come si fa con un fiore fragile
che ha resistito al vento.
Mi parlerò piano,
con parole che curano
invece di ferire.
Mi darò tempo,
spazio per respirare,
pace per sentirmi.
Non cercherò più chi non vede,
non griderò per essere amata.
Sarò io a bastarmi un po’.
E in ogni gesto semplice
– una carezza, un passo –
ritroverò me stessa.
Porterò con me i miei giorni più belli,
li conserverò come fiori essiccati
tra le pagine di un libro amato.
Saranno luce nei momenti bui,
ricordi che sanno ancora di sorrisi,
voci che il tempo non spegne.
Li terrò nel cuore
non per restare ferma,
ma per sapere da dove vengo,
quando vado avanti.
E mentre cammino,
quei giorni mi parleranno piano,
dicendomi:
“Non sei sola. Ci siamo anche noi.”
Quartine di quinari a rime alterne.
Non c'è panchina,
resto seduto
questa mattina
come sperduto
sopra un muretto
e attendo un treno
che sia diretto
lontano almeno
di quanto serve
per non sentire
quello che ferve
dentro le spire
della mia mente
che disillusa
ed incoerente
cerca una chiusa
con una rima
che non disperda
la mia autostima
dentro la merda…
ne passan pochi,
è una stazione
fuori dai giochi,
senza ambizione.
Eccone uno,
puzza di nafta,
scende nessuno,
mi mordo un’afta;
va verso Est
(fine del mondo)
fallendo il test
del girotondo;
non ho il biglietto
quindi non salgo…
un altro aspetto…
per quel che valgo
non posso certo
immaginare
mi venga offerto
spettacolare
scompartimento
di prima classe
con supplemento
oltre le tasse,
ma pur che fosse
carro bestiame
con moto a scosse
pien di letame,
temo mi serva
qualche biglietto
il che mi snerva,
ora lo ammetto,
perché la tasca,
vuota d’orgoglio,
è floscia, lasca,
non portafoglio
trova rifugio…
senza moneta
tengo l’indugio,
qualsiasi meta
è irraggiungibile;
rimango fermo
spento impassibile
e mi soffermo,
guardo il binario
tornato vuoto
come il diario
del pirla ignoto
che scarabocchio
senza un perché.
Si bagna l’occhio
pensando a sé.
17/04/2025
Tra reminiscenze leopardiane dedico queste quartine alle poetesse che incontro nel virtuale
Amiche senza nome e senza età
che il vostro cuor svelate e vostra vita
celando le fattezze e la beltà
a quest’anima ignara ed invaghita
d'arrendevol poeta nel virtuale,
risponder con parole e con carezze
vorrei talor se sento che m’assale,
sospinta da poetiche sue brezze,
quell’antica recondita malia
di chi suonare sa propria tastiera
e compone sue note in armonia
seducente suadente messaggera.
Sempre s’aggira in me, fantasma folle,
quello spirto sparvier ch’entro mi sugge,
che inseguire chimere sempre volle
che poi la rëaltà tosto distrugge.
Così la fantasia va nel mistero
a impossibili incontri immaginare,
e mentre in tanto annega il mio pensiero
il naufragar m’è dolce in questo mare.
Tappeti di sabbia dal Sahara,
duplici gelicidi aggravati da nord,
valanghe di pioggia battente,
uragani all’attacco da est
banchi di nebbia tra libri di scuola,
nubi a sviluppo verticale all’orizzonte,
venti impetuosi disposti a disporsi da sud,
ventilatori rinfrescano a regime di brezza
attratti dall’occhio del ciclone,
un vortice di sguardi inatteso,
a tratti le note di una tromba,
Marina insegue una colomba.
anche quando tutto si scioglie intorno,
anche quando il silenzio pesa più di mille voci.
Resto,
con le mani che hanno stretto troppo,
e con il cuore che nessuno ha saputo leggere fino in fondo.
Sono stanca, sì...
ma ancora capace di luce.
Ancora viva di parole non dette
e sogni che non si lasciano morire.
Voglio abbracciare me;
perché per me ci sono stata poco.
Ma ora ci sono
e non mi lascio più andare via.
Ho dato tanto a chi non meritava.
Ho dato più di quanto avevo.
Ora che mi sono svuotata,
ho bisogno di riempirmi
di tutte le cose che non mi sono mai data.
Io resto;
perché adesso scelgo me.
Avrei dovuto scegliere
Dove non conta niente il resto,
Il tuo animale da compagnia,
Lascia nella tua casa tanta nostalgia.
Ricordi affollano la tua mente,
Lui è lì al suo posto sempre presente,
Puntuale lì ad aspettare la sua razione,
Estate inverno e in ogni stagione.
Sempre arzillo e assai vivace,
Per lui mai pensi all'eterna pace,
Poi torni una sera di primavera,
Lo vedi lì con una strana cera.
Impotente assisti alla sua agonia,
Ti rendi conto che sta per andar via,
Lasciando un vuoto nel tuo cuore,
Amico di vita che dava amore.
il risveglio dal tepore della routine
un'eco offuscato e sordo
del passato permanente
nelle antiche stanze convalescenti
dei giorni fioriti di brume e arie terse
a gremire palcoscenici di vissuti
sfiorendo al calar della sera
nel sapore del suo olezzo.
Poi, via, fingere come se nulla
avesse investito il cuore,
di nuovo, verso il fiato del vento
dilegui il tuo sguardo verso il buio,
dopo quel rivedersi dopo stagioni,
in quel fugace momento in magia
dove le nostre mani incredule,
appena sfiorate nel ricercato errore,
nascondono di essersi toccate
per accarezzare la tenerezza
e l'intensità di quel che era
bramata voluttà in cui aberrarsi.
Ignoti or sono i nostri destini
appena incrociati per sbaglio,
in una sera senza cielo di stelle,
fingiamo sorprese consapevoli
del divampato fuoco appena spento
in un sol istante sperduto tra le vie,
mi hai rubato ancora il respiro
come io ti ho rubato il fiato,
abbiamo incendiato le gote
e il batticuore, ma,
non abbiamo perso ancora
il cuore l'uno per l'altra
nelle fauci dell'errore.









