non sono umani,
non hanno un anima.
Predatori d'innocenza,
nascosti dietro malattie inesistenti.
Crudeli,
avidi di potere.
La sola priorità é il proprio godimento,
mentale,
fisico.
Niente umanità,
caduti in un abisso senza fine.
Povere creature,
finite nelle grinfie
dell'aridità umana,
sono insudiciate
dal loro tocco malvagio.
Orrore,
disgusto.
Pochi vengono fermati.
Molti si fanno forza della paura,
delle povere vittime.
E sentirti raddoppiata, la voce sfalsata
di qualche secondo, il vibrato di un bacio
a ridosso del finestrino. Si, chiudiamo
gli echi per aprire le ali quando da soli
le partenze e gli arrivi sono tappeti
di piume nel buio del castello di specchi.
Se l’acqua ci bagna - non il getto sugli occhi-
quasi a lavare ogni traccia del passato - beati
gli smemorati- noi a muoverci negli angoli
più lontani dal baricentro. Ci rapiamo
ogni respiro, le gocce di talento, il laccio
già allentato, qui nella nostra croce rivoltata.
La tua rabbia
posata come daga sul mio cuore
viva rende la spina dell’abbandono
al tuo implicare il mio convincimento
a memorie che resistono alla guerra:
- materiale che parla ancora -
l’esatta lingua del dolore
e un fremito di disappunto lascia.
agita le foglie incurante che stanno per staccarsi
intona un’eco di voci incostanti
i pensieri, ad ogni titolo incontrano ostacoli
si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Il vento d’autunno non è più lo stesso
insegue gabbiani allo stesso modo
affamati di onde e nuovi lidi.
E’ difficile arrendersi alla nuova gemma
che non ci riguarda più e nello stesso tempo
ci appartiene da sempre.
Si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Le cose, che più amiamo.
Urla,
Voce...
E' l'ora:
e contestano il reato
con lanci di uova di giorno.

I ricordi dell’estate non appassiscono,
ma si seccano come fiori
messi in mezzo ad un libro.
Nello stringere le tue piccole mani
provo lo stesso brivido
che donano le pigre giornate d’autunno,
ed in bocca nasce il sapore della malinconia.
Con il cuore gonfio di tristezza continuo a vivere,
facendo finta di niente.
Vorrei urlarti tutto il malessere che percepisco
intorno a noi,
mandando in frantumi l’atmosfera cristallizzata
che pervade questi luoghi;
ma saremmo comunque soli,
come rottami in un campo d’erba:
appena visibili, ma dai contorni indefiniti
involontari testimoni di un tempo ormai passato
di cui solo le rovine sanno qualcosa,
ma preferiscono non parlarne.
Mentre il Sole ci abbandona ancora a
noi stessi.
datoci dall'altissimo
un regalo prezioso
che non va sprecato
L'uomo nel suo vivere
assapora le sue gioie
ingoia le sue sconfitte
matura nel loro misto
Non va compresa
bensì vissuta a pieno
perché nobile e bella
come una regina
Ha un tempo limitato
l'esistenza vola veloce
come un aquila reale
alla ricerca della preda
perché non si centuplichi lo squarcio
vorrei: non penetri la daga al gorgo
fino al plesso. Difesa tua dimora
empio di lacrime il fossato a sgorgo
distraggo il sangue della lama – marcio.
Nel materiale torcersi la pena
carezza eterna in terra che divora.
vivere, morire, sopravvivere
aspettare, precipitare, strisciare
strapparmi il cuore, un rene, le viscere
ero disposto a nutrirmi solo delle tue gocce
del tuo pianto, del tuo respiro
di una parola, di un graffio
di un orgasmo degli occhi e della gola.
Per te ero disposto a rinunciare a me
scaraventarmi in un fosso e lì dimenticarmi
pur di averti tra i miei spasmi.
Per te ero disposto a denudarmi
davanti a Dio e al peccato
scalare l'inferno e lì bruciare il mio passato.
Ma nella voragine dell'impossibile
nel gioco del cielo e nei lampi di luce
ti sei persa
hai fatto perdere le tue tracce
lasciando solo la scia dei nostri giorni immensi
hai lasciato solo l'eco del mio "ti amo"
e adesso io vago come un eremita
a cercare una parola
che mi dia il coraggio
di chiamare ancora questa vita
"la mia vita".
Polvere
trama di tela neutra
Rondine senza tetto nel farsi aquila al proprio volo
Così le mani raccolgono sassi levigati da altre mani
-raccolti da altre mani- senza didascalia per spremerne il volto
il vizio
La prece comanda l'ozio e la vista non brucia al sale
A volte mi sorge un turchese
Ieri l'altro lo feci sembravo un cane
Con fresco nella memoria il tuo bel nome in bocca
Che persino la fantasia s'era fermata
Ad assaporare in un passaggio di vento
Il movimento delle foglie così lontane
Dal sapere quale sarebbe stato il colore
Della vecchiezza silente
Tra le foglie del bosco
sacrario del silenzio
dove anche i pensieri fanno rumore
sciolgo i nodi del mio cuore
sporcato dalla pioggia
e l'acuto richiamo di una ghiandaia
rompe quel respiro
che sollevava petto e seni
ritentando ancora.
nugoli d' insetti in fermento
distolgono lo sguardo
movimenti frenetici silenziosi
si confondono tra i riflessi
di un raggio di luce.
giocano le foglie cariche d'umidità
leggere gocce cadono su tappeti d'aghi
sottobosco che lento muore
per ridar vita
e l'aroma di cortecce e muschi
riempie.
sono anch'io lichene
e mi avvinghio al tronco
sollevata da un ramo
che mi da fondo
e di pace mi riempio.
fattezze di gnomi
si esibiscono in squallide capriole;
percorrono
il letto di chiodi
senza mai scottarsi
come un manto erboso.
Lottano contro tigri fameliche
e non ne sono straziate.
Deridono con scritti sarcastici
Minano gli organi
con mali cronici e letali.
Spettri, spettri, dannati animali;
fiumi di sangue
scorrono nella mente;
annebbiano la vista,
sconquassano l'olfatto
con fetidi odori.
Signora morte
attende paziente
sul limitare.
L'affilata falce
non troverà tendini
da scollare
nè muscoli da tranciare.












