Oggi la stanza è a cielo aperto
Ostile danza la vita
tra bulbi succhiati
Indifferente l'aria al petto
squartato
Impari la scaltrezza del corvo
e della gazza
uniti insieme a banchetto
Nemmeno la leggerezza del volo
Abbiamo corpi di carta
Tutti ci assorbe la pioggia.
Come si dovrebbe rintracciare da questo timido e costretto nascondiglio terrestre la miracolosità della immaginazione, il grande teatro della mente che niente ha da invidiare ai milioni di galassie così mostruose e antiche da essere senza un tempo concepibile? Le merci d’oro e seta che di notte si filano in sogni, chissà da quale profondità emergono? L’incommensurabile grandezza degli istinti che prima di esprimersi si mediano e si annodano in un lavorio sconosciuto, ma permanente, per renderli compatibili, gestibili, persino reprimerli.
Per fortuna abbiamo un limite in numeri decimali incompatibile con l’eternità, con la saggezza, con la pazienza. La vita è un colpo di tacco, un sorriso appena accennato, molto meno del brivido di un continente. Io, per esempio, temo qualsiasi tipo d’amore semplicemente perché soffro del tempo che non ho, dell’impossibilità di poter solo dare alcuni cenni esterni di chi io sia se non come sintesi approssimativa. Di lei, qualsiasi lei, temo di non poter andare oltre ad un profumo, ad una lacrima, per non parlare di un bacio. L’ho baciata? Certo, infinite volte, ma se dovessi raccontare cosa accade quando si conclude un bacio non potrei farlo. Il troppo presto è capace di uccidere tutto il bacio. La fine! La fine cancella sempre l’inizio e il durante!
Sai di me, sapete di me, tutto il possibile che può conoscersi in un attimo, nient’altro. Io di me so qualcosa in più di voi, ma poca cosa. Mangio, bevo, dormo, rilascio cose già utilizzate, faccio sesso, ho potuto contribuire alla riproduzione. Tutto qui? Si, tutto qui! Il resto è fantasia, immaginazione, sogno, istinto. Sono io il proprietario di tutto ciò? Si, ho questa incombenza e responsabilità. Cioè posseggo un cosmo infinito che non sono in grado di conoscere né, ovviamente, di utilizzare e gestire al meglio.
Mi fa piacere che qualcuno abbia indagato la relatività. Grazie! Ma sono, siamo ben altro. Siamo la parte meno evidente e meno indagata dell’infinito. Siamo relativi a noi stessi!
La nostra relatività è infinita e inconoscibile. Si, certo, posseggo abitudini, modi, sistemi, comportamenti, ma al primo soffio di vento d’anima lasciano il posto ad altro. Quel qualcosa tra il grandioso e l’infimo, tra il miserabile e il degno. Credo che chiunque abbia parlato, nel corso di migliaia di anni (poeti o religiosi che siano stati), di inferno e paradiso cercasse disperatamente di andare al centro della nostra miseria. Abbiamo un’intelligenza, grande o meno grande che sia, adatta ai particolari, ai piccoli accadimenti, alle piccole scienze. La grande scienza che dovrebbe indagare nei meandri della immaginazione, dei sogni, degli istinti, della fantasia non sarà mai a nostra disposizione. Per fortuna io credo, altrimenti non potremmo sopravvivere a questa conoscenza.
Chi scrive dovrebbe essere obbligato a cerchiare in rosso i propri passi nel mondo per non perdersi. I passi fisici e quelli su carta. Chi scrive dovrebbe chiedersi, maledizione, quanti di questi passi sono veri e quanti quelli falsi. Molti si accorgerebbero di non essersi mossi di un millimetro. Niente che si scriva, come nessun viaggio è reale se non è macchiato dall’istinto, se non porta con se tutte le caratteristiche di un sogno ancora da fare mille volte in una certa notte, in un certo anno, in un certo letto ben scelto per una nuova amante, in un ultimo bicchiere d’alcol che ti porti dove non sei stato ancora.
So che i grandi, alcuni grandi scrittori, hanno scritto sapendo bene dove stavano portandoci. Altri, impasticcati di presunzione, sono grandi solo per alcuni salotti di velluto consumato. Scrivono solo per onorarsi, per cospargersi di brillantina senza ungersi le mani. Scrivere è un mestiere che sporca, che uccide, che respira d’ossessioni, cerca spiragli d’aria dove l’aria non c’è perché se vi fosse stata Joyce non si sarebbe occupato di Ulisse, Dostoevskij non avrebbe conosciuto i Karamazov e Majakovskij – il più grande - sarebbe morto centenario. Certo, scrivere non è mai innocuo, e di questo ringrazio Dio o qualsiasi altro Dio che voglia prendersene la responsabilità.

Tu che sei in un mondo
così lontano
e più ti penso
e tutto è così strano
nella mia mente
ci sei sempre tu
in primo piano
nelle giornate che fuori piove
oppure quando c'è tanto sole
e non ho voglia di parlare
nelle stagioni che cambiano
nei miei sorrisi
che fingono gioia
e tutto scorre come un fiume in piena
è una tempesta dentro il cuore
ed il tempo è come un pugno nello stomaco
che fa tanto male.
E penso anche a te
amore mio così lontano
che tocchi le stelle con le mani
e sarà dura così
fingere di stare bene
e pensare, pensare
osservando il cielo
che cambia i colori
nelle giornate che fuori piove
e con il sole che sembra smarrito
non ho proprio voglia di parlare
solo di pensare anche a te.
addó nce truove sempe 'o ddoce.
Pe 'e figlie suoje se jettasse 'int'ô ffuoco,
ogni gghiuorno s'abbraccia 'a croce.
È na cuperta ca d' 'o friddo te cummoglia.
È nu nivo d'ammore ca cunforta e accoglie.
Mbraccio a essa truove sempe calore,
si quaccosa te fa male, te passa 'o dulore.
È 'o rifugio addó truove riparo si chiove.
È 'o cappiello ca te prutegge da 'o sole.
È 'a sciarpa ca d' 'o ggelo te cummoglia...
è 'a rosa c'arrepara 'o bucciuolo c''a foglia.
È 'a voce ca te rassicura si tiene paura.
È 'a mana ca t'accumpagna 'int'ô scuro.
È 'a saputona ca mpruvvisa nu mestiere,
pe te leva d' 'a capa 'e bbrutte penziere.
È cchella ca quanno te vede 'e suffrì,
te vulesse straccià 'o mmale 'a pietto.
Desse ll'anema pe 'e figlie suoje,
pe lle dà sempe riparo e arricietto.
È 'o passo ca te sustene pe nun te fa' cadé,
vulesse sta pe ttuta 'a vita accanto a tte.
Pure quanno se nne va e nun ce sta cchiù,
tu 'a chiamme: "mammà, aiutame tu."
Pe spiecà bbuono che d'è na mamma...
nun abbastano tutte 'e parole d' 'o munno.
E si t'addimannano: che d'è 'na mamma?
dice: " 'a mamma è 'a mamma!" E rispunne.
Quando la poesia di Dio
cade nei tuoi occhi di madre
il mondo si squarcia
in un diluvio di rose
a nevicare alle porte del cuore.
Seduta accanto ad una culla
sorridi al battito della vita,
intrecci sillabe di lune meravigliose
alle labbra di una dolce canzone,
onde di mare e cieli di speranze
orlano il confine dei tuoi giorni,
valigie d’amore le tue braccia,
barca in mezzo ai sogni il tuo petto,
fiato della mia anima
ogni tuo gesto che accenna il mio io.
La vita che tracci disegna
strascichi di cometa
nel grembo delle notti silenziose,
l’indice delle tue parole
è una lanterna accesa
fra spiccioli di pensieri
ed apostrofi d’amore infinito,
per non dimenticare la poesia di Dio
caduta nei tuoi occhi di madre.
Tramontata è la luna icona altera
e le Pleiadi a mezzo della notte,
e pur mia giovinezza giunta a sera
s'è perduta nel tempo che la inghiotte.
Sola nel letto mio son prigioniera
di quelle ormai lontane ardite rotte
con Eros navigate a primavera
nocchiero d'arrendevoli mie lotte.
Ma l’amore ancor l’anima mi scuote
come un vento che irrompe tra le membra,
che subdolo risal dalla mia selva,
e ardente desiderio mi percuote
che il miele d’ape e l’aloe greve assembra,
dolce amara indomabil questa belva.
Il testo di Salvatore Quasimodo (“Lirici Greci”, 1942)
Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.
Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.
Principe Azzurro su svelto destriero
riesci a baciare una dama già desta
o solo se dorme in mezzo alla festa?
Dai, principe: imbocca il nuovo sentiero!
Scendi da sella, sorridi al pensiero
di veder tua bella in sole o tempesta.
Potrebbe scappare, ma invece resta
quando fanciulla ti sente sincero.
Senza mantello rimani comunque
nobil persona se vivi col cuore,
ché le tue vesti indossar può chiunque.
Principe Azzurro abbandona il pallore
della tua fiaba già nota dovunque:
su, corri da musa e vivi d'amore.
fra i deliranti silenzi del dovere,
mansueto si fa il mio sentire
al tocco del tempo.
Eppure tra gli anfratti delle mie rovine,
tu scorgi il mare,
quel mare che sfugge al vento
ma tu sei tempesta!
Irriverente calamità
sul pulpito dell'etica,
su questa coltre d'ipocrisia,
dove il perseverare si fa virtù
come soffio sulla cenere.
E così l'anima cede al corpo
questo tempo mortale.
Mentre in noi si fa sale
nelle vene e nei pensieri
Muta è la rosa
nel firmamento del mio cuore,
si perde in un soffio di mare,
nel sogno scucito dal tempo
di un capoverso d’inverno
che sgretola baci lontani.
Ho fame dei tuoi passi
incisi in un giorno di pioggia,
l’equatore dei nostri pensieri
brucia nell’oblio di quella luna
che strappammo al mondo
quando l’amore ci confuse
fra i suoi dubbi masticati d’eterno.
Muta è la rosa
nel firmamento del mio cuore,
muta come gli spiccioli del tuo nome
che bussano ancora
alle porte dell’anima mia.









