Pelle secca
unghie
peluria
siamo polvere
denti
ossa
tendini
siamo viscere
carne appassita
abbandonata
nel buio
nella nebbia
siamo muschio
siamo fango
aspettiamo
un segno
un tracciato
una strada
aspettiamo chini
dietro chi
prima di noi
chino era già
aspettiamo
un numero
una data
in coda
aspettiamo
il nostro turno.
Siamo i prossimi
che verranno
prima di alcuni
e dopo di altri
siamo tornati
per andarcene
di nuovo.
Siamo i nuovi morti.
La penna di un poeta è luce nell’oscurità,
una cometa di sogni e parole
a baciare i fogli dell’anima
e tu poesia, che abiti nella luna,
fiorisci anche nei cuori
ed i regali del silenzio
ti abbracceranno come neve
in un giorno di dicembre.
La poesia è il perimetro scalzo
di ogni mio tramonto,
il pensiero dei miei pensieri,
la storia delle mie emozioni,
la poesia è casa del mio sangue,
il cassetto del mio cielo,
un giardino di rose rosse
in cui ancora danzano le fate,
la poesia è il dolce bozzolo del mondo.
che lambisce scogli
in luminosa foschia
tutto avvolge l'incanto
d'un circuito d'amore!
Anime Belle, colme d'affetto,
son qui per Te: nasci di nuovo!
Occhi profondi dove ti tuffi,
sguardi d'amore ch'Egli ti dà
sempre in attesa che lo chiami Papà!
Sudore e lezzo
spalla contro spalla
dorsi come onde
gravido appiccicume
riso, grida, canto
tempie e sibili
tonfo nei polmoni
moderna danza
antico fetore
notte, colore, lampi
astri titubanti.
Come falene bagnate
sulla luce strisciamo
alcool nelle ali
torpido rantolo
falò, brace, cenere
tripudio e conato
sonno
silenzio
redenzione.
Che un Dio qualunque
ci maledica tutti
per aver smesso di peccare
quando eravamo ancora vivi.
oppure a sognare.
Sei capace di ogni cosa,
Serventese bicaudato (formato da endecasillabi e settenari secondo lo schema AAAbAb-BBBcBc eccetera) Forse è leggermente triste, ma ormai l’ho scritto e alla fine ho cliccato su “Salva”. Perdonatemene.
Difettoso in un mondo per perfetti,
il mio silenzio implora dolci affetti
ma capisco che l’esser tra i reietti
non mi lascia speranza;
socchiudo gli occhi, serro i denti stretti…
eco di pianto in stanza.
Del resto stare solo è circostanza
che alla mia debolezza dà sostanza
senza cadere nella rinomanza
d’essere un gran piagnone;
del resto non sarebbe che quietanza¹
dell’essere un coglione.
Non son cresciuto, sono un bambinone
pure invecchiato e lento nell’azione
e certo sanno tutti a perfezione
che l’uomo vero è forte
e a piagnistei ed a lamentazione
chiuse ha tutte le porte.
Nella camera buia non son scorte
queste lacrime che per malasorte
sulle guance mi scorrono contorte
mentre piango in silenzio
e a progetti infattibili di morte
solitario presenzio.
Cerco invano Leucadia di Terenzio
per distrarmi perché non ho l’assenzio
e se in fretta il pensiero non licenzio
vado incontro ad un crollo…
debbo pensare ad altro, lo evidenzio…
ma singhiozzo e barcollo.
Sto pensando ad un cappio intorno al collo…
guardo altrove… non riesco… no, non mollo!
So che sono soltanto ottuso pollo
ma mi spaventa in nulla
e di dosso in un impeto mi scrollo
quell’idea che mi culla,
desiderio di spegnermi che frulla
per guardare da sotto terra brulla…
lascio stare l’Elimina e l’Annulla
torno in fretta a cliccare
accampando la scusa più fasulla:
per non far disperare!
Il tormento riprende nel pensare
a chi mai si potrà poi disperare:
sì, mia madre son certo che penare
prenderà senza fine,
ma tanti altri staranno a festeggiare,
gente ch’è poco incline
a vedermi percorrer sulle spine
tra antiaritmici e cardioaspirine
con le palpitazioni ballerine
in mancanza di fiato
tra le analisi di sangue ed urine
d’un viver insensato.
Poi la banca e chi soldi m’ha prestato
allorché dal lavoro fui cacciato
dall’ipoteca e mutuo assillato
oramai l’ha capito:
dacché casa e salute m’han levato
il rientro è svanito!
Se da lucido quindi l’ho capito
d’essere uomo mancato e ormai finito,
com’è che dell’amore ancora il mito
mi ritrovo a sognare?
Evidente che pessimo partito
posso rappresentare.
Non ha senso e mi devo rassegnare,
i suoi dolci occhi verdi io scordare
sola cosa sensata ch’è da fare.
E se ben ci rifletti
non ha senso nemmeno più sognare
mentre la fine aspetti.
¹: ricevuta, conferma.
10/03/2025
Un poeta
stringe il cielo fra le mani
e ne fa casa e dolore,
solitudine e ribellione,
pace e consolazione,
ma la poesia,
stretta ancora
nel bozzolo del silenzio,
intinge il suo battito
nei dialoghi della vita
e ne fa sogno e primavera,
cuore ed alba d’anima,
marea e parola che acceca.
La poesia è figlia dei poeti,
è il loro infinito venire al mondo
fra gli sguardi incompiuti
di una dolcissima luna.
dove l’ombra si posa come un gatto stanco,
lei canta: una lavastoviglie antica,
smalto color di nuvole sfiorite.
Nostalgia è la sua pelle,
una tinta che il sole ha disidratato,
eppure le sue vene pulsano ancora
di acqua calda e segreti.
Apri il suo ventre d’acciaio,
ed ecco il concerto:
i cucchiai danzano un minuetto opaco,
le tazze sussurrano frammenti di mattini -caffè versato in fretta, voci smozzicate-
mentre il motore ronza come un’ape anziana
che non sa fermarsi.
È una sinfonia di cose dimenticate,
un coro di oggetti che ricordano
le mani che li hanno sfiorati.
A mezzanotte, quando il silenzio
si stende come cenere sul tavolo,
lei intona la sua ninnananna meccanica:
gorgoglii di fiumi domestici,
scrosci che lavano via la solitudine.
Ogni ciclo è un verso,
ogni vibrazione una carezza
che scaccia i fantasmi del presente.
Forse un giorno tacerà,
sostituita dal freddo luccichio del nuovo.
Ma finché le sue note graffiate
riempiono gli angoli vuoti,
io ascolto.
Nella sua orchestra di stoviglie e ricordi,
anche il nulla ha un ritmo,
e la malinconia indossa
un grembiule macchiato di luce.
Per arrivare terzi
devono sempre far male le spalle.
Finirò in una cassa di zinco,
Accanto a me nessuno avrò vicino,
Me ne starò silente e supino.
Sicuramente ben vestito e incravattato,
Con un piccolo cuscino sotto il capo,
Le mani giunte sul mio petto,
Con i miei cari al mio cospetto.
Eppure dopo tanti e duri sacrifici,
Questi ahimè non possono che esser gli auspici,
Una degna e nobile sepoltura,
In una cappella solida e sicura.
Eppure questa cassa di zinco non mi piace,
Non so se mai troverò in essa la desiderata pace,
Per me lo zinco l'olio ha sempre conservato
Cosa mai c'entro io li' dentro coricato?









