1.

Non ho mai nutrito particolare simpatia per le giornate di pioggia, specialmente se sono costretto a passarle nel mio paesotto desolato. 

Quel giorno, mercoledì 10 ottobre, la pioggia cadde imperterrita. La sua triste musica si fece udire già dalla sera prima; segno che l'autunno aveva disteso il suo manto sulla superficie terrestre. L'anno era il 1990 : triste decennio in cui ebbi il "dispiacere" di veder cambiare per il peggio le mode, la musica  e il cinema. Tutta la magia degli anni precedenti sembrò scemare ai miei occhi, asciando posto alla banalità più sconcertante.  

Uno spiraglio di luce si aprì quando in mattinata, durante la pausa pranzo a lavoro, lessi un articolo su Repubblica. I miei occhi viaggiarono veloci leggendo  quelle righe : "La città di Milano rende omaggio ad una delle più grandi attrici italiane". Giulietta Masina si trovava a Milano per l'inaugurazione del  "Teatro Giulietta" in via Marghera 28.

Il sogno di una vita : la mia attrice preferita a 30 km da casa mia! Non esitai un attimo : decisi di assistere alla cerimonia il cui orario di inizio era schedulato per le 21.30. 

Il costo del biglietto era di 60.000 lire, ma i soldi all'epoca non erano un problema e per vedere Giulietta ne avrei spesi anche duecento. Avendo svolto il primo turno in litografia, la buona sorte giocò a mio favore concedendomi pomeriggio e serata liberi. 

Una volta a casa, rovistai tra i miei abiti più eleganti, decidendo infine di indossare una giacca monopetto a tre bottoni, camicia bianca, cravatta nera,  jeans scuri e un paio di scarpe derby in pelle ereditate da papà. Portai con me una penna e una foto busta del film "Le Notti Di Cabiria", sperando che Giulietta depositasse la sua firma su quel pezzo di storia pagato una fortuna ad una mostra di reliquie cinematografiche. 

Le lamentele di mia moglie Iris non tardarono ad arrivare. Le telefonai in ufficio poco dopo le 16.00 informandola dell'evento. 

Entusiasta le dissi che sarei passato a prenderla in ufficio dopo le 17.00, ma lei rispose che doveva trattenersi per gli straordinari e che sarebbe rincasata tardi. 

"Ma è proprio necessario che tu vada? C'è da fare la spesa, far sviluppare le foto del mare... ". Iris non simpatizzava molto i "miei colpi di testa", ma  in fondo sapeva quanto era importante per me vedere Giulietta.

Dopo aver ascoltato le mie giustificazioni che somigliavano tanto a quelle di un bambino desideroso di un dolcetto, fece un sospiro e disse : "Ok, ci vediamo quando torni".  

Via Marghera è la zona dei ristoranti : certo oggi è un po’ cambiata rispetto ad allora, ma l'aria intrisa di romanticismo e passione è rimasta. 

Il Teatro Giulietta si presentava decisamente maestoso. La facciata esterna in stile neoclassico, severa e lineare; al centro un portico a terrazza sostenuto da due pilastri lineari, al di sopra un piano attico terminante con un timpano retto da colonne binate e da lesene. L'interno si fece apprezzare ancora di  più : nella curva a forma di cavallo si trovavano diversi ordini di palchi e camerini; un grande lampadario con ottantaquattro lumi a petrolio appeso al centro del soffitto, le decorazione interne disegnate secondo il gusto neoclassico e un immenso palcoscenico.

Una fila interminabile padroneggiava all'ingresso principale, formata per la maggiore da gente di mezza età. Vi erano anche giovani coppie, ma ebbi modo di  constatare che sicuramente ero la persona più giovane presente. 

Dopo un attesa interminabile, giunsi finalmente all'ingresso della platea dove un signore baffuto in frac strappò la superficie del mio biglietto (acquistato poco prima alla biglietteria principale) assegnando il mio numero di poltrona. 

L'adrenalina scorse puntuale nelle mie vene alla vista di quella stupenda platea che sembrava luccicare in ogni angolo. Avvertendo un leggero tremolio alle gambe, mi accomodai sulla confortevole poltrona di velluto rosso. La visuale da quel punto era abbastanza buona; fortunatamente la mia vista allora non  era ancora incerta. Cercai di scorgere qualche personaggio importante tra il pubblico, ma tra tutti quei capi grigio scuri e quelle pettinature a la "Maria Antonietta" non notai nessuno. 

Sul palcoscenico era stato allestito un tavolo lungo circa quattro metri con diverse sedie. Il tavolo era ricoperto da una enorme rivestimento rosso che permetteva al pubblico di scorgere la sua raffinata eleganza. Osservando le intrinseche decorazioni presenti nella stoffa, mi sfiorò il dubbio che tali meraviglie fossero  fatte d'oro.  Sullo sfondo risplendeva una gigantesca immagine di Giulietta nei panni di Gelsomina, la quale insieme a Cabiria fu uno dei personaggi più amati a livello mondiale interpretati dall'attrice.

Finalmente su quell'immenso palco fece ingresso un uomo di bassa statura, dalla evidente calvizie e dall'abito raffinato : Moraldo Lombardi, ideatore e  proprietario del "Teatro Giulietta". 

Consumati i soliti convenevoli, Lombardi introdusse Giulietta Masina. Il tema de "La Strada", scritto da Nino Rota, echeggiò in tutto il teatro tra la tempesta di applausi dalla durata di mezzo minuto. Tutti i presenti si alzarono in piedi ad applaudire Giulietta la quale appari' emozionata. Vestiva una camicetta bianca adornata da numerosi brillantini e una lunga gonna nera. I capelli minuziosamente pettinati e cotonati, orecchini tondi d'oro e una argenteria invidiabile. Il volto, segnato dalle rughe, possedeva ancora quella particolare bellezza; così come lo stupendo sorriso : pregio a me carissimo. Nonostante i tacchi alti delle sue scarpe nere, mi apparve decisamente bassa; come me la ero immaginata per anni. 

Provai un vortice di emozioni nel vederla congratularsi col pubblico, pensando : "Finalmente ho realizzato uno dei miei sogni : vedere dal vivo Giulietta Masina".

Applaudii e sorrisi come tutti i presenti, sperando che Giulietta puntasse lo sguardo verso di me per poterle trasmettere tutte le emozioni che provai  guardando "La Strada". 

"Grazie, grazie a tutti". Disse Giulietta al microfono passatogli da Moraldo Lombardi. Udire la sua voce fu stupendo come quando la sentii per la prima volta nel film "Giulietta Degli Spiriti"; calda, confortevole, squisitamente materna.  

Lombardi la invitò a sedere. Dopo aver presentato gli altri ospiti della cerimonia seduti al tavolo, ovvero critici cinematografici e giornalisti dei quali  non ricordo neanche il nome, Giulietta prese parola. Migliaia di occhi puntati su di lei. 

Giulietta espresse il suo amore per Milano, nella quale aveva vissuto per un periodo e anche per la zia di origini milanesi con la quale visse a Roma. Si sentì profondamente onorata del tributo donatole, esprimendo il suo amore per il teatro. 

Subito dopo incominciò a narrare la sua carriera cinematografica, soffermandosi particolarmente all'uomo più importante della sua vita : Federico Fellini. 

Ascoltai ogni singola parola di Giulietta, sperando che non finisse mai di parlare.  

Dopo circa quarantacinque minuti, per mia tristezza, l'inaugurazione giunse al termine.  L'uscita di scena di Giulietta fu accompagnata da applausi assordanti

di maggiore durata rispetto a quelli del suo ingresso; nelle mani reggeva fiera una targhetta donatagli da Lombardi che annunciava l'inaugurazione del teatro. 

I flash delle macchine fotografiche fecero risplendere il suo volto senza sosta mentre lei si allontanò dal palco con numerosi inchini. 

Vidi scomparire la sua adorabile figura che agitò la mano in segno di saluto.  

"Ciao Giulietta". Pensai soddisfatto di averla finalmente vista udendo le sue dolci parole. 

La platea brulicò di persone intente a raggiungere l'uscita; in testa vi erano fotografi e giornalisti (i quali si erano aggiudicati le prime file) ansiosi di intervistare Giulietta per scrivere un lungo e invitante articolo. Facendomi spazio tra la folla, giunsi nei pressi della biglietteria dimenticando per  un attimo quanto odiassi i luoghi affollati.  

Un'accozzaglia di telecamere e microfoni si era radunata nei pressi dell'uscita : i giornalisti stavano intervistando Giulietta, dandosi spintoni e sfoggiando domande a raffica alle quali non le fu concesso il tempo di scegliere a quale rispondere per prima. Alzandomi sulle punte dei piedi la vidi rispondere cortesemente, felice nonostante l'assedio dei giornalisti la stava facendo quasi scomparire. Al suo fianco vi era Federico Fellini, anche lui stretto nella morsa.

Fellini era un uomo corpulento, mastodontico che superava il metro e ottanta di altezza. Le spalle larghe e il torace me lo fecero apparire ancora più enorme di quanto in realtà fosse.

 Accanto a Giulietta appariva come il suo angelo custode, emanando un caloroso senso di protezione. Nonostante non amasse particolarmente le cerimonie e i ricevimenti, fu fiero di assistere all'inaugurazione e della carriera di attrice di sua moglie, la quale lui stesso fece fiorire. 

Scortati dai propri agenti, i coniugi Fellini si recarono verso l'uscita ancora inseguiti dai fotografi. La mia speranza di stringere la mano a Giulietta e  farmi firmare la foto busta, stava ormai scemando. 

"Hey! C'è Anitona!!!". Gridò un aspirante giornalista dal corpo rachitico togliendosi la penna dalla bocca. 

Ormai Giulietta non interessava più, le lasciarono raggiungere la macchina a braccetto di Federico; ora telecamere, flash e cascate di domande avrebbero  torturato lei : Anita Ekberg. 

Una visione celestiale : stupendamente giunonica, divina; l'espressione massima della naturalezza femminile. Certo, nessuno sfugge ai segni inferti dal tempo, ma Anita apparve immensamente bella nei suoi lunghi capelli biondi e nel suo elegante e lunghissimo vestito nero, il quale credevo fosse quello che indossò  ne "La Dolce Vita"... ma non poteva essere!

Anita stava a fianco di Marcello Mastroianni; sempre raffinato ed elegante, portava un cappello in testa : look che alcuni dicevano avesse ereditato da "8 1/2", altri per coprire la calvizie imposta da Fellini per interpretare Fred Astaire nel film che vedeva Giulietta nel ruolo di Ginger Rogers, appunto "Ginger e Fred".

Non so perché, ma in una delle mie fantasie ho sempre immaginato Mastroianni e la Ekberg cenare insieme al ristorante. Marcellino intento a gustare un gigantesco piatto di cozze e Anita che lo osserva divertita con un piatto fumante di spaghetti al pomodoro. Non sono per niente misteri l'appetito vorace di Mastroianni e il suo fascino verso le donne. 

Altre domande vennero poste e altre foto vennero scattate : ora era il turno di Anita e Marcello. La ressa rese impossibile avvicinarsi anche a loro.

Felicissimo di aver visto cinque pilastri del cinema italiano, ma soprattutto di aver visto Giulietta, decisi di lasciare quell'immenso teatro. 


2.


La pioggia continuò a cedere in quella serata autunnale, forse meno intensa che nel pomeriggio, ma comunque insopportabile. Decisamente di umore euforico, non badai al mio capo bagnato frugando nelle tasche della giacca alla ricerca di una sigaretta. Non vi era nessun pacchetto : consumai le ultime rimaste durante il viaggio a raggiungere il teatro. 

Desideroso di nicotina, entrai in un bar che fungeva anche da tabaccheria chiamato "Il Giglio". Le luci soffuse al suo interno rimandarono alla mia mente la  tipica atmosfera della "Milano da bere". Data l'ora tarda, le sedie del bar erano poste a gambe per aria sui tavoli.  

Puntando lo sguardo verso il bancone, notai una minuta figura di spalle abbigliata con una lussuosa pelliccia e una lunga gonna nera discutere scherzosamente con il barista. In testa portava un nero cappello femminile con la funzione di non farsi rovinare i capelli dalla pioggia.  Ben presto, avvicinandomi sempre di più al bancone, notai che si trattava di Giulietta. Aspirando delicatamente una sigaretta, continuava a ridere e scherzare  con il panciuto barista. 

Rimasi paralizzato. 

"Stiamo chiudendo!". La voce roca del barista mi fece sobbalzare. 

Giulietta si voltò verso di me con ancora il suo stupendo sorriso stampato sul volto. 

"G-g-giulietta!". Fu tutto quello che cercai di balbettare.

"I giornalisti sanno che sei qui??". Domandò il barista a Giulietta inarcando il sopracciglio sinistro. 

"No... deve essere un ammiratore!". Disse regalandomi il suo sguardo penetrante accompagnato dall'onnipresente sorriso. 

Non so come, riuscii ad avvicinarmi a lei accennando passi goffi come se stessi camminando in una palude. Le strinsi la mano in preda ad una crisi di panico; lei a sua volta strinse la mia con una presa decisa e accogliente. 

"Giulietta, lei è l'attrice più grande di tutti i tempi! Grazie di averci regalato capolavori stupendi...". Incredibile! Fui in grado di parlare! 

La mia eroina mi guardò stupita, con occhi grati e pieni di dolcezza. Il barista osservò divertito la scena, ansioso di sentire la risposta di Giulietta.

"Grazie infinite... come ti chiami?". 

Restai stupito : "C-come?". 

"Ti ho chiesto come ti chiami". Ripeté  la domanda cortesemente.

"Io mi chiamo... Luca". Risposi imbarazzato, ancora tremante. 

"Sei giovane Luca, quanti anni hai?". Ancora una volta non credevo alle mie orecchie.

"Ne ho venticinque..." Risposi estraendo dalle tasche della giacca la foto busta di Cabiria e facendo il più in fretta possibile per non seccare Giulietta e rubarle tempo prezioso. 

"Un' età stupenda... Oh bella!". Giulietta scorse la foto busta che posai sul bancone insieme alla penna.  "Potrebbe firmarmela per favore?".

"Certo! Queste foto buste hanno un gran valore oggi... ti deve piacere proprio Cabiria... ecco : a Luca con tanto affetto, Giulietta". Non ne potei più di trattenere le lacrime che appena Giulietta mi restituì la foto busta, piansi di gioia. 

"Grazie tante... grazie...". Le dissi stringendole nuovamente la mano.

Giulietta mi apparve lusingata e serena;  togliendosi il suo elegante cappello mi disse : "Grazie a te... posso offrirti un caffè?". 

Le mie mani stavano andando a pizzicare le mia braccia, per verificare se mi trovavo all'interno di uno dei miei sogni più belli. 

"Sì! Grazie mille!". In quel momento avrei bevuto anche benzina, purché offerta da Giulietta Masina. 

"Tulio, portaci due caffè... vieni, sediamoci al tavolo". 

Feci accomodare Giulietta togliendo due sedie dal tavolo più vicino al bancone, accomodandomi accanto a lei. Mentre posò accuratamente i suoi abiti allo schienale della sedia, emanò un sublime profumo di pulito; un aroma candido ed innocente che non avrei scordato facilmente.    

Le parole vennero a mancarmi all'istante : continuai ad osservarla in ogni dettaglio, studiando i suoi modi di fare tipicamente aristocratici.  

Tulio, questo il nome appunto del barista, arrivò subito dopo servendoci due caffè fumanti. 

"Come stai Luca? Ti è piaciuta l'inaugurazione?". Disse Giulietta, rompendo l'imbarazzante silenzio accendendosi un'altra sigaretta. 

"Beh io... s-si...". Il tremore non mi aveva ancora abbandonato. 

"Non essere così inquieto, a me piace parlare con i giovani e ai giovani piace parlare con me". Giulietta sorseggiò delicatamente quel caffè bollente.

"Sai, anch'io ero emozionata come te quando ad Hollywood ho chiesto l'autografo a Clark Gable. Lui mi rispose che forse era il caso che lui lo chiedesse a me visto che quella sera avevo vinto l'Oscar." Ricambiai il suo sorriso, osservando il suo sguardo sognante a narrare quella storia. 

"Quando l'ho raccontato a Federico". Proseguì con un tono più serio. "Lui mi disse : "Ma chi Gable? Con quelle orecchie a sventola?". 

Risi un po’ imbarazzato però sciogliendomi lentamente : "Per me è un onore poter parlare con lei... non sa quanto ho adorato "La Strada" e "Le Notti Di Cabiria"... e "Giulietta Degli Spiriti".

"Fa davvero piacere vedere un giovane interessarsi al nostro cinema, adoro recitare nella mia lingua... ultimamente mi sono state fatte offerte da tutti i paesi del mondo tranne che dall' Italia; le ho avute dalla Francia, dalla Cecoslovacchia, dalla Germania, dalla Jugoslavia...".

Colsi l'occasione per dirle che, nonostante non avesse recitato appunto nella sua lingua, amavo molto anche "La Gran Vita". Lei mi ascoltò osservandomi attentamente mentre la tensione abbandonava definitivamente il mio corpo.

Le narrai che avevo bramato per settimane la copia in VHS de "La Gran Vita" in una videoteca nell'attesa di ricevere l'ultimo stipendio per acquistarla. Giulietta restò stupita dall'adorazione che avevo per lei e per il suo ruolo di attrice, mentre elencai le scene che mi avevano divertito di più del film in questione. Tra queste vi era quella in cui lei stessa, durante un approccio, si pungeva con le spille da balia applicate al reggiseno (atto per tenere lontani gli uomini troppo focosi). 

Rise divertita a ricordare quella scena e prese il via a raccontare gli episodi che le stavano più a cuore della sua carriera. 

Mi resi conto che durante quel suo delizioso rimembrare era impossibile interromperla; risultava totalmente immersa nelle sue storie e nei suoi sogni. Mai  prima d'ora apprezzai così tanto sentire parlare una persona. 

Giulietta espresse il suo rammarico per un film mai fatto : un lungometraggio che aveva chiesto più volte a Federico Fellini sulla storia di Madre Cabrini. 

Affascinata dalla sua biografia, disse che sarebbe stato il sogno della sua vita impersonare la missionaria, ma dopo varie diatribe con il marito il progetto andò a monte per il dispiacere di Giulietta. Ricordando di aver letto la storia di Madre Cabrini, le dissi che abitavo vicino al paese dove la religiosa aveva maturato la vocazione al Colleggio Del Sacro Cuore (ora trasformatosi in oratorio Del Sacro Cuore) di Arluno (paese a sud ovest di Milano).

"Davvero? Mi piacerebbe andarci un giorno". 

"A me piacerebbe visitare il suo paese natale, San Giorgio Di Piano...". 

La sua risposta risuonò commovente : "Ogni volta che ritornavo in estate cercavo sempre qualche ricordo della mia infanzia... la stazioncina con il campanellino che segnalava l'arrivo del treno; mi ricordo il paese perfetto con il campanile e i quattro orologi."

Quando venne il turno di parlare del film "Giulietta Degli Spiriti", il suo sguardo divenne ancora serio. Inizialmente apprezzò i miei complimenti riguardo la sua fantastica voce : le dissi appunto che, oltre l'ottima recitazione, fu il particolare che apprezzai maggiormente. "Giulietta Degli Spiriti" fu il primo film che mi diede il privilegio di conoscerla come attrice; questo grazie a Sylva Koscina. Dopo aver visto "Sette Scialli Di Seta Gialla" e "Nel Buio Del  Terrore" (titolo alternativo : "Diabolicamente Sole Con Il Delitto"), fui desideroso di vedere un altro film con Sylvia. Leggendo il suo nome sul retro della VHS decisi di acquistarlo. Ricordo che passai un intero inverno a guardarlo ogni sera tra le proteste di Iris e infinite sigarette. Ogni volta dopo innumerevoli visioni, quando giungeva il tempo di coricarsi, nella mia mente bisticciavano quegli scenari bizzarri e quei colori vivi di "Giulietta Degli Spiriti". 

Mi innamorai anche della regia di Fellini ricercando tutte le sue produzioni. 

Raccontai tutto questo a Giulietta, la quale udendo i titoli dei due film che citai di Sylvia Koscina storse un po’ il naso : "Non mi piacciono i film di violenza, amo i film che riescono a trasmettermi qualcosa...". Nonostante questo, nutriva una stima spropositata per Sylva Koscina e per molte attrici del cinema italiano e mondiale.

Fu imprudente farle il nome di Anna Magnani tra quelli di Sofia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale e Audrey Hepburn. 

Pur essendo passati molti anni Giulietta non dimenticò i diverbi con Nannarella, nonostante le dissi che consumai "Nella Città L'Inferno".  

"Anna era una donna notturna". Così la definì Giulietta, cercando di trattenersi forse per non farmi cadere un mito. "Non si alzava fino a tardo pomeriggio e tutti i gatti di Roma hanno pianto quando lei se ne è andata, perché gli dava da mangiare a tutti quanti". 

Ritornando al discorso di "Giulietta Degli Spiriti", mi disse che si trovò in disaccordo sul finale con Federico e che quel film non la rappresentava.

"Per le donne è diverso : io non volevo che a Giulietta il mondo le si spalancasse davanti, ma che si perdesse". Apprezzai la sua sincerità. 

"Dissi a Federico che i miei abiti nel film erano inadatti, che non avrebbero aiutato la mia interpretazione".

Qui mi trovai in disaccordo ma non le dissi nulla. Lasciai che si togliesse quel "sassolino dalla scarpa" nel migliore dei modi. Le dissi soltanto : "Lei è stupenda in ogni film", guadagnandomi ancora una volta il suo indimenticabile sorriso. 

Poco dopo mi deliziò con il suo amore per i vestiti. I suoi capi erano diventati ormai incontabili, conservati con tanto amore e cura. 

"A casa ho una stanza di soli vestiti... sono in tutti gli angoli; persino sul soffitto... passo le ore a guardarli, mi fa stare bene". Avrei versato assegni dalle cifre impronunciabili per vedere quella stanza e osservarla adorare i suoi preziosi vestiti. 

Mi venne naturale chiederle anche dove si trovasse suo marito, Federico Fellini. 

"Lui non ama molto le cerimonie, è andato a riposarsi in albergo. Ripartiremo domattina per Roma, io ne ho approfittato per salutare Tulio, visto che il teatro è vicino al suo bar. Passavo sempre di qui per un caffè durante i miei soggiorni a Milano... Tu sei sposato?". 

"Si da due anni...". Risposi fissando la tazzina ormai vuota.

"E' bello amare una persona... l'amore è vita". Le sue parole mi provocarono brividi leggeri.

"L'amore deve essere ricambiato". Ribattei io.

"Hai paura che non ti ama?". Chiese Giulietta con la sua voce materna.

"Tutto sembra cambiato da quando eravamo fidanzati". 

"E' normale cambiare... prima o poi tutti cambiamo. Cambiare è un atto d'amore verso la persona che si ama.".

Le lacrime cominciarono a riempire i miei occhi. Avvertii la stessa commozione che provai vedendo Cabiria genuflettersi all'altare mentre prega la madonna di farle cambiar vita. 

"Grazie Giulietta". Le dissi sperando che gli infiniti "grazie" che pronunciai quella sera non le fossero andati a noia. 

"Di niente Luca, è stato un piacere parlare con te. Ora scusami devo andare; domani sarà un' altra giornata movimentata". Giulietta si alzò dalla sedia, si diresse verso il bancone pagando i due caffè a Tulio. Mi alzai anch'io; il tremore alle gambe scompari' del tutto. 

Una volta usciti dal bar dissi a Giulietta : "Questa sera ho realizzato un sogno; parlare con lei è stato come parlare con un' amica che mi sembra di conoscere da tanto tempo.... mi scuso per l'imbarazzo iniziale ma la ringrazio per non avermi messo troppo in imbarazzo e avermi fatto aprire". 

Giulietta si mise il cappello in testa accennando una deliziosa risata : "Sono contenta di aver realizzato un tuo sogno. La vita non avrebbe significato se non avessimo modo di sognare. Ti auguro tanta felicità e di non smettere mai di sognare". Riattaccai con i soliti lagnosi "grazie", restando senza parole per le stupende frasi pronunciate dalla mia attrice preferita a pochi centimetri da me. Le feci per stringere la mano, ma lei mi disse : "Salutiamoci bene!". Le diedi tre baci sulla guancia, che lei ricambiò nel più affettuoso dei modi. 

Dopo averla salutata mi incamminai verso la macchina, continuando a voltarmi ad osservare la sua camminata leggera ed elegante. Giulietta diventava sempre più piccola, fino a quando svoltò in un vicolo che costeggiava via Marghera scomparendo dalla mia vista. La convinzione di aver sognato quella magnifica serata, restò leggermente viva dentro di me.

Il giorno dopo, osservando la foto busta autografata da Giulietta, mi resi conto che, per mia gioia, tutto ciò era accaduto veramente. La incorniciai appendendola al muro della camera da letto; svegliandomi ogni mattina assaporo il ricordo di quella sera. 

Da quel giorno vidi Iris sotto un'altra luce, imparando ad amarla per quello che era. Chiarimmo fatti a cui prima d'ora non avevamo mai accennato, forse per la paura di soffrire o di ferire entrambi.

Il nostro matrimonio riacquistò vitalità; quella vitalità che gli mancava per funzionare al meglio. 

Quando appresi della morte di Giulietta, avvenuta poco dopo quella di Federico Fellini, diverse lacrime bagnarono il giornale appena comperato all'edicola vicino casa. 

Venne sepolta con la lunga gonna nera scelta per la cerimonia dell'inaugurazione del "Teatro Giulietta", perché la faceva apparire più alta e snella. In una mano aveva il rosario color perla, quello con cui aveva da poco detto addio a Federico, e una rosa rossa. Nell'altra, posata sul cuore, teneva una piccola fotografia di Federico.

Il giornale era ormai zuppo... Ciao Giulietta, ovunque tu sia. 




A Giulia Anna "Giulietta" Masina (22/02/1921-23/03/1994), moglie di Federico Fellini e grande attrice.  

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Profilo Autore: luke676  

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Affogare nei fazzolettini sporchi di catarro mi ha sempre dato quell’impressione di “fine del mondo”, come se fossi ormai alla deriva in un universo popolato da muco e vicks sinex in attesa della morte. Alcune persone sopportano bene il catarro spostandosi in giro per la città, per me è una tragedia andare in cucina. Quelle persone ogni tanto si soffiano il naso rumorosamente, io mi sgorgo le narici dal pattume ogni 5 minuti massimo, accompagnando spesso il gesto con borbottii ricolmi di malcelate bestemmie.

Le persone che sopportano il raffreddore sono nobili, una volta una ragazza aveva il naso così chiuso da non riuscire nemmeno a prendere fiato, ce ne stavamo abbracciati in una fila troppo lunga e lei respirava con la bocca. Mi piaceva il sapore del suo respiro, credo almeno tanto quanto a lei piacesse la mia “presenza” sulle chiappe. Forse è proprio così che mi sono preso il raffreddore, che per me è una sciagura simile a farsi fregare l’auto, prendere una multa di 200 euro, dover lavorare di domenica.

Quando io prendo il raffreddore faccio soltanto due cose: bestemmio e aspetto che finisca. Me sto li, con una faccia che farebbe fuggire Papa Francesco a gambe levate al primo sguardo, ammesso che riesca a darmelo uno sguardo tra i fazzolettini che mi avvolgono. Il mio naso è rosso, quasi scarnificato, perchè soffio, soffio e soffio fino a che tutta quella poltiglia gialla non viene fuori. E ora sono qui, seduto, avvolto dai kleenex e con il catarro che mi arriva nell’anima a pensare che vale sempre la pena abbracciarsi, anche quando porta a sciagure come questa.
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Profilo Autore: Demonius  

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Se devo dare un colore alla mia vita direi rosso. Rosso come il vestitino più bello della mia bambola, della copertina della mia tesi di laurea, dell’insegna della mia azienda.

Se ripenso alla mia vita, non vedo alternative, doveva essere solo così. Dovevo essere una brava bambina e così sono diventata.

Lavoravo tanto, dirigevo una piccola azienda. Per arrivare a quel posto  ho fatto una lunga gavetta , ho studiato molto e mi sono impegnata a fondo.  Forse ho trascurato un’altra parte della mia vita che era quella degli affetti, ho sempre messo al primo posto  il lavoro e messo da parte  l’amore.

Ho avuto alcune relazioni anche lunghe, ma non mi sono mai sposata. Quando ho conosciuto lui ero una via di mezzo tra una zitella, una ragazza in carriera e una depressa.

Eppure era così diverso da me. Mi completava, aveva quel grado di incoscienza, follia, irrequietezza  che a me mancava.

Ero alla mia ottava o nona ora di lavoro e lui è arrivato. Era sul camion di servizio, finestrino abbassato, braccio fuori. Nonostante la stanchezza, ne fui folgorata, ma ebbi solo la forza di pensare: “ Che bel ragazzo!”  Aveva un aspetto ganzo e virile. Sul braccio che sporgeva dal finestrino aveva un tatuaggio che rafforzava il suo aspetto tra il duro e il menefreghista.

-Dove scarico la roba?-, disse guardandomi fisso. -Venga l’ accompagno in magazzino-, presi la chiave, camminai verso il magazzino , lui mi seguì con il camion.

Parcheggiò nei pressi del magazzino,io gli aprii la porta mentre lui mi stava alle spalle.

Mise tutto a posto con molta energia ed impegno. -Ha preso servizio da poco? Non l’ho mai vista?- , dissi controllando la merce. -Sì, lavoro da solo un mese,  mi trovo benissimo il mio capo è una brava persona-,mi  rispose fermando lo sguardo su di me, in modo insistente. – Lo so lo conosco bene collaboriamo da molti anni ormai-, risposi distogliendo il suo sguardo.

-C’è tutto?-, mi chiese. – Mi sembra di sì- dissi un po’ in ansia, perché il suo sguardo fisso su di me mi metteva in crisi.

Lui sembrò accorgersene, e disse- cosa c’è? Allora alzai lo sguardo lo guardai fisso negli occhi e ripresi il controllo. – niente tutto bene, dovrebbe esserci tutto, se manca qualcosa mi faccio sentire, non si preoccupi.  Mi sorrise – Non mi preoccupo, questo è il mio numero di telefono, fatti sentire …

-Lasci, in caso di bisogno telefono al suo datore di lavoro-, dissi abbassando lo sguardo.

-La smetti di darmi del lei, bella signora?, sono un umile operaio- , disse dirigendosi al camion.

-Ascolta non ti preoccupare, se manca qualcosa chiamami me la vedo io con il capo-, stava aprendo la porta del camion quando dissi: -fa caldissimo, vuole qualcosa da bere?-

Lui si girò rise- forse volevi dire:vuoi qualcosa da bere?- Ok, come ti chiami? – Paolo e tu? – Eligia piacere. Che nome Eligia, sembra il nome di una regina, invece è il nome di una bella signora- disse seguendomi al bar. – Anche tu sei un bel ragazzo- dissi tutto di un fiato.

-Prendo una bottiglietta d’acqua e scappo, segna il mio numero sul cellulare e dammi uno squillo così so che sei tu-Se ne andò in fretta, e io lo richiamai subito. Mi comparve il suo contatto su whatsapp.

L’immagine rappresentava il suo braccio con il tatuaggio. La giornata era quasi finita … scrissi: - metti il tuo viso non il braccio come foto-La risposta non tardò ad arrivare. – non sono fotogenico, grazie per la tua gentilezza e … quando vuoi, scrivimi pure … -

Non risposi.

-Buona sera finita la giornata?- mentre stavo cenando arrivò il suo messaggio. Ero sola, molto stanca, mi fece piacere e risposi subito.

- Sono arrivata da poco … dodici ore di lavoro- scrissi di getto quasi a cercare conforto.

-Siamo in due sai- rispose Paolo

Pensai che lui mi poteva capire.

-A volte penso di non farcela- continuai

-Sarà per l’età- continuò lui aggiungendo le faccette che ridono con le lacrime agli occhi.

Quella sera seppi di avere dieci anni più di lui, che era separato e viveva con la mamma. Mi disse che ero molto gentile e  avrebbe voluto prendere l’auto e venire da me subito. Ho rifiutato, ero stanca, non mi sembrava il caso, ero a disagio, non so, ho rifiutato e basta.

-Quando sarai meno stanca, andremo a mangiare una pizza assieme promettimelo- Fu il suo ultimo messaggio. Ho promesso.

Tornò più volte in azienda, ma spesso ero occupata e non  potevo  seguirlo in magazzino, altre volte avevo molta fretta e gli davo solo alcune istruzioni.

Non mi scrisse più, pensavo ci avesse ripensato,che avesse dimenticato la promessa di una pizza assieme. Tra un impegno e l’altro pensavo che forse era meglio così, non era per me, poi io in fondo ero fidanzata con il lavoro.

Un giorno dopo aver consegnato la merce in magazzino, venne in ufficio da me. – Non ho più il tuo numero, ho tirato il telefono contro il muro, fuori dal tribunale.  Sono andato all’udienza per la separazione sai … Mandami un messaggio- disse  stando sulla porta e se ne andò via.

Io mandai il messaggio.

-Ciao-

-Bellissima signora, il lavoro per te è diminuito, andiamo a mangiare la pizza-, rispose.

Passò a prendermi  puntualissimo, era elegante, bellissimo.

Pensai: “Cosa ci fa un bel ragazzo come lui con una come me?”

-La mia auto è rotta, non entrano le marce, ti chiedo scusa, prendiamo la tua.- mi disse sorridendomi e guardandomi fisso.

Il suo sguardo mi ha sempre fatto un effetto strano, un misto di timore, ansia ed … eccitazione.

Guidai io, mentre lui continuava a fissarmi, io mi sentivo a disagio, lui lo percepiva ed infieriva.

-Cos ’ hai sei agitata? Stai tranquilla ora mangiamo la pizza poi ….-

-Poi andiamo a dormire- ,dissi tutta di un fiato

-Se riesci -disse lui con un sorriso malizioso

Mi fermai in una pizzeria fuori mano, non volevo incontrare persone che conoscevo. Ero la responsabile di una azienda molto conosciuta, ed ero con l’ autista di un mio fornitore che era molto più giovane.

Lui mi ha letto nel pensiero.

-Non vuoi che ti vedano, vero? Che te ne frega, sei grande, indipendente, a chi devi rendere conto?-

Sedendomi al tavolo, gli dissi : “Da sempre temo il giudizio degli altri, avevo paura di  non essere una brava bambina, poi una brava ragazza tutto studio e casa ed ora…”

Lui mi guardò per una attimo: “ Così mi piaci, lasciati andare. Ed ora sei una donna, LIBERA”

-Non mi sento libera, ho la responsabilità di un’ azienda. – Iniziavo a sentirmi meglio, mi dava l’impressione di poter parlare liberamente con lui, di potermi fidare, anche se non lo conoscevo bene.

- La tua vita privata cosa c’entra, non puoi andare a cena con un uomo?- disse lui sorridendo

-Non pensarci  scegli la pizza e bevi un po’ di birra è meglio.. -, continuò con uno sguardo e un sorrisetto malizioso che mi fecero aumentare i battiti cardiaci.

-A che età ti sei sposato?- Chiesi curiosa

- A ventisette anni- rispose lui tranquillo

-Io a quell’età ero immersa nello studio-

-Male, avresti dovuto studiare di meno e …. di più-, disse lui ridendo e prendendomi la mano.

Io risi con lui- hai ragione-, dissi

-Finalmente ridi!, dai bevi ancora un po’ di birra-, disse continuando a ridere.

Uscimmo dalla pizzeria alle ventuno, la strada era quasi deserta.

-Hai bevuto, guido io cara-

-Anche tu ,hai bevuto-

-Guido io è meglio- si voltò a guardarmi, mi sorrise e mi abbracciò.

Si mise alla guida deciso -Andiamo in un bar? Chiesi io ingenuamente.

-Sì, certo al Bar della perdizione- disse lui con uno sguardo che, per una frazione di secondo, mi fece paura. Poi scoppiò a ridere.

Mi portò in una zona isolata, io ero attaccata alla porta di uscita.

-Amore lasciati andare, stai tranquilla, parliamo?-

-Non mi hai chiesto se mi andava-

-Cosa? Andava cosa?-Mentre parlava sottovoce sentivo le sue mani su di me.

-Certo che ti va, sono sicuro,lo sento-

Sentivo la sua lingua sul collo, ero paralizzata, ma la situazione mi eccitava.

Forse è stato quello l’inizio della mia fine. Dal quel momento sono entrata in un vortice, da cui non ne sarei più uscita.

Sentivo le sue mani tra i vestiti che non ha slacciato, ma strappato. Io cercavo di  fermarlo, ma lui mi toglieva le forze e sussurrava alle mie orecchie, te ne compro degli altri.

Senza forze, nuda lo sentivo dentro, le sue mani sul mio collo, mi stringevano.

-Mi fai male- dicevo divincolandomi

-Che male? Urla che ti piace

-Lasciami- dicevo a fatica

Questo misto di passione e violenza,mi terrorizzava e mi eccitava.

Respiravo a fatica, per un attimo ho pensato di morire, poi tutto è finito. Mi ha lasciata e abbracciata.

La sua dolcezza successiva sembrava non appartenergli. Ero frastornata e  preoccupata, con nessun uomo ho provato quelle emozioni.

Il mattino dopo avevo i segni sul collo. Guardandomi allo specchio, mi sono vergognata. Mi sono coperta con un foulard.

Non l’ho più visto per qualche giorno, ma ci pensavo sempre e lo desideravo. Mi sentivo ridicola, guardavo i segni sul collo e pensavo alla follia di poterlo  rivedere.

Una sera, al ritorno dal lavoro, l’ho trovato davanti a casa mia, aveva alcuni pacchi con sé. – Ti ho comprato qualcosa, guardi se ti piace?  Ero contenta di vederlo. – Ciao, cosa hai preso?-  diedi un’occhiata dentro le borse e dissi: “Vieni su da me è meglio”.

Salimmo in casa, mio fratello non era ancora arrivato. Si sedette sul divano  – Guarda che belli è per farmi perdonare per l’altra sera … -  Una bella camicetta e un abbigliamento intimo elegante, sensuale che denotava un giusto raffinato. – Bellissimi- ebbi solo la forza di dire.

-Indossalo subito- Il suo sguardo cambiò, si alzò e mi venne incontro, mi tolse con violenza la giacca-Spogliati,mettilo!- mi disse cercando di togliermi  anche gli altri vestiti

-Smettila tra un po’ arriva mio fratello!!- dissi spaventata, ma nello stesso tempo eccitata.

-Andiamo in camera da letto- mi prese in braccio e mi chiese di indicargli la mia camera.

Mi buttò sul letto e andò a prendere le borse- Intanto tu spogliati- mi ordinò agitato

Al ritorno volle che indossassi il completo intimo, mentre lui stava a guardare

Questo gioco, mi faceva sentire scema,ma era più forte di me perché mi eccitava, mi sentivo di sua proprietà.

-Sei stupenda- mi disse

In quel momento entrò mio fratello, io mi rivestii veloce e uscimmo dalla camera.

-Ciao, stavamo uscendo, la cena è in frigo devi solo scaldare-, dissi in fretta a mio fratello e uscii velocemente con Paolo.

Salimmo sulla sua auto e lui mi guardò per un po’ poi disse: “Tesoro, non me l’hai nemmeno presentato, continui a vergognarti di me?”

-Non porto uomini in casa- risposi seria

-Ah è vero sei troppo giovane per frequentare un uomo, c’è tempo- disse ridendo di gusto

-Andiamo in un ristorante offro io- risposi seria.

-Dopo quanti anni di matrimonio, vi siete lasciati?-gli chiesi al ristorante

-Dopo dodici anni. All’inizio era grande amore poi piano piano tutto si è spento. Alla fine vivevamo assieme, ma facevamo vite separate. Anche la tv la guardavamo in stanze diverse,  lei in cucina, io in soggiorno. Le stanze comunicavano, non vi erano porte e ci insultavamo perché la televisione di uno disturbava  l’altro. Una giorno ci siamo parlati seriamente e abbiamo deciso che vivere assieme era ormai diventato inutile, un peso per entrambi. Sono tornato a vivere con mia mamma. Lei è rimasta nell’alloggio che abbiamo comprato assieme. Adesso per la separazione mi fa girare le scatole-

- Mi hai detto che hai tirato il cellulare contro al muro- Sì all’ultima udienza, non le basta l’appartamento vuole anche gli alimenti..-

-Ti  innervosisce parlarne..-dissi preoccupata.

-No, troveremo un accordo, almeno spero..-

- Tu come sei messa signorina?

- Io, lavoro, lavoro e basta.

-Perché sei ridotta così?  Disse prendendo una fetta di pizza con le mani e portandosela alla bocca. Hai avuto sicuramente storie, amori, vacanze.

-No, amori pochi. Sinceramente gli uomini mi hanno sempre delusa. Sarò sfortunata, ho trovato persone arroganti, bugiarde … non so … in vacanza spesso andavo all’estero, ma per studio, in scuole per imparare la lingua. Io parlo bene quattro lingue.

-Che brava! Disse lui in tono quasi ironico. Sorrise, poi divenne serissimo: “ Sei una grande, ti stimo molto. Ti sei fatta “ il mazzo” e ce l’hai fatta. Dovresti lasciarti andare di più,non c’è solo il lavoro …  Poi gli tornò il solito sguardo da brividi: “ Mi ecciti  molto, sei una donna che mi fa perdere la testa”-

-Non è possibile … , dissi a bassa voce.

- Tu ti sottovaluti, tu devi amarti di più, chi ti ha ridotta così? Ora bevi, questo buon vino che dopo ti sistemo io … - rise guardandomi fisso.-

Mi sentivo in balia di quel uomo, senza forze e volontà. Era un misto di paura ed attrazione di sottomissione ed eccitazione.

Mi portò a casa di sua madre. Sua madre era già a letto. Andammo nella sua camera, il letto era ad una piazza. Non disse una parola, mentre io ero seduta sul letto lui uscì dalla camera e tornò con un foulard.

Si avvicinò a me, mi spogliò e gettò i vestiti sul pavimento. Poi mi disse all’orecchio: -Non dobbiamo fare rumore- In un lampo mi portò il foulard alla bocca, io cercai di allontanarlo, ma lui era molto forte ed io ero priva di ogni energia. Legò il foulard dietro alla mia testa tirandomi forte verso di lui, era così stretto che mi entrò in bocca lo sentivo sulla lingua.  Era un gioco violento, lontano da me, ma ero molto eccitata e in totale balia di quell’uomo.  Mi prese le mani e me le strinse forte sull’addome, mi fece sedere sul letto, mi aprì le gambe e si inginocchiò davanti a me.  Il piacere si impadronì di me e lui mi lasciò le mani.

Con un gesto fulmineo mi girò e mi tenne le mani dietro la schiena. Iniziò a spingerle verso  l’alto e mi fece molto male, ma non potevo gridare.  Senza pietà mi prese da dietro, il mio dolore si mischiava al piacere e alle gocce del suo sudore sulla mia schiena.

Mi lasciò le mani e si buttò sopra di me. Io ero stordita. Mi slacciò il foulard e disse: “Brava signora, così va bene”.

Non sapevo cosa pensare di me, forse quando ero con lui ero un’altra, forse non avrei più dovuto vederlo.

Non ero più sicura di niente.

Il giorno dopo in ufficiò arrivò un bellissimo mazzo di rose rosse con un biglietto: -questo fine settimana andiamo al mare.

Fu un bellissimo pomeriggio, di mare e sole. Una cena serena, ma una volta in camera, quando lui si avvicinò a me io riferii che ero indisposta e che non gradivo le sue attenzioni.

Il suo sguardo cambiò, disse: - Non devi dire così, non devi proprio-

Mi prese per un braccio: -lasciami- dissi, -mi fai male- poi pensavo che lui mi faceva sempre male …

-Tu questa notte sarai mia,tutta la notte-

-Lasciami stare, no, non posso … il sangue-

-Il sangue … ripeté lui … il sangue, sai cosa me ne frega, sei mia anche insanguinata-

Mi stringeva forte, io non riuscivo a liberarmi. Mi buttò sul letto, aprì l’armadio e tirò fuori un coltello.

Me lo puntò alla gola: -se vuoi vedere sangue, faccio presto-

-Paolo, sei impazzito?- poi pensai che lui era sempre pazzo.

-Cosa fai? Posa il coltello, è troppo- poi pensai che lui era sempre eccessivo.

-Spogliati voglio vedere il tuo sangue- disse, mettendosi dietro di me con la lama del coltello in orizzontale sul mio collo-

-No!, dissi con una forza che arrivò chissà da dove-Smettila, non si scherza così. Smettila.

La lama mi ferì il collo ed iniziarono a scendere alcune gocce di sangue.

-Urlai, e cercai di togliere il suo braccio dal mio collo- Basta! Lasciami, faccio quello che dici tu- dissi ormai terrorizzata.

-Lui rise, mi girò verso di lui, mi baciò, -ti amo-, mi disse. Mi fai perdere la testa. Il coltello finì in terra.

Appoggiai la testa sulla sua spalla, misi una mano sulla ferita del collo.

-Io non ti amo-, pensai.  Io non amo nessuno. Cosa ci faccio con te, cosa mi servi? Il sesso? Ne faccio a meno.

Sentii le solite frasi nella mia testa :-Non fare la bambina cattiva, devi studiare, devi  impegnarti- Devi , devi, devi.-

Mi spogliai, con il sangue che scendeva sul mio collo, tra le mie cosce. Guardai lui ora seduto sul letto con lo sguardo dolce.

-Finalmente, ti vedo diversa, vieni bella signora fammi vedere chi sei – disse sorridendo

Lui si coricò sul letto, ora era nudo.

Mi chinai e presi il coltello, non pensai a niente. Il mio cervello era vuoto, finalmente vuoto.

Con tutta la mia forza piantai la lama del  coltello sul suo collo. Il sangue schizzo sul mio corpo.

Lui cercò di ribellarsi, ma perse le forze in breve tempo.

Io continuai ad infierire sul suo corpo, il calore del suo sangue sul mio corpo mi faceva stare bene.

Ridevo, ridevo, ridevo: anche tu, anche tu hai fatto una brutta fine ….

Se devo dare un colore  alla mia vita direi rosso. Rosso come il sangue.
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Profilo Autore: Barbara  

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Un augurio dal cuore 
Un Anno di pace e amore 
Un augurio per chi è in cerca di lavoro e chi soffre e non è felice 
Un augurio a tutti i malati nelle case di riposo che una carezza le solleva il dolore e le porta un sorriso nei loro cuori tanti auguri a tutti e buon 2016 

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Profilo Autore: Eleonora Carullo  

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E tutto se ne va così.

Questi tre mesi passati fra queste mura vengono archiviati da un timbro applicato sui faldoni del ritiro e da un gelido saluto del segretario, sorpreso.

È paura ed indecisione quella che provo nei confronti di questo destino contorto e così confuso che,però, non ho mai sentito così mio.

È facile raccomandare agli altri di vivere la vita che si vuole ma,in fondo, quanti lo fanno? Chi ha il coraggio di lasciare ogni certezza per qualcosa di così indefinito?

Solo ora riesco a comprendere il vero significato degli scritti di Kierkegaard e cosa davvero significhi prendere una decisione che si affaccia sull'abisso del nulla. 

Solo ora capisco il senso d'impotenza dell'uomo nei confronti del fato che nulla può e si limita a scegliere qualcosa muovendosi a tentoni nel buio più profondo.

Sia come sia,vada come deve. 

Dopotutto non sono altro che una pedina spostata a piacimento dal fato su questa enorme scacchiera..
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Profilo Autore: Noire  

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Respiro il vento nomade che emigra sulle spiagge del mediteranneo ascolto il mormorio delle acque e porta a me nel posto più caro
guardando nel cielo sento sussurare i gabbiani nell'aria serena del mattino mentre i primi raggi del sole riflettono nel mare
mi faccio cullare dalle onde e poi ascolto se il mare mi ha da raccontare alcune sue storie
Seduta su uno scoglio una folata di vento caldo spettina i miei capelli e accarezza il viso c'è pace e silenzio dando emozioni guardai verso l'orizzonte
con voce stremante chiesi al mare che dolore avesse più grande vidi una luce in fondo al mare aveva gioielli di ogni tipo e reperti che custodiva tra le melme
in eterno nel buio fondo degli abissi  raccoglieva lacrime di chi aveva perso una persona cara e lasciava un fiore sulle acque vedevo bambini che giocano e sorridono di gioia  e diede ai pescatori in dono pesci che ha fine giornata tornavano a casa contenti questo è il mare dolore e forza tristezza e gioia come un onda che si abbatte contro ad uno   scoglio fino a scavalcarla l'angoscia ci asilla e il cuore ci stringe  queste furono le storie del mare scesi dallo scoglio e guardai un tramonto mi chinai a raccogliere le conchiglie disegnai un cuore e li lo lasciai finchè l'onda lo trascinò via nel buio profondo custodendo anche il mio dolore poi lanciai una bottiglia con un messaggio  d'amore ma sicuramente non l'avrebbe mai letta non le piace il mare e rido perchè avrebbe luccicato in eterno navigando per sempre.
Guardai di nuovo il cielo terso felice ascoltai una voce era una sirenetta narravano che tutte le mattine lei si sedeva su uno scoglio ma nessuno la guardava aveva un canto e uno sguardo che stregava i pescatori allora mi avvicinai e mi sedetti vicino e mi disse niente e nessuno ti farà soffire a chi sa amare ogni tuo sorriso la salutai e dissi canta che il tuo canto aleggia nell'aria e rassereni i cuori felice mi abbracciò e se ne andò via con l'onda trasciandola nelle acque cantando e sorridendo in un mare di storie .
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Profilo Autore: Eleonora Carullo  

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Capitolo I




Tic, Tic, Plop.




Tic, Tic, Plop.




Tic, Tic, Plop.




Goccioline di rancido, color ruggine, cadevano ritmiche dal soffitto diritte sulla fronte di Charlie. Lui non lo sapeva, non se ne avvedeva, la bottiglia di Glenfiddich vuota e adagiata sul pavimento era la causa del suo intorpidimento dei sensi. Intanto, incurante del russare di Charlie un grosso ratto marrone si affacciò da una crepa nel muro compiendo una breve ispezione della stanza, ritornando da dove era venuto senza aver trovato nulla di interessante.

Furono i tuoni a svegliarlo, i pochi capelli che gli erano rimasti, erano come incollati alla fronte e tutto intorno alla testa vi era un alone giallo: "Quanto cazzo ho sudato? Che c'ho la febbre?" pensò Charlie mentre si faceva forza sugli avambracci per cercare di mettersi seduto, impresa che non gli riuscì da subito, una zaffata di fitto dolore alle tempie lo invase, infatti, al primo tentativo. Aspettò allora disteso supino per alcuni attimi, facendo in tempo a rendersi conto che il soffitto perdeva di nuovo, prima di alzarsi dal letto.




Tic, Tic, Plop.




Tic, Tic, Plop.




Driing, Driing.




Tic, Tic, Plop, Driing.




Con passo barcollante Charlie si diresse all'apparecchio telefonico che era attaccato alla parete opposta. La mano destra andò a massaggiar le tempie, la sinistra a sollevare la conetta.

Chi parla? Chi è?

Pronto, posso parlare con Charlie Morozov?

Chi parla? Chi è?

Sono Timoty Anderson, avvocato, cerco il signor Charlie Morozov per una questione piuttosto...delicata.

Charlie non c'è, è partito un mese fa e non è più tornato.

Partito?

Si, partito. Se volete dire a me, dovessi rivederlo riferirò.

Non posso parlare con nessuno che non sia lui, se dovesse vederlo gli dica che lo aspetto nel mio ufficio.

Dove sarebbe questo ufficio?

West Brodway Street, Frankfort, Contea di Franklin, Kentucky.

Kentucky? Che cazzo volete voi del Kentucky da uno come me?

Allora, è lei Charlie Morozov?

Pronto? Pront..


Ripose la cornetta con delicatezza, restando per alcuni secondi nella stessa posizione, con la mano destra a massaggiar le tempie.


Tic, Tic, Plop.


Tic, Tic, Plop.




La luce gialla del frigo invase la stanza oscura mentre Charlie stappava una birra – Che cazzo vorrà da me questo avvocato? Saranno guai, come al solito. Sarà per il pugno sul muso che ho dato a quel ciccione al club l'altra sera. Col cazzo che ci vado- Tracannò in due sorsi la Budweiser e si rimise a letto, stando ben attento ad uscire dalla traiettoria delle goccioline che cadevano dal soffitto.




Tic, Tic, Plop.




Tic, Tic, Plop.




Un lampo illuminò la stanza, poi riprese a russare.


(Continua...)


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Profilo Autore: Demonius  

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Ed Wood ,l’ultimo degli indipendenti
La storia di Ed Wood,citato  e menzionato con tutti gli appellativi possibili;il peggiore di tutti,il fallito,il cineasta spazzatura e chi più ne ha,più ne metta.Oggi alla luce dei fatti,la figura di Eduard Junior Wood,appare più come la parabola in discesa,una cometa in caduta,una meteora veloce,del campione degli indipendenti.D’un cineasta  e amante del cinema,che si è fatto da sé,che ha lottato,combattuto  e si è sforzato di tradurre in realtà i suoi sogni.Non sempre c’è riuscito,è caduto,ha fallito,o ha fatto male ,e gli sono mancati sempre  i quattrini,gli aiuti,gli studios  e l’attrezzatura necessaria;ma ciò non toglie che Ed Wood,resta,il sinonimo,l’araldo,il campione di chi dal niente,dalla gavetta cerca di emergere,nel mondo del cinema,senza dipendere troppo da Hollywood,che da sempre detiene lo strapotere sulla fabbrica dei sogni,e chissà perché,tutti quanti,ma in fondo non è un caso,devono sempre fare i conti con lei.E’ difficilissimo per un attore,emergere senza l’aiuto del mondo luminoso,lumiscente,rutilante e falso e ipocrita di Hollywood,dove tanti iniziano ed altri finiscono nel dimenticatoio.E’ il caso di Wood,e la sua storia,è quella,di chi per tutta la vita ha rincorso un sogno di gloria  e di grandezza,che non si è mai avverato;e la fiaba non ha avuto un lieto fine.Ma non per questo i meriti indubbi di Ed Wood ne sono sminuiti;ha fatto di tutto,ha cercato soldi ovunque,si è impegnato,dannato,sacrificato e anche di più.Nessuno vvrebbe potuto fare di più, né meglio;certo,altri hanno avuto molta più fortuna e forse anche più talento,ma questo è il punto,costoro avevano raccomandazioni,soldi ,appoggi di potenti  e big del cinema e altri mostri sacri;Ed Wood,invece era paurosamente ,solo.Solo con la sua ambizione ed i suoi sogni.Solo contro un mondo,come quello hollywoodiano che prima ti amstica  e poi ti sputa via,com’era successo per il suo amico  e sostenitore,Bela Lugosi.Una delle star più grandi del cinema,anche per numero di film girati,che era ridotto ai minimi termini,nell'indifferenza e nella povertà,costretto a dipendere dal sussidio di disoccupazione.Ed Wood ha fatto tutto quello che ha potuto,per restare  a galla,per emergere,per farsi strada nel mondo.La storia di Ed Wood,inzia ,come quella di tanti altri;in un piccolo paese della costa orientale ,dal nome impronunciabile:Pocipskisi,un nome del genere se non sbaglio,era una piccola cittadina;il padre,faceva l’agente postale,e ogni domenica regolarmente,portava il piccolo Ed a vedere un film ,nel cinematografo del paese,esattamente al pomeriggio.In questo modo,lentamente,crebbe,l’amore del bambino e l’attrattiva per il cinema  e il suo mondo,di colori,attori  e costumi,iniziò allora;gli anni passavano,e il ragazzino,cercava di realizzare dei piccoli cortometraggi,con gli apparecchi e le macchine,che il padre,gli aveva regalato.Fu l’inizio di una attività di cineasta,che sarebbe proseguita per tutta la vita.
Ed cercò sempre di completare dei piccoli film e delle opere indipendenti,con mezzi a volte insufficienti,a volte mediocri.Spesso i suoi corti film,duravano solo un giorno di lavorazione,anche se lui,ci metteva sempre un sacco di passione e di energie;e  metteva il cuore in ogni cosa che faceva.
Il ragazzo crebbe;da adulto fece il militare nella seconda guerra,dove a suo dire,indossava sotto la divisa degli indumenti femminili.Finita la guerra e rimpatriato,Ed Wood,finì per andare ad abitare in California,nella costa occidentale e riusci ad abitare in California non lontano da Hollywood.Qui nella fabbrica delle illusioni,trovò lavoro,come trovarobe,e come aiuto fioraio,in uno degli  studios americani.Si unì,ed ebbe una relazione sentimentale con Dolores Fuller,una bella ragazza formosa  e bionda,alta  e ben fatta,che oltre tutto,gli faceva anche da segretaria e assistente.Durante questi anni,di permanenza in California,continauova a  coltivare sogni,progetti e il desiderio di realizzare dei film gli brillava dentro.Fino  a quando avvene l’incontro fortuito,con l’attore  in disarmo e dimenticato,il famoso Bela Lugosi;attore e simbolo dei film horror di allora,che dopo una lunghissima carriera,era adesso,vecchio e malandato;e abbandonato da tutti.L’incontro,con la vecchia  star in pensione cambiò radicalmente la sua vita;e gli fece tornare  a galla,la voglia,di fare film e di realizzare pellicole,anche con pochi mezzi.
Adesso,aveva anche l’amicizia di Belal Lugosi;e Bela lugosi era una star,ed una star importante.Era quello che gli mancava,per dare il via a delle opere di fantascienza horror,che gli stavano a cuore. Dopo averlo  conosciuto,abbandonò ogni remora ed esitazione e con l’aiuto della sua ragazza,cercò disperatamente di mettere su dei lavori cinematografici,anche per dare lavoro al povero Lugosi,che lo era nel vero senso della parola,e faticava a sbarcare il lunario, ormai veniva scritturato ramente,e solo per della robaccia senza valore,non all’altezza della sua fama hollywoodiana.
Dapprima Ed si provò,col teatro,e mise su una piece teatrale,ma con scarso successo di pubblico;venne citato ,però su qualche rotocalco,dove fu menzionato solo sfuggevolmente;ma questo non lo disarmò,anzi fu un ulteriore incoraggiamento,a fare di più e presto;in fondo un trafiletto nel giornale ,era pur meglio di niente.
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Profilo Autore: stefano medel  

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Bussò alla porta mentre un'auto ripartiva, lasciando un rumore sul selciato bagnato dalla pioggia.
Bussò di nuovo, questa volta in modo deciso e me la vidi davanti.
Fu solo un attimo, ma in quell'attimo capii che il tempo non mi aveva cambiato, che ciò che provavo per lei era ancora vivo, era solo sprofondato dentro e pronto a riemergere appena l'avessi rivista.
"Ciao" mi disse con lo sguardo perso ed il volto sfatto, bagnato dalla pioggia.
"Ciao" risposi. Furono le uniche parole che riuscii a pronunciare e rimasi pietrificato accanto alla porta, mentre lei mi guardava ed aspettava che la facessi entrare.
Era bellissima!
Col trucco sciolto dall'acqua, in quell'impermeabile bianco che gocciava pioggia, con le scarpe in mano e con gli occhi di chi ha bisogno di aiuto.
"Vieni, entra, scusami!"
Entrò e si diresse verso il salotto, come un gatto che riconosce la strada e dopo aver bighellonato tutto il giorno rientra nella sua tana.
Ero confuso, emozionato ed agitato come un bambino. Chiusi la porta e la raggiunsi. Ora sedeva sul divano, su quello che era stato il nostro divano, i piedi nudi a terra e il viso tra le mani. M'accostai a lei  e al suo profumo così familiare e le accarezzai piano i capelli mentre un brivido mi scivolava addosso e il cuore mi martellava dentro.
"E' finita, è finta davvero e non so dove andare" Continuai ad accarezzarle i capelli. "Ci siamo lasciati" mi disse abbracciandomi forte, mentre singhiozzava.
Con lei non c'erano "no", non c'erano "forse", non c'erano "ma". Con lei ero disarmato, pronto solo ad accoglierla ed ad amarla sempre e comunque.
Si calmò tra le mie braccia e chiacchierammo un po', la vidi nuovamente sorridere e in quei sorrisi, toccai i nostri giorni insieme e le nostre notti. Quanto mi erano mancate quelle notti!
Mangiammo insieme e lei mi raccontò. Sembrava stanca, ferita e cattiva, io l'ascoltavo e la guardavo e in fondo speravo solo che fosse tornata, fosse tornata per sempre.
Poi si abbandonò tra le lenzuola e mi volle vicino, la sua pelle profumava. Era di nuovo qui a un passo da me a lasciar la sua impronta tra i cuscini.
Appoggiò la testa sul mio petto ed io mi sentii completamente sopraffatto dalla nostalgia di lei.
Mi prese il viso tra le mani e le sue labbra sfiorarono le mie, poi mi disse "Con te stavo bene, con te mi sentivo forte, con te mi sentivo amata" e mi guardava e la guardavo "Ma se non mi faccio del male non sono contenta e se io fossi una donna che torna, tornerei da te"
Dormii davvero poco quella notte, volevo solo ricordare e assaporare ogni istante di quel contatto, della sua presenza, di sentirla ancora, di averla ancora, consapevole di una parentesi che si sarebbe chiusa da lì a poco.
Mi svegliò l'odore del caffè e la sua voce che parlava.
Era giorno, di nuovo giorno.
Un nuovo giorno e un nuovo addio.
Era di fronte a me, raggiante, fresca, bella, di nuovo pronta a spiccare il volo.
"Cosa farai?" le dissi appoggiato alla porta della cucina mentre lei sorseggiava il caffè.
"Non lo so, ci penserò" mi rispose con un sorriso.
Dai vetri appannati della finestra, la vidi salire su un tassì mentre il cuore si piegava in due, sentii
che non l'avrei più rivista.
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Profilo Autore: elisa  

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C’era una grande famiglia di oche, ora sulle sponde del fiume.

Si rincorrevano e starnazzavano, si azzuffavano fra loro, di tanto in tanto, mentre i piccoli paperi cercavano di stare dietro alle mamme col loro buffo e tipico camminare quando, ovviamente, non erano nell’acqua nella quale procedevano in fila indiana, con aspetto quasi regale! Poi, il tramonto quietava il loro verso assordante e sul fiume scendevano gli ultimi riflessi di sole; piano, le ultime luci cominciavano a spegnersi e, lentamente come un rituale, le mamme accoglievano sotto l’ala i paperini per la nanna.

Per quella sera, lì sulle sponde, erano stati messi dei piccoli lumini, di quelli che creano atmosfere magiche anche in casa, nei momenti particolari, ad esempio a Natale o quando si vuole rendere un’atmosfera più intima e particolare.

Ma, ora, l’atmosfera creata era diversa: mistica, di dolore, di ricordo. Sembravano piccole lucciole di maggio scese sul fiume per sfiorare l’acqua e quasi baciarla. La loro luce fioca diffondeva calore simbolico, al piccolo borgo di pescatori; scaldava i cuori che, intristiti, restavano muti in silenziosa meditazione e preghiera.

Una lunga fila di lucine a destra e a sinistra del letto,

continuava giù, giù, fino al mare: l’immenso mare azzurro, orgoglio del paese, di quel piccolo tratto costiero.

Triste, quasi muto, tranquillo quel grande mare che aveva inghiottito, allora, tanti corpi, avvolgendoli tra le acque cupe, che accoglievano una pioggia incessante e devastatrice. Una bocca divoratrice, un inferno di acqua che si era allungato fino al centro del borgo e aveva distrutto, assorbito, infangato e molto era scomparso nel nulla.

Anima posseduta dal diavolo che aveva devastato ma ora, nella calma, sembrava piangesse quelle sue vittime.

... E scorreva ancora sotto il ponte, il fiume, sotto gli sguardi lucidi e i pensieri tristi e nella sua pacatezza sembrava ignaro, dimentico di quel dì. Qualcuno, passando, si soffermava a guardarlo restando in silenzio affacciandosi, mormorando di qualche ricordo. Poi lasciava cadere un piccolo fiore sulle acque, scarse ma limpide, che gorgogliavano appena; immagine che cozzava con quella di allora: voraci, grasse e demoniache, traditrici, avevano squarciato la semplicità e l’umiltà di quel borgo, con la mano della morte.

... Ora il silenzio, tanto silenzio in ricordo della paura e il troppo frastuono di quei momenti che affogavano nel fango; di quella notte di fiumana, del suo buio umido di lacrime, di pianti vaganti nell’aria, e di cuori lacerati e doloranti.

 Nenie si spandevano nell’aria, per le anime venute sul fiume e che aleggiavano tenendosi per mano, come in un girotondo di pace.

Sì, di pace: esse si riconciliavano con quel mare e con il fiume che le avevano portate via per sempre.

... S’innalzò una preghiera unanime, nel borgo e la fiamma dei piccoli lumini ebbe come un guizzo: sembrò diventasse più grande e il fiume, d’un tratto, brillò mentre quel luccichìo scivolava giù fino al mare, a quella grande bocca che ora era un abbraccio. Due braccia aperte ad accogliere tutte le anime che vi arrivavano: un grosso abbraccio, come quello di una mamma che stringe e consola e dà sollievo...

E, intanto, la notte piano andava spegnendo ogni rumore, ogni passo si faceva lieve, come timoroso di spezzare un incantesimo, una magia.

Il vento, stranamente dolce, accarezzava i visi mesti e spalmava nell’aria l’odore acre di salsedine.

Ogni davanzale restava muto: unico cenno di vita, che vi si vedeva, la luce della fiammella dei lumini, che si rincorrevano; l’uno vicino all’altro, da una finestra all’altra, in una lunga fila, una processione, da una casa all’altra e quasi s’inchinavano, di tanto in tanto, alla solennità di quei momenti quando agli occhi pareva volessero spegnersi.

Tutto il borgo era muto, l’atmosfera pressappoco surreale.

... Intorno la collina e le case sparse, che guardavano giù, al mare, il lieve rintocco di un orologio che scandiva le ore, i giorni, gli anni passati. Ora, la notte aveva steso tutto il suo manto su quel ricordo, per un’altra volta ancora...

Calma e serena, o piovosa e fredda, stellata e dolce come una sera di aprile; o umida d’autunno oppure ventosa o anche già invernale: ogni volta è la stessa notte, comunque!

...E’ il 25 ottobre, giorno della memoria.

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Profilo Autore: Giò  

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