Ti ho lasciata andare
perché la vita si consuma
nella costrizione
tu mi hai lasciato andare
perché l’obbedienza è un vizio
dell’anima
eppure il nostro viaggio non si è fermato
tanto eravamo presi dall’accavallarsi
di esperienze, amori, tutti differenti
lunghi lo spazio di una notte
al più una stagione
continenti
cieli
lingue
cambiavano
ma i nostri sogni rimanevano
gli stessi
il nostro unirsi manteneva
lo splendore dell’alba
alla fine di tutto ci siamo ritrovati
di nuovo
al centro dei nostri addii in questo
stanco uruboro
i nostri sguardi consumati dall’esperienza
si incrociarono per eplorare la nostra stanchezza
E…
subito pensammo entrambi a quell’ultimo saluto
alla fine di tutto
ci siamo chiesti se ne fosse valsa la pena
il mondo nell’atrocità del vivere ci aveva cambiati
ma nel ricordo
il nostro abbraccio si eternava nelle costellazioni
nutrito dalla luce delle stelle.
Sul nucleare che attende
c’è l’accordo da firmare.
Voglia Dio
non si metta a parlare.
La tua firma
è indispensabile
ne va della vita, io
devo partecipare
al “galletto migliore”.
Potrei farvi alla brace
alla diavola, potreste
subire un attacco
un bombardamento, dai
non fatemi arrabbiare!
Per me candidato
è troppo, troppo importante
vincere al concorso
e poter rendere la Voglia
… uno dei miei vice.
Sonetto minimo a rime alternate (ossia quinari in schema abab abab cdc dcd).
T'attendo ancora.
Con vana fede
ogni mia ora
solo te vede.
Se s'addolora
il cuore chiede,
sogna e finora
al real non cede.
Vana speranza
ti parla in sogno
e con te danza
ma se t'agogno
qui nella stanza
dormo e vergogno.
28/03/2025
Ònfalo, che in volgar sei l’ombelico,
ogni giorno ti miro nello specchio
ché sei del viver mio vestigio antico
emblema prenatal in corpo vecchio.
Fanno a te coro gli organi d’attorno
che tu nutristi in vita lor fetale
da placenta, finché videro il giorno,
quel dì che al tuo cordone fu fatale.
E poiché da natura fu deciso
che il tuo destino fosse cicatrice,
l’onore io ti rendo aperto viso
di far ai carmi miei da incubatrice
agli embrioni e feti nascituri
di quando sono ancor in gestazione,
ove aborto temendo fo scongiuri
finché vedano infin pubblicazione.
Tu metafora sei, pensier profondo,
di ciò che, pur mortale, non perisce,
non sol dell’uom ma d’universo mondo
come la storia umana riferisce,
ché pur il mondo par ch’abbia ombelico,
in quel che fu di Delfi antico tempio
tramandato da Pindaro Epinìco, (*)
e in quanto infin dirò non vo’ far scempio,
ch’ombelico del mondo fu poi Roma
e pur Gerusalemme ‘l fu per Dante,
già allor città di guerra ancor non doma,
finché Leonardo pose in un quadrante
e in cerchio come a dir la Terra e il Cielo,
restituito all’uomo vitruviano,
quel centro il cui centro ora vi svelo:
dell’universo l’ombelico umano,
sicché l’ònfalo mio, per sillogismo,
ch’è er mejo der bigonzo degli umani,
dell’universo è il centro in simbolismo
certezza d’oggi, auspicio nel domani.
(*) Gli epinìci erano canti corali di vittoria negli agoni atletici. Celebri quelli di Pindaro, al quale do l’appellativo “Epinìco” (da epi-nike) non solo per far rima con ombelico.
La tinta dell'attesa è trasparente,
forse un giallo sopr'ali di farfalla.
Gentil brezza, d'amore evanescente
profuma mite l'anima che balla.
S'afferra la speranza saldamente
restando in equilibrio, si traballa.
Sol fiammella, sfavilla soavemente:
dolce sogno nel mare resta a galla.
Con fiato in sospensione, si sta muti,
mentre il cuore alza fragile canzone.
Lenti e sordi trascorrono i minuti.
Della storia rimane sol stagione:
addio buio e fantasmi più sperduti!
Oggi danza il destino in ribellione.
Cara amica mia,
ho pensato di scriverti
quello che dirti non so.
Non c’è volta
in cui non mi lascerei andare
a baciare il tuo respiro,
a cullare le tue paure,
a stringerti al mio corpo
e a non lasciarti andare via.
Non c’è volta
in cui non ruberei i versi ad un poeta,
per cantare la tua bellezza,
o il pennello ad un pittore,
per mettere i tuoi occhi tra le stelle.
Non c’è volta
in cui non ti griderei il mio amore,
ma mi toglie la voce
sapere che sei innamorata e felice
con un uomo che non sono io.
Cara amica mia,
scrivo quello che non posso dirti
su un foglio che non ti spedirò,
perché ne farò un aquilone
che sarà portato via dal vento,
perdendosi tra le onde del mare.
ognun nel suo letto se ne sta,
io invece esco alla buon'ora,
mi alzo come fossi una suora.
Non ho messe da andare ad ascoltare,
ma commissioni urgenti da sbrigare,
le strade si mostrano con veste inconsueta,
regna la calma e una pace discreta.
I parcheggi non sono un miraggio,
la domenica non si paga neanche il pedaggio,
un raggio di sole illumina un qualcosa che non c'era,
il tutto è avvolto da una magica atmosfera.
Sembra un mondo nuovo e sconosciuto,
mi ci muovo in vero un pò stordito,
non abituato a questa calma apparentemente,
ma per il lunedì si sta sol ricarcando tutta la gente.
Garzone di bottega che non sei altro,
che vai fischiettando con le mani in tasca,
quel berretto in testa, forse ti dona,
ma l’aria da spavaldo non ti abbandona!
Si, di gioventù ancora ne hai tanta,
ma stai facendo i conti senza l’oste,
la vita costa molto e lo sai bene,
domani farai famiglia, notabene!
Il tempo passa in fretta e sarai grande,
la vita è dura e non la puoi ignorare,
devi pensare oggi, al tuo domani,
se non vuoi che tutto, cada dalle mani.
Se pensi a questo, forse ti salverai,
toglierai le mani dalla tasca e le userai,
ti passerà la voglia di fischiettare,
toglierai il berretto e ti darai da fare.
Il mondo è già pieno di pelandroni,
ci sono anche ladri ed imbroglioni,
serve solo gente onesta e laboriosa,
gente buona ed umile, non boriosa!
Vorrei essere un mattino d'inverno
al mare o nei campi di grano,
nell'aria presente il ricordo,
inondato d’intenso profumo
scolpito, portato per sempre.
Nelle tiepide mattine d’autunno,
con i prati di bianca rugiada,
di te… del tuo immenso pallore,
chiudo gli occhi, una lacrima appare
fra le rose e la foto sbiadita
che consuma e ferisce il mio cuore.
Per partir quando vien primavera,
ecco il mandorlo e il glicine in fiore,
il ruscello borbotta dal monte,
volan rondini in cerca del nido,
ma il ricordo di te non scompare
fra i cipressi di un verde smeraldo.
Le stagioni, la vita che corre
e la morte che presto compare,
mi riporta alle dolci visioni,
ricoperte da campi di grano.









