PseudoLimerick AAbbA; "pseudo" perché ho ristretto i versi: settenari invece che endecasillabi, quinari invece che settenari.
C'era un tempo lontano
in cui, sembrerà strano,
dicevan tanti
con toni affranti:
«C'era un tempo lontano…»
04/05/2025
Forse no ma io le scrivo lo stesso, perché il dolore ha bisogno di uscire, anche quando resta inascoltato.
ma ninfa di peccato e di malia,
crëatura d’erotica follia
votata a lussuriose tenerezze,
sirena adusa ad incantar per mari
incauti naviganti tra gli scogli
che prima a te richiami quindi accogli
e irretisci in amori temerari
senza timor di lupi marinari,
ch’esperta li carezzi e li denudi,
li usi a tuo piacere e li ripudi,
né temi fiocinieri né corsari.
Ma un giorno a te approdò un giovin tritone,
biondo e possente e d’attraente aspetto
che accolto di conchiglie nel tuo letto
col suo canto impregnato di passione
ti seduceva mentre tu giacevi
arrendevole nella tua bellezza
vibrante in quell’erotica sua brezza,
prima volta davver ch’amor vivevi.
Ma come chi in amor ha un cuor ribelle,
se ne andò un giorno e mentre si tuffava
capisti che per sempre ti lasciava,
che il suo amore svaniva tra le stelle,
che la tua pelle esangue abbandonata
non avea più calor e neppur tatto,
tu rimasta impigliata in un anfratto
di rete tra le maglie catturata.
Da allora il mal d’amore percepisci,
non sol se lasci tu chi hai sedotto,
ma se un perduto amor piangi a dirotto
e del suo disamor in te appassisci.
Quando passi tra la gente,
tra gli sguardi rubati
sei Bella.
Sei Bella per tutti i giorni vissuti
e i pensieri nascosti .
Sei Bella per tutte le parole che hai detto
e quelle che dirai.
Sei semplicemente Bella,
nel tuo pianto che non scopri e che io vedo.
Sei Bella come l'alba che illumina il giorno
e il sole impallidisce quando ti svegli.
Non importa se sei bella per tutti,
ma chi sa guardare
con i mie occhi
sei Bella davvero .
Stagioni e meridiani
stipati nel mio cuore
mordono la luce del tempo,
disegnano sottochiave
il silenzio dei miei occhi,
si pentono di un fiore
dimenticato dalla luna,
si accendono come petali
ubriachi di un tramonto.
Sfioro una carezza di luce
sulle labbra del mio eco:
e così, lontano da me soltanto,
scrivo risate d’immenso
nel canto acerbo
di una malinconica stella
che sazia il cielo d’incanto.
Domenica mattina
alzando gli occhi al cielo
sorrido sotto al velo
dell'aria ballerina.
C'è chi poltrisce a letto
chi gioca col suo gatto
c'è chi diventa matto
col sogno nel cassetto.
Da una finestra vedo
lo sguardo di una mamma:
d'amor negli occhi fiamma.
Un pollo su uno spiedo.
Un uomo che passeggia
la mano sul guinzaglio
col suo pensier bagaglio
su schiena mentre albeggia.
Domenica mattina
il cuore ferma il tempo
un lampo nel frattempo
irrompe come mina.
Sarà poi lunedì
la vita non aspetta
nel fosso o sulla vetta
non stare fermo lì.
Da strade colorate
vien di ragù profumo
sapore che riesumo
d'infanzia e di risate.
Domenica è famiglia
con animo leggero
oppur è da straniero
vagar per mille miglia.
Domenica mattina
ricerco un po' me stessa
la solita scommessa.
Di rosa resta spina.
nel grembo della primavera,
rapito dal tuo regale olezzo,
contemplando il fluire del tempo.
Ti lascerò come una dea primeggiare
nell'inverno dei miei dilemmi,
dissipando inenarrabili arcani,
esorcizzando tremiti senza voce.
Oh tu rosa dalla muliebre bellezza,
le tue aculee spine sono prigione
per la mia brama di coglierti,
egotista sotto patine di smanie.
Ma come cremisi aneddoto conquisti,
quei respiri di vita tra le riga capovolte
nei miei consueti privi di meraviglia,
e ammaliami nei tuoi bei madidi petali
nella mia dolce morte mentre ti bacio.
Nella scheggia che brilla presso il canale di scolo, dorme Andromeda.
Nel respiro corto del minatore di carbone, il rantolo del Prana.
Microcosmo specchio incrinato, riflette storte immensità.
Το παθειν μαθος – saggezza artigliata dalle macerie. O l'usura di Pound,
Che rode il cuore di pietra della città, l'architrave del tempio. Guarda!
Senti il PULSARE del granito, il battito lento sotto l'asfalto,
Che accorda l'atomo all'ARCHÉ, il ferro del sangue ad Ares cupo.
COSCIENZA, scintilla sepolta che attende il fuoco dell’Alba
voce dal labirinto d'ossa che brama un altro modo di sapere,
Non gli aridi gusci d'Aristotele, sillogismi impilati come mattoni,
Ma il lampo di Hölderlin, squarcio degli Dei sul Neckar,
Prima che il silenzio lo inghiottisse nella torre, sguardo perso sulla Grecia sacra,
"... Nähe / Mühsam zu behalten..." (vicinanza / ardua da trattenere...).
Coscienza tessuta di stelle e fuoco sinaptico, che scava più fondo,
Della radice di mandragora in terra di cimitero, cercando la Sorgente.
Plotino, su scale di luce verso l'UNO abbacinante. E noi?
Raccogliendo riflessi nello sguardo sfuggente d'un passante, nell'accordo dissonante
Che Schumann udiva dettato da angeli, puri e terribili, nella quiete di Endenich.
Un tormento, una gloria. "...davon ich keinen Begriff hatte..." (di cui non avevo idea...). Lo scrisse.
Sonno: abisso d'oblio, benedetta anestesia.
Piccola morte che prova la Grande. Misericordia che ci rende
Alla gravità della forma, al dolore gradito dell'incarnazione.
Ma questa veglia – cos'è se non velo più sottile del sonno?
Palcoscenico incerto dove Calderón vide un sogno febbrile, un frenesí?
Occhi incollati al Reale dalle cateratte del mondano.
La farfalla di Zhuāngzǐ svolazza tra i mondi – siamo noi il sogno,
Sigismondo in catene d'apparenza? O è il sogno a sognare la veglia?
Il sonno PIÙ VASTO è discesa cosciente,
Nel Gobi dell'anima, dove l'io tintinna come zucca secca
E il Vento-Spirito, Ruach Elohim, scolpisce il silenzio.
"Acquietati," comanda la Colonna di Fuoco. "Sappi."
LUCE BIANCA in agguato. Senza preavviso. Grazia immeritata.
Subitanea levitazione a spanne dal linoleum crepato.
Poi, cambio di fuoco: compassione, lieve come seme di tarassaco,
Per questo affannarsi frenetico – tasse, orari, amori stanchi –
Geroglifici del desiderio graffiati sul muro della prigione. Cianfrusaglie.
Eppure l'ombra ha peso, la sua algebra precisa e vincolante.
Il Logos giudica? O solo testimonia? O diventa?
Sperimentando la propria rifrazione in dieci miliardi di frammenti.
POLARITÀ, il telaio su cui tesse la necessità.
Pesi e contrappesi nel telaio del Fato. Atto e potenza.
Coincidentia oppositorum, sognò Cusano al bivio.
Destino scritto? O tracciato sulla sabbia mobile del libero arbitrio?
Ricerche, fili tesi nel labirinto; ritrovamenti, fili tagliati dalla Parca distratta.
VITA / MORTE – porte girevoli nell'osteria del Tempo.
Apertura / chiusura – la valvola del cuore, la conchiglia sulla spiaggia.
Amore, brace che scalda le mani infreddolite dell'anima;
Disincanto, cenere che acceca e rivela l'osso nudo.
O la trama compresa, l'Affetto che acquieta,
Gusto sottile, gioia serena nel nesso svelato –
Stazione Spinoziana oltre il mare agitato dei conati,
Approdo a oggetti intercambiabili, luce calma riflessa….
Ma è sempre SISTOLE / DIASTOLE – il respiro di Brahmā nell'attimo e nell'eone.
Ormuzd e Ahriman giocano a dadi con le nostre vite.
Nello sguardo dei Celesti e’ la danza di Ombra e Luce.
La Volontà s'inarca all'indentro, non per conquistare, ma per DISSOLVERE.
Amutolire il molosso della Ragione, cane che abbaia prove all'infinito.
Ripiegare la scacchiera logica, i gambetti prevedibili.
Ascoltare invece il tremito, il murmure incoerente della Sibilla,
Il coro interiore di Schumann, il canto gutturale dello Sciamano sotto la luna tambureggiante,
I Frammenti puntellati contro la rovina ("These fragments I have shored against my ruins"), voci dall'eco della gabbia pisana.
MEDITAZIONE. SILENZIO gravido, non vuoto.
Il silenzio gravido prima del Big Bang, prima del Verbo.
La Stille Wüste di Eckhart, il Fondo (Abgrund) dove Dio è non-Dio.
CORRISPONDENZE intrecciano mondi invisibili.
Come in Alto, così in Basso. Verità della Tavola Smeraldina.
Pianta si allinea a Pianeta, Luna tira marea e umore. Arcangeli operano
Negli anelli della quercia, nel reticolo del cristallo, nella segnatura delle erbe.
Affetto, sì, fragile tenerezza per il QUI. Questa tazza ruvida.
Quella specifica luce di pioggia ricordata, battesimo o annegamento?
Gli oggetti vibrano del loro divenire, estensioni del nostro senso tentacolante.
Sonde gettate dall'UNO nella Sua stessa Alterità manifesta.
Imparando le Sue trame attraverso noi: puntura d'estasi, cappa di piombo del lutto,
Persino l'abietto, il crudele, lo spreco insensato – Indagine DIVINA?
O IGIENE cosmica? O sconfinato, periglioso GIOCO?
Permettendo passaggi d'anime, rotazione, come colture in un campo –
Questa esausta, cede il passo; un'altra entra, vibrante, temprata al fuoco,
Pronta a soli più duri, notti più gelide, ascese più erte. Shiva danza.
Sussurro di reincarnazione. Chi viaggia? La maschera o la Scintilla interna?
Mondi simili al nostro, stelle vicine che bisbigliano attraverso il vuoto.
O sprofondati nel pozzo del Tempo, futuri che sognano passati. Vite palinsesto.
Sempre? Talvolta? Mai? Per l'anima fattasi leggera, traslucida,
Pagati i debiti karmici in moneta di dolore e d'intuizione,
La Grande Ruota stride fino a fermarsi? Il cancello del Samsara si spalanca?
O il viaggio è frattale, nidificato all'infinito, cicli entro cicli inimmaginabili?
Pitagora udiva i rapporti celesti; noi, sirene che lacerano la notte.
La nostra piccola stazione Terrena: scena minore, stanza singola (forse ricorrente)
Nell'epica migrazione dell'Anima attraverso derive stellari e golfi del divenire.
E l'Anima? Scintilla Dei, favilla fuggiasca dal Sole Primigenio,
Ciò che Arde ma non si consuma. Pellegrina o prigioniera? O entrambe.
Arte, Musica, Pensiero: Taumaturgia praticata sul velo.
Gettare reti nel Plenum, TIRARE DI QUA forme fragili,
Memorie dragate da quali abissi? Atlantide che balugina? Visioni future?
Schumann che trascrive armonie angeliche, terrificanti nella lucidità.
Hölderlin che nomina Dei finché i nomi gli bruciano la lingua al silenzio.
Pound che intreccia frammenti – elegans pontifex – disperata sintesi.
L'urgenza di dar forma al ricordato, all'intuito, al bramato,
Per quanto rotto il vaso, per quanto confuso il messaggio ricevuto.
Pietra dorme, stella arde, sangue scorre, pensiero balugina.
Polarità si baciano e si respingono nell'eterna danza della creazione.
Il particolare regge l'Universale nel palmo tremante.
La Coscienza respira silenzio sotto il chiacchiericcio della macchina-mondo.
Siamo granelli di polvere danzanti nel raggio, ognuno portando il Sole dentro.
Ascolta: il silenzio e’ carico quando la campana è muta.
Qui. E Ovunque. Senza fine.
Tutte insieme da mattino a sera,
Il vento non le spaventa per niente,
Ognuna a sua modo si sente onnipotente.
Si sfiorano si toccano tutte vicine,
Come tante sincrone ballerine,
Il loro rumore è piacevole all'udito,
Ti mettono quasi di buon appetito.
Rigogliose ondeggianti sui loro rami,
Fiduciose in una pioggia l'indomani,
Nulla ancora le infastidisce,
Mai immobili e tutte lisce.
Il cinguettio di un uccello le sfiora,
Fan da panorama alla mia dimora,
L'autunno sembra ancora lontano,
Si godono il momento man nella mano.
Sonetto classico, endecasillabi canonici a maiore con rime alternate sia nelle quartine sia nelle terzine e consonanza tra le une e le altre.
Mia dose quotidiana di veleno
il perdurare della tua assenza
mentre tu non ci fai caso nemmeno
in questa storia senza consistenza.
Al mio sognarti metto un altro freno,
litigo col mio cuore e l'impudenza
d'un sentimento troppo al senso alieno
che mi devasta e pure con veemenza.
Appoggio in modo osceno la mia mano
come a distrarmi privo d'eleganza
immaginando un corpo ignoto e strano
col quale fare calda e breve danza
ma non ci riesco e torno ad aeroplano¹
a illudermi d'aver con te speranza.
¹: rapidamente.
03/05/2025
tra un passato nascosto e un futuro già esistito.
Tra ciò che è,
e ciò che non può essere.
Tra un'assenza
e una presenza che non sa restare.
Un grigio
che vuole essere rosa, ma rimane tale,
custodendo
un'illusione impronunciabile.
Cercando una risposta dove non esiste domanda.
Inesistente,
eppure c'è,
come una parola
di una voce che non parla.
Parole che danzano
come polvere nel buio, invisibili
e inascoltate dalle persone.
Persone
che si trovano già perse, senza cercarsi.
Tutto si consuma nell'intervallo
del quasi
e del nulla.
In un dolore
che non esplode, ma resta lì,
a ricordare
che non tutto va detto.
Non per paura,
ma per non farlo esistere davvero.
da tempo il paese africano hai abbandonato.
Posto fisso
dinanzi a un Campo consacrato.
Sfidi ardito i rigori dell'inverno;
tormenti a forza
la coscienza degli abbienti.
Il fratello Mohamed
benedice con fervore
i cuori generosi dei giusti.
Animo semplice e lindo;
destinato alla vita eterna
sempre beato








