Il mio rapporto col sesso femminile è stato improntato al massimo rispetto e all’assoluta uguaglianza su tutti i fronti. Non ho mai tralasciato, peraltro, di assegnare alle donne quell’aura di dolcezza e di passionalità che le contraddistingue dal sesso maschile. Per queste motivazioni, mi sono sempre trovato bene nei rapporti con esse o almeno mi piace crederlo. Si, perché non sempre, è facile comprenderle, cosa universalmente riconosciuta. Per fortuna, l’aggettivo che mi diversifica ai loro occhi è “divertente”. In pratica, per uno che nacque con l’ironia come seconda pelle, non è una bella cosa che questa venga confusa con l’essere divertente. L’ironia è graffiante e il sorriso che nasce da essa spesso ha un sapore amaro. Non che mi dispiaccia far sorridere chiunque, però, nel mesozoico... ai tempi della mia giovinezza, quando una donna mi diceva che ero simpatico e divertente, di solito voleva dire che...non c’era trippa per gatti ! Ne feci tesoro e quando, tra le risate fino alle lacrime delle donne di turno che mi ascoltavano, qualcuna usava il termine “divertente” o “simpatico”, spostavo, immantinente, il bersaglio delle mie attenzioni. Non mi scoraggiai mai. Ho creduto sempre nel mio modo di porgermi genuino, dissacrante, insinuante ma sempre deferente. Mi piacevo. Mi piaceva ricordare quella frase tratta da una gag di Lando Buzzanca che recitava : “Si, lo so, piacere piaccio ma a ste donne, che je faccio !”. E, infatti, ci facevo poco e niente ! Poi conobbi una ragazza, una bella ragazza, mi pare fosse sarda, che mi fece battere il cuore e a cui mi dedicai anima e corpo, la quale mi chiese di conoscere la mia vita, più o meno, sentimentale e non sentimentale. Dopo avermi ascoltato, mi disse, passando dal riso ad un’espressione riflessiva, che le mie, più che avventure, somigliavano a delle disavventure Fantozziane ! Cose che capitano. Come spiegarle che, ad esempio, quella volta che corteggiai una ragazza, che avevo scelto fra le più bruttine della mia compagnia, giusto per evitare un rifiuto, e, finalmente, ero riuscito a portarla a casa mia dove avevo approntato un angolo del soggiorno con delle lucine soffuse, dei bon bon, una bottiglia di whisky ed un comodo divano, nel momento topico, quando, cioè, avevo deciso di mettere da parte la sua, ma, principalmente la mia timidezza, mentre mi accostavo per baciarla (ahimè), lei , candidamente , mi confessò di essere innamorata dell’amico che condivideva con me l’appartamento ? Certo, si può ridere...però, pensate a come ci restai io ! Altro che divertente ! Cosa avrebbe detto Lando Buzzanca ? Forse riesco ad immaginarlo : “Che te mozzichi un vampiru, che me fai, me piji in giru ? “. Quel giorno cominciai a pormi il dilemma che poi, tanto dilemma, non era più, se fossi io a fare impazzire le donne o loro facessero impazzire me. La seconda, decisamente ! Cose che capitano.
Eppure ho sempre saputo che le donne vengono attratte da un uomo che le fa ridere. Credevo di poter ottenere, in virtù di questo, qualcosa che avrebbe scavalcato il mero aspetto amicale. Mi sbagliavo. Presi sempre delle ciabattate sul muso. Lo sbaglio più grosso è stato addebitare gli insuccessi alla mia struttura fisica, alla mia non bellezza che trascendeva il mio essere divertente. In effetti, ma me ne accorsi molto tempo dopo, la verità è che non avevo conosciuto bene la personalità femminile, pronto, com’ero pronto, anche se inconsapevolmente, a considerare le donne come terra di conquista e non esseri dotati di un cervello superiore, quantomeno, al mio. Quando ci riuscii, però, era ormai troppo tardi. Incontrai una donna che rispondeva alla mia simpatia, con l’indifferenza, a volte con lo sberleffo. Mi impegnai sul serio e senza ironia a mostrarle quel che ero veramente, cosa avrei potuto darle e cosa avrei voluto ricevere da lei. Per non farla lunga, la sposai. Cose che capitano ! Solo che...capitano tutte a me.

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Profilo Autore: Bronson  

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C'era una volta, ma fu solo quella volta, una divinità, tutta curve e rettifili, che faceva impazzire gli dei dell'Olimpico.
Al suo passaggio, provocava un forte eccitamento, tant’è che tutti i maschi l'avevano soprannominata "Segovia".
Anche Joe Capitolino, re degli dei, provava sturbo alla vista di lei e, da uomo di tendenza e noto sciupa femmine qual era, le faceva una corte spietata, 24 ore su 24. Addirittura, per paura di perderla, eliminava, a colpi di la lupara bianca, tutti quelli che le si avvicinavano.
Egli le stava così ampresso che un giorno la mise incinta, al solo sfiorarla.
A seguito di quello struscio, nacque loro una figlia che chiamarono Desideria Copuletta, in memoria di quel rapporto tanto desiderato, ma mai consumato.
Com'era usanza a quei tempi, la piccola fu battezzata nel Vesuvio e fu tenuta a battesimo da San Giuseppe Vesuviano e da sua moglie Santa Maria di Capuavetere. In onore della neonata, si organizzarono feste, solluccheri e sollazzi vari.
Si organizzò persino una grande caccia al Cam O Rist, un americano di origine cinese,  nelle campagne di Boscoreale e si allestì un banchetto a Casal di Principe a base di Cicciano di S. Agnello, Gragnano condito con Scafati di San Marzano, Bacoli vivi, Nocera secca, Afragola di stagione e sfogliatelle di S. Giorgio a Cremano.
Appena adolescente, la piccola venne affidata alla Sibilla di Secondigliano, nota per la sua naturale tendenza alla verginità, dovuta più alla bruttezza che al reale desiderio di castità, affinché la introducesse a Cuma e la iniziasse ai sottorifugi del Kamasutra e ai segreti della divinazione.
A Cuma, Copuletta crebbe a pizza e maccheroni e si dimostrò molto più interessata alle arti occulte che non alla pratica della castità.
La notizia della sua bravura si sparse in un arcobaleno, dappertutto, sulle arie di una famosa canzone napoletana dal titolo: Cumaggiafà!
Devoti e pellegrini venivano, continuamente, da ogni parte del mondo,  per sperimentare le sue doti di guaritrice ed ella, col tocco delle sue mani, riusciva a risvegliare in loro persino le passioni più addormentate.
Fu la pillola blu dell'antichità.
Avvenne così che una volta, un tal Lumucone di Caianello, afflitto da mosciatio penis, una malattia contratta durante un viaggio nei paesi tropicali della vicina Calabria, arrivò a Cuma, alla testa di tutto il suo esercito, per essere guarito.
Egli promise alla sacerdotessa che, in caso di ritorno alla normalità, si sarebbe sottoposto a trenta giorni di sacre lavande, con acqua e bicarbonato e che l'avrebbe ricolmata d'oro, d'argento e d'orologi Rolex.
Anzi, si spinse molto più in là e le fece un'offerta che Copuletta non avrebbe potuto rifiutare: l'avrebbe sposata.
Era la prima volta che qualcuno avrebbe voluto sposarla!
Considerata l'età avanzata e il suo nutrito curriculum di esperienze, Copuletta pensò bene di approfittare dell'occasione e di appendere le mutande al chiodo, come andava di moda a quei tempi.
Guarire il Lumucone, fu per lei più un passatempo che un gioco da ragazzi e così, alla fine, arrivò anche per lei il momento di tirare la patata in barca e di sposarsi.
Chiese ed ottenne la dispensa capitolina e, onde evitare ripensamenti da parte del Caianellide, in quattro e quattrocchi, si celebrarono le nozze con Pompa Magna, che era la sacerdotessa anziana di Cuma.
Alla cerimonia, parteciparono tutte le famiglie più in vista di Napoli e dei dintorni, che nessuno aveva mai visto.
Per l'occasione, s'invitarono cosche, amici degli amici, mozzarellari, pescivendoli, dei dell'Olimpico, Ras, Aiato più in là e persino Ali Babà e i 40 ladroni.
Fu la più grande rimpatriata, a Napoli, della sacra corona unita dell'Olimpico e della gente di rispetto.
Mangiarono e bevvero tutti come scrofegni, che vuol dire figli di porco, e alla fine venne portata a tavola una torta alta, fino al settimo cielo.
Si seppe, successivamente, ch'era a base di cacao, quando tutti corsero in cerca di latrine e di vespasiani.
Alla fine, gli sposi poterono ritirarsi per consumare gli avanzi della loro prima notte di matrimonio. E mentre loro consumavano, dormendo e ronfando a tutta callara, gli amici approntavano serenate e sparavano mortaretti, almeno così sembrava da lontano. Erano invece gas di scarico dovuti all'attrippata dopo la cerimonia.
Il mattino seguente, a gran voce, gli amici chiesero di vedere la prova del nove dell'avvenuta consumazione del matrimonio.
La coppia, che non aveva nulla da dimostrare, decise di ricorrere ad un escargot, ovverosia a un francesismo. Furbescamente, il Lumucone si affacciò al balcone tenendo in mano un lenzuolo bianco bruciacchiato, con un buco in mezzo, e disse: "è stata una notte talmente infuocata che s'è persino incenerita la macchia"!
A quelle parole esplosero tutti in un lungo a caloroso rutto di gioia e, da quel momento, chiamarono il Lumucone con l'appellativo di Pen Flambé.
Poi vissero felici e contenti e, a noi, non raccontarono più niente.

 

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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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Che cielo quella sera! Nero trapuntato di stelle, sembrava il cielo di Van Gogh, in quell’isola sperduta del Mar Egeo, la più grande  delle Cicladi.
Le tre ragazze erano arrivate per fermarsi una decina di giorni in vacanza, avevano frettolosamente occupato il loro appartamentino in riva al mare preso in affitto ad un buon prezzo ed eccitatissime, erano uscite per visitare il paese nell’incanto della notte.
Era uno dei paesini caratteristici greci, dalle abitazioni basse e bianche che riflettevano luce anche nel buio più profondo.
Nelle strade, gruppetti di giovani ragazzi, risate, canzoni e il suono di  lingue straniere provenienti da tutto il mondo.
Loro erano un tantino disorientate, infatti parlavano solo l’italiano, né greco né tantomeno inglese. L’unica delle tre che masticava qualche parola british era Giovanna, che sarebbe stata la capogruppo del trio.
Dopo aver  mangiato dei panini si erano sedute fuori, al tavolino di un baretto e avevano invero stracannato qualche birra di troppo, tanto per festeggiare il primo giorno di vacanza.
“Ragazze ma ci pensate siamo in vacanza, evviva! Buttati i libri, ora ci aspetta il sole e l’acqua del mare” disse Martina alle amiche, “E che dici se ci spettasse anche un bel tipo, magari italiano?” Letizia era sempre la solita, aveva il chiodo fisso, Martina e Giovanna si guardarono e risero di cuore. 
Non erano abituate a bere tanto e se ne resero conto alzandosi dalle sedie, traballavano tutte e tre chi più chi meno e ridevano,  ridevano a più non posso.
Era bello vederle così unite e felici. Si misero a canticchiare e attraversando la stradina che portava verso l’appartamento….boom, una vespa a tutto gas, prese in pieno Martina, facendola rotolare per terra. Una brusca frenata e in un battibaleno la strada si era riempita di ragazzi accorsi a guardare.
Martina si toccava il fianco, con il viso segnato da smorfie di dolore, Giovanna e Letizia, preoccupatissime non sapevano cosa fare, tra i commenti, gli sguardi e la confusione che intanto si era creata intorno.
Qualcuno invece aveva fatto arrivare un pulmino bianco, sul quale fecero salire Martina, la adagiarono sdraiata sul sedile di dietro, chiusero lo sportello ed il pulmino partì  verso l’ospedale.
Intanto Martina guardava dal finestrino, le file di lampioni ai bordi della strada e le case e le stelle, ma era sconvolta, stralunata, sia per la botta, sia per tutta quella birra. Giovanna chiese in inglese ai ragazzi dove stava l’ospedale in modo tale che l’avrebbero raggiunto a piedi per ritrovarsi con l’amica. Il proprietario della vespa, artefice dell’incidente, gli spiegò il percorso, dicendogli che sarebbe andato anche lui. 
Si ritrovarono tutti nella sala d’aspetto dell’ospedale.
Giovanna entrò con Martina e parlò col medico. “Come sta dottore” – “Bene, bene, fortunatamente, niente di rotto, dovrà solo mettere questa pomata due volte al giorno per cinque giorni. Piuttosto è estremamente scossa, gli ho dato un tranquillante, comunque la potete portare a casa”
“Grazie dottore grazie mille” riprese Giovanna.
Prese Martina sotto braccio e la portò fuori dall’ospedale, dove ad attenderla c’era Letizia col ragazzo greco.
Parlottarono un po’ tra loro Letizia, Giovanna e il greco, che si chiamava Nicolaj e veniva da Atene, anche lui per una vacanza.
“Allora Martina, tu adesso sali sulla vespa con lui che ti lascia alla piazzetta del paese, certo è che non puoi venire a piedi con noi” le spiegò Giovanna. Martina la guardò un po’ assonnata, il tranquillante probabilmente stava già facendo effetto, e le rispose di nuovo agitata“Io su quel trabiccolo che m’ha investito, con lui che non conosco, ma vi siete scemite?”
“Martina non fare storie” riprese Letizia “ E’ solo per pochi chilometri e poi è stato un incidente, stai tranquilla che tra pochi minuti ci ritroviamo e andiamo a casa”
In tutto questo tempo il ragazzo non disse niente, l’aiutarono a salire sul sellino, e la videro sparire dietro la curva.
Martina aveva un po’ di fiatone dovuto alla mancanza di tranquillità e dovette stringersi alla vita del guidatore per non cadere. Solo che più lui andava avanti e più Martina si sentiva agitata. Guardandosi intorno, non riconosceva la strada che aveva percorso all’andata ,nel pulmino, non c’erano i lampioni, né le case, sembrava addirittura non ci fossero nemmeno più le stelle, vedeva solo buio, notte e allontanarsi sempre più la luce del paese.
Entrò in paranoia e iniziò a bussare alle spalle di Nicolaj, urlando nel solo inglese che conosceva “Hospital, Hospital” facendo segno con la mano che si sentiva male.
Ma quando il ragazzo si voltò verso di lei, fu ancora peggio, perché gli lesse in viso brutte intenzioni e un sorriso che sembrava dire ” Cara mia è fatta, non ti troverà più nessuno, quando t’avrò sedotta e ammazzata”(anche perché ad essere franchi, Martina  era davvero un bel bocconcino!)
Immaginate la povera Martina che strillava ancora più forte “Hospital, Hospital”, sembrava davvero un’invasata, fin quando mosso a compassione ( lei pensò), il ragazzo si diresse nuovamente all’ospedale e se ne andò, lasciandola sola.
Lei rientrò tremante al pronto soccorso, dove vedendola in quello stato le somministrarono un altro ansiolitico.
Dopo poco arrivarono le amiche nuovamente accompagnate da quel bellimbusto del greco e con gli occhi di fuori le chiesero quasi in coro “ Ma ti senti male? Ma che è successo, si può sapere? Nicolaj è tornato in paese molto preoccupato, dicendoci che ti eri sentita di nuovo molto male.”
Martina, allora  spiegò cosa era successo, la strada diversa, buia, quel sorriso ironico, la paura di non vederle più e di morire ammazzata.
Qualche giorno dopo, erano tutti insieme a ridere e scherzare, intorno al tavolo del bar, mentre un’orchestrina suonava musica greca. Martina, Letizia e Giovanna insieme a Nicolaj  e Penelope la fidanzata, ridevano tutti come matti, ripensando  alle paure della sventurata. 
Nessuno sapeva che per raggiungere l’ospedale dalla piazzetta l’unica strada percorribile fosse a senso unico e quindi per tornare dall’ospedale al paese, era inevitabilmente necessario percorrere un’altra strada, in aperta campagna allontanandosi di parecchio dal centro abitato.
Ora Martina è la sottoscritta e per dovere di cronaca vi dice che quell’anno non lo scorderà mai, fifona com’è!E’ morta di paura e tornando a Roma ha dovuto prendere una settimana di ferie per rilassarsi dalla vacanza. 
Bei tempi però!!!
 
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Profilo Autore: elisa  

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Rumoreggiava in piedi

La tribuna

Lo sconcerto tagliava l’aria

ANACRONISMO

 

Tu sorridevi

Sfogliando crisantemi

Nel buio della finzione

ESASPERAZIONE

 

Ridevi e piangevi

Urlavi

Graffiavi la faccia dell’etere

INSOLENZA

 

Lacrima ancora

La maschera della finzione

Ma sorride nel suo cuore di pezza

PAGLIACCIO

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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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Quest’anno, no ! Festeggerò il Santo Natale in un locale prenotato con amici e parenti. In casa mai più ! Non dopo lo scorso anno, che è stato un vero disastro. Si, capisco la fibrillazione che nasce durante il periodo che lo precede e che si prolunga fino ad arrivare al capodanno ed oltre, ma bisogna darsi una calmata. E’ una festa, una ricorrenza, per chi crede, non la sublimazione delle patologie nervose. Lo scorso anno, una settimana prima di Natale, subii l’invasione della mia tranquilla dimora da parte di mia suocera e di mia cognata, con relativo marito e tre figli di cui il più grande aveva appena sei anni. Niente di male, a parte mia suocera con la quale non abbiamo mai condiviso un sentimento di simpatia e stima reciproca e a parte mia cognata, degna figlia di sua madre con la quale, lei si, condivide tutte le doti di antipatia. Niente di male neanche per la presenza del marito di quest’ultima, un pover’uomo plagiato e ridotto a pura presenza visiva con la licenza di annuire solo quando parlava la moglie. Che dire dei tre frugoletti, nati dall’incesto dei due degenerati genitori ? Solo tre piccoli corpi, più che anime, votati alla distruzione incondizionata di cose e persone. Ora, penserete che parli della famiglia Adams ! Per carità, parlo di molto, molto peggio ! Arrivarono tra capo e collo, una mattina, contando sul fatto che ho una casa molto capiente, vantando quasi un diritto di prelazione su eventuali altri ospiti che avessi dovuto avere. Tacqui, per l’amore che porto a mia moglie e alle mie coronarie anche se mi sarei aspettato ben altra festa. In breve tempo la casa si riempì di regali di ogni genere, ritrovai pacchi e pacchettini anche nel mio studio, sulla mia scrivania. C’era un andirivieni nervoso per tutta la casa da farmi presagire la necessità, prima o poi, di ricoverare qualcuno in clinica neuro. Per non parlare della cucina. Vi andai per prendere il mio solito yogurt pomeridiano, dovetti fare a sportellate per poterlo aprire, tanto era pieno. Durò poco, perché venni inibito ad entrare in cucina perché dovevano preparare il cenone della vigilia. Una settimana prima ! ! Pazientemente, presi il giornale ed andai ad occupare la mia fida poltrona. Non lo avessi mai fatto. Quel pomeriggio dovetti buttare i pantaloni che avevo indosso perché le cinque pesti (tre di mia cognata e due mie), avevano deciso di mangiare “i dolci di Natale”, tutta roba untuosa e zuccherata, sulla mia amata, vecchia, coccolata poltrona, con il risultato di renderla lercia, appiccicosa e quant’altro. Intanto le spese continuavano all’impazzata e non mi meravigliò che il direttore della mia banca, indignato, mi dicesse che dal mio conto era in atto una vera e propria fuga di capitali ! Tuttavia subivo volentieri, per l’amore che ho per mia moglie, per le mie coronarie e per la mia stabilità psichica. Ma lo scandaloso deve ancora venire. Una sera, tornando a casa dopo una giornata a dir poco massacrante, trovo la famiglia seduta attorno al tavolo del soggiorno intenta a pianificare non so quali danni ancora.  Appena mi videro assunsero, pro forma, un’aria sorniona, distratta.  I Farisei, cioè, scusate, i miei familiari, aggiunta una sedia al tavolo (ovviamente la sedia che cigolava un po’), mi invitarono a sedere ed iniziarono ad illustrarmi come si sarebbe svolta la serata della vigilia. Quindi mi portarono a conoscenza di quali sarebbero stati i rispettivi ruoli. Neanche se avessimo dovuto pianificare lo sbarco in Normandia ! Comunque li ascoltai, giusto per farli star buoni. Infine mi dissero del ruolo che avrei dovuto ricoprire io. Incredibile ! Avrei dovuto vestirmi da Babbo Natale, vista la leggera prominenza che mi caratterizza lo stomaco e distribuire quella montagna di regali sparsi per casa. No, non ci potevo stare ! Sono una persona seria. Aiuto nel reparto di chirurgia di uno dei più noti centri di cardiochirurgia, stimato dal primario e dagli assistenti. Non mi sarei mai vestito da Babbo Natale, avevo una dignità da difendere, io. Ma dovetti farlo, per l’amore che porto a mia moglie, per le mie coronarie, per la mia stabilità psichica e per mettere a tacere quelle boccacce che mi stavano ossessionando quasi con insolenza. Avevano già acquistato il vestito (con i miei soldi, naturalmente). Dovevo solo misurarlo. Mi rifiutai di farlo, mica mi dovevo sposare, dovevo solo fare il pagliaccio per qualche minuto !
Arrivò la fatidica sera della vigilia e, non mi spiegavo, guardando dalla finestra, come tutta la gente facesse così in fretta a voler tornare a casa mentre, invece, io, se avessi potuto, sarei andato lontano, molto lontano dalla mia. Mia suocera avrebbe voluto assistere alla vestizione del Santa Klaus di turno, cioè io ! Mi opposi con tutte le mie forze giusto per non provocarle ricordi che l’avrebbero resa più assatanata. Volli solo mia moglie, con me. Quella sera fu la prima sera in cui mi domandai perché Babbo Natale avesse dovuto vestirsi a quel modo. Sicuramente era in combutta con mia suocera ! Infine la sorpresa. I pantaloni erano stretti ! Non riuscivo ad indossarli. Gioii come quando Altobelli segnò la terza rete ai mondiali di Spagna contro la Germania. L’urlo, però mi morì in gola quando, mia moglie, mia suocera e mia cognata decisero di mandarmi “in scena” ugualmente, vestendo solo la parte superiore dell’abito, la barba finta e il cappello sopra una parrucca di capelli bianchi. E…sotto ? Risposero in coro : Resterai in mutande ! ! ! Mi rifiutai, ma loro, con grande nonchalance “non” mi convinsero affermando che mettendo qualche sedia davanti, ricoperte da un telo natalizio, non si sarebbe visto nulla ed io avrei potuto, così, assolvere alle mie funzioni. Follia pura ! Quindi allestirono il tutto all’uopo e mi trascinarono, in  mutande, dietro le sedie. La casa era piacevolmente riscaldata ma le mie gambe, nude, non se ne avvidero. Battevo i denti come un fabbro batte il ferro e, comunque, non mi arresi. Non avevo ancora distribuito un dono che suonarono alla porta di casa. Mia moglie andò ad aprire e tornò che dire sconvolta è poca cosa. Balbettava. Ma che le era preso, mi chiesi.
  • Caro, il…il..tuo primario e signora sono passati per farti gli auguri !
Dietro di lei avanzarono i due illustri ospiti.
  • Tanti auguri caro Antonio – disse la moglie del mio capo, tendendomi la mano per il solito bacio a cui l’avevo abituata ed avvicinandosi, pericolosamente, alle sedie che coprivano le mie nudità !
D’istinto e con estrema rapidità, mi allungai per prenderle la mano e per non farla avvicinare ulteriormente. E voilà la frittata fu servita. Le sedie caddero rumorosamente per terra, lasciando senza protezione le mie gambe e, soprattutto, le mie mutande. Oddio, erano mutande nuove, ovviamente pulite, ma dall’urlo che lanciò la signora del mio primario sembrò che non le avesse gradite. Non voglio tediarvi e quindi non vi racconterò dell’espressione schifata del mio capo. In tutto questo bailamme, si sentiva solo la voce scellerata di mia suocera che mi strillava “copriti, copriti”, quasi che avessi deciso volontariamente di mostrare le mie…bellezze.
Quella notte, per fortuna, mia moglie si ravvide e sentendomi nervoso, smanioso mi accarezzò dolcemente chiedendomi di far l’amore per acquetarmi.
Quest’anno, invece, sono qui, seduto sulla mia poltrona ripulita, nella mia casa in ordine, ad aspettare la vigilia, in assoluta tranquillità. Ripenso allo scorso anno, a tutto quel trambusto e quasi non mi par vero di tanta tranquillità. Troppa tranquillità. I bambini giocano in silenzio, mia moglie stira gli abiti che indosseremo nel locale pubblico che abbiamo prenotato. Anche le luci del presepe sembrano annoiate e pulsano debolmente. L’albero non è nemmeno acceso. Insomma, che mortorio, proprio ora che dovremmo festeggiare la più grande delle natività. Bisognerebbe essere in allegria e invece…Prendo il telefono, chiamo prima mia suocera, poi mia cognata e…le invito a venire da me a trascorrere le festività…senza armi improprie, però, a cominciare dalle grandi idee ! Corro a dirlo a mia moglie che mi subissa di baci e mi fa una promessa…intima. Non certo come la promessa di Gesù all’umanità, molto più terrena ma gradita. Dai, che avete capito, ed è sempre bello parlare d’amore. 
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Profilo Autore: Bronson  

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Proprio come di notte,
il passar sotto lampioni
m' è di luce nell' animo...
la musica m' illumina
il tuo consolar
sotto le stelle.
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Profilo Autore: Matteo Biagio Rizzo  

Questo autore ha pubblicato 10 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

C'è un'armonia infallibile nell'universo
nel movimento delle stelle
nel destino delle creature
nella logica degli istinti
nei cicli delle stagioni
nel ritmo stesso
del giorno e della notte...

L'alba, così fresca e color pastello,
sembra l'infanzia della vita

Il mezzogiorno, violento e colorato,
richiama la giovinezza insolente

Il tramonto, quando l'aria si fa grigia
e i rumori si placano,
ricorda la saggezza della maturità

Poi, arriva il buio della sera
e l'immobilità della notte...


come la vecchiaia e la morte


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Profilo Autore: Paola Collura  

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E' mattino. Sveglia...
corro a pisciare.
Non resisto, penso a Te.
Con una mano
accendo il cellulare;
Aspetto, lavo il volto,
mi adorno.
Un bip mi scuote, leggo:
Amore buongiorno!
Sorrido, cammino
ancora barcollando.
Pensieri, dolcezza...
Anche oggi
 sono il primo uomo 
che stai pensando.
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Profilo Autore: Matteo Biagio Rizzo  

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A volte dai miei pensieri rapita, fuoriescono parole dallo scrigno del mio profondo. Svolazzano leggere, nell'aria, a me davanti. Mi avvolgono fluttuanti e prive di materia, come i sogni. Cosí fatte di sostanza evanescente ch'esce dal cuore, impalpabile ma incorruttibile. Inarrestabile valanga di emozioni e sensazioni... Si formano pian piano periodi sconnessi, poi si alleano, più o meno musicali, come un canto fatato. Ed è allora che in punta di piedi per non farle scappare, con una penna in mano, le imbriglio ed imbrattando un foglio nasce una poesia...
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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ACCENDO IL TELEVISORE

 

Programma demenziale interrotto con notevole frequenza da pubblicità idiota, falsa e

diseducativa. Passo ad altro canale; Film poliziesco (in genere americano), sparatorie

violenza inaudita , inseguimenti su strade trafficate , assolutamente improbabili, esplosioni.

Questi gli ingredienti principali, visto uno, visti tutti. Pubblicità.

Cambio canale; la TV del dolore imperversa , protagonisti presi dalla strada ma debitamente

istruiti, raccontano la loro storia lacrimosa, le conduttrici consapevoli della loro

notorietà, fingono di commuoversi. Pubblicità.

Cambio canale; TELEGIORNALE , conduttori prezzolati a seconda della collocazione

politica del network, sciorinano notizie più o meno attendibili, (a volte non attendibili)

e comunque approssimate, riservandosi le più importanti e credibili, per la fine del

telegiornale. Pubblicità.

Cambio canale; dibattiti politici, praticamente un pollaio, dove chi ha la voce più forte

e più stridente, impone il proprio punto di vista. Pubblicità

Cambio canale; come sopra. Pubblicità

Cambio canale; programma culturale relegato ad ore antelucane o di scarsissimo ascolto.

Poca pubblicità.

Cambio canale; concorso per nuovi artisti, seduti nei loro scanni le vecchie glorie dello

spettacolo giudicano severi le performance di giovani aspiranti artisti, una buona parte

di costoro scomparirà nel nulla, qualcuno arriverà al successo, allo stesso livello di coloro

che l'hanno giudicati, cioè mediocre.

 

SPENGO IL TELEVISORE, mi avvicino alla finestra e.......................

 

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Profilo Autore: Vittorio  

Questo autore ha pubblicato 80 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
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