tue mani che un giorno rivedrò.
Per la saga dei romanzi del premio Nobel Grazia Deledda voglio proporvi un rifacimento di “Canne al vento” catalogato dalla critica come l'opera magna dell'autrice.
In questa poesia riporto le vicende del matrimonio di dama Noemi Pintor (la più giovane ma anche La più ostica delle tre sorelle) con don Predu (per esigenze di rima chiamerò Pietro) che all’inizio lei rifiutava con ostinazione ma poi grazie alla complicità del servo Efix (personaggio principale che amava le dame e il famoso poderetto) cambiò idea e acconsentì alle nozze che si svolserò il giorno in cui Efix morì.
Il romanzo è pieno di altri personaggi come le dame Ruth ed Ester Pintor il nipote Giacintino, don Zame, Lia, l’usuraia Kallina, la Giovane Grixenda la vecchia Pottoi, prete Paska, il Milese e altri che fanno di “Canne al vento” uno dei più bei libri che abbia mai letto.
Noemi si sposava con don Pietro
mentre moriva il servo,
occhi calati senza muover nervo.
Le dame avevan perso il poderetto,
ma il servo era rimasto
assunto da don Pietro per diletto,
quell’orizzonte vasto
di canne sventolate da un bel vento,
l'umanità a contrasto,
piegata e non spezzata dal tormento
che mangia e annienta l’anima di dentro.
Noemi corteggiata da don Pietro
diede missive al servo
che fuggì via ferito e con riserbo.
Partì con scarpe rotte e la bisaccia,
trovò due mendicanti,
ciechi per finta avevano le braccia,
distese per convincere i viandanti,
monete e cartastraccia
che raccattavan con tediosi canti:
“la carità si faccia
a me, all’altro cieco e allo zietto."
Noemi aprì il suo cuore a cugin Pietro,
ritornò a casa il servo,
stanco e malato come un vecchio cervo.
E il matrimonio allor fu organizzato,
Noemi antica sposa
vestita con corsetto ricamato,
bellissima, radiosa
amata dal cugino un tempo odiato,
lei nobile e orgogliosa,
dama Pintor col viso illuminato
fece per il finale un passo indietro.
Noemi sposò appunto il cugin Pietro,
morto oramai era il servo
piansero poi le dame con riserbo.
Sonetto minore (settenari in schema abba abba cdc dcd).
Gli occhi tuoi, amor mio,
medicina e veleno
di cui più fare a meno
mai potrei certo io.
Quel verde luccichio
estasiante baleno
l'universo fa ameno
e ravviva il desio
d'avvinghiarti al mio petto,
dirti quanto t'ammiro,
darti un bacio perfetto
perso nel tuo respiro;
apro gli occhi ed ammetto:
per amor tuo deliro.
20/03/2025
Pur di sangue son fatte le parole
che un poeta ricompone,
raccolte come fiori nelle aiole
dopo un vento o d’eventi un’alluvione,
ritrovate senza linfa ed appassite
come trascorse fossero due vite.
E così nel nuovo giorno
trovo esangui i miei vecchi florilegi,
poeta quale sono di ritorno,
e tra i pochi residui sortilegi,
gli avanzi dei vampiri della notte
che sono i sacerdoti dell’oblio,
della mente oscuro dio,
dell’anima annidati tra le grotte,
ch’addentan quel che oblio già non inghiotte
per dileguare grida in un brusio,
di ruggito far squittio,
d’un racconto di vita un parlottio,
di quel che fu passion parco disio,
che suggon circospetti nel silenzio,
come in calici d’assenzio,
liquori umani, démoni oppur numi,
aromi di piaceri o di dolori
ed ebbrezze di vecchi o nuovi amori,
gusti sapidi e profumi,
folli erotici fervori
attutendo quei deliri,
abbagli che diventano barlumi,
non respiri ansimanti ma sospiri,
e chi arse d’amor nel ciel di Venere
dolente il cuor trattien sotto la cenere.
Poco avanza ai vampiri dell’oblio
censure inconsapevoli dell’io,
di quell’io che resta esangue
di quel viver autentico che fu,
e il linguaggio così langue
e in parole è difficile tradurre
quel ch’era allora ch’ora non è più
e difficil è sedurre
chi vuole d’un poeta ber quel sangue.
Una nota bianca, senza inchiostro, senza un addio.
Osservai per giorni la polvere accumularsi su di esso.
Pensai a tutti i diari pieni di frasi scritte per gli uomini.
E pensai a tutti gli uomini che l'avrebbero letti.
Mentr'io seduto in salotto,
la immaginavo scrivere su quello degli altri come mai avrebbe fatto sul mio.
Fui geloso.
Poi un goccio di whiskey sulle labbra mi fece ricordare che andò via scalza.
Tornerà prima o poi, mi dissi.
Così sprofondai nella poltrona,
tra i profondi ghiacci dell'apatia...
strappato alle materne braccia.
Euripide ti narra, non ancora adolescente,
condotto per mano da Taltibio.
Unica fu la tua sorte
decisa dagli Achei:
precipitato giù dalle troiane mura,
sopra la Porta Scea.
Il Nemico pose un'ipoteca
sulla tua giovane Vita!
Alla tua nonna paterna, Ecuba,
toccò l'ingrato compito
di restituirti alla nuda terra,
di coprirti con lo scudo
di Ettore, tuo padre!
Temevano diventassi
forte come lui!
gli Achei, i Grandi Eroi,
hanno avuto paura
di un infante, un bimbo
non ancora fanciullo!
La Guerra e l'Odio
che suscita negli Umani
acceca la mente e
indurisce i cuori.
Avrebbero potuto lasciarti in vita
permetterti di partire
con tua madre, Andromaca,
prigioniero come tanti ... a Micene,
Città di Agamennone,
saresti cresciuto,
rendendo fiera tua madre
per le tue virtù: saresti divenuto
Uomo.
L'antico Odio si sarebbe placato,
insieme agli altri sopravvissuti
di quella guerra, avresti riacquistato
la libertà e Tenèa, la Nuova Città,
ti avrebbe visto tra i suoi Fondatori!
LA SAGGEZZA CHE ARRICCHISCE LA MENTE
DERIVA DALL'ESPERIENZA DEGLI ERRORI
DEL PASSATO, DOVREBBE INSEGNARE
AGLI UMANI DI OGGI AD ABORRIRE
LA GUERRA: TANTO ORRORE, TANTO DOLORE E...
NESSUN VINCITORE!










