La morte ha i tuoi occhi colorati d’estate

balla con l’impiccato e indossa teste decapitate,

racconta ai suicidi le sue storie d’inverno,

che la lacrima di un suicida riesca a spegnere l’inferno.


La morte raccoglie fiori dalle ossa consumate

dalla fuga dei cervelli e dalle orbite bucate,

pianta fiori di ninfea nello stomaco dell’annegato,

è mignotta, fragile, d’addio al celibato.


La morte si sposa col cadavere dell’ustionato

rimane unica forza fuori dalla logica di mercato,

abbraccia l’iper-capitalista, l’anarchico, l’indifferente,

senza mai accorgersi di non servire a niente.


Strilliamo la vita e aboliamo la morte

tentarono in tanti, col sostegno dell’arte,

distratti da ricchi omaggi e cotillón,

aboliamo la morte e cantiamo Villon.

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Piantato nel cuore stiletto scrivano

non lasci fluire ematico dire alla mano.

Nelle urla, marciando a vuoto sulle corde di chitarra stonata,

senza farmi tornare desiderio di correre

senza far scorrere dentro di me desideri di tornire versi maldestri,

urli, straziandoti i volti di lacrime, raccattando monetine a saldare i tuoi debiti,

con nuovi debiti, su nuovi debiti, ancora.


Piantato nel cuore stiletto scrivano

non lasci fluire ematico dire alla mano.

Non scambi nelle agenzie di cambio dei mercati neri

i talenti di nessuno, con nessun talento

orientando bussole, e stelle, nella direzione d’oriente

di nessun cambiamento.


Piantati nel cuore stiletti scrivani

lasciate fluire ematici dire alle mani.

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Bivaccando tra aedi senza nome, casse di risonanza trascese da fitte di mal di denti,

chiamo a raccolta mostri mascherati dal dolore e dall’angoscia sotto i bombardamenti

abili funamboli sulle corde dell’incanto, o del disincanto,

stelle comete a intermittenza.


Rifuggendo desideri di Maurizio Costanzo Show,

da vati anni ‘ottanta, scendiamo in strada a cantare,

e a subire cariche come animali in batteria,

senza mai arrenderci davanti all’intrallazzo

creato da statisti estranei ad ogni imbarazzo.

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Non è drammatico riconoscerci finiti, mai incominciati, under construction,

ansie trascendentali abbandonate tra divinità e immanenza,

senza certezze di valere senza certezze di valore senza certezze materiali

mascherate da assassine necessità economiche?


Giovani smarriti, consumatori consumati come arti snodabili di bambole

dai concetti inflessibili di flessibilità o divertimento,

dall’alto della barricata ci troviamo a resistere, a mani nude,

cuori di molotov, contro i conati vessatorii corazzati

d’un sistema reo confesso d’indossar maschere di sfruttamento,

condannati a desideri di carriere irrealizzabili, a desideri di bellezza innaturale,

senza sostegno di relazioni stabili.


Precarietà è vocabolo corretto a raccontare un mondo

dove Dio, magari, è morto, senza esser furibondo.

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Penso agli zigomi delle tue labbra,

maliziose fratture carsiche dove s’infoibano

lampade e lampare, mari e reti da pesca.


Mettiti tracce d’inchiostro, inusuale rossetto,

riflettendo occhi diamante sui vetri rotti della mia dannazione;

rimarrò esterrefatto davanti alla docilità

sensuale della tua anima in catene,

continuando a cantare l’oscenità della tua bellezza,

continuando a disseminare ai venti le ceneri dei miei sguardi,

rianimati dall’odore dei tuoi abbracci, ravvivati dal desiderio d’ogni minimo sfiorarti.


Penso agli zigomi delle tue labbra,

maliziose fratture carsiche dove s’occultano

lampade e lampare, mari e reti da pesca.

Questa volta, svestiti,

e, messa a nudo,

riusciremo a uscire.

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Non riesco a integrarmi, ho un disturbo borderline

distribuisco gomitate tipo Greg “The Hammer” Valentine,

nemmeno se mi impegno riuscirò a aspirare al Nobel

deutoplasma irriducibile tra vacche nere d’Hegel.


Non riesco a integrarmi, ho un delirio schizofrenico

rifuggo dalle masse e intingo biro nell’arsenico,

canto, fuori dal coro, come un mitomane a X Factor

disinnescando bombe, spaccio col metal-detector.


Non riesco a integrarmi, ho attitudini da killer,

deambulo tra zombie, stile King of Pop in Thriller,

volando a bassa quota quoto quote di quozienti,

costretto a impacchettare sottotitoli per non-utenti.


Non riesco a integrarmi, ho ogni sorta di fobia

in coda appetisco il verde, come un virtuoso in dendrofilia,

mettendo a fuoco il mondo e sfuocati i tempi con lo zoom,

mi arrendo alla desuetudine della consecutio temporum.


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Fare discorsi assurdi alle 04.00 di mattina

nel tentativo di scovare se ancora esista, in Italia, un vero romanziere

e non sentire inutile il discorso?

La gens umana è condannata all’estinzione,

ogni forma di romanzo, o d’arte, è condannata all’estinzione,

mi restano immagini di insipidi cormorani svedesi, speranza nell’esistenza degli alieni, e te.


Il mio stile, mostruoso - mi sono costretto ad abbandonare la rima-

è tentativo di concretizzare una nuova langue aliena,

in modo che i nostri dialoghi oltrepassino lo spazio

non si estinguano con la morte dell’homo sapiens sapiens,

il tuo sorriso d’ambra non si spenga al deflagrare importuno di Helios.


Gli alieni arriveranno a salvare i versi, di me, homo insipiens,

sbattendosene il cazzo di cormorani svedesi, di albatri francesi, di asini italici,

si divertiranno coi nostri discorsi delle 04.00 del mattino, ai tuoi sorrisi,

ricorderanno noi, salvandoci dall’estinzione di massa,

salvandoci dalla cultura di massa, noi alieni alla contemporaneità.


Gli alieni, alla fine, ci comprenderanno, noi, alieni dalla fame di successo,

e la memoria, come fossimo Greci in default, testimonierà una vita intera,

e la memoria non ci spazzerà via dall’Alzheimer dell’universo.


Stasera scrivo ermetico,

er metico de li mortacci,

tanto i miei versi non raggiungeranno mai anima viva.

Confido nella follia di un filologo alieno, di un allegro demiurgo,

che, smascherati i miei lazziscazzi da Panurgo,

su una nave spaziale guidata da schiere di veltri

ci resusciti, senza il deus ex machina d’angeli e sepolcri.

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La televisione dell’orrore, la televisione dell’errore,

ricorda i negozi vendo horror sponsorizzati dal televisore,

lo share aumenta se un freelance dai neuroni anchilosati

intervista, di notte, nelle loro macchine, decine di terremotati,

che se io fossi l’intervistato, zio buono, chiamerei un carabiniere,

o almeno lancerei il freelance a calci nel sedere.


La televisione delle lacrime, la televisione dell’assuefazione,

usa il marchio della marca come linea di demarcazione

tra frammenti di film, tra spezzoni di trasmissioni,

i romani de Roma basavano sullo sponsor la solidità delle obbligazioni,

noi attribuiamo allo sponsor la forza di far decidere a esseri inumani

se dare maggior valore a un tifone o a una strage di bambini afghani.


La televisione della morte, la televisione del dolore,

lo studio non è da frequentare da chi è debole di cuore,

ogni notizia del telegiornale è un atto terrorista

in grado di trasformare Jeffrey Dahmer in Hare Krishna,

l’inchino all’Isola del Giglio è stato uno scoop eccezionale,

l’unico difetto degli improvvisati attori fu di non saper nuotare.


Stasera tutti dietro alle televisioni spente:

a mettersi davanti, infatti, si rischia solo un accidente.


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Sul sito web del Corriere della Sera

escono markette (in)degne del Gazzettino di Valmadrera,

i freelance webeti, che non hanno avuto mai la sfortuna di lavorare,

sfornano cottimi di minchiate che nemmeno Baget Bozzo sull’altare,

alla ricerca reiterata della fake news e dello scoop ad ogni inserto,

battono, a un tanto al kg, la strada che conduce a Studio Aperto.


Questa è la medesima categoria che intervista

insistentemente i disgraziati durante un sisma,

senza subire, di contrappasso, in strada,

l’applicazione al muso d’un abbondante enteroclisma,

riuscire a far ragionare uno che campa

sul numero di caratteri tipografici che batte in sala stampa

considerando la dignità umana fuori moda,

è come far guidare a Cicciolina un’autopompa.


Qualcuno riuscirà mai a spiegare a un mestierante della cultura,

vivacchiante in un’editoria di mercato da caricatura,

vittima dell’ipertrofia d’offerta di articoli senza domande,

che indipendenza e verità non convengono al lessico dell’orticoltura,

i baldanzosi Houdini della neo-sofistica utilitarista

col crollo dei meccanismi dell’editoria iper-capitalista,

finiranno col restare, finalmente, in mutande,

demoliti dal disprezzo d’esser stati «giornalista».

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Se non mi chiamassi Nibbio, chi ci capisce è bravo

vorrei scrivere versi degni del Dolce Stil Novo,

nessuno si rivolti nella tomba, stile volta Gabbana,

sconvolti che alla Fata alletti assai la Durlindana.


Aletto, era una furia in un’Eneide da film porno,

sulle cime del Pornaso scrive versi d’alto bordo,

non riuscendo – come i Giuliani- a batter metri in anapesto,

le riviste le rispondono: «ripassi nel 200 avanti Cristo».


Se non mi chiamassi Griso, chi ci capisce è bravo

Malena Mastromarino, eletta col Pd, recita in Uccelli di Ruvo,

la lista Forza Italia rigurgita olgettine e olgettini,

Rolling Stones millanta che a troie ci manderà Salvini.


Saviano, Edizioni Mondadori, romanziere della Mala Vita

raccoglie assegni in bianco con due svolazzi di matita,

beati i mestieranti, di essi è la repubblica dei valentuomini,

scarto sotto scorta, finge di credersi Salvemini.


Chi ci capisce è bravo, in questo mondo di fake news,

forse nel 2070 trionferà cassoeûla con cuscus,

Berlusconi avrà trent’anni, il Papa sarà marziano,

i romani, col canotto, fuggiranno a Città del Vaticano.

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Mi addormento davanti allo schermo di carta

reo di non aver da raccontare niente di nuovo,

le lettere che ho nel sangue non fluiscono all’aorta

segregate come Padre Ralph a Drogheda in Uccelli di Rovo,

riprometto che siano le ultime, lettere, tipo Jacopo (A)Ortis,

F.r.i.d.a. mi anticipa sul divano avvolta nel suo petit-gris.


Quando non hai niente da dire il cursore batte ritmi blues

scrivendo a mano, almeno, mordicchi il tappo della biro,

appare, tasto tasto, un testo d’inutile consistenza De Signoribus

ti distrai, ti alzi, cammini, ritorni, coi sensi di colpa di un crumiro,

dalla consapevolezza che scrivere di niente è sempre scrivere

nasce l’equivalenza che vivere di niente è sempre vivere.


Questa è un’occasione sprecata di continuare a dare un segnale,

magari, invece, è un frammento, anodino, nello stile di Tomas Tranströmer,

non mi emozionano fatti di cronaca, sarà forse il modo in cui uso il giornale,

come lettiera del cane, mi è scaduto l’abbonamento annuale ad Atelier,

chissà, forse, senza accorgermene sto scrivendo un capolavoro

come i miliardi di scrittori italiani con prospettive da dopolavoro.


Oggi mi sento anfibio, mezzo Rottweiler e mezzo Chihuahua,

mezzo anfibio, blindo d’assalto, nella battaglia di Okinawa,

sperimentando la sensazione dei mestieranti della Mondadori

di sfornare word su ordinazione, non mi sorprendo che diano fuori

e si rifugino, a coppie, rinunziando a contratti da fariseo,

ad affondare, col far cultura, dentro La nave di Teseo.


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Á partir d'une page blanche se fabrique

en quarante jours un beau bateau d’aujourd’hui


mangez des noix.



Mangiano voci

se hanno carta bianca, i nuovi scrittori che cantano senza Musa

emulerebbero Géricault nella sua zattera della Medusa.



L’arte italiana è diventata un assalto al forno,

sbocciano versi a «cazzo» che neanche i membri di un film porno,

anche nel Poetryweb l’attore si confonde con il montatore,

rigurgitando testi tanto anacronistici da finire in copertina su Le Ore.



La democrazia lirica non deve essere una lirica da due lire,

indispensabile è studiare e non è vietato, severamente, approfondire

oramai tutti improvvisano, protesizzatisi con un bloc-notes,

come se invece che far cultura dovessero iscriversi a Tú sí que vales.



Per la scrittura sul www dovremmo mettere un test d’ingresso,

vietato toccare la tastiera sotto minaccia di sollecito decesso,

non occorre all’arte tardomoderna, Lucini docet, attempiarsi rivoltelle,

la malattia incurabile d’inizio secolo si chiama Adsl.

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A Unomattina hanno dato una notizia sensazionale,

a forza di WhatsApp e dei disservizi del telegiornale,

nella flebile speranza che non si estingua

l’homo sapiens sapiens sta perdendo la lingua.


Tutto iniziò, nel ‘900, dalla caduta dei muri del congiuntivo,

e continuò, a cavaliere del secolo, con l’ipertrofia dell’aggettivo,

tutto bellissimo, splendidissimo, iper-mega-conveniente

a noi Sanremi costretti a romolar controcorrente.


Consumatori disciplinati a sproloquiare cockney

acquistando vocaboli usurati su eBay,

brevettano neologismi, da una lira, al Gr

alla ricerca del gradimento di un qualsiasi parterre.


Casca il mondo, Casca la terra, in scappatelle pìcare

Bruti intenti a intinger pugi nella lingua di Cesare

seppelliscono lessici senza usufruire di condizionale

accusati di crimen incesti con una ex-vergine Vestale.


Giornalisti, fotografi, scrittori freelance,

leccaculi contagiati dal delirium tremens,

I.v.a.n. Project freelancia missili atomici da Pyongyang

nella speranza che li attendiate, in vacanza, a Guam.

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Il web è una cosa strana,

la libertà dell’ignorante regna sovrana,

dicevano i latini, dal mento volitivo, della lega anseatica, necesse est navigare,

e ci si trova imbrigliati nella rete come cozze messe a corrente da lampare.


Ci immergiamo, ogni santo giorno, nella melma del World Wide Web

senza bussola, come turisti nomadi intimiditi alla ricerca di un Club Med,

siamo incalliti e spensierati come membri di una neo-avanguardia

imbarcati, veri coatti, nelle cabine della Costa Concordia,

incuranti che a forza di navigare si finisca davanti ad un machete,

nella jungla sadomaso dei webmaster t’imbatti sempre in un webete,

disponibile a imbavagliarti in un rapporto di connessione / sconnessione,

convincendoti, senza fatica, d’esser tu il set da circoncisione.


Questi miei stupidi versi dove andranno mai a parare,

se qualunque palla finisce in rete senza possibilità di verificare,

senza opportunità di criticare, ti saltano addosso in branco, come neo-fascisti,

fasci in fasce con in bocca un biberon da insaziabili etilisti,

davanti all’uomo webete ogni ragionamento cade,

l’aristocrazia del web si incentra sulla marca di De Sade,

«lasciate ogni speranza» o voi che entrate, in blog

se avete il torto di non spartir merende col barone Sacher-Masoch.


La verità è che navigare è diventato un dramma,

senza aver attaccato all’USB del tuo Pc i fili dell’elettroencefalogramma:

chi non ha intuito che il www sia diventato un outlet,

sia condannato a osservar la rete come Boris Beckett.

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Cantando le lettere italiane dei morti di fama,

spremute dalla carica d’elefanti, d’Annibale, a Zama,

le balle mi mulinano vorticosamente in centro all’Elicona,

dieci minuti di successo trasformano una monaca in battona.


Cianciate, idioti, sui blog, sui siti, sulle riviste online confusionarie

nessuno pagherà mai le vostre tre minchiate semi-letterarie,

la microeditoria socialista è CCCP: «col cazzo che paghiamo»

coi soldi nostri la velleità del vostro libertarismo narcisistico freudiano.


Noi del comitato di programmazione quinquennale dei costi

abbiamo deciso di mettervi all’indice come scafati ecclesiasti,

il vip dello star system letterario si vende e deve essere fucilato

dal miliziano dell’arte neon-avanguardista allergico a ogni forma di mercato.


Decreto n. odin emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

se fai cultura retribuito sei un mestierante e vai sfanculato,

devi essere trattato come tutti coloro che svolgono un mestiere

nessuna libertà di dire, fare, baciare e tanti calci nel sedere.


Decreto n. dva emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

abolito il diritto d’autore e il vocabolo stesso, «autore», condannato

alla damnatio memoriae del lettore, animale in via d’estinzione,

coatto a subordinare la testa a trattamenti di circoncisione.


Decreto n. tri emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

se il «pubblico» è diventato «privato» non va vezzeggiato,

nel secolo del tardo-moderno immaginario l’ignoranza è una dote

e il lettore medio è intossicato dai sonniferi peggio di Truman Capote.


Per scrivere in rima bisogna esser poeti

avere, di norma, almeno due didietri,

e il dono della doppialingua critica:

leccare i famosi e farsi leccare dalla massa stitica.

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