Un nuovo papa sostituisce quello di prima,
Ecco che spunta sulla balconata,
Saluta la gente sulla piazza appaiata.
Bianchi sono i suoi capelli,
I suoi occhi molto belli,
Le sue lenti progressive,
Le sue parole assai incisive.
Tra i popoli invoca la pace,
La piazza sotto tutta tace,
Le sue parole riecheggiano forte,
Tra le anime in basso assorte.
Attento e severo par l'americano,
Con il suo taccuino stretto in mano,
Per lui giunga una profonda preghiera,
Affinche' possa aiutare l'umanità intera
Struttura strana già usata da qualche altra parte, del resto il contenuto è strano, prodotto da triste estraneazione: strofe di senari rimati in schema abcbadcd.
C'è gran confusione
nella specie mia
tra la libertà
e vile anarchia.
Triste situazione
si trascina avanti
nell'umanità
piena d'ignoranti.
Pronti a condannare
despoti stranieri
ed a lamentarsi
dei troppi doveri,
sempre a contestare
decisioni altrui,
volti ad annoiarsi
mentre tempi bui
marciano serrati
nell'indifferenza
di chi per la guerra
serba indifferenza
quando investe stati
non troppo vicini…
e su questa Terra
perché far bambini?
ioffa, 04/05/2025
Tempi frenetici,
la vita che incalza,
lenta incede la lumaca,
lenta riflette la mente
le stelle nel cielo stanno a guardare,
osservo le nuvole, il cielo a pecorelle,
lenta cade una foglia dentro al libro,
lente letture appassionano il poeta
non c’è piu’ il tempo
ci manca il tempo,
tutto va in fretta
ansia maledetta
incanta l’ascolto di un canto in cantina,
lentamente il vino scorre nel bicchiere,
lentamente al crepuscolo nasce la luna,
lentamente batte il cuore nel tempo.
Poetino da un centesimo di rame,
(forse vali di meno)
ormai sono tre lustri che ti credi
il bello del reame,
ondate di veleno
dal capo tu cospargi fino ai piedi,
di certo poi non vedi
la folla di persone che ti scansa,
lasciandoti da solo
ti immoli ricoprendo il triste ruolo,
al chiuso della stanza,
hai fatto una scoperta eccezionale:
le rime in versi al ritmo artificiale.
Eggià, ormai tre lustri son passati,
ricordo ci hai provato
a scrivere un sonetto come Dante,
i versi disastrati,
le rime "fiagu e melda" sul selciato,
furbetto e lestofante
rubando le parole...sacripante,
comprando nel negozio un bel guinzaglio,
restauri vecchi testi
-siamo giocondi ma non siamo fessi-,
non hai nessun bagaglio,
nessuna rima viaggia emozionale
ma solo intelligenza artificiale.
Ma tu si sa vuoi essere il più bello,
Il primo della classe,
però nessun talento ti sostiene,
mediocre menestrello.
abbandonato pure dalle masse,
il sangue nelle vene
succhi come si nutrono le iene,
ma il sangue non è puro,
olezzo di sgradevole persona,
seduto ora in poltrona
ti alzi e vai a cozzare contro un muro.
Sei tossico assuefatto e non puoi stare
senza l’intelligenza artificiale.
Poetino da un centesimo bucato
ormai tutti lo sanno
che scrivi rime e versi con l’inganno.
O barba, cespuglio del mento alterato,
tu trono peloso del viso sudante,
copri le gote con fare educato
ma spesso nascondi l’ego gigante.
C'è chi ti sfoggia con aria pensosa,
con l’aria da saggio, da eremita stanco
ma a guardare bene, talvolta la cosa
è solo un piumone per l’ego bianco.
Ti pettina lento, con arte e balsamo,
come si cura un bonsai personale.
Ma sotto la frasca, se levi l’albero,
trovi un pensiero spesso banale.
“Oh, guarda che barba!” esclama la folla,
e lui si atteggia a profeta antico.
Ma spesso la barba che tanto si immola
è solo il trucco di chi parla poco e pensa ancor meno. Un bel fico.
“È virile!” sussurra la voce del mito,
mentre lui liscia quel muschio castano
ma se gli chiedi un pensiero nitido,
ti offre soltanto lo sguardo lontano.
E guai a toccarla, sua sacra reliquia!
Si offende, si offusca, si chiude a riccio.
È il suo talismano, la sua picca antica,
il suo manifesto: "Ho letto Nietzsche (o quasi), e ti fulmino in silenzio."
Ah, barba maestra di finti misteri,
di notti passate fra birra e citazioni,
sei l’alibi chic di molti mestieri
e il filtro d’amore per tristi illusioni.
Eppure, che charme, bisogna ammetterlo!
Ci cascano in tante, lo sguardo si inganna.
Là sotto c’è forse un cuore tenero…
o solo briciole della sua colazione?
Rose, gigli e tulipani,
fior di pesco ed aeroplani,
sfioro il grano fra i papaveri,
fior di loto negli stagni!
Mimose, iris e margherite,
ginestre, viole e bei narcisi,
quanti fior nel mio giardino
da annusare ogni mattino!
Foglie verdi son smeraldi,
sembran proprio dei diamanti!
Dolce polline come miele,
ed i petali sembran vele
da spiegare controvento
quando nei capelli io lo sento,
quanti fior nel mio giardino
da annusare ogni mattino!
Sussurri
Crepitio di foglie
Spasmi e respiri confusi
Pioggia livida di tormento
Ansia consunta e gravida
Pianto
Rumore di cieli diafani
Ruvide mani in tormento
Eco di silenzi nascosti
Randagi ricordi
Compongo languore e dimenticanza
Professo canti di nostalgia
incontra il Crocifisso.
Reclama a forza
all'ignavo Pilato
il corpo di Cristo.
Provvidenziale intervento:
il defunto destinato
a subir il ludibrio
degli ipocriti e dei malvagi;
e monito per i viandanti.
Un sepolcro privato,
scavato nella roccia,
accoglie la Spoglia Santa.
Prodromo di resurrezione
Amaro è stato non capire,
il perché del tuo andare via.
Amari sono stati i giorni,
in cui ho cercato una ragione
che recasse senso alla tua scelta
e portasse un po’ di pace
al mio dolore.
Amaro perdere la speranza,
di rivederti ancora.
Amaro e dolce,
dolce e amaro, oggi!
Oggi, che mi trovo a camminare,
tra i vicoli e case di montagna,
perché avevo voglia d’aria fresca.
Amaro e dolce,
dolce e amaro, incontrarti qui!
Ti guardo
e tu mi guardi.
Hai il viso stanco e magro
che sorride, ma quasi piange.
Ora so che sei scappata,
perché io non soffrissi
per il tuo male.
Amaro chiederti come stai.
Dolce sentire che ce la farai.
Bello è il calore del camino,
mentre ci abbracciamo,
come nella foto
che hai appesa alla parete.
Dolce asciugare le tue lacrime
e sentire il tuo silenzio
chiedermi di restare.
Dolce ti rispondo,
e dolce ti abbandoni
tra le braccia dell’amore.
razionalità e sogno si scontrano in guerra.
Chi avrà il coraggio di definire il senso di una parola?
Già perduto chi brama sicurezza,
o è forse dilettante chi attende ciò che non può essere atteso?
Sereno è chi sceglie,
chi rimane saldo nella responsabilità,
oppure è gioiosa l’esistenza
di chi si accende come un gitano in festa?
L’amore,
è un rifugio che protegge
o un luogo dove smarrirsi?
Una coperta che stringe due corpi scaldando,
o una canzone su cui danzare
fino a perdere il fiato?
L’amore non risponde,
Sottrae, consola, confonde.







