Poi
Poi
Poi
La gallina in fondo all’aia
a destra
ogni giorno dopo l’asilo
ha uno spettatore alla finestra.
Il bambino dalla gallina
tutta ocra vorrebbe un regalo,
e tutti i giorni domanda alla sua
mamma perché non gli fa un uovo
di cioccolata con dentro uno squalo.
Una mattina di domenica
la voce festante della mamma
di ritorno dalla cantina
lo chiama “Orio corri, vieni
a vedere la tua gallina.”
Che gioia
a destra in fondo all’aia
per due uova con la carta colorata:
il bambino saltella, e il cane abbaia.
sulla mia strada
E tutte le volte era contrario.
Ora che vivo nel non tempo
m' attraversano le foglie
nel cadere.
Nessun dolore mi fa male
nessun sorriso mi commuove.
M' assorbirà la pioggia
e sarò fiume
bagnerò la terra
e sarò fango...
La torcia accesa
nel freddo inverno,
in Campo de’fiori,
non scalda la mano
del tristo mendicante,
non illumina la via consueta,
ma attizza la pira che avvampa.
Ti fu negato
anche l’ultimo grido al cielo.
La torcia,
è l’ultima immagine carpita
dai tuoi occhi ora chiusi.
Questo orribile fumo
che appesta le nari
che brucia il respiro,
già la fiamma feroce
lambisce il tuo piede.
Ora tu sei con Lui
che ti accoglie pietoso.
Funesta ti fu l’ipotesi ardita.
Il Bellarmino
in nome di un Dio lontano
benedice la santa fiamma.
Io no so nascondermi, dentro questo silenzio
vorrei venirti a prendere, ma dove sei tu?
Gli sbagli fanno crescere, ma io sono stanco sai
indietro non si torna, mi dicesti, mai
Ma se ancora ti scrivo la mia malinconia
se guardo e quasi piango ad una tua fotografia
seppur perso nel mondo, distratto dai colori
nel primo giorno grigio, cado nel tuo ricordo e guardando fuori
mi accorgo che il tempo è per molti, unità di misura
ma non per chi ha amato, ha perso, ma se ne prende ancora cura
Mastro d’ascia quando è notte
coi calzari dalle suole cotte,
al suono della sua armonica a bocca
scrive un’altra filastrocca.
Con le braghe logore e con le toppe
le ore in darsena oramai son troppe,
scrive su di un ceppo ed una botte
Mastro d’ascia quando è notte.
Con le parole e con i suoni
per i bimbi, quelli buoni
canticchia tutta la mattina
sotto lo sguardo della scopa di saggina.
Con la penna e il calamaio
ne ha già scritte un centinaio,
Mastro d’ascia siede sulla scocca
strocca e fila, fila e strocca.
Rima viene, siede e fugge via
o a volte resta lì come una poesia.
Anche il suo cuore è pien di toppe
e le ossa ha tutte rotte,
ma nonostante gli anni sulle spalle
canta dal porto fin quasi a fondovalle.
Ferme mani, non scrivete!
Ascoltate la ragione non il cuore.
Siate altruiste ed accontentatela.
Regalatele la pace, il silenzio che cerca la sua anima.
Cuore tu vuoi il suo bene più del tuo,
stai in silenzio, soffri e consolati.
La tua, amico mio, è una scelta,
una scelta d'amore,
il tuo silenzio ora è un ti amo.
Sulle ali di un gelido vento
venisti a me, la notte,
portandomi i fiori
di un amore mendace.
Posata sul ramo della vita,
cantavi canzoni di morte.
Eppure t’amai Lilith,
disperatamente cercai
la strada del tuo mondo perduto.
A un passo dall’abisso,
mi sfiorò un’ala bianca
e tornai a vivere.
Rododendri d’addio,
sale dei silenzi
che accecano l’anima mia
e fiorisce anche il deserto
in una confessione d’amor
a rinnegar il volto del cuor.
Illudimi come poesia d’aurora,
affitta il mio petto indaffarato
all’arcobaleno dei miei giorni senza te
ed anche uno zigomo di luna
pioverà sui miei sentimenti,
volo di farfalla che m’abita la mente.
laggiù dove la retta d’orizzonte
sembra avere un tenero sussulto
nel viraggio tra l’orlo del giorno
e la prima veste che cinge la sera.
Non mi sorprende sentirmi piccolo
se solo la mente consegno al tempo,
all'aria che sollecita la notte
a spostare l’apogeo dei misteri
verso l’incerta mia introspezione.
Da quattordici anni faccio
lo stesso mestiere, da sei
mesi per una nuova società.
La mattina mi alzo presto,
esco e respiro incompetenza
e mancanza di professionalità.
Ho congetturato la chiusura dell’azienda
entro i prossimi quattordici mesi al mio
titolare, zotico e saccente opportunista.
Per i prossimi quattordici anni vorrei
scrivere di mestiere, e tornare a respirare.
In mancanza d’opportunità, resto utopista.
Emily.
Quante volte ho bussato
alla tua solitudine.
Quante volte ti ho chiesto di volare,
volare oltre quella finestra
sbarrata da ferrei intenti.
Tu parlavi col tuo orizzonte
ti bastavano le albe e i tramonti.
Dai tuoi viaggi nell’anima
riportavi ectoplasmi della tua poesia
e i pensieri di mille vite trascorse.
I tuoi versi. fragili come farfalle
legati al filo della solitudine,
si librarono dopo il tuo addio.








