quando secoli di nubi la vorranno ingoiare.
Le darò un riparo sicuro
dagli orrori dei falsi romantici.
Poi, vorrò vederla ancora
appena mostra il segno della curva
o la pancia, satolla dei miei occhi,
e quel colore che mai ho saputo definire.
La fisserò per il resto dei miei anni,
le parlerò con la voce dei miei sogni
per ricordarle che l'ho difesa
dalle insidie dell'uomo nuovo.
Piovono miliardi di gocce
ma non c’è modo di capirle tutte
Povertà dell’intelletto che fugge
la completezza
Molta incapacità
scuote l’acqua sulla gru e non si può
dire il numero che diventa fiume
il ticchettio sugli ombrelli
L’energia del silenzio e del fragore
impossibile descrivere l’obliquo
sulla fronte
la regola che scroscia nel canale
E il cielo è così vago, assente
ogni parola
Il mutismo assorbe il vuoto
e non c’è lingua abbastanza
per comprendere la pioggia
Perché si dovrebbe capire il mondo?
Oggi ho scritto
la mia prima poesia su commissione.
Me l’ha chiesta, su bolletta della luce,
un pastello marrone.
“Ciao papà mio,
non è che per me puoi fare
una poesia come quelle di Gianni Rodri
che io capisco e non me la devi spiegare?”
Ho scritto Lo stegosauro e gliela ho messa
nel diario, dentro lo zaino sul pavimento.
Se vi andasse di leggerla,
costerebbe del vostro tempo un momento.
Al mio rientro a casa
nel centro del tavolino sulla losa
la diaria del committente
“L’ho capita”, e una caramella gommosa.
Un sognatore illuso, un giocoliere.
Un bambino folle
drogato di malinconie.
Uccidi il poeta, se lo incontri.
Cova dentro il pericolo recato dall'innocenza.
La maledizione atavica della bellezza.
Un suo grave difetto l'anima.
Che insostenibile leggerezza !
Da parole nude plasma forme, immagini,
un piccolo mago , innocui artifici,
ma non per tutti sai...
Uccidi il poeta, se i suoi occhi ti sfiorano.
Uccidilo se ti legge attraverso.
Se ti legge attraverso.
Portami con te
ad un party d’orizzonti,
a raccogliere mezzogiorni lunari
come rugiada del tempo
sul guadagno dei nostri istanti.
Esercizi d’anima sfamano
il crepuscolo dei pensieri
e son io la sarta smarrita
d’un bozzetto di cielo,
son io quel paragrafo di luce
che ascolta i tuoi occhi
nel silenzio della sera.
Portami con te
fra i ritornelli del cuore,
ottobre scuce il suo bouquet
dei giorni sui seni delle aurore,
sei tu, la mia più bella emozione
in questo alfabeto senza nome.
Non parlarmi della solitudine
se mi vedi assorto, attorcigliato
come il tronco di un ulivo secolare
quando è pronto al bacio del tramonto.
Come lui, aspetto il buon raccolto
tra i colori delle genti laboriose,
tra i sussurri e gli schiamazzi antichi
mentre intorno l’aria mossa si fa nuova.
Non parlarmi della solitudine
quando invece in mille mi fraziono
con l’aiuto dell’amica fantasia
nel clamore del virar del cielo.
Altro che solitudine!
sguardo perso sull'altrove
con ai piedi le ciabatte
a ribadire, quanto estranea
sia, l'anima dal corpo.
Ogni volta che richiudo
è una sconfitta,
un tornarmene al giaciglio,
un rimettere il coperchio
a quest'assurdo calderone.
L’orsacchiotto balla
con il soldatino,
e lo stegosauro
si riposa sopra il comodino.
Sul cavallo a dondolo siede
la scimmietta col cappellino,
come siedono i sogni
sul tuo cuscino.
Chiude gli occhi il robot
sul camioncino.
Ora dorme anche il mio
tesoro nel suo lettino.
So che non è vero
ma tra gli ostacoli di una parola e l’altra
io mi perdo giuro
io ci sono, resto qui torno tra un po’.
Giuro che vi sento, aspetto
ho visto cose che voi umani...
ho visto già, ma come ve lo spiego?
Io so già tutto.
Circuiti in panne dicono,
il corpo è lì ma non c è niente dentro
se solo il silenzio,
potessi io parlare senza diventare vento,
ma come fermo tutto questo movimento?
in due posti nello stesso momento,
mi nascondo
non una parola, aspetto
non ci sono ma vedo e sento,
ferma su una sedia sto correndo,
se solo il silenzio.
Basta poco prendo in mano il mio presente,
sto tornando, suda freddo il corpo
non ha digerito il viaggio.
In un attimo ho vissuto un’altra vita
e nessuno se n’è accorto.
L'umane sorti conduco,
e spingo al delitto l'assassino,
sostengo del despota la ferocia,
dell'umana pietà sono fautore,
il pianto del bimbo detergo.
Sono l'anima e sostanza del Sapiens,
creatura incoerente e crudele,
a volte santa, più spesso demone.
Ho eletto la guerra a maestra dei popoli
e molte si fanno, del Dio nel nome.
Uno stuolo di orfani
chiedono agli Dei,
ragione di ciò.
Eri fra i capitoli lunari
dell’anima mia perduta
e col passaporto dei giorni miei,
autografati d’addii e primavere,
t’assaggiai in un abbraccio
raggiera d’attimi posati
sui petali dei nostri discorsi.
Confondimi in un romanzo
che sfami le nostre maree
sei gabbiano in volo sul mio petto,
scenografia emozionale
dei miei tormenti in valigia.
Nevicano i nostri battiti,
t’amai
e d’improvviso vissi,
rividi, rinacqui,
riscrissi i miei alfabeti,
ospitai me stessa nel vento,
consumai una colazione di sguardi,
sei alba nascente del mio pianto immemore.
Stacco la spina dell’aspirapolvere
con l’anulare e il pollice.
Rimetto la spina, la tolgo e quello cade.
Inciampo, cado, la metto ancora e la tiro via.
Vorrei piangere, ma rido; ho voglia di ridere
e non trattengo il pianto, e mi sdraio.
Rovèsciati aspirapolvere accanto a me,
e dimmi che non mi lascerai alla mia pazzia.
voglio essere ripetitivo, monotono, noioso.
Ma io ti amo!
E fino a quando non creeranno parole migliori...
Ti coprirò dei miei ti amo.
Sbadiglia pure,
ti terrò sveglia con i nostri baci,
ti abbraccerò e ardente di passione ti dirò:
Io amo te!
abissi di cielo
velate sono le lacrime bianche.
Annuisci portando le mani sul viso
è morto il sorriso,
sulla pelle di sole.
Colpisci al cuore colpo di cannone.
Così sono svanite le speranze ribelli.
Sulla piazza di Torquada scorrono persone,
tra loro c'è rimasto il tuo amore,
le luci dei lampioni ti accecano,
cammini senza nessuno per mano.
Angelo perso tra i suoni,
della celeste onniscienza
scomparso ogni giudizio e muta
rimane la tua bocca.
Brillano le luci sul selciato
e tutto è sfumato...









