sa di autunno spolverato, di pioggia e foglie.
Occhieggia il sole sulla volta celeste
e s'imbeve dei residui,
rimane anche l'anima più pulita,
da questa pioggia che scroscia,
e pervade un senso di pace che va oltre l'orizzonte,
porta lontano, porta dove il vuoto si riempie,
dove il niente è tutto.
Leggera e frizzante l'aria avvolge
e fa nascere brividi,
sono come carezze che attendi,
sono l'onda che sfiora.
Nuova è la mattina,
sotto questo risveglio che stupisce,
sono note che arrivano...
con il canto delle cincie.
che puoi superare
le imperfezioni
che ti sentirai pronta
per essere chi vuoi essere
per non uccidere
ciò che crei e se cammini
potresti incontrare la certezza
di non inciamparti mentre
il dovere ti chiama
e pensi di sentirti capace
a dare quella sicurezza
che da stabilità
senza disturbare l'equilibrio
bambino
Non sai, non tutti ce la fanno
a vincere le difficoltà
il senso di una fine
in lacrime abbondanti
Vengo qui nell’isola delle mele
sei mesi l’anno.
Prendo un cappuccino,
e sfoggio i miei cappelli.
Adoro i cappelli e la mitologia.
E amo leggere.
Ho da poco iniziato
La notte dei lunghi coltelli.
Sono vecchia, mangio poco
e dormo anche meno.
Viaggio con un piccolo involto,
e i libri mi alleggeriscono i fardelli.
noterai che ho percorso quattro volte
lo stradone ciottolato
digerendo il panino del mec
a destra eucalipti oltre il cancello
in aperta campagna, sul nulla,
anche lì solo vespe in spira.
Un nodo mnemonico,
pop mentale legato da una pianta
di stramonio a una bandiera,
la staccionata fatta esplodere
al passaggio dei cavalli appaloosa,
per invidia,
si fa la semina di erbacce
anche nel paradiso terrestre.
Al ritorno verso casa
le mie tasche, le scarpe sulla sabbia
hanno un altro colore
le pagine della foglia
nelle mani fra le vene
raccontano sogni di vento,
distacco, morte, libertà, l'istinto
dei bambini riscoperto dove seppellimmo
il nostro cane.
si abbandonano ai monti.
che ha consumato i tuoi anni
e come un rituale
diventa
rumore o silenzio .

Dal Web
Rugiada d’anima
telefona al mio petto
in questo assolo di dubbi
e lacrime di vuoto acceso
ed il mio inverno
è uno sguardo senza te
e son mercante di un respiro,
rabdomante d’amor che stringo
ad un furto di felicità proibito.
Sfioro le lancette del cuor,
anagrammo il bouquet dei pensieri,
s’eclissa il tuo silenzio,
chiaror di luna nascente:
colora il prestito dei miei giorni,
emozione d’universo,
mio fiammifero d’amor.
Tra gli innumerevoli mestieri
che ho fatto per sopravvivere,
sono stato occupato per un periodo
a Ginevra nella carpenteria nautica.
Con Arthur, un omone elvetico
responsabile del rimessaggio,
e l’albionico Artorius, operaio nella
verniciatura dei natanti con anni di pratica,
ci facevamo scorpacciate di reclette
e birra artigianale.
Qui ho conosciuto Viviane,
una ragazza irlandese devotissima al Tau,
dalle movenze di dama, forse del lago
vicino al paese dal quale veniva.
Le piaceva giocare coi lessemi in antonimia, e
far l’amore con un bicchiere di Muller-Thurgau.è diversa dalla mia.
Beccheggia tra le invitanti strade
fin troppo larghe perché anch'io
non le guadagni come gli altri.
Mi metterò, quindi,
lo zaino delle smanie in spalla,
provando a oltrepassare indenne
la folta siepe che separa me
dall'uniformità.
Quando sorrido e quando no,
avverto al cuore un’onda lunga
più o meno avendo l’impressione
d’essere io, io solo al mondo,
a saperlo fare.
In più,
chiudo gli occhi a quanto gira attorno
e li apro ai menestrelli della vita
col grave errore
di perdermi chissà che cosa della ruota.
No!
Non devo più nascondermi
nel collo altissimo di un dolce vita,
tra il pulviscolo di questo nuovo cielo,
in grembo a riccioli di nuvole
che… non sono mie!
No!
Non devo più nascondermi
nelle cantine delle dolci orme,
in pance di scintille di bellezza
o aggrappato come rospo raro
all’àncora scaduta d’annegati sguardi.
Un uomo che predica pace
gente ammaliata in un campo di olivi
persone malate che chiedono aiuto
la paura di perdere il trono
il Cristo dissacrato
l’amore incatenato a una croce
da metastasi inumane
un viso una corona di spine
muscoli erosi cercano riparo
insidiati da movimenti improvvisi
ricoperti da uno scampolo di panno
mani tese verso un cuore ferito
una mamma che piange
gente che arranca nel vincolo sacro
un corpo in un letto di pietra
nel frastuono di mille parole
gente che ride, sparando veleni
gente che prega
Gòlgata intrappolata
schiacciata dal fumo delle coscienze
sfuggite a meridiane drogate
pesanti come macigni
in un colle d’argilla cruda
schegge di tempo squarciano il buio
comete seguono il filo di Arianna
un corpo sale su ali di luce
un padre riprende suo figlio
due anime, un viso
il perdono in un sorriso
la salvezza per chi lo ha deriso
Una pioggia in Africa improvvisamente.
Una matita che si spunta.
Una chiave nella serratura che si spezza inesorabilmente.
Una madre che sparisce.
Un padre che non riconosce più il figlio.
Un bimbo che chiede pietà.
Una parola che rimane a metà gola.
Una notte senza luminosità.
Un sonno senza riposo.
Capita.
A volte capita.
Albeggia ,
la luce ferisce gli occhi,
e fende il cielo,
le tenebre fuggono,
la notte è finita,
la notte giovane se ne và,
il giorno avanza,
con il reale,
il dolore,
gli affanni,
e i problemi,
vorrei non essere trovato,
non essere cercato,
aspettando un'altra notte.
Bambole di porcellana
mi sembrano gli occhi
dove fragili si rompono riflessi.
E una parola in più sarebbe lama.
Io che colgo le lacrime sul nascere,
quelle piccole lagune segrete,
riconosco il dolore appena si forma.
Bisogna essere petali
dove la spina ha infierito.
E dove un segno abita già la pelle,
saper passarvi sopra solo come carezza.
Delicatamente.
Forse a questo servono i poeti.
Leggi in me
di sorte mal venuta,
che fu 'sì appariscente augurio,
me che mai seppi il perché.
Amore che tormento concedesti
accogli lo sguardo lontano,
ascolta il lamento delle foglie sospinto dal respiro del mare.
Ascolta mani aride,
consunte,
mani che non toccano,
mani che abbracciano.
Sfiorai ancora il tuo sorriso,
nei rivoli del pianto,
nel chiuso d'un arcano suono,
nell'aria gelida d'un marzo trascorso.
Sfiorai il tuo sorriso,
io che non ne possedevo uno.
Prendesti del corpo arroganza
rendesti dello spirito solo speranza.
Scrissi di te quando
le fronde mossero rami spogli,
quando le terre mostrarono rosse tonalità,
quando glicini fiorirono nei giardini dell'eden.
Scrissi in silenzio,
nel silenzio d'un amore,
nel silenzio d'un verbo non pronunciato,
d'un consenso non amato.
Scrissi in silenzio,
un silenzio sconosciuto fino ad allora,
compiaciuto di sé,
morto in te.
Scrissi d'amore
trovai odio
riversato sui ciottoli di pietra,
fra lapidi eterne
nei cimiteri del cuore,
sparso nel sangue dei ricordi,
cosparso di ceneri portate via dal maestrale.












