quando le tue parole hanno spigoli taglienti
quando le poche ore, mie e tue, non hanno ombra.
Ti prego non chiamarmi amore
se di me prendi solo il profumo
e lasci ad altri l’essenza di ciò che sono,
amore e’ il centro esatto del mio cuore
amore e’ indivisibile,
ne briciole o porzioni di me ti servo
ma tutto o niente.
Chiamami amore dunque
se di me avrai davvero fame,
se solo io disseto la tua gola,
chiamami amore con parole
vere.
Quello che aveva visto oscillare
Dietro la tenda
Ieri sera
Quello di un’attrice
Che voleva nascondersi dalle favole
Lui si era perso in certe stanze
Per ascoltare l’eco del firmamento
Tutta colpa di una fasulla eccitazione
L’eterna perifrasi del torbido
Che incombe sulle speranze
Recitare pensò
Non è quello che facciamo tutti
Ovunque
Consapevoli di seguire un branco
Di perdenti o assassini
Non ha alcuna importanza
Abbiamo bisogno di una strada
Per andare chissà dove
Quel pensiero molesto scavava
Tra i meandri del suo cervello
D’un tratto pronunciò ad alta voce
Il nome di quella donna
Ma dalla tenda ottenne solo silenzio
Si chiese se stava impazzendo
La vita non ha senso
Il tempo era fuggito
Lasciando inerme la sua voglia
Doveva cercare quella donna
La sua ostinazione esigeva una fede
La parvenza della salvezza eterna
In una mortale così lontana
Da quella lurida topaia.
di quel che resta sotto i gesti esatti
delle mani che tracciano il confine
tra ciò che è degno e ciò che va nascosto.
Tu dici: è colpa mia, è colpa mia,
mentre il mercato ti ripete sii bello!,
e il sangue diventa merce clandestina,
un rovescio del mondo che non vuoi.
Intanto ne conia altre Costantino, a suo piacimento.
Ma chi ha deciso che il dolore
debba essere elegante, muto,
senza cicatrici che offendono lo sguardo
di chi passa e non vuol vedere?
Ogni taglio è una parola vietata,
un rottame nel tempio della forma
(il gaslighting, la pace dei dazi).
Eppure, quando la sera si fa buio,
anche i trattati sull’acciaio conoscono una tenerezza.
Dov'è il confine tra una lega e un intermetallo?
Non chiederti perché lo fai.
Chiediti chi guadagna
se il tuo male resta invisibile,
se il brutto viene esiliato
e tu, con esso,
diventi fantasma a te stesso.
La pelle è l’ultimo giornale
dove scrivono gli altri,
ma le tue mani
-solo le tue-
hanno diritto di strapparne le pagine.
Mi lascia attonito senza fiato,
L'acqua scorre sul vetro della finestra,
L' animo a tal immagine si funesta.
Si' perché esso più non si dimena,
Rassegnato appare a questa scena,
Il cielo di Pasqua che Resurrezione non porta,
A nessuno di nulla cio' ormai importa.
Tutto tace nelle silenti stanze,
Dove un giorno v'eran fugaci danze,
Una mano che ti dava un sorriso,
Una carezza che ti riempiva il viso.
Nulla rimane di quelle soleggiate giornate,
Se non delle foto sempre più sfocate,
La memoria prende la via del declino,
Rimarrà il sorriso rubato di un bambino.
L’alba è uno scalpello di cielo
sospeso fra nuvole e cuore,
un bucaneve carezzato dal gelo
sembra straziarsi di dolore,
ferisce la solitudine d’aprile
come una vuota altalena in cortile.
E tu, mezzogiorno dei miei ricordi,
rincorri la mia anima
come un romanzo d’amore
scivolato sulla pelle stanca,
sciogli questo abaco di luce
sottratto all’eternità
e poi dimenticami
in questa solitudine d’aprile
come una vuota altalena in cortile.
Ho conosciuto un paese sotto
assedio negli occhi di Alma
Il corpo prosciugato da decenni
di fatiche proletarie, lutti e privazioni.
Abita sotto una sacra edicola
costruita intorno madri dolorose
di maggio e rose.
Sono entrata nelle stanze
della lotta e di antiche dipartite
piante in silenzio sotto l'impietoso
raggio del sole.
Le mani che stringono le mie
nell'assonanza dei destini.
Ho conosciuto il peso del rifiuto
nei deschi inospitali
In chiese riccamente adornate
In contrasti estetici ed estatici.
Ho camminato per le vie imbevute
di sangue e urina
E voci disarmoniche tirare giù il cielo
in preghiere inascoltate.
Le mura blu dei camici bianchi
ormai dimentichi di empatici slanci
E voci dal suono umano.
Ho conosciuto tante vite
precedenti a questa
Il giardino dei Narcisi
dove sono solo
Un' Eco.
Palesata inconsistenza
e inopportunità del pretendere
quando troppo è stato tolto
e nulla si ha da dare
ché per poterlo fare
occorre essere
anche in grado
di gratificare prevenzione
serve evitare
che ci si pieghi come piante
nel desiderio perso
dell'abbraccio del sole
con l’assillante voglia di stringere
catene a cappio
a qualsiasi collo, non solo
al diverso dal proprio.
Siamo superiori
superiamo l’insulso insistere
di rincorrerci come quei bambini
che riempivano i giorni col gioco
a riscuotere pegni
tra un dire predicatore
il fare razzolante
lettere di via
e testamenti premorte
senza il bello di baciare
distanti da Giuda.
La pioggia sulla finestra
della camera da letto grima il vetro
come mano pertinace,
in sé biliosa
verso la carta sulla scrivania
al davanzale.
Due occhi osservano.
La penna si avvicina al margine
più lontano
quando si specchia nel blocco dello scrittore.
Due occhi annegano.
Sulla pioggia insistente
del graffio alla stanza,
nella pagina bianca.
Il foglio non potrà che cercar di sopravvivere.
Agli occhi dell'autore.
(dal manoscritto olografo "Aghi di luce dalla coda")
Sembra quasi darti protezione,
Il pericolo è oltre di esso,
Una macchina potrebbe farti fesso.
Non c' è nessuno al tuo fianco,
Il tuo passo sembra esser stanco,
Allora da terra sollevi lo sguardo,
Ti accorgi che il tuo corpo è bugiardo.
In un secondo ritrovi le tue energie,
Osservando la natura con le sue magie,
Sotto un albero decidi di trovar ristoro,
Il profum delle foglie è come l'oro.
Degli uccelli ascolti il cinguettio,
Pensando a quanto sia grande Dio,
Che tutto quanto ciò ha creato,
Dando la ragione all'esser più ingrato.
Reciproco mistero intride il mito
di Psiche cui veder d’Amor il volto,
quando già dentro sé l’aveva accolto,
desio dovea restar inesaudito.
“Fors’è un mostro” insinuaron le sorelle,
e Psiche una lucerna a notte accese.
Di fronte a tal bellezza lei s’arrese
ma ardente goccia gli ustionò la pelle.
Amore si destò e fuggì tradito
mentre Psiche, raminga e disperata
a lungo dagli Dei fu tormentata
avendo al fato suo disubbidito.
Lunga storia d’invidie e di follie
che vide infin gli amanti ricongiunti
dal perdono di Venere raggiunti
ebbri d’ambrosia in complici armonie.
E Amore ancor più amo immaginare
di lei cercar del volto i lineamenti
capirne i più segreti intendimenti
ché amor vuol pure l’anima svelare.
Dei loro amplessi immagino pitture,
Amore e Psiche immersi nel mistero
ritratti coi pennelli del pensiero
di sé intense pur le sfumature.
Sol cornice la lor fisicità.
ché d’anime eran giochi appassionanti
e d’anime i momenti culminanti.
Nacque una figlia a nome Voluttà. (*)
(*): Edoné nella mitologia Greca, Voluptas nella narrazione latina (Apuleio, Le Metamorfosi)








