(ad un'amica)
Sono l'Apocalisse dei minuti laccati
fermi alla gogna, restii all'oblio
Sono la gola arsa d'astuzia
verde di menta
staccata al picciuolo
Ricordi le nevi e l'umido autunno?
Amica, ho perso le dita a contarti
a vendermi ragioni
a confluire delta di rigagnoli in vita
Coglierti nell'attimo che tramanda raggio
trovandoti sfumata nei miei cortometraggi
Del vivere nulla intesi mai
Lascia che vada
paesaggio dai fronti deformato,
sia il letto cespuglio
per uccelli dal canto straniero
a me prossimo. Lascia
che a Tarusa sigilli ogni squarcio
e affidi al sambuco le soglie
dove ha pace la voce.
Che al custode consegni
le case vuote, il freddo
di ponti arcani,
la mano mancata dal bene.
Le non confessioni di libertà
sotto vesti logore, lasciale
armarsi di primavera
quando anche il corpo avrà gioia
in una piana
di blu, per confine.
Erano in tre in famiglia: nonno
Dante gradiva a un punto tale
la trippa che dava percezione di
ingerirla in una sola cucchiaiata.
Era conduttore di treni nei pressi
di Trecate, e conobbe papà quando
dovettero risanare la latrina: ciance,
brago e bitume un’intera cariolata.
Nonno Tore finito di trebbiare si
dedicava alla sua passione: qualche
forchettata di trenette al rafano
seguite da vini rigorosamente forti.
Una secchiata d’acqua per le
stoviglie, ed ecco nonna Carmela
con una grembiulata d’uva che
diverrà Trebbiano: sono tutti morti.
Il poeta, taluno, tenendo un verso
in ventre tocca la carta con la mano
sinistra e con la destra aziona
la penna; e si desta quando è notte.
Con lo strumento ad arco
in grembo tocca le corde con la mano
sinistra e con la destra aziona
l’archetto: mi ricorda i suonatori di crotte.
Il poeta, talaltro, tenendo gli occhi
al cielo tra la striscia bianca lasciata
da un aereo di linea e quella sul tavolo
fissa un verso sulla ricevuta del bancomat.
Fisso un verso sul banco con la morsa
e con la raspa limo strisce come di segatura.
Un ultimo ritocchino con la sega
ad archetto… il poeta non segue un format.
una sola stagione un solo pensiero
restava ai cinquanta e si vantava,
da buon seduttore seguiva il sentiero.
Suadente le disse: “Se vuoi io ti sposo“
ti sposo domani e ti porto a Parigi”.
Era ciò che voleva la bionda moldava,
ormai s’avverava progetto e prodigi
c’ormai da tempo così programmava.
Passarono i giorni da allegri e beati:
premure di un lui, di uomo gaudente,
lei con l’impegno per due innamorati.
Agiato il futuro colei progettava,
vantaggi e conti da gran fiscalista,
da tempo in segreto lei calcolava.
Predisposero il giorno, inviti, la lista,
albergo, vestito, pranzo e l’orchestra
tre giorni soltanto alla data fissata.
Come ogni mattina, aprì la finestra
per dargli il saluto di buona giornata,
non cenni di lui e imposte socchiuse
sotto il portone la gente accalcata.
Scese correndo, cercò, si confuse.
“È morto mia cara, è finita la festa.”
Sorpresa, stupita, mirò fisso avanti,
girò su se stessa e piegata la testa
tornò verso casa con ira e rimpianti.
“Ti porto a Parigi, domani ti sposo”,
un tal strepitò: eterno riposo”.
Sfuggo il presente
non mi rappresenta
marchiato dal vuoto
è cerchio asfissiante
che tutto appiattisce
rinnega le spinte
che danno evasione
e lo scarso interesse
all'esterno mi spinge
non sembra ... ma piango.
Ma lo stesso mi sforzo
e attingo le stelle
- che sono di tutti
... forse le rubo -
da uno spento cielo
che più nessuno
si ferma a guardare
- troppo ... troppo
è il resto da fare -
La rivincita voglio
ricreare il presepe
ravvivar la speranza
e con l'amore ripartire
sicuro ... di poter arrivare.
-Camera d'aria sgonfia-
Ah, madre, mi languisce l'ora non vederti a ripararla come i giorni
quei di maggio
che si pedalavano i chilometri da qui all'altre case
distanti al centro.
Vivendo fiori, erba, fragole, persone
e le salite a piedi (discese ardite assenti)
e chissà se mi stancavo.
Madre, tu lo ricordi?
Senza ruota scucirò viole all'erba.
Lo sfondo è lo stesso -se vuoi ti ricapitolo l’agosto del 1980-
Sotto i portici, dei vecchi naturalmente, briscola e imprecazioni
L’ordine pure dei tavoli: perché dovrei voler qualcosa oltre un caffè?
C’erano ampie soluzioni nei pugni alzati
Una sana vendetta s’inerpicava nell’asfalto
sotto lo sguardo lilla della malva
qualcuno calcolava la giocata finale
Ma il disordine ha avuto qualcosa da dire
S’è preso chi governa il quartiere e sequestrato un occhio
L’altro gira in una palla che va in buca
E fa chiudere il bar come si trattasse di San Giovanni
servito in un piatto d’argento.
Si godeva un bel fresco ai Colli Aniene
Seduti sotto i pioppi, come in Purgatorio
Vorrà dire qualcosa città eterna: vivono qui gli universali?
Non ho mai capito la politica di mettere in cattedra le ortiche
Ragazzi che meritano il primo piano!
Anche i corvi sono alle dipendenze
L’aumento di numero cambia la categoria in classe
E questi con la cravatta sono gli stessi che menavano le mani
-Dici che prima o poi si raggiunge la maturità di specie?-
Torna in te, caro lombrico, in questo viaggio verso il passato
Forse ti ritornerà la vita e scrollerà di dosso
L’esercito di formiche nere!
Polvere
destino e provenienza
dalla terra
il sale. Purtroppo
il Maestro non è rimasto,
nessuna fotocopia ...
- rari -
e con virgulti alla macchia
sempre
dai primordi si riparte.
Per progresso, quello vero
alle spugne manca il permesso
di un buon maestro
che a misura del suo valore
sappia accettare
d'essere dall'allievo superato.
Ma l'ego ... non s'allevia
e pel contrario lotta,
rifiuta d'esser ponte
tant'è, non luccicando,
non regala amore e passione
- sapere e canna -
necessari ...
per poter pescare oltre.
I poeti non vanno solo capiti
non vanno letti come compiti.
O corretti come bozze.
I poeti vanno percepiti, sentiti,
come ferite aperte,
come profumi invadenti,
come schiaffi o carezze.
Vanno sfiorati come spettri
che aleggiano sul cuore,
i poeti non vanno ascoltati
con orecchie distratte
vanno sentiti dentro
dove le parole hanno sudore
hanno sangue, vene e vita,
non solo suono.
Dove le parole sono verbo e nervo.
I poeti vanno sentiti
euforia di vino sulle labbra
e musica interna.
Brivido leggero e sussulto.
Dannazione e benedizione.
E se non mi senti, nessun problema
io non sono un poeta.
Ma forse vorrei esserlo.
Voglia di rinascere
o forse
di nascere.
Seme nuovo sarà piantato nella terra.
Mani grandi lo accudiranno e lo abbevereranno.
Smania di novità nell'aria.
Sentore di terra bagnata da lacrime scoscese
su rughe dimenticate dal tempo
che ha indurito il cuore.
Ma tu con la tua dolcezza e tenerezza gli stai ridando
la sua forma materia originale.
Carezze in quest’anima che langue da troppo tempo.
Non chiede altro che di essere amata
Con quell’ardore che solo tu puoi.
Facendo sbocciare quel fiore ancora chiuso.
Lentamente con tutto l’amore che puoi.
La Volontà ascendente
galoppa nella polvere
di quell’ardente campo di battaglia,
dove, già schierata
è l’immensa marmaglia.
A nord, coloro
che agiscono come abete,
che razional miete
ogni ramo che dalla luce discosta.
All’opposto,
similmente ai primi,
essi mietono senza sosta,
ogni ramo che dalla loro luce si discosta.
Badate bene alla distinzione,
uno solo può essere il vincitore!
Prosperità o declino
attendono il futuro cittadino.
Mentre trionfate sulle salme nemiche
ricordate di fare attenzione,
il bagliore non diventi ossessione,
perché occhi persi nella luce
creano un mondo tristemente truce.
mettete in dubbio ogni vostra certezza,
ad antifari io vi innalzo,
guidati dalla Volontà,
mostrate in ogni falsa luce
la sua intima oscurità.
Regge il fio dei giorni
per la tela tra le dita.
Pone sulla rocca il pennacchio,
filatrice della vita.
Uno due e tre Moire
Cloto non la puoi sentire.
Avvolgendo al fuso il filo
dispensa la morte.
Per la tela tra le dita,
fissatrice della sorte.
Uno due e tre Parche
Lachesi non la puoi capire.
Taglia con le forbici
quando giunge il momento
di arrestare la vita.
La tela si scinge al vento.
Uno due e tre Esperidi
Atropo decide quando morire.










