doverti lasciare qui da sola,
in questo mondo
che non ha più radici
e con questo sole
che cancella i tuoi ricordi.
Ho comprato dieci rose rosse,
di quelle artificiali, di quelle
che il tempo non trascolora,
e le ho messe lì in quel vaso,
nell’angolo della stanza
dove per anni ci siamo consolati.
Quando non sarò più niente
per i tuoi stanchi occhi,
il silenzio si sarà addensato
attorno alle mie orme
e il distacco si sarà consumato,
osservale intensamente
e ti parrà inciso, in quei petali,
il mio nome.

Rivestirò per te
colonne
nel tempio di Poseidone,
Atlantide sarà del pensiero
eterna dimora.
Uniremo le nostre anime
tra effluvi di conoscenza,
malachite e azzurrite
scacceranno negatività.
Testimonianze d’una perenne fusione
nella profezia del desiderio
riporteranno in superficie
reconditi pensieri,
liberandoci dalla schiavitù delle illusioni
armonizzando la nostra vita
nel sigillo dell’amore e del rispetto.
Abbatteremo dileggio e ipocrisie
esclusivo privilegio degli stolti,
seppellendoli nella cortina dell’indifferenza,
il deserto di Gizha ammanterà cumuli d’idiozie.
Per tutto ciò sarò Nemesi e Sfinge.
Abbracceremo incognite dell’oggi
avvolgendole in dorate foglie d’umiltà
nella certezza del domani.
Un po’ la segui
poi la precedi
la brezza irrazionale
folgore al viso che s’incurva
tenera taglia il mondo
da un cordolo di assenza
e clorofilla -natura adottami
in folte macchie e orme di trifogli.
Non sento gelo né paure
un solo punto- varco
iridescente chiama
mi ravviva
notturno spegnimento
dove smottare il nero-
tempesta
e mancamenti
come sa fare un albero
una radice
un’ala che si asciuga e canta.
Stu pizzuddu.
Ancora i petri sunnu chiddi
Ca li greci si tiraru di picciriddi.
Stu cantari lamintusu di lu ciumi,
mentri u suli u talia quasi incazzusu:
chi ti lamanti ca tia mancu t’abbruciu!
St’anticchia d’acqua ca mi pigghiu
pi l’arsura, attriplicata ti la rennu.
Chi curpa nagghiu io, se ogni vota
ntò to passaggiu, corcadunu
ci va mittennu impigghi.
Accussì ogni ghiornu ti fai
sempri chiù nicuzzu. E mi dispiaci.
Tu diccillu a sta criatura ca
di sti biddizzi si va inghiennu
l’occhi: tanti frati tui già mureru,
e prestu mori tu, ma appuoi
tocca ai frati sui e a idda puru.
Che ti lamenti tu del mio calore, che nemmeno ti brucia? Questa poca acqua che mi prendo per l'arsura, poi te la rendo triplicata con le pioggie. Che colpa ne ho io se nel tuo passaggio ogni volta qualcuno ci mette ostacoli. Così tu diventi sempre più piccolino. Tanti tuoi fratelli per questo motivo sono morti e presto morirai anche tu. Però diglielo a questa creatura che si sta godendo il panorama. Che presto toccherà ai suoi fratelli e pure a lei.
che parla d'amore,
ti prego.
Raccontami di mamme
che baciano il capo ai figli.
Raccontami di figli
che carezzando mamme invecchiate.
Oppure di uomini
che stringono al petto
le loro donne.
Raccontami storie di buoni sentimenti.
Di gente che rispetta
anche chi non conosce.
Parlami di un futuro
per tutti migliore.
Dimmi che tutto tornerà semplice,
che la tecnologia
non stravolga piú la nostra vita,
distraendoci e
si torni al piacere
di parlarsi
guardandosi negli occhi.
asservendoti d'una penna usata
sol per scrivere i tuoi sogni e desideri.
Malevoli eran le tue parole intrise d'odio,
invocavan vendetta per un tradimento
d'un pover amor vissuto,
consumato da lei in tutta fretta.
Pien di fuoco apparivan i tuoi occhi,
cercavan di dar sfogo all’ira funesta.
Un’arma, la tua mano brandiva al cielo
che, all’improvviso, era divenuto nero.
Brillava d'un luccichio la lama d'un freddo coltello
che, di rosso sangue, a divenir s’apprestava.
Un pianto di morte accolse la giovane amante,
non ancor donna e non più bambina,
ma sol ragazzina.
Parole farneticanti scrisse la tua mano
che aveva perso il suo ardore
e, tremula, scriveva di dolore,
mentre tu, come un pazzo,
guardavi impallidir gradatamente
il corpo del tuo giovane amore
e vestirsi del colore della luna.
Parole e wurstel di pollo grigliati all'obitorio.
Sei come il barattolo di grasso,
unto della lingua di bue.
Sei come sei
senza l'elastico dei boxer malati di rabbia.
Usi la tua colt
con pallottole mie,
spari spiedini alle feste dei boy scout.
Mezzogiorno col fuoco delle trattorie,
chianina al sangue.
Sei come sei
quando ti muovi nel seguirmi.
Oggi non ti vedo più,
come ieri
come mai
come un carro disarmato trainato da cinghie usate.
Sei pezza straccia
nel fondo della borraccia.
Chips and chops
alla fermata del jet.
Un pieno di cherosene
mentre fumi il tuo labbro
mentre batti come un fabbro.
Sei come sei
nell'incudine di marsh mellow.
Sei come Clark Gable
senza vento.
Via da me
rimani solo con te.
Sei come la frangia dei miei stivali
prendi pezzi di pelle insieme ai tuoi finti compari.
Sei come sei.
Io sono come sono,
sopra di te
a una spanna dal cielo
sopra la tua faccia di marcio melo.
"Sono un ribelle dentro e sempre lo sarò,
cammino solo nelle valli,
parlo ai morti,
gioco con i vivi.
Sono quello che sono ribelle sotto la pelle"
il senno spezzato,
perduta e' ormai
la ragione,
trascorrono giorni
eterni
come vite maledette
nel putrido
fetore dei miei resti.
Sono uomo
divenuto bestia
nell'intima
vergogna violata,
nell'eccesso
di speranza
noi cento
periremo
vittime di un Dio minore,
colpevoli viaggiatori
senza nome, senza volto.
Piangono i disperati
assediati dal panico,
le lacrime
gonfiamo il mare
si sgretola
lentamente la bagnarola
destinata all'abisso
scuro,
il silenzio assordante,
le luci
nel riflesso delle stelle,
voci, motori e uomini
come noi.
non è un inchino
come chi ha perso tutto,


Nella nebbiosa coltre di fumo
intravidi un volto di ragazzo
alterato e allucinato che danzava.
Danzava, cantava e sghignazzava
brandendo qualcosa che baluginava.
Osservai incuriosito e spaventato
quel giovane saltellante e quell’arma
che sempre più al mio volto s’avvicinava.
Mi chiesi cosa ci facessi in quel luogo.
Compresi che il destino m’aveva preso per mano
Affinché la porgessi a quel giovane strano.
Mi ripresi in un baleno e
in quel trambusto lo osservai serio.
Afferrai la sua mano e l’avvicinai al cuore.
“Se hai coraggio prendi pure il mio
ma… Qua dentro c’è tanto amore
potrei versarne un poco nel tuo
sarebbe sprecato infierire cotanto dolore.”
Avvenne qualcosa d’inaspettato:
gettò l’arma e singhiozzando m’ abbracciò.
Da quel giorno il ragazzo mai più fumò.
Quella roba stava rovinando il suo destino
pietosa era giunta la mano del Divino.
Voci...
Sollevata da piccole parole
Vivo..
In un mondo affollato e perso,
Perso in gesti senza cuore
Frenetico andante, senza amare.
Falsi poveri, venditori di sogni
Alla Corte del sultano,
Ladri e furfanti fatevi avanti.
In cerca, ma non convinti
Di saper dove andare.
Sono strane le vostre gesta.
Baraccone di commercianti
Sotto falso nome.
Formiche prodighe
Ma senza costrutto, vendo tutto
I miei averi..
Voglio solo tornare a ieri.
Dove l'anima era pura
Sotto un cielo che scolora.
Nel ruscello dall'acque chete
nei sorrisi d'ore liete.
T'amo nelle labbra stese al vento
che d'amor ancor sento.
Lascia le tue orme stese
abbracciami nelle frolle distese.
Oh amor che alla luce brilli
e fiera il riflesso mostri...
Oh... ohhhhhh!
Lascia quell'ascia che brandi tosta
non vorrai mica tranciarmi a bella posta.
Io scherzavo, no che fai...
la mano mi serve no dai.
Ahhhhhhhhhhhhh!
T'amai con una man sola
che l'altra in terra or vola
ma t'amai come non mai.
No ti prego sii pietosa
su dai l'attrezzo in terra posa.
Noooooo, l'altra mano nooooooo!
Ahhhhhhhhhhhhhhh!
T'amai monco
ma t'amai con tutto il tronco.
No per favore abbi pietà
lasciami stare quel piede là.
Ahhhhhhhhhhhhh!
T'amai senza pria arto destro, poi sinistro e monco.
T'amai tosto uomo tronco e senza piede
ma t'amai come un uomo che in terra siede.
No, no cosa fai amore mio
lascia il piede destro
non posso camminar così maldestro.
Ahhhhhhhhhhhhhh!
Monco, tronco e dei piedi amputato
t'amai in cor immacolato.
Ti prego ora,
non ho più scampo
no, non tirar giù la cerniera lampo,
noooooooooooooo!
Ahhhhhhhhhhhhh!
T'amai monco, tronco e amputato,
e pur di colpo evirato.
“Mo dimme amor mio ora co che cazzo te amo?”
nel foyer del teatro
a farci cadere.
Restammo scomposti
per qualche secondo
e fu lì che rividi quel lampo
che avevi negli occhi
quando ragazzi cademmo
tra il mare e la sabbia
braccati dalle teste di morto.
Ma dove non mi sovvenne.
Fosti tu a sussurrarmi
un poco prima che i cigni
del lago prendessero il volo:
- a Forte dei Marmi... -
Per lunghe ore seguo
ghirigori degli occhi
fluidi pensanti
girano pagine, vagheggiano
di mappe antiche e nuove.
Sovviene lo scorrere di un treno
il bel fischio sull’erba.
Dov’è che andate
mentre sembrate a parlottare
ognuno questa lingua?
Prima che si voltassero
l’ho visto
avido e tenero il cipiglio
su porte audaci
“vorrei provare a dire e a fare
a sciogliermi dall’ordine”.
E poi, anche le foglie
avvolte al vento
fuori dai dedali a conoscere
l’altra metà del viaggio.









