I racconti della principiante stavano sul comodino
accanto a un bicchiere di vino bianco e alla foto
del figlio più grande, l’unico ad avere i capelli rossi
da generazioni. Sull’altro comodino –il cielo volendo-
stavano dei versi disconnessi, quasi slegati dal tempo
eppure un inciampo sarebbe bastato a restituirli
al vero del reale, magari il bacio di un rospo innamorato
o il saluto del corriere di hashish. Poi quel giorno che l’alba
era da fiaba di cartavetrata, sentì il ritornello della canzone
dei mutanti, un rock duro e teso sino all’estrema unzione
dei penitenti e stette a respirare fiati da ameba
o da scriba che con l’ispirazione calante, si è giocato
l’ultima carta del lotto. Poi finì col deglutirli
i denti della bocca del suo amore, prima dell’ultimo lampo
di lucidità, le sembrò tutto naturale, quasi che il fondo
fosse di foglie su pietra, le ruote in movimento sui dossi
delle ossa, dicono le luci del cielo che sarà il fior di loto
l’ultima dimenticanza, con le ombre a fare da secondino.
Risaltano opalescenze
sopra lacrime versate
s'infuria l'anima
e il turbine arriva
mare d'indaco
come viole
verdi smeraldi
gli occhi nella tempesta
salgono come certezze aquiloni
poi un soffio
il vento tace
e l'aurea Ros a aurora
prevale
sull'immenso mare.
è il vomito delle api,
tutta la dolcezza che avevano in corpo
rigettata fuori.
Se noi mangiamo quel miele
significa che qualcuno ha raccolto quella dolcezza
e ha avuto la brillante idea di venderla.
So perché lo fanno, ma poco importa;
in fondo, chi non vorrebbe un po' di dolcezza?
Quello che so, però,
è che un apicoltore ha bisogno, quando lo raccoglie,
di una rete sulla faccia
per non farsi pungere.
un nostalgico violino retro'
dalla polvere sepolto, prende vita.
Le lunghe e giovani dita affusolate
"scolpiscono" forme di natura viva
or gravi, or soavi, leggiadre fluiscono le note.
E son onde che infrangono lo scoglio
e sentieri impervi da varcare
ed acque cristalline ove adagiare sublimi ricordi.
Il tripudio rischiara le oscure stanze..
e quiete arreca agli animi in tempesta.
Cerca nelle mie convulsioni l'esistere di vita
il redimere al logorio d'ego
il marciapiede che ignobile fa calzare buche ai piedi
Scava nell'ignavo mio pensiero un passo andante
la cava del ritmo al tempo
le pozze allo schizzare occhi
Alza nubi di pensieri umidi
di bocche asciutte
dell'inarcisire al basso giorno
Medica piaghe che ascoltano il canto
mio -sirena senza onde-
se tu ricordassi,
dentro ore che non hanno spiragli.
Trovare angoli di novella poesia
e scatenar quel che sia,
magari due labbra odorose,

entra da una porta viola
Nella stanza una sola finestra
si affaccia sul cielo che s'oscura
mentre il mondo affoga
nelle sue profondità
e io scopro che i fantasmi
possono essere bellissimi
mentre il giorno muore
in una nuvola sanguigna
Un sogno color porpora
precipitar parola nell'abisso
che vedi mille fior che poi non strappi
dimmi lo scrigno
che custodisce tutto
quello che tento
dei versi che fagocita l'oblio.
Vorrei la chiave
che infonde luce a questi muti canti
richini e dissonanti in fondo al coro.
Un giorno di più
ti amo cosi
se guardi i miei occhi
Mi ami.
mi ami cosi
senza quel brivido tremulo che prende
mi siedi accanto con l'aria serena
Tu sei qui ed io sono dentro di te
come una cicatrice incisa nel cuore
siamo un testo di parole
un suono nella meraviglia del sole
lo sguardo del cielo acceso di stelle
osa e riposa .

mille luci all’orizzonte
si riflettono sul mare.
Respirano le onde
cullando due barche
invecchiate e stanche.
Il sussurro del vento
consola la mia malinconia.
Lontano
la gente si muove.
Io
resto immobile
Confido al silenzio
ciò che vorrei dire al mondo
e osservo il mare
in cui annega il mio dolore
l’alba non s’alzava di notte per aprirmi,
così passavo giorni ad aspettarti in compagnia del silenzio...
che, con gli anni aveva imparato a conoscermi,
mentre inseguivo improbali sogni davanti al tuo uscio,
aspettando che tu mi aprissi.
Con la fantasia costruivo castelli su vette di montagne
per esser più vicino alle stelle,
guardarle mi consolava,
non stancavano i miei occhi come fa il sole,
poiché con esso un tempo mi rubasti il cuore.
Non ci son più soldati e spose,
in questa vita sferzata dal vento
e nemmeno chiese con altari,
ma solo un Angelo che, nel buio, continua a pregare.
È come scuotere un ritratto
È come svegliare il borgo
Giorni sull’onda, la cresta che affonda ebbra
per poi tornare su cristallina, dopo il passaggio
sul fondale di sabbia e se ti trovo tremenda
e se mi fai urlare di dolore, la ragione
è nella tua assenza, perché sino a quando
ci sei, la curva sinusoidale del cuore
punta verso l’alto sino a toccare le corde vocali
e ancora più su, gli occhi e la massa cerebrale.
E non vedendo lune di ghiaccio- le ha sciolte il sole
durante l’ultima tempesta- nemmeno i canali
di Marte, gli anelli di Saturno a togliere calore
ai nostri corpi, ti parlo, ti accenno, ti rispondo
ti ho raggiunta sul lato più colorato dell’aquilone
precipitando dalla brezza di aprile, la tenda
che ci accoglie è per due, forse è solo coraggio
o il riflesso dell’arcobaleno sulle tue labbra.
proiezione di battitti impercettibili,
odo foglie cadere e un cuore tace.
Non più emozioni in ques'involucro esanime,
non più estatiche notti di luna,
non più ardimentosi abbracci;
La via dell'altrove già dietro l'angolo
indifferente mi attende,
dove nulla conta, nessun alito di vento muove,
dove il vagheggiar di una donna si arresta.













