solo osservare
dai vetri leggermente appannati,
il suo sguardo
pensieroso,
quasi ladro di emozioni.
Era ferma davanti al foglio
rosicchiandosi
un’unghia, inconsapevole
degli occhi nascosti nel buio,
qual era il pensiero in quel preciso, piccolo istante?
Vero, lo poteva sentire, pur non volendo.
Lei improvvisa sorrise
si allontanò i capelli dalle gote
e prese a scrivere
con foga.
Restò ancora secondi, che sembrarono eterni
a guardare gli occhi accesi, i lampi
di idee, le labbra appena incurvate
soddisfatte
poi si voltò, riprese la strada
e all’improvviso la voce di lei riempì l’aria,
affacciata alla finestra
le mani stringevano la maglia, al petto:
“Eri tu…lo so, mi stavi guardando dal vetro di destra.
I tuoi occhi mi han dato l’idea…il brivido alla schiena di quando
arriva un bacio oppure l’ispirazione…eri tu…tornerai? Busserai alla porta prima o poi?
O dovremo continuare così? Sguardi e attese di giorni… So che ci sei.”
Rimase colpito, stranito,
doveva saperlo, lei poteva sentirlo.
Non rispose, null’altro gli era concesso
che vegliare su di lei, silente
per sempre.
E’ questo che sta accadendo? Linda
Appese il foglio fuori, alla porta d’ingresso con un piccolo pezzo di nastro adesivo, chissà se l’avrebbe letto, stracciato o buttato a terra e calpestato… ma poi, poteva calpestarlo?
Erano mesi ormai che sentiva la sua presenza, era diventata rassicurante, un senso di protezione come quando da bambina dormiva serena la domenica mattina, consapevole che mamma e papà erano nella stanza a fianco e non sarebbero andati al lavoro.
Lo sentiva quando era sola, lo avvertiva vicino nei momenti di scelte complicate, a volte persino quando davanti alla tv i suoi occhi diventavano lucidi guardando, al telegiornale, gli orrori del mondo.
I primi tempi erano stati difficili a tratti spaventosi e pieni d’ansia.
Era ricorsa ai carabinieri un paio di volte, era terrorizzata, le sembrava di essere seguita e osservata persino in casa, ma a nulla era servito, non vi erano tracce di persone intorno all’abitazione, nessun segnale che potesse far pensare a un malintenzionato.
Le forze dell’ordine l’avevano tranquillizzata, dicendosi a sua disposizione per ogni evenienza ma non l’era sfuggito lo sguardo pietoso di un agente che sorridendo scuoteva la testa, mentre saliva sull’auto di servizio: probabilmente la credeva matta.
A questo proposito anche lei, a un certo punto, era giunta alla stessa conclusione: aveva qualcosa nel cervello che non funzionava.
Così prese appuntamento da un noto psicologo, era meglio andare sul sicuro!
Dopo poche sedute il dottore, togliendosi gli occhiali con gesto plateale, sentenziò: “Cara Linda, sei una venticinquenne perfettamente normale, per quella che può essere la normalità di ognuno di noi; sei solo molto stanca, riposi poco e lo stress può provocare suggestioni, momenti di panico e crisi d’ansia.”
Sospese le sedute e decise che avrebbe dovuto ricercare la verità in un'altra maniera, sentiva che qualcosa di strano c’era, doveva solo capire dove e perché.
Il tempo le diede ragione, quando smise di smaniare e di preoccuparsi l’ansia calò, cominciò a osservare le cose da una prospettiva diversa; cercò informazioni sui fantasmi, sugli spiriti ma ciò che trovò non la convinse; infine quasi per caso, cominciò a leggere alcuni libri sugli angeli. Trovò numerose testimonianze di persone che raccontavano di aver avuto contatti con queste entità e molte erano le similitudini con quello che stava vivendo lei… poi cominciò a nevicare e quel giorno di fine gennaio accadde qualcosa che l’avrebbe finalmente avvicinata alla verità.
La neve era scesa copiosa per tutta la notte; al mattino lo spettacolo che si poteva osservare dalla finestra era indimenticabile, tutto era bianco, intatto e i fiocchi scendevano ancora.
Linda si lavò, si vestì e si fece un the caldo, stranamente non aveva sensazioni strane da qualche giorno e quasi le mancavano. Non sapeva se esserne felice o rammaricata.
Si mise a studiare per l’esame successivo, era ormai a buon punto, doveva solo superarne altri tre, i più difficili, poi la tesi di laurea e finalmente sarebbe diventata medico, per l’esattezza pediatra. Un traguardo che la rendeva felice e orgogliosa.
Non riusciva a concentrarsi come avrebbe dovuto, lo psicologo aveva ragione era stanca, ma non era solo quello che la infastidiva, doveva sapere di più…prese in mano un altro libro sugli angeli, trattava anche delle teorie sui bambini indaco e cristallo e lei, che adorava i piccoli, trovava interessante le teorie esposte in quelle pagine.
Mentre leggeva avvertì di nuovo quella presenza vicina … iniziò a sentirsi osservata, come se qualcuno sbirciasse dalla finestra, uscì di corsa con il libro in mano, la neve era intatta, nessuna traccia di passaggio di qualsivoglia essere vivente, neanche le orme di Tobia il gatto dei vicini, il quale probabilmente se ne stava al calduccio sul davanzale della finestra.
Si guardò intorno, tutto era bianco, l’aria era fredda; si strinse la felpa sul petto. Stava per rientrare quando all’improvviso un alito di vento caldo le sfiorò il viso e il collo, impossibile definire da dove venisse, era sola in mezzo al giardino innevato. Bloccata da quel tepore, non provò paura, anzi una piacevole sensazione di benessere s’impadronì di lei…il libro le cadde dalle mani aprendosi, si chinò per raccoglierlo e fu colpita dalle parole stampate in grassetto sotto i suoi occhi: “La presenza degli Angeli nella tua vita, come sentirli e come comunicare con loro”. Il vento tiepido si era placato.
Per lei fu un segno tangibile, non poteva essere una banale coincidenza, secondo il suo modo di vivere e di vedere la vita nulla accadeva per caso: era il suo Angelo Custode e probabilmente voleva farglielo capire, il fatto poi che lei potesse sentirlo mentre altri no, era un altro discorso e forse avrebbe cercato le risposte in seguito, per ora si sentiva privilegiata e molto intimorita.
Lesse avidamente le pagine; la premessa iniziava catalogando le schiere degli Angeli che secondo la teoria antica erano così suddivisi:
Prima Gerarchia, o Suprema: Serafini, Cherubini e Troni.
Seconda Gerarchia, o Media: Dominazioni, Virtù e Podestà.
Terza Gerarchia, o Infima: Principati, Arcangeli e Angeli.
L’autore continuava spiegando che l’Angelo Custode non può comunicare direttamente con il suo protetto anche se probabilmente ne avrebbe tutte le possibilità, non gli è consentito, può solo sorvegliare, cercare di spingere nella giusta direzione, sempre lasciando piena libertà d’azione e di scelta.
Esistono angeli più comunicativi e altri meno oppure, cambiando punto di vista si può parlare di umani con una sensibilità spiccata e una capacità mentale più elevata di altri, magari meno attenti a ciò che capita intorno a loro o semplicemente scettici.
Il libro procedeva indicando un metodo che poteva essere utile per “parlare” e ricevere risposte dall’Angelo Custode: il segreto sta nella capacità di dargli la possibilità di indicarci la scelta, senza dover comunicare in modo diretto, si deve usare una sorta di quiz che può essere scritto su fogli di carta, usando piccoli oggetti significativi o attraverso la musica.
Linda era eccitata dall’idea di mettere in pratica ciò che stava leggendo, ma qual era il modo giusto per provare? Poi riflettendo, ripensò alle pagine del libro che si erano aperte a caso…avrebbe provato con i messaggi scritti.
Scrisse così quella lettera che poteva sembrare una poesia, cercò di parlare per immagini, senza essere troppo diretta, immaginando cosa poteva vedere di lei in quegli istanti, spesso lo avvertiva vicino di sera, nel silenzio, mentre leggeva o scriveva appunti.
Eccitata e nervosa appese il foglietto all’esterno della porta d’ingresso con un piccolo pezzo di nastro adesivo, nel tardo pomeriggio e uscì a far spesa, non riusciva a stare ferma in casa e probabilmente lui non si sarebbe fatto “vivo” sentendola agitata e in preda all’attesa spasmodica.
Al piccolo supermercato in fondo alla via non seppe bene cosa comprare, non riusciva a pensare ad altro che a quel pezzo di carta appeso, alla fine uscì con una borsa piena di generi alimentari che, più tardi, valutò poco confacenti a una dieta sana, pazienza.
Tornò a casa di corsa, la strada era poco pulita, faceva fatica a camminare ma la fretta e la curiosità erano forti.
Il foglietto era ancora là, intatto, lo osservò goffamente cercando di evidenziare strani segni o risposte: nulla… Ma chi voleva prendere in giro? Un angelo che le rispondeva magari per scritto con caratteri in oro: “Ciao sono il tuo Angelo Custode chiedimi ciò che vuoi ed io ti esaudirò!”... Si sentiva stupida, magari avrebbe dovuto cercare una lampada antica in soffitta e provare a sfregarla! Sciocca ragazza con la testa tra le nuvole!
Entrò in casa delusa e decise di lasciar perdere tutta la faccenda, ma non buttò la poesia: la speranza era l’ultima a morire.
Pranzò e si mise di nuovo a studiare, questa volta decisa a non farsi distrarre da nulla.
Concentrata, arrivò a sera rendendosi conto di non aver parlato con nessuno per tutto il pomeriggio, nessun sms dalle amiche, nessuna telefonata neanche da sua madre…strano, prese il cellulare e la chiamò:
“Mamma ciao sono io…”
“Ciao tesoro tutto bene?”
“Sì …ecco volevo solo sentirti …oggi non ti sei fatta viva ed ero un po’ pensierosa”
“Tutto bene cara, scusa ho avuto molto da fare con l’organizzazione della festa per la pro loco, però mi fa piacere che ogni tanto ti ricordi di tua madre!”
“Certo che mi ricordo…senti mamma, tu credi agli angeli?” la domanda le uscì senza riflettere, sua madre era una donna religiosa, quindi la risposta era prevedibile ma Linda voleva una conferma:
“Che domanda strana tesoro …sì, ci credo…credo anche di aver ricevuto molto aiuto da loro quando è mancato papà e tu eri piccola, in qualche modo sono sempre stata supportata da qualcosa che va oltre la comprensione umana, perché me lo chiedi?”
“Così, solo curiosità, sto leggendo alcuni libri a riguardo e volevo conoscere il tuo pensiero…”
Tagliò corto senza raccontarle nulla di più, non voleva metterla in allarme, si salutarono ed Linda riprese a studiare…poi stanca, lentamente si addormentò sul divano.
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Quelle parole sul quel piccolo foglio appeso l’avevano davvero colpito, leggendo quella poesia aveva subito capito che era rivolta a lui…e cosa ancora più incredibile, era la profondità con cui Linda aveva percepito la sua presenza e persino quello che provava osservandola.
Pur conoscendola ormai da sempre, ogni volta si stupiva della grande sensibilità di quella fanciulla; senza dubbio era un raro esempio di essere umano ricco di grande capacità intellettiva e sensitiva.
Ora dormiva sul divano, non si era neanche coperta e al risveglio avrebbe sentito freddo, ma lui non poteva assolutamente avvicinarsi e metterle il plaid addosso, anche se avrebbe tanto voluto farlo.
Sentiva di volerla proteggere in qualsiasi modo e da qualsiasi difficoltà, persino dalle più sciocche, ma il suo compito era solo quello di consigliare e vegliare, Linda aveva il suo destino scritto, un destino importante, e lui lo conosceva bene, doveva solo seguirla nel cammino.
Non sapeva cosa fare con quel foglietto, consapevole di averle creato ansia in quei mesi, soprattutto all’inizio, ora sentiva di volerle dare conferma dei suoi pensieri, il suo angelo custode era lì, per lei.
Era con lei dal suo primo vagito e da bambina sensibile qual era stata, l’aveva anche visto ma questo non poteva ricordarlo, poi gli anni dell’adolescenza erano stati i più difficili, in quel periodo la rabbia e il dolore per la perdita del padre avevano messo in difficoltà il suo equilibrio, si era chiusa al mondo ma presto aveva ritrovato la strada e lui non si era mai allontanato.
Decise che doveva darle piena fiducia, le doveva delle conferme, lo meritava ed era sicuro che sarebbe stata degna di questa possibilità.
Linda dormiva profondamente, passandole accanto la guardò. Era la creatura più bella che avesse mai visto…la amava profondamente, di un amore puro e immenso, un amore teso unicamente al suo bene.
Si chiese per un istante se, nella sua breve permanenza sulla terra, avrebbe mai potuto nutrire un amore così profondo per un altro essere umano, probabilmente no, c’erano troppi fattori in gioco: la gelosia, la sessualità, il desiderio e soprattutto l’egoismo, la brama di possedere e di controllare.
Eros, filia e agàpe…ora conosceva esattamente il significato di tutte le possibili componenti di quel sentimento così complesso ma in lui, ora, poteva esistere solo “agàpe”: l’amore inteso come dono totale e incondizionato, il più difficile per gli umani, a volte persino per le madri…
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Linda si svegliò di soprassalto come se qualcuno avesse pronunciato il suo nome a voce alta, infreddolita si mise seduta, osservò in giro, niente di strano, poi lo vide, un biglietto piegato e posato vicino alla lampada.
Tremante lo prese, era il suo messaggio…come poteva essere finito lì? Era semplicemente piegato in quattro, cosa significava?
Si alzò, si diresse verso la porta che era perfettamente chiusa…i suoi piedi urtarono qualcosa, a terra c’era uno dei suoi libri di poesie, sembrava caduto casualmente dalla mensola, aperto a pagina dodici vi era un breve componimento, che non aveva mai letto, di Rainer Maria Rilke:
Non aver paura, sono io…
Non aver paura, sono io. Non senti
Che su te m’infrango con tutti i sensi?
Ha messo ali il mio cuore
E ora vola candido attorno al tuo viso.
Non vedi la mia anima innanzi a te
adorna di silenzio?
E la mia preghiera di maggio
non matura al tuo sguardo come su un albero?
Se sogni, sono il tuo sogno
ma se sei desto sono il tuo volere;
padrone d’ogni splendore
m’inarco, silenzio stellato,
sulla bizzarra città del tempo.
Linda lesse e rilesse quella poesia con le lacrime agli occhi, commossa e colpita da quelle parole che sembravano scritte per lei in quel preciso momento e soprattutto perché, ora ne era certa, il suo angelo le aveva scelte tra decine di frasi, per darle conferma e certezza della sua presenza dolce e melodiosa.
Prese il libricino tra le mani e lo strinse al petto, mormorando un timido grazie che le usciva dal cuore.
I mesi passarono sereni e impegnativi, Linda si laureò a pieni voti e iniziò il suo percorso in un ospedale pediatrico poco distante da casa.
Si dedicava anima e corpo al lavoro e al miglioramento continuo delle sue conoscenze, non solo dal punto di vita medico ma anche educativo, psicologico e umano.
Il suo Angelo, che scoprì chiamarsi Daniel, le era spesso accanto; comunicavano, come di loro consuetudine, attraverso i libri, la sua presenza si era fatta più discreta ma non per questo meno forte.
Nel maggio del terzo anno successivo all’incontro con Daniel, Linda decise, dopo lunghe riflessioni e dubbi, di partire con l’organizzazione “Medici senza frontiere”, per l’Africa centrale, dove, alla malnutrizione della popolazione, i ritardi di crescita e le malattie soprattutto dei bambini, si aggiungeva una guerriglia violenta e sanguinosa.
La decisione non fu facile, sua madre era spaventata, anche se orgogliosa di lei e le amiche dubbiose, alcune persino gelose del fatto che lei avesse così ben definito il suo progetto di vita.
E Daniel cosa ne pensava? Linda si rimetteva spesso al suo pensiero, senza esserne però condizionata totalmente; tutte le volte che lui le aveva dato indicazioni, casuali o meno, tempo dopo, lei aveva seguito quella strada, ma solo perché la sentiva giusta.
Dopo i tre mesi di stage obbligatorio, presso la sede centrale dell’organizzazione e ormai a poche settimane della partenza per l’Africa, lasciò un piccolo messaggio per Lui:
“Partirò, so che tu sei d’accordo, avverto che sei felice della mia scelta. So anche che questa esperienza sarà dura, in alcuni momenti avrò paura, mi mancheranno mamma e gli amici e ci saranno istanti in cui mi pentirò della scelta fatta, so che verserò tante lacrime, ci saranno occasioni in cui non mi sentirò all’altezza e sarò sola e spaventata davanti alla morte, ma altrettanto bene so che devo farlo e che tu sarai con me a darmi conforto, speranza, coraggio. Se tu ci sarai, Daniel, io potrò farcela, potrò dare il mio aiuto e sarà una piccola goccia il mio lavoro ma, aggiunta a tutte le altre gocce, forse servirà a cambiare qualcosa.
grazie, Linda”
Come solito appese il foglietto alla porta e uscì per gli ultimi acquisti necessari, quando tornò, dopo poche ore, adagiato a terra vicino alle valige quasi pronte, trovò un libro aperto, era una piccola raccolta di frasi e lettere di filosofi antichi, personaggi famosi e Santi; lesse a voce alta, seduta a terra con le gambe incrociate:
Che oggi regni la pace,
che tu abbia fiducia in Dio che sa esattamente dove dovrebbe essere,
che non dimentichi le infinite possibilità che nascono dalla fede.
Che utilizzi quei doni che hai ricevuto e che condivida l'amore che ti è stato dato.
Che tu sia contento di sapere che sei Figlio di Dio.
Lascia che questa presenza si adagi nelle tue ossa permetta alla tua anima la libertà di cantare, ballare, pregare e amare.
Esiste qui per tutti e per ognuno di noi!
Madre Teresa di Calcutta.
Linda infilò il piccolo manuale, con attenzione, nello zaino che avrebbe portato come bagaglio a mano.
Guardò fuori dalla finestra, era primavera inoltrata, tutto era splendido; la sua vita era diventata speciale grazie al suo Angelo Custode e ciò che la aspettava l’avrebbe cambiata ulteriormente e per sempre, forse lei, a sua volta, sarebbe riuscita a cambiare la vita di qualcun altro…in meglio.
Bene e tu?
Bene anche io, grazie, il lavoro?
Sai con questo tempo infame di crisi infinita non me la passo proprio bene, ho pure cambiato lavoro, ma la musica non cambia, faccio fatica a tirare avanti con il mutuo, con le bollette con le spese mediche con i figli disoccupati e quant’altro, una sfiga, una dannata sfiga; e tu?
Be io non mi posso lamentare, il lavoro c’è l’ho, i miei figli studiano e lavorano, non ho mutuo da pagare e le bollette quando arrivano le pago ad una ad una, insomma, poveri ma tranquilli.
Sembravo un re nei confronti di quell’amico di gioventù che era stato meno fortunato di me, sul lavoro sulla società sulla vita in genere.
Ci salutammo cordialmente, bè ciao alla prossima volta.
Non azzardai a chiedergli della moglie, di Anna, non glielo chiesi, parlammo sui generis, senza toccare il tasto dolente della gioventù.
Da ragazzo io ero stato innamorato perso di Anna, pianti, bevute, disperazione, illusioni e delusioni, improvvise giornate di sole seguite da nottate buie infernali, ho sofferto le pene del purgatorio, mi sono nascosto, dileguato, sono scomparso dalla sua vita per cercare di dimenticarla, ma lei voleva ed era innamorata del mio amico di quest’incontro, senza lavoro, senza casa, senza serenità economica, ma lo amava e lo ha amato sempre; quello che mi tormenta ancora sta nel fatto che il mio amico di quest’incontro ha fatto l’amore con lei, e lei le ha donato amore, l’amore quotidiano di una vita, a lui non a me.
Mentre scompariva in fondo alla strada pensavo triste e malinconico che l’amico mio ha goduto dell’amore dall’angelo della mia gioventù.
Mò ti dico, mò ti conto
due risate metti in conto…
… So ‘na donna ma non metto mai la gonna
ch’è il cu…or quel che metto sempre in onda!
Ho due gambe stortarelle
su due tacchi da tremarella.
Sono alta un metro e venti: un po’ poco?
Meglio di niente!...
Sono mora! Sono bionda! Colorata!
Un po’ riccia, un po’ liscia.
Arruffata? Cotonata? Beh, non so, è alla giornata.
Su quest’occhio ho un pastrocchio,
se si scioglie in nero fumo
metto in fuga più di uno!...
Sono donna… e che donna!
… E che dire poi del seno
che mi rende sì attraente e
quel tanto un po’ avvenent,
ma se scoppia qui finisco in mezza coppa!
Sono donna un po’… di peso
Ma non stare a soppesare quel chiletto,
che ho di troppo, quando entro dentro al letto!
…” Vieni qui, tesoro mio,
voglio darti tanti baci cò ‘ste labbra grosse assai! “…
Più che baci è una remata.
“ Ferma, scendo!” dice lui,
e il canotto lascia stare chè gli viene il mal di mare.
… So ‘na donna, straordinaria?
Io mi sento milionaria.
Una donna come tante, sol col vizio di strafare.
Gonfia qua, gonfia là e mi sto tutta a rifà!
Mò mi guardo in questo specchio,
mi sorrido e poi mi dico:
“… Accipicchia se sò donna… e che donna! “
...Si accese una sigaretta; le piaceva guardare il rossore del tabacco che si trasformava in cenere. Aspirò una grossa boccata e buttò fuori tutto subito dopo. Lui era davanti a lei, che la guardava gustarsi quella maledetta arma letale, e le si avvicinò sempre di più, fino a far sfiorare le labbra. Non la baciò subito, voleva farla cadere ai suoi piedi, voleva che lei desiderasse le sue labbra più di ogni altra cosa, ed era così infatti. Lei le desiderava, le bramava ogni giorno di più.
Finalmente lui la baciò, lentamente, come se i suoi baci le dicessero che l'ama. Si baciarono intensamente, per non so quanto tempo; a volte i minuti sembrano ore e le ore sembrano minuti, ma quel bacio non era classificabile in un lasso di tempo, quel bacio era infinito.
<<Mi stai facendo impazzire>> gli disse lei
<<Impazzire di voglia?>>
<<No, impazzire di sentimento>>
Tuttavia, c’è anche una pecca in questo nostro trovarsi. Come potrebbe non esserci visto lo scontrarsi di due caratteri non semplici. Vedi, tu mi tratti come tratteresti tutti gli amici o forse tutte le persone del mondo e cioè, concludendo o, anche, iniziando ogni conversazione col solito aggettivo che sta cominciando a venirmi ad uggia : Amico ! Capisco e lo tollero (per ora !) per la brevità della nostra conoscenza, ma...sembra un paletto, il tronco di un albero secolare frapposto alle nostre anime, perché i corpi non si sono mai avvicinati ne lo faranno mai, probabilmente. Un separare, un creare le distanze fra due anime che si intendono bene. Siamo entrambi sposati, come vuoi che possa esserci altro tra noi se non comunicazione intellettuale anche di sentimenti ? Ho in mente di convincerti a superare questo gap psicologico, se vorrai. Non credi che fra noi ci sia già un feeling ? Incrementiamolo allora. Facciamolo crescere. Vedi che sono riuscito a trovare le parole giuste che non riesco a pronunciare quando ci parliamo. E’ stato più facile di quanto immaginassi, è bastato spostare qualche obiettivo alle dichiarazioni d’amore che facevo da ragazzo! Tranquilla, ero costantemente rifiutato dalla parte “avversa”. Mi aspetto che tu capisca la profondità e la diversità degli intenti tra quello che vorrei da te e quello che avrei voluto (ahimè) dalle ragazzine dell’epoca. Un’amicizia più profonda e casta è cosa difficile ma tu sei la persona con cui vorrei instaurarla perché...già, perché ? Perché forse io posso farti ridere più di altri, potrei farti dimenticare momentaneamente le tue avversità senza, naturalmente pretendere che tu cambi in nulla. Fammi concludere parafrasandoti. Ciao Amica !
Bambina
coccolavo con dedizione,
solenne lasciavo
il mio spazio
all' illusione,
angelica...aspettavo,
l alba sospirata ,
vita di sogni
seminata,
ricami di lacrime
appese, scrivono
nell'aria ondeggiando
sospese,
vita dai sogni
seminata,
germogli di bolle
cristalline,
bussano nel cuore
assopito...radioso
si colora senza
spine,
scintille di memoria
volate,
sul manto di stelle
addormentate,
aspetto solitaria
gloriosa gemma
ritornare,
ed il mio cammino
senza meta
attraversare.
Il rumore dei tre spari ruppe il frinire dei grilli e il silenzio antico di quel tratto di collina impervia, al pari dell’Aspromonte, di cui faceva parte. Un solo casolare, rimodernato, turbava la sua bellezza selvaggia e inesplorata. Accanto ad esso, l’orto rigoglioso dei prodotti che la terra non sfruttata rendeva più saporosi ed intensi. Per terra un uomo, raggiunto da due colpi di lupara ed un bambino di appena otto anni, bersaglio di un solo colpo. Dopo gli spari, l’uscio del casolare si aprì e ne uscì una donna che urlava. Urlava il nome del piccolo Nino. Giunta sul luogo maledetto in cui giacevano i due corpi, si inginocchiò e prese il corpicino del bimbo stringendolo al cuore. Infine, dopo alcuni, strazianti momenti e con le mani insanguinate dalla stessa linfa che una madre genera nei propri figli, depose il corpo così come si trovava e si sollevò. Quando fu in posizione eretta si rese conto che qualcosa era cambiato in lei. La nemesi si era impadronita della sua mente, le lacrime che avevano pianto il figlio si erano seccate e il suo volto aveva assunto un’espressione fredda, assente. Telefonò ai carabinieri e con tono asettico comunicò quanto avvenuto ed esperì a tutte le formalità susseguenti al fatto in modo distaccato. Quasi non le appartenessero. In seguito, interrogatori, chiarimenti, giudici, funerali, furono un turbillon di avvenimenti che la lasciarono del tutto indifferente e libera nel nuovo mondo che si era creata. Ma era una mamma e non avrebbe potuto, voluto dimenticare. Continuò a vivere da sola nel casolare, col suo dolore e con una compostezza assoluta, innaturale. Non aveva detto niente agli inquirenti perché non credeva alla giustizia degli uomini, molto spesso prona a sentimenti umanitari. Gli stessi sentimenti che mancavano agli uomini che avevano così brutalmente trucidato la sua famiglia. Del marito aveva nutrito un profondo senso di pietà benché sapesse che non era scevro da responsabilità per una vecchia storia di complicità con gli stessi uomini che l’avrebbero ucciso. Era a conoscenza che, da certi ambienti, è difficile chiamarsi fuori. Tuttavia, il piccolo Nino…perché coinvolgere un innocente ? Era, peraltro, a conoscenza di chi fosse il mandante di tanta efferatezza, ma tacque perché ora aveva deciso di imporre la sua giustizia, quella senza sconti per nessuno. Fu così che mise in opera i suoi progetti dopo un periodo di preparazione degno dei migliori investigatori. Una mattina, infine, prese la pistola che il marito nascondeva sapientemente, ultimo ricordo del suo trascorso burrascoso e si recò presso l’abitazione di campagna dell’uomo che riteneva responsabile della sua e di altre nefandezze. Lo colse a potare le rose del suo giardino. Lui la vide arrivare e l’apostrofò del sorriso più arrogante e strafottente che avesse, per passare ad una risata di commiserazione quando le vide l’arma in mano. La invitò ad abbassare l’arma promettendole comprensione, ma quando la donna sparò due colpi intimidatori ai suoi piedi, la sua espressione, finalmente, mostrò i segni della paura. La donna lo fece distendere nel portabagagli dell’auto e partì verso le montagne. Giunta ad un certo punto, lo fece scendere per percorrere un lungo tratto a piedi tra meandri e anfratti di cui l’Aspromonte è ricco. Infine raggiunsero un capanno, retaggio di un ricovero di pastori ormai in disuso e fatiscente, immerso in una fitta vegetazione di cui era venuta a conoscenza dai racconti del marito. Dentro di esso, poche cose, una seggiola, un letto e una struttura in ferro dove i pastori macellavano i capretti e li appendevano. Con un ordine perentorio la donna fece trasportare al suo prigioniero il letto sotto tale struttura di ferro, lo fece distendere e fece indossare all’uomo due paia di manette che collegò a tale struttura. Aveva già espresso la sua sentenza di morte e aveva, altresì, deciso di consegnarlo alla morte nel peggior modo possibile. Così lo interrogò e ad ogni risposta evasiva o poco sincera lo colpiva al volto con un bastone. Quando andò via con la promessa di tornare il giorno dopo l’uomo era una maschera di sangue e portava i segni, per tutto il corpo, di un pestaggio feroce. “Questo è quello che si merita”, si diceva la donna. E pensare che, questo tipo di uomini si definisce “uomo d’onore” ! Ma quale onore può avere un uomo che uccide i bambini ? Che stupra le donne ? Che uccide alle spalle, coperto da un mondo d’omertà ?
Per cinque giorni andò e venne da lì. Portava acqua, pane e un pò di formaggio. Lo faceva mangiare e poi ancora giù botte ! Ormai l’uomo era allo stremo e la morte era imminente. La donna si crogiolava tra i suoi sentimenti di vendetta e l’esecrazione della personalità degli uomini di quella fatta ma, seppur esacerbata dalla voglia di vendetta tentava di riflettere e quel giorno, ripercorrendo la strada del ritorno fu assalita da un dubbio. In cosa consisteva il suo, di onore, se si era arrogata il diritto di decidere della vita di un uomo ? Bestia che fosse, era questa la strada da percorrere ? La giustizia non è di chi sa conquistarsela, la giustizia è di tutta una comunità di persone che si impegnano a farla rispettare. L’uomo che stava così atrocemente, barbaramente uccidendo avrebbe dovuto solo subirla, decisa, inflessibile e a futura memoria di tutti. Questi pensieri non le fecero dimenticare, però, di essere una madre turlupinata della cosa più bella della sua vita. Non poteva nemmeno desiderare di vivere, da essere umano, in un mondo che si faceva giustizia da se. La catarsi ebbe il sopravvento in quell’animo martoriato. Arrivata a casa, fece un paio di telefonate anonime ad alcuni amici del suo ostaggio indicando loro il posto in cui lo teneva segregato. Si recò, quindi, dai carabinieri e riferì loro tutto quel che sapeva mettendo in moto la macchina degli accertamenti delle responsabilità. Aderì ad un programma di protezione e sparì nel nulla. In quel lasso di tempo fu trovato il corpo dell’uomo e si accertò che non era morto per le percosse ma per una rivoltellata cui era stato fatto oggetto dagli amici per dispregio, pensando che avesse “parlato” delle tresche comuni con il suo sequestratore. D’altra parte, cosa potevano fare, poiché erano uomini dell’onorata società se non comportarsi da uomini d’onore ?
Stamattina sono uscito prestissimo, anzi sono scappato da quelle quattro mura e da quel tetto che sembrava crollasse sulla mia testa.
Ho preso l'auto e ho cominciato a vagare nelle strade di una città vuota, quasi pulita, una città che non ho mai saputo amare.
La gente era dentro le case e non si accorgeva o forse lo sapeva che gli stava crollando tutto addosso e fingeva, iniziava a svegliarsi facendo colazione con latte e ipocrisia.
Stamattina cercavo una via d'uscita nell'aria trasparente che perforava le mie pupille e il sole aveva un strano colore, come la mia malinconia, come la mia poesia, come questa barba incolta, la mia eresia, il cercare disperatamente il punto del non ritorno.
E andavo avanti e indietro, vuoto di pensieri, di sangue e di cuore, nella trasfusione del sentimento che chiamiamo amore...non accettavo quella luce artificiale che mi stava bruciando gli occhi, non accettavo la finzione e la mia maledizione.
Ho passato la vita tra l'illusione e la realtà che mi ha spezzato le ossa, ho strisciato sulla terra che non mi apparteneva, ho addentato la luna, ho fatto a pugni con Dio, ho seminato e sperperato energia, ho goduto per noia, ho ingoiato il male come fosse miele, mi son dato oltre la mia stessa ragione, mi sono confuso, perduto e ingannato, ho scambiato la libertà per prigione.
E adesso a quasi cinquantadue anni mi ritrovo a vagare vicino al confine, tra il deserto e il cielo, tra il mare e l'orizzonte, tra le parole e la fantasia, tra il correre e il volare, tra il nulla e l'amore...con niente in mano se non le mie stesse mani e guardo quei castelli che non ho mai costruito e forse anche questa è la rabbia, la gioa, la sabbia che mi brucia la gola...adesso che sto vomitando la coscienza mi chiedo quanto vale questa vita a un tiro di schioppo dal tramonto e piango lacrime di vino e la bocca è impastata come quella di un bambino che ha nella bocca il latte della mamma e non avverte ancora l'assurda condizione della sua esistenza.
E tu ti prego, tu che mi leggi oltre le parole, almeno tu non m'ingannare, io sono vero e non sono un attore...lo vedi? Davanti a noi c'è ancora tanto mare...che da qui mi commuove.
L'occhio un pò annacquato, nó sberleffo de panza, e cosí se n'annava piuttosto ballonzolanno su quelle gambe secche,
Guido pé la strada sua.
Piano piano, có un mazzetto de rose stretto a na mano, e er bastone a quell'altra...
N'appuntamento galante? Chissà...
- Lellé !?! Guarda! Guarda che t'ho portato. Le rose...
Embè? Nun me dici gnente? Te sò sempre piaciute...
Guarda, sò rose rosse. Come quelle che portai quanno andiedi da tu padre a chiedeje la mano tua...
Te ricordi? Quant'eri bbella Lellé! Quant'eri bbella...
E cosí Guido parlava, parlava...
A un certo punto, se 'nginocchiò, mise per bene que le rose dentro ar vaso, un pò d'acqua pe nun falle seccà,
poi fece na carezza a la foto ovale, un bacio...
na pulitina al marmo...na soffiata de naso...
- Ciao Lellé, te saluto...aritorno presto...
E se n'annò via. Cosí com'era venuto Guido, su quelle gambe secche, ballonzolante, cor bastone a na mano,
er fazzoletto a quell'altra , e l'occhi...
un pò più annacquati de prima...






