Scesi giù e presi la strada per la spiaggia che distava davvero pochi metri dal mio alloggio.
Erano le prime ore del mattino e la luce  filtrava timida da una coltre di nebbia che avvolgeva tutto.
L’inverno primeggiava e il freddo si faceva sentire.
Imbacuccata in un cappotto di lana spessa e avvolta da una grande sciarpa colorata, scesi i tre scalini che dal lungomare portavano all’arenile e cominciai a camminare.
Un passo dopo l’altro m’avvicinai alla battigia, al confine tra sabbia ed acqua, ero sola.
Lungo tutta la lingua di terra che si offriva allo sguardo, non si intravedeva ombra umana, né suoni, se non il rumore lento e monotono del mare.
Un grigio monocolore  privo di sfumature colorava il cielo e il mare,  li  amalgamava, fondendoli tra loro, non c’era linea d’orizzonte in quelle ore strane.
Camminavo nel silenzio perfetto con le mani in tasca e il cappello di pile a coprire le orecchie e parte della fronte. Avanzavo lentamente lasciando piccole orme dietro me, tutte uguali, in fila indiana, a dissolversi man mano che mezzelune d’acqua invadenti  conquistavano pezzetti di spiaggia.
Camminavo tra il disordine che il mare, nelle precedenti mareggiate,  aveva lasciato sulla sabbia, cosparsa per lo più di conchiglie grandi e piccole, mitili vuoti,  tronchi di legna levigati ed inumiditi, resti di reti strappate,  l’interminabile strada sabbiosa sembrava un ‘immensa tavola imbandita in un  giorno di festa.
Continuava a far freddo e quel mattino uggioso proprio non voleva lasciare il campo al sole, persisteva il grigio che nascondeva ogni forma alla vista.
Continuavo a passeggiare, assorta in pensieri che si confondevano con quel  paesaggio marino, quando d’improvviso, un fascio di luce m’apparve, squarciando il cielo più in là,  verso la fine della lingua di sabbia, proprio  sulla roccia che ospitava il piccolo paese affacciato sul mare.
Le case arroccate sputavano fumi bianchi d’umido nell’aria,  a contrasto col bruno della montagna  e i raggi del sole che s’erano fatti largo tra le nuvole e la nebbia  formavano ora un immenso cono di luce che le avvolgeva tutte, donando a quel presepe Il colore dell’oro.
Mi avvicinavo sempre di più a quel dipinto, dove tra l’altro finiva la spiaggia e s’allargava un  piccolo porticciolo di pescatori.
Distratta da quella visione, inciampai in qualcosa che attrasse la mia attenzione.
Era una vecchia bottiglia, in parte sommersa dalla sabbia. Sembrava contenesse qualcosa, mi fermai e la raccolsi.
Era ben chiusa con un tappo di sughero, infradiciato dall’acqua ma ancora ben inserito nel suo collo.
Provai a sfilarlo, ma non ottenni alcun risultato. M’allontanai dalla riva alla ricerca di una  base solida su cui rompere il vetro. Mi ero talmente incuriosita che tutto il resto era sfumato, soprattutto  quei tristi pensieri che mi avevano condotto sulla spiaggia a quell’ora del mattino.
Sembrava contenesse della carta, tant’è che pensai  ad una lettera.  Avevo il cuore che batteva forte, ero tachicardica e una leggera ansia si era impadronita di me, neanche fossi io  la destinataria di un eventuale messaggio. Trovai un grosso tronco di legno, sul quale frantumai il vetro della bottiglia.
Ne usci il foglio di un quaderno a quadretti,  su cui c’era un testo scritto con calligrafia infantile. 
Il foglio di carta era, tutto sommato, ancora in buono stato, ingiallito in alcune sue parti, dove probabilmente era filtrata dell’acqua e il testo interamente leggibile anche se piuttosto sbiadito.
C’era scritto:
“E’ ormai un anno, amore mio
un anno intero che vengo qui 
a contare le onde
un anno che accompagno il sole nel buio della notte
e conto ogni crespa d’argento sulle acque.
Un anno che tu mi dici t’amo
e io  non ti scorgo, 
qui dalla riva, nello scialle nero che m’avvolge.
Ti rispondo t ‘amo, amore mio,
te lo mando con questo messaggero
che ti raggiunga dove tu  riposi in pace.”
 
M.
 
Ero stralunata, mi sentivo un po’  smarrita e un sentimento di tenerezza  mi pervase.
Sentii una forte empatia verso quella donna e la vidi disperata su quel pezzo di spiaggia in compagnia di dolorosi e strazianti tramonti.
Mi soffermai su quei versi ingialliti e pensai  alla mano che li aveva scritti, a quel dolore, a quella solitudine, a quel triste amore.
Mi trovavo in una situazione nuova, mai provata prima, stavo vivendo un film nella realtà o la realtà in un film? Mi sentivo come se avessi vinto alla lotteria, quello stato di evanescenza, di sbalordimento che mi faceva vivere fuori dal mondo. Cosa dovevo fare? Cosa avrei fatto con quella lettera? 
Solo successivamente mi resi conto che non avrei fatto niente, perché niente c’era da fare.
Avrei  custodito nel cuore e nella memoria, la storia di un amore, del quale non sapevo niente.
Piegai la lettera con cura e la riposi nella tasca del cappotto.
Intanto s’era alzato un gran vento, un vento freddo di tramontana ed aveva spazzato via tutto quel grigiore,
le nuvole avevano lasciato il cielo ad un sole pieno e raggiante, che non riusciva a scaldare quell’aria invernale.  Nel frattempo ero giunta vicinissima alla scogliera che contornava il piccolo porticciolo e intravidi un vecchio pescatore che si affannava a ritirar la canna.
Mi avvicinai e sbirciai nel secchio. “Tanta fatica per due misere spigolette, son qui da prima dell’alba” Mi disse, mentre riponeva la canna nel fodero. “ Dura la vita del pescatore eh” risposi io sorridendogli.
Aveva il viso stanco, bruciato dal sole e solcato da tante piccole rughe sulla fronte e intorno agli occhi.
Aveva sicuramente superato la sessantina, ma in quelle rughe non si leggeva solo l’età, probabilmente anche una vita di fatiche e di pene.
Il vento ora rumoreggiava e alzava schiuma bianca dalla onde, che si increspavano sempre più e sempre di più si rifrangevano sulla scogliera.
“Andiamo Signorina, venga via con me, non è raccomandabile restare qui quando il tempo s’incazza” mi disse raccogliendo tutte le sue cose. Mi strinsi nel cappotto e sballottata dalle raffiche, ci incamminammo verso il piccolo porto.
“ Il mare è un grande amico, ma non bisogna stuzzicarlo” continuò “ Sa, qui,  anni or sono, ci fu una brutta tragedia.
Un giovane pescatore, troppo spavaldo e sicuro di sè, usci in una notte col mare grosso a pesca con la sua barca e il mare lo inghiottì. Non è più tornato, né lui né la sua barca” il vecchio pescatore, scuoteva la testa
“Si racconta, cara Signorina, che la morosa distrutta dal dolore, chiese al mare di farle riabbracciare il suo amore. In cambio  lei  gli avrebbe regalato anche la vita. Si dice, che improvvisamente s’alzò un gran vento, un vento freddo di tramontana, che l’avvolse tutta e la trasformò in un enorme gabbiano.
Da allora quando il mare s’alza incalzato dalla tramontana, qui in paese nessuno più gli si avvicina” Mi salutò, lasciandomi sola con quella storia che mi fece venire i brividi.
M’arrampicai su per il paese e ci passai alcune ore. Mangiai un panino e continuai a gironzolare, per le viuzze, le stradine, entrando ed uscendo dai piccoli negozi di antichità e cianfrusaglie. Il vento continuava la sua corsa e nella corsa aveva ripulito tutto, tutto brillava sotto il sole, che piano piano scendeva verso l’orizzonte.
Arrivai in cima al paesello arroccato, proprio dove una antica torre superstite padroneggiava a un passo dal cielo e faceva da sentinella. Mi fermai per qualche minuto a godere il panorama, un panorama mozzafiato, fatto di mare aperto e di cielo. M’affacciai dal cornicione d’un muretto e stetti a godere dello spettacolo, mentre il cielo si colorava di rosso.
Fu a quel punto che m’accorsi  dell’unica presenza in quel luogo lontano da tutto e da tutti.
Sulla roccia nera su cui si rompevano  alte e bianche le onde, c’era fermo un grosso gabbiano bianco, che fisso, guardava il mare aperto. Ogni tanto apriva le grandi ali e emetteva brevi gridi rauchi, poi fissava nuovamente il mare fin quando prese il volo infilandosi nel rosso del cielo.
Tornata al mio alloggio, quella sera, sfilandomi il cappotto, ripresi tra le mani quel foglio di quaderno e ripensai al pescatore e ripensai al gabbiano.
Presi allora carta e penna e in un attimo scrissi la mia prima poesia.
 
 
 Il gabbiano
 
Sbuffi bianchi d’onde dai bordi ricamati
s’alzano a ventaglio sull’aspre rocce,
che cingono case abbandonate.
 
Lui fisso,
se ne sta a sorvegliare il mare,
proprio al centro della più nera,
poi,
di tanto in tanto allarga l’ali,
come vele di carta perlata
a raccogliere sale e frescura.
 
Dall’angolo protetto d’antiche mura,
io lo rimiro
e ascolto nel silenzio
solo vento ed acqua chiacchierare.
Lui sta fermo  lì  a guardare,
prima il cielo, dopo il mare.
 
E mentre scende l’ombra della sera,
nell’aria s’alzano richiami,
allora smette di guardare il mare
e prende il volo.
 
 
La scrissi, pensando ad M. ed al suo grande amore, immaginando due meravigliosi gabbiani bianchi volare alti sul mare azzurro. 
 
  
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Profilo Autore: elisa  

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Mi guardo allo specchio. Mi piaccio. Mi spruzzo un po’ di profumo, ci vuole ! Oggi è domenica, uscirò e, per strada, incontrerò tanta gente. In genere scambio un bacio con tutti, conosco tutti i miei compaesani e con loro, con tutti loro condivido un forte sentimento di affetto ed amicizia. Forse sarà il caso che ne metta un po’ di più, essendo domenica, tra la Santa messa e la canonica passeggiata sul lungomare incontrerò parecchie persone. Mi riguardo allo specchio, sistemo meglio ciò che è rimasto dei miei capelli e mi meraviglio di me stesso, di come la mia pelle sia rimasta liscia, senza rughe, un faccione rotondetto anzichenò. A proposito di rotondità, forse dovrei tirare indietro lo stomaco. Mentre faccio per tirarlo indietro, entra mia moglie. Mi osserva e dice :
  • Lascia perdere, tanto sei da rottamare lo stesso ! Ormai sei appesantito. Succede a tutti a una certa età. Mi sa che stai facendo solo del training autogeno, ma l’età non si cancella !
A seguito di quest’iniezione di fiducia da parte della mia consorte, mi prende lo sconforto. Finisco di vestirmi ed esco. Non ho ancora chiuso il portone del condominio che arriva subito il primo saluto.
  • Buongiorno signor Mario.
Il signor Mario è l’inquilino del palazzo di fronte, sempre affacciato alla sua finestra, sempre pronto a soppesare coloro che hanno la ventura di entrare nel mio palazzo. La piccola vedetta calabrese, è il soprannome che gli ho dato io.
  • Buongiorno, dottore (un titolo che ho acquisito da piccolo perché mio padre era l’unico medico del posto e così, la gente, aveva eletto dottore tutti i componenti della famiglia !). Come va ? Ha dormito bene ? Si copra, si copra, le malattie fanno presto ad arrivare ad una certa età !
Non credo alla iettatura e a tutte le baggianate simili, però faccio lo stesso gli scongiuri…a modo mio. Né mi ritengo ancora da casa di riposo ! Chissà perché, a volte, qualche capello bianco è indice di vecchiaia. Menagrami ! Decido di accelerare il passo per far vedere che ancora sono pimpante. Al decimo, decido che sarà il caso di tornare alla mia abituale andatura. Arrivo in Chiesa appena in tempo, il sacerdote sta per entrare. Passando di fronte a me, mi guarda e scuote la testa. Non c’è molta simpatia tra noi e lui non perde tempo a sottolineare qualche mia piccola defaillance. Questi giovani ! Si accaniscono con noi vec…oops anziani con l’aria dei professoroni. Ora voglio vedere quanto dura la predica ! Siedo accanto al mio amico Giacomo, come ogni domenica. Alla fine della Messa, usciamo insieme. Non sono ancora arrivato alla scalinata che mi sento chiamare.
  • Dottore, dottore (aridaje). Buona domenica, dottore.
Il saluto proviene da una donna, bassina, vestita con l’abito della festa e con un sorriso radioso stampato sul viso. E’ ancora immersa nella folla che incalza per uscire dalla Chiesa.
  • Grazie signora, anche a lei e alla sua famiglia.
  • Mi scusi se mi sono permessa di fermarla, ma volevo che la mia bimba conoscesse il dottore che l’ha salvata !
  • Ma no… non è merito mio, il merito è, semmai del vostro medico di famiglia !
  • Se voi, non foste stato scrupoloso e non aveste eseguito altri esami non richiesti, la mia bambina se la sarebbe vista brutta ! Ma…eccola…Tiziana vieni…
Guardo in basso per scorgere la piccola seguendo la mano tesa della madre ma…niente ! Sollevo gli occhi e la signora intuisce la mia perplessità.
  • Tiziana, saluta il dottore !
Sollevo gli occhi e vedo…Tiziana. Una ventenne da togliere il fiato ! Bella, bella, bella. E grande, grande, grande. Per carità, non ho alcun pensiero osceno, solo che…ma quanto tempo è passato ?
Intanto il mio amico Giacomo se la ride sotto i baffi. Lo guardo stizzito. Mi fa :
  • Non te la prendere, anzi prendila con filosofia, la vecchiaia in fondo è solo una stagione della vita !
  • Che dovrei fare, ridere forse ? Ebbene si ! Ci rido su. Tanto io non mi sento affatto vecchio !
  • Vecchio proprio no ! – rispose sarcastico il “mio amico” – Tuttavia, mi dicono, che già qualche museo si interessa a te !
  • Allora vuoi litigare ! Falla finita, accompagnami in pasticceria, prendo le pastarelle per la nipotina.
Col pacchetto di pastarelle ritorno a casa. Trovo mia moglie impegnata a cucinare. Il tavolo della cucina è già pieno di tante prelibatezze. Dico :
  • Abbiamo ospiti a pranzo ?
  • No, siamo solo noi due e la nipotina. – risponde mia moglie. –
La lascio continuare e intanto che è pronto vado ad ascoltare la mia musica preferita : la Lirica. Dopo un bel po’, il pranzo è pronto. Mi siedo a tavola. La fame è come al solito notevole. Metto il tovagliolo sulle gambe e mia moglie mi serve un piatto di…broccoli !
  • Ma come… - dico sbalordito – dov’è andato a finire tutto il ben di Dio che hai cucinato ?
  • Taci e mangia ! Hai dimenticato il Diabete ? Ormai dimentichi tutto ! Ma rallegrati, di secondo hai una bella fettina di carne al sangue e un’insalata verde. Non sei contento ? L’altra roba è per il pranzo che ha organizzato la mia associazione di volontariato per i malati. Non per te !
  • Deciditi, se sono malato devo mangiare come i tuoi malati. Cosa sono queste prevaricazioni dei miei diritti ?
  • Ecco un’altra cosa, non avevo previsto che da vecchio saresti diventato anche spiritoso !
L’unico effetto di questa discussione furono le risate della nipotina che comincia a ridere a crepapelle ed a ripetere in modo ossessivo, nonno vecchio, nonno vecchio. Musica per le mie orecchie. Dopo il riposino del post prandium, mi siedo al computer. Ho il maledetto viziaccio di scrivere racconti. Mi diverte assai farlo. Almeno nei miei racconti interpreto la gioventù che credo non si sia mai spenta in me. Vengo distratto solo da un notevole cicaleccio proveniente dal soggiorno. La domenica, mia moglie, invita quattro amiche, le sue amiche, quattro vecchie galline neppure buone per il brodo, alla solita partitina a carte. Decido di andare a porgere, come sempre, i miei omaggi a tutto il pollaio ! Quando mi vedono, all’unisono, secondo me per parte fatta, dopo aver chiesto della mia salute, quasi che fossi moribondo, mi invitano ad andare a riposare. Insomma mi trattano da vecchio, si, un vecchio rottame ! Me ne torno ai miei racconti ed ai miei personaggi, giovani, belli e perché no, un po’ playboy. Ci metto dentro tutto me stesso, le cose che faccio, quello che vorrei fare, i sogni, le speranze per il futuro che ancora mi appartiene, è dentro di me. Scrivo, sogno, scrivo tanto che le dita stentano a fermarsi, a volte. Ho tanto dentro di me, da dire. Non luoghi comuni ma storie al passo coi tempi e nessuno mi dice…vecchio. Non ho paura di invecchiare o di esserlo già, ho paura che qualcuno o qualcosa mi tolga la gioventù che mi sento dentro.
La sera la passo alla tv insieme a mia moglie e poi, a nanna. Sdraiato sul letto, ripasso tutto quel che ho fatto durante la giornata. Lo faccio sempre. Mi aiuta molto a correggermi. Arriva mia moglie. Spegniamo le luci. Oggi è domenica. Le sfioro la spalla con una mano nel buio.
  • Che c’è, ti senti male ? – mi fa lei –
  • No, sto bene.
  • Hai preso la pillola per il diabete ?
  • Certo !
  • E quella per il cuore ?
  • Anche.
  • Allora, cosa vuoi.
  • Oggi è domenica.
  • Si, certo, e domani è lunedì !
  • Ricordi ? Lo facevamo sempre alla domenica…quasi a voler santificare la festa !
  • Ma cosa ti salta in mente adesso, dormi vecchio.
  • Caro amore mio, anche tu mi dai del vecchio spesso, ma dimmi, chi è più vecchio tra noi due ? Almeno io vorrei far l’amore con te con le residue forze che mi restano. Tu…tu non sei vecchia, sei morta !
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Profilo Autore: Bronson  

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La stanza era avvolta ancora nel buio sebbene, fuori, splendesse un sole tiepido di primavera, già da un bel pò.
Fuori si respirava tutto il fragore del "risveglio", i profumi riempivano l'aria, il sole scaldava, dopo il gelido inverno. Filtrava dalle tapparelle di quella stanza silenziosa, in disordine: fredda, vuota, tanto vuota! Eppure era arredata con gusto; finanche una nota sensuale nei particolari,  nei tessuti, le lenzuola, il bel piumino. Persino il profumo, che si diffondeva, era piacevole: lieve, speziato, avvolgente.
Eppure...era vuota: senza più anima! Aveva messo tutto il suo amore, il suo essere donna, per rendere quella casa calda, viva, vissuta. Un nido dove respirarsi, sentirsi, amarsi. Ora era la sua prigione, l'incubo di quasi ogni giorno. Ed era passato un anno e, a volte, si sentiva sola, triste.

...Sofia cercava di aprire gli occhi, mentre la mente era un turbinìo di pensieri. La sua testa era un frullatore di parole che si rincorrevano; un cerchio di parole che risuonavano tutte insieme. Lei cercava di metterle in fila, riordinarle, poi, finalmente...pensare, pensare bene. Era arrivato il momento di farlo!
Stese la mano cercando il cuscino di fianco al suo: appurò di essere sola. Con fatica si tirò sù cercando, ancora, di aprire gli occhi. Aveva un cerchio alla testa. Si ricompose un pò; trovò la camicia da notte sul pavimento, la infilò,
poi, cercò le pantofole, la vestaglietta. A fatica, arrivò in bagno: alzò lo sguardo allo specchio. I suoi occhi azzurri, due cristalli di mare, erano tumefatti, neri, piangenti. Era proprio lei?! Non era la prima volta che se lo chiedeva... Era successo ancora: Pietro le aveva messo le mani addosso, di nuovo. Pietro il suo grande amore, l'uomo della sua vita: l'uomo della sua vita in frantumi... Eppure lo amava!  Lo aveva sempre amato, come lui amava lei; ma era un amore sbagliato, malato. Malato di gelosie, paure insicurezze. Eppure tante le qualità di lui: intelligente, generoso, bello come il sole, capace, in gamba. Si erano amati da subito, erano andati a vivere insieme ed era iniziato, dopo poco, il tormento di Sofia.
Un anno difficile, tra scenate, liti, botte e riappacificazioni. Poi, promesse, pianti di lui, scuse, il disagio del perdono.... E l'amore tornava. Si amavano con la spontaneità degli adolescenti, semplici, sinceri. Lui la riempiva di attenzioni, regali, complicità; lei dimenticava: sperava nel miracolo. Ma, all'improvviso, furiose, scoppiavano le liti; come un fulmine in piena estate. E quell'amore dolce, passionale, forte, bello, alzava muri di incomprensioni, paure, dolore, rasentando i confini dell'impossibile.... Eppure lui l'amava!  Dolcissimo, caldo, premuroso: unico. Ma diveniva una mina vagante: guai se la gelosia s'insinuava nella mente. Allora l'amore, quell'amore immenso, spariva agli strattoni, ai pugni, agli schiaffi, a ogni lite successiva.

... Quella volta, la sera prima, Pietro era furioso. Secondo lui c'era troppa confidenza tra Sofia e un suo collega. Cosa non vera, ovviamente  ma, nonostante lei glielo facesse notare, lui non se ne convinceva. A vederli insieme, lui diveniva un altro. Così, quella sera, appena lei rientrò, l'aggredì. Prima verbalmente, poi, l'afferrò e cominciò a colpirla. Dopo, pentito, piangendo, abbracciandola, gridandole che l'amava, chiese perdono, promise. Prometteva ancora! " Ti giuro, amore, non succederà più! "... Lei si lasciava convincere da quell'amore trasformato, violento, che, poc'anzi le aveva fatto tanto male. Perdonava quel bambino che chiedeva scusa e perdono. Soccombeva a quell'amore che urlava "amore"!  Così si perdeva nei suoi abbracci, nei suoi baci: si perdeva sempre.
Troppo innamorata...E quella notte si perse ancora tra le sue braccia. Come poteva?! Eppure succedeva. Era la voglia di riprendere un amore che le scivolava via. L'amore che voleva non finisse; l'idea, balorda, che lui cambiasse, che quello fosse un amore "normale". " Tutto cambierà, poi! ",  pensava. Ma quella notte Sofia, per la prima volta,  in quegli attimi di intima passione, si sentì lontana, diversa: qualcosa era cambiato in lei!...

... Quella mattina, quel giorno pieno di sole, era per lei un giorno nuovo. Continuava a guardarsi allo specchio, ma non piangeva più: Qualcosa stava diventando grande in lei: la consapevolezza che tutto quello, NON POTEVA ESSERE AMORE.
Una forza nuova sentì, all'improvviso; i lividi facevano meno male, le ferite del cuore, sembrava bruciassero meno. Aveva deciso: sarebbe andata via, lontano, pur amando Pietro, ancora. Si preparò con cura, rimise a posto la camera, come se dovesse tornare a viverla. Preparò poche cose in un borsone, poi, prese carta e penna e cominciò a scrivere.
..." Continui a farlo, tu non capisci di me, non ascolti. Mi lasci sola, ogni volta, in questa stanza di inutili parole, promesse. Di vuoti silenziosi che ascolto da sola. In questo amore sempre al punto di partenza. Ho raggiunto un deserto,  in questa nostra tempesta di sabbia  mi sono persa… Ti ho perso!... Non è bello l'amore così. Volevo poter dire di non stancarmi mai di te, desiderare di non voler morire per non lasciarti solo. Sotto una pioggia di malinconia ho perso la gioia di te! Mi sono persa, ed  ho perso l'amore per te!...Sofia."
... C'era ancora amore tra quelle righe, continuava a chiamarlo "amore", sentire amore. Le donne, quando amano lo fanno intensamente, forse allo stesso modo, poi, cominciano ad odiare. Quello era un amore che doveva tacere per sempre, e nel modo giusto, prima possibile.
... Lasciò il foglio sulla mensola, all'ingresso. Davanti ad una foto che li ritraeva felici, al mare. Due occhi, come cristalli di mare, un sorriso pieno di vita e tanti sogni, abbracciata ad un uomo che finiva di chiamarsi "AMORE"!...

Uno sguardo in giro, il borsone in spalla, le chiavi sulla mensola. Aprì la porta: il sole le arrivò come un abbraccio. Tutto il fragore della primavera l'accolse prendendola per mano. I colori, i profumi, la voglia di ridere. ... E sorrise e chiuse la porta.
 
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Profilo Autore: Giò  

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Sarò anche un provolone,
come sostengon tanti,
sarà per aberrazione
di geni assai mutanti.
 
Mi piace navigare
tra i siti dei poeti
scrivere e poetare
piazzarmi tra i discreti.
 
La cosa che io adoro
fra tante narratrici
non è prender l’alloro
ma renderle felici.
 
Perché se mia condotta,
tra il subdolo e l’ameno,
il corteggiar scimmiotta
me po’ fregà de meno ?
 
Che quando scambi rime
con gente intelligente
ne puoi versar di lacrime
ma non c’approcci niente !
 
Son quelle signorine
a cui forse piacerà
sentire mie manfrine,
a farsi infinocchià.
 
Lasciamo quindi perdere
generi alimentari,
non li possiamo mordere
per affari poco chiari.
 
Che fare il provolone
non si potrebbe mica,
se manca autorizzazione
sarebbe una fatica !
 
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Profilo Autore: Bronson  

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Quando ti sembra di stare alla luce

con la tua faccia a pieno sole

di colpo scende il buio

e cerchi l'energia

smarrendoti , perdendoti.

A volte credi che un pomeriggio

fresco come un sogno che ti accarezza

non svanisca in una sera gelida

e resti pietrificato

interrogandoti , ascoltandoti.

Questo andare e venire

questo bianco e nero

è la vita

è l'imprevisto fluido che va impazzito.

Tu stai sempre al passo

rimani sul pezzo

e mangiati il miele.
 

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Profilo Autore: simone corrieri  

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Quanto sei bella Nannarella mia
ar cielo mancherà certo na stella
la tua bellezza non andrà più via
nell’universo sei oro che scintilla.
 
Du occhi sul tuo volto incastonati,
so le finestre de sogni proibiti.
Le labbra so du petali pensati
pe dispensà li baci più graditi.
 
Un corpo armoniosamente modellato
me fa sognà l’amore più ardito.
Er tuo annare morbido e ondulato
Me fa salì de più ogni appetito !
 
Me piaci quanno parli con le mosse
de le dita lunghe e affusolate
quasi parola senso non rendesse
se da queste nun fossero sposate.
 
Mai uno strillo, sol voce celestiale,
nacque dar petto tuo e infine uscì,
quanno che er nome mio da esso sale
in tutto er creato se capì !
 
Beata chi t’ha messa ar monno,
chi di bellezza seppe approfittare
pe cesellatte un giardino intorno,
in modo che potessi risaltare.
 
Pensandoce un dubbio me ribolle.
A fatte queste forme sì leggiadre
tua genitrice fu e non un…folle !
Allora, sai che te dico, amò ? Sposo tu madre !
 
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Profilo Autore: Bronson  

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Arrancava nell'afa, capelli alla naziskin, canotta color zebù, pantaloni grigio zuavo, alito sottoascellare penetrante.
Nel via vai di gente che andava e che veniva, in quella prima settimana di agosto, la sua era una figura diafana, spettrale.
Nessuno faceva caso all'oggetto che quel soggetto faticava a trascinare, un valigione giallo senza rotelle, grosso come quello che tante donne si portano appresso, quando vanno in ferie, nel tentativo di metterci dentro di tutto e di più, alcune persino il bidet.
"Agosto moglie mia non ti conosco" recita un detto. Non c'entra nulla, ma serve a dare l'idea di quanto la gente, in quel periodo di vacanza, possa essere attenta e interessata alle cose che le accadono intorno. E in quella settimana di cose ne erano successe parecchie: il furto di un Pinturicchio,ì che qualcuno aveva creduto si trattasse del giocatore della Juventus Del Piero, l'accoltellamento fra due deputati a Montecitorio, lo scandalo dei calcio-pedofili, l'autodenuncia di duemila professionisti, come evasori fiscali ed altre cose ancora.
Naturalmente, non poteva mancare il delitto dell'estate perpetrato, si pensava a scopo di rapina, ai danni di un'anziana signora: La Vecchia.
I giornali erano pieni di notizie calde, ma nessuno sembrava farci caso; tutti avevano la mente rivolta verso cose più fresche. Soltanto gli occhi e gli orecchioni elettronici del Grande Fratello, rimanevano  attenti a scrutare e ad origliare su ogni cosa, persino sulla privacy della gente.
L'uomo, affannato e inquietante, proseguiva lungo la via della stazione, col suo pesante fardello, ignorato da tutti, tranne che da una colonia di gatti randagi. Uno dietro l'altro, lo seguivano, passo dopo passo, annusando e leccando qualcosa che gocciava da quel grosso bagaglio. Erano strane macchie di rosso che, fondendosi col giallo della valigia, rendevano la cosa di una insolita surrealità romanista.
La vista di quel bizzarro corteo aveva attirato gli sguardi di animalisti, feticisti, tassisti e di molti passanti che, almeno per un momento, furono distratti da quel clima vacanziero che regnava dovunque.
Ad un sommario esame, ebbero tutti l'impressione che quelle gocce fossero sangue, tant'è che i gatti processionari le leccavano avidamente, non appena cadevano in terra.
L'idea, che quella valigia potesse contenere qualcosa di mostruoso, raggelò tutti quanti, malgrado il caldo.
Alcuni sussultarono dalla paura, altri vomitarono di disgusto, tutti si ricordarono della Vecchia e temettero di trovarsi davanti ad un feroce assassino. Ovunque, si sentiva bisbigliare: “E’ l’assassino, è l’assassino della Vecchia”.
Il centralino del 113 fu preso d'assalto e, a causa dell'intasamento, le telefonate vennero smistate anche al 114 e così a crescere fino ad arrivare persino alla Presidenza del Consiglio.
Intanto la polizia s'era già mossa, allertata dall'occhio bionico del grande fratello. Arrivarono poliziotti a piedi e persino volanti. Circondarono quell'uomo, gli puntarono addosso mitra, pistole e bombe carta, gli fecero tintinnare centinaia di manette sotto il naso e lo arrestarono, senza farsene accorgere.
Qualcuno lo caricò con forza dentro una macchina, qualcun altro gli strappò la valigia dalle mani, ma venne subito assalito dalla turba di gatti randagi, decisi a non mollare così facilmente la preda. La lotta fu dura e senza paura; alla fine, graffiati e sporchi di sangue e dopo aver sparato numerosi colpi in aria, i poliziotti ebbero il sopravvento e dispersero i miagolanti.
La valigia venne portata all'istituto di medicina legale; per tutti fu subito chiaro che all'interno ci sarebbe stato il corpo di un reato.
Fu un caso, ma per questa operazione e per la prima volta nella storia erano presenti tutti: questori, commissari, vice e faccendieri.
Il medico legale rassicurò gli agenti che avrebbe eseguito gli esami con l'urgenza che il caso richiedeva e sciolse quel consesso di tutori dell'ordine, dando loro appuntamento al primo pomeriggio di quello stesso giorno, per i rilievi generali del caso.
Intanto, la televisione continuava a mandare le immagini registrate dal grande fratello, in edizione speciale, mentre cronisti di tutte le reti, pubbliche e private, davano la caccia ai gatti della zona per le interviste del caso. Poco importava che non parlassero, ma che miagolassero; in televisione era normale che non si capisse nulla di quanto si diceva.
Nel primo pomeriggio, questori e compagni si recarono all'istituto di medicina legale. Su un tavolo di marmo, il primario e i suoi due assistenti avevano apparecchiato per il pranzo e stavano tranquillamente mangiando delle bistecche alla fiorentina, con contorno di rape lesse. Il tutto annaffiato con abbondante vino rosso. Alla vista dei poliziotti, non si scomodarono più di tanto e li invitarono ad assaggiare qualcosa, prontamente rifiutato da tutti, non tanto per gli alimenti, che li fecero rimanere con gli occhi di fuori per la bontà, quanto per l'insolita sala da pranzo.
Il primario, pulendosi i denti con uno stecchino, ruppe gli indugi e disse: signori, credo che il caso sia già risolto: è stata una macellazione in piena regola!
Il questore ed il commissario stavano per rispondere che l'avevano già intuito, ma le parole si fermarono loro in gola, come un rantolo, perché il primario continuò: c'erano, in quella valigia refrigerata, persino il certificato d'origine e la bolla di accompagnamento del quarto di vitello... e poi... guardate voi stessi... che dire di fronte a questa prova cucina!
 
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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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Nessuna volontà di blasfemia, da parte mia. Non potrei, rispettoso come sono del mio e dell’altrui credo religioso. Prendile come uno sfogo, queste mie parole. Quante volte, specie da piccolo, ti ho pregato, invocato dal mio lettino. Ma anche ora che non sono esattamente un bimbo, trovo conforto nell’affidarmi a te. “ Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi, governa me…” sono queste le parole, se non sbaglio. Ed io le ho messe in atto, ti ho ascoltato quando mi parlavi nel cuore. Ho superato tanti momenti bui, col tuo aiuto. Sei sempre stato presente in ogni circostanza della mia vita e mi hai sempre consigliato per il meglio. Ad esempio quando il mio matrimonio non andava per il verso giusto, mi hai suggerito di portarlo comunque avanti per salvare i valori dell’unione e della famiglia. Ti ho obbedito senza pensarci una sola volta. Tutto a posto, cioè tutto a posto per i valori dell’unione e della famiglia, per me, invece non è andata altrettanto bene. Certo, qualcosa bisognava pur sacrificarla. La mia vita, ad esempio. Ma non te ne voglio, un risultato comunque l’ho ottenuto anche io. L’equilibrio e la saggezza. Come vedi ti ho ascoltato in questo frangente come in altri, tuttavia…tuttavia questo non me lo dovevi fare. Dovevi rispettare la mia età, quantomeno ! E’ stato come se tu avessi voluto che mi rimettessi in discussione. Un esame, forse. Non era proprio il caso. Adesso taci, non ti sento più in fondo al cuore. Non mi suggerisci niente, quasi ti sentissi colpevole. Sono sicuro che tu hai capito, non fare lo gnorri. Non dovevi fare incrociare il mio sguardo con quella donna ! Non dovevi farmi riallacciare i rapporti con lei. Hai visto quanto è bella ? Hai sentito quanto è dolce ? Già, tu di queste cose non ne capisci molto. E’ bello coglierla nell’atto di spostare i capelli all’indietro. E’ bello sentirla ridere. E’ uno spettacolo anche quando porta le buste della spesa per strada o quando guida la macchina, infuriata per il traffico. Chissà quali delizie riuscirebbe ad offrire ad un uomo. L’ho conosciuta e frequentata, ora tappati le orecchie, è diventato un inferno, per me, starle lontano. Stavolta, però, non voglio buttare tutto alle ortiche ! Voglio viverla ! Forse sarebbe meglio dire che voglio vivere. Tu dirai sicuramente di no, ti ho sentito sai ? Come ? Neanche tu potresti ? Vuoi vedere che gli angeli, adesso, cominciano a godere delle cose terrene ? Che dici ? L’amore è un principio cardine dell’altro mondo e la bellezza e la dolcezza sono doti che il buon Dio ha elargito per renderlo più appetibile ? Ti sento strano. Oggi niente divieti, contraddizioni, anzi. Mi sembri diverso. Sicuro che non ci siano problemi ? Lo sapevo ! Quali problemi può avere un angelo ? Cielo…ooops scusa…non volevo. Il mio stesso problema ? Cioè tu saresti invaghito ? Di chi ? Di una donna. Ebbè almeno ora mi è più chiaro il sesso degli angeli, almeno. No!!! Della stessa donna che piace a me ? Allora sono davvero un intenditore se il mio rivale in amore è addirittura un angelo. Immagino cosa ti dirà qualche tuo collega, adesso. “Chi va con lo zoppo…”. Dai, non te la prendere. Tuttavia chiudi un occhio per come mi comporterò. Sì, perché continuerò. Desidero continuare a peccare se il premio è Lei. In fondo faccio anche un favore ad un amico che deve, per forza di cose rinunciare a lei. Dai, consolati, adesso mi affideranno ad un tuo collega e ti spediranno in un luogo dove, dopo inevitabile penitenza, dimenticherai tutto. Io, invece, dovrò ancora soffrire per averla, ma la avrò, alla faccia dell’equilibrio e della saggezza.
 
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Profilo Autore: Bronson  

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Ti ho rivista ieri sera in una fiction tv . Sei ancora bellissima, più di quanto ricordassi. Armoniosa,  aggressiva, sorniona, unica. Sei stata il sogno della mia gioventù più importante, quella dei vent'anni circa . Ricordo ancora oggi la prima volta che diventasti mia, inaspettatamente. Da allora ti portai sempre con me e nessuno osava toccarti. Abbiamo vissuto delle stagioni "eroiche" come le definisco io . Tu eri pronta a soddisfare sempre  ogni mio desiderio e mi davi lo sprint necessario per superare qualsiasi avversario che si frapponesse a noi. Io pensavo ai tuoi bisogni senza badare a spese e sì che i soldi erano pochini.
Diventammo talmente complici che tu eri l’artefice dei miei successi con diverse ragazze  che avrebbero voluto prendere il tuo posto nel mio cuore,  lo facevi ben sapendo che nessuna di loro avrebbe mai potuto sostituirti, eri troppo bella! Una gazzella ai miei occhi. I miei amici erano gelosissimi del mio amore per te, non era facile, allora, avere una "di classe" come solo tu sapevi essere. So che qualcuno di loro volle metterti alla prova ma tu li facesti correre di qua e di là per poi lasciarli senza fiato. Ti portai con me anche quando andai all'università dove facemmo scintille, non di studio, ahimè, ma di divertimento, di vita. Poi successe qualcosa che cambiò totalmente la mia vita e la prima ad essermi sottratta sei stata tu. Non l'ho mai digerito ! Ho avuto altre come te, in seguito, della tua classe,quasi, e, ammetto, anche qualche tua sorella(perdonami !) ma non fu più così bello come con te. Avevo avuto ragione a considerarti unica ! Ormai gli anni sono passati per te ma anche per me e non posso darti che tanta ma tanta ammirazione e non posso che rinnovarti la mia simpatia di allora, peccato non se ne facciano più come te, mia cara Giulia.....Alfa Romeo.
 
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Profilo Autore: Bronson  

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“Chiare, fresche, dolci acque ove le belle membra pose colei che sola a me par donna…”. Avrete riconosciuto l’input. Ho citato la più famosa delle canzoni del Petrarca, tratta dal suo Canzoniere. Avevo pensato, irriverentemente, ad essa, quel mattino di una torrida estate, quando posi le mie, non altrettanto poetiche, membra sotto l’ombrellone, in cerca di una frescura che latitava all’interno della mia abitazione. Più che altro, ero stato invogliato a raggiungere quelle latitudini da mia moglie, per strapparmi alla mia beneamata sedentarietà. E si, che il mio desiderio più grande è di consegnarmi alla morte nel peggior modo possibile ! Tuttavia la mia ineffabile coniuge vede il mio bene a partire dalla sua comodità. Dev’essere bello, per lei, non avermi attorno, non vedermi quasi dialogare col mio computer, non essere costretta ad ascoltare quei noiosissimi racconti che, la mia mente, mai doma, partorisce nella ricerca di un’ironia che riesca a strappare qualche sorriso. Diciamocela tutta : più sto lontano, più la sua sopportazione aumenta ! Fu principalmente per questo che, stamani, indossato il costume, migrai verso l’ombrellone che il gestore dello stabilimento balneare, aprì tra i primi della giornata. A dire il vero, oltre che calda, la giornata era anche tranquilla. Ero riuscito a sedermi essendo colpito solo da un paio di spruzzi di un fucile ad acqua e due palle di sabbia bagnata e compressa, dai primi Lanzichenecchi. Non sapete chi sono i Lanzichenecchi ? Bhe, non intendo, quelli storici, calati dal nord Europa. Intendo quelle orde assatanate di bambini che devastano il territorio balneare in questa stagione dell’anno. Io li capisco ! Sono stato un giovane Lanzichenecco anch’io, tra i più agguerriti. Per noi, osservatori distratti delle loro gesta, la loro presenza è motivo di piacere specie quando vengono accompagnati  da mamme giovani e belle. Questo per dire che, oltre ad essere un vecchio bavoso, non ho ancora smaltito l’ardore giovanile. Essendo conscio delle mie capacità e per non entrare in conflitto con me stesso, decisi di fumare il calumet della rassegnazione debitamente sdraiato. Il sole picchia sul Glauco Jonio e si riflette nei miei occhi, inducendomi a socchiuderli. Siccome il buon Dio, quando mi ha creato, si è distratto un po’, mi ha procurato qualche problemino. Se, infatti, chiudo gli occhi, automaticamente comincio a pensare. Avete capito bene, ho detto pensare. Non mi è riuscito bene per tutta la vita, ma da qualche tempo anch’io penso. In contrasto col detto cartesiano : Cogito ergo sum. Con la differenza che io, prima “fuit” e poi cogitai ! Poi mi successe che le palpebre si appesantirono e si chiusero definitivamente, forse per non affaticare i miei pensieri e lasciando solo posto ai sogni che si rivelarono migliori, decisamente migliori, di essi.
 
  • Signore…signore…dico a lei signore, mi scatta una foto ?
Una voce che veniva da un abisso mi svegliò da quel torpore estivo. Per via del sole non riuscii a spalancare gli occhi. Li socchiusi solamente per vedere da chi provenisse quella voce celestiale. Per come ero disteso sulla sdraio, riuscivo a vederla dalle gambe in giù. Era una donna, una giovane donna. Lo pensai con certezza, perché sarò anche rinco…però non ho mai dimenticato le fattezze femminili…anche se fanno parte, ormai, di un passato remoto ! Mi sollevai sui gomiti per vederla meglio, onde evitare che mi guastassi il sogno, perché credevo di sognare. Vi prego, aiutatemi, come diceva Petrarca, sempre in quella canzone ?  Ah, ecco, si : "Costei per fermo nacque in paradiso!". Troppo bella, Un angelo. Ma troppo giovane, ahimè. Perché, mi dissi, se fosse più grande ti cambierebbe qualcosa ? Serietà, ragazzino. Mi alzai in fretta e presi la macchina fotografica che mi porgeva, aspettandomi di veder comparire, da un minuto all’altro, qualche baldo e muscoloso giovanotto, accompagnatore di tanta beltà. Niente di tutto questo. Scattata la foto, mi mandò un bacio con la mano e andò a bagnarsi. La seguii con lo sguardo, per un po’. Una perfetta ondina ! Pensai che altri apprezzassero le sue evoluzioni nel mare. Mi risedetti e ripresi a sonnecchiare, fino a quando non avvertii accanto a me la presenza di qualcosa, di qualcuno. Mi girai e lei era li, seduta accanto a me, intenta ad asciugarsi.
 
  • E’ forestiera ? Di dove esattamente ?
  • SI, Sono torinese
  • Anch’io sono nato in Piemonte !
  • Ma guarda che caso.
  • No, non per caso.La cosa è stata premeditata dai miei. E’ venuta…da sola ?
  • Si certo. In effetti sono venuta a lavorare…per i beni culturali, oggi ne approfitto per fare il bagno.
  • Mi scusi, come mai ha scelto di farlo qui, vicino a me ?
  • Perché lei…lei…è così serio, distaccato…
  • Non vada oltre…sono così vecchio, lo so, ma che ci posso fare ?
  • Ma no ! Che vecchio e vecchio, maturo si, non vecchio. Un po’ imbronciato, ma sento che ha dell’altro.
  • Bontà sua, ma non sono imbronciato, sono brutto di mio.
Rise divertita e continuò :
 
  • Vede ? E’ allegro e divertente. Mi piace !
  • Divento sempre divertente quando ho a che fare con un gioiellino come lei, mannaggia al DNA ! Attenzione, non la sto corteggiando.
  • Peccato, ci corteggiano i più insulsi e non gli uomini interessanti.
  • Attenta a classificarmi interessante, potrei montarmi la testa fino a diventare insulso per poterla corteggiare !
  • Mi fa morir dal ridere, non ci avrei creduto.
  • Qualche difetto ce l’ho, come vede, faccio ridere.
  • Non mi invita a cena ?
  • Dovrei ?
  • Lo fanno tutti gli uomini, in genere…
  • Uomini ? Aspetti che controllo, sa, ho dimenticato…
  • Vuol farmi morire dal ridere ?
  • Assolutamente no, ma se insiste…non riesco a dir di no ad una donna !
  • Ora che fa, torna a casa ? Dirà a sua moglie che è stato con una donna…semisvestita ?
  • Certo che si. A mia moglie dico sempre tutto. Tanto, non mi crede ! Non mi ci vede a trattare con donne o affini. Come se lei non ci fosse già cascata nella mia trappola e…per prima !
  • Quindi lei è una sorta di playboy…
  • Ariecco la solita storiella. Io sono io e se qualcun altro mi crede diverso…lo lascio fare. Ma ora vado, mia bellissima piemontesina.
  • Le posso dare un bacio ?
  • Perché no ! Un bacio non si nega a nessuno.
Un bacio no, ma l’abbraccio che lo precedette, poteva evitarmelo. Giusto per le mie malandate coronarie. Era vestita solo del bikini, infatti.
Tornato a casa con l’animo lieto per quella mattinata trascorsa al mare, trovai mia moglie ad attendermi sull’uscio. Non perché temesse per me, ma solo per il pasto che si stava freddando.  Mi sedetti al desco familiare ed avrei voluto iniziare a parlare di ciò che mi era capitato, ma lei m’interruppe bruscamente.
 
  • Per favore mangia e non ci annoiare con le tue storie. Sappiamo già che avrai avuto un’avventura galante, che però hai resistito, bla bla bla. Sai cosa vuoi fare ? Scrivi uno di quei tuoi fantastici e stucchevoli racconti per il sito che ti ospita. Vedrai, almeno loro ti capiranno…o no ?
Vi giro la domanda !
 
 
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Profilo Autore: Bronson  

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