Nulla è come sembra: ogni verità ha sempre una sua piccola finzione. In fondo siamo tutti attori: ognuno ha la sua parte da recitare, ognuno ha la sua storia da raccontare. Sulle tavole di questo enorme palcoscenico, cerchiamo applausi e consensi. Spesso inventiamo storie mirabolanti, per impressionare la platea, a volte dimentichiamo le battute e proviamo imbarazzo. Troppo spesso facciamo salti troppo grossi per le nostre piccole gambe e così ci ritroviamo piagnucolanti e con il sedere a terra. Talvolta camminiamo carponi e facciamo fatica a rialzarci; ma poi seppure doloranti è acciaccati, ci rimettiamo in piedi. Anche se spesso prendiamo più calci che carezze, non ci fermiamo mai. Quando siamo felici e ci pare di volare, ci viene chiesto di stare con i piedi per terra. Quando corriamo ci dicono di frenare, perché potremmo farci male. Se stiamo fermi, ci chiedono di correre, perché a stare fermi non si va da nessuna parte. E noi andiamo...e spesso senza sapere dove. Ci invitano a fare cose mai viste e noi andiamo, anche se spesso brancoliamo nel buio. Ci chiedono di fare cose che non capiamo e noi lo facciamo senza neanche chiederci il "perché." Quando poi cala il sipario, ognuno si toglie gli abiti di scena e si ritrova con sé stesso...e intanto che aspetta, prepara il copione per affrontare l'indomani un nuova commedia: così è ogni giorno...finché non si esce di scena. Che grande farsa è la vita: anche se non sei un grande attore...la tua parte la devi per forza fare. Non serve a nulla essere abili a recitare: il copione va continuamente riscritto...bisogna solo sapere improvvisare.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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NOVE PIANI

“Ascensore guasto”
Oh, che disgrazia! Ma come era possibile? Perché quel malefico ascensore aveva scelto proprio quel pomeriggio per rompersi? Olga non avrebbe mai immaginato, varcando la soglia del suo condominio, che si sarebbe trovata a dover affrontare nove piani a piedi per arrivare a casa. Restò immobile per qualche secondo fissando quel foglio incollato con lo scotch, rileggendo quelle due spietate parole per almeno tre o quattro volte, come se magicamente potessero sparire o mutare. Infine si convinse che era tutto vero: l'ascensore era guasto, e l'unico modo per arrivare a casa, all'ultimo piano, era usare le proprie energie affrontando l'impegnativa salita. Con rassegnazione Olga percorse quei pochi passi fino all'inizio della prima rampa di scale. Era abituata al comodo ascensore, al suo consueto odore e rumore, allo specchio in cui si rifletteva durante la salita, alla lampadina sul soffitto e alle porte che si aprivano puntuali 3 secondi dopo l'arrivo al piano. Quel pomeriggio invece, 180 scalini l'attendevano minacciosi piano dopo piano fino all'agognato traguardo costituito dal suo amato appartamento. Come se non bastasse Olga quel pomeriggio non era rientrata a mani vuote: aveva due grandi borse piene di roba, per svariati chilogrammi di peso. "Accidenti alla mia voglia di fare shopping proprio oggi!" si rimproverò. Aveva passato la mattina al centro commerciale, dove aveva anche pranzato, e durante quelle ore aveva visitato un bel po’ di negozi. Quando era uscita di casa al mattino l'ascensore funzionava, invece al suo ritorno, carica di acquisti, aveva trovato questa bella sorpresa del guasto!

"Olga", disse a se stessa, "ormai ci sei e ti tocca salire, non puoi sottrarti, coraggio, tira fuori l'energia e ce la farai!".
Il suo piede destro toccò il primo dei quei 180 impietosi gradini. Da dietro la porta dell'interno 1 proveniva il pianto di un neonato: era il figlio di un mese dei signori Bianchi. Olga nell'udire il pianto vigoroso di quella nuova vita, così piccola ma già così potente da farsi sentire a grande distanza, si caricò di ottimismo, e sentì un'ondata di energia che le mise un motore alle gambe! Pensò a quando era piccola, ai suoi primi ricordi: il suo orsetto di pelouche, il suo lettino, il bacio della buonanotte della mamma, i giochi con sua sorella di 3 anni più grande di lei (che quando era piccola le sembrava un gigante!), l'asilo, il suo grembiulino a quadretti rosa, la dolce maestra dai capelli rossi di cui però non ricordava il nome. E così via, passando attraverso le scuole elementari, le prime amicizie, le gite, il Natale in famiglia, i pranzi a casa dei nonni, gli incontri con i parenti, i cartoni in tv, le merendine da scartare, la maxi torta dei suoi 10 anni! Quando era una bambina tutto le sembrava più grande, tutto la incuriosiva e la sua voglia di capire e di esplorare non si esauriva mai. Certo, c'erano anche le cose meno belle: le lezioni di matematica, il buio della notte, i ragni sul soffitto e l'odiato merluzzo che ogni venerdì sua madre pretendeva mangiasse! Per non parlare della vecchietta acida dell'appartamento accanto che si lamentava sempre del rumore che lei e sua sorella facevano quando giocavano e del volume della tv troppo alto. 
Con questi pensieri il primo piano di scale letteralmente volò via. Olga neanche si accorse di stare già salendo la rampa che conduceva al secondo piano. Continuando ad esaminare i ricordi della sua vita, passò alla sua adolescenza, un periodo un po’ strano: il suo corpo che cambiava assumendo fattezze di donna, la scuola che si faceva più impegnativa, le compagne di classe antipatiche, il bel ragazzino dagli occhi verdi che però aveva simpatia per la sua compagna di banco, i programmi televisivi fatti di persone e non più di cartoni animati, le prime uscite di casa da sola, la difficile scelta della scuola superiore, i primi batticuori, il primo fidanzatino, i litigi  con i genitori e la sorella, e la sua amica del cuore dell’epoca (chissà che fine aveva fatto?) con cui condivideva sogni e paure. In compagnia di questi ricordi che le procuravano una dolce nostalgia e tanta tenerezza, giunse brillantemente al secondo piano!
La terza rampa di scale l'accolse che era ancora piena di energie, ma non poté fare a meno di notare un cambiamento dentro di sé, come una presa di coscienza del punto a cui era arrivata: l'attendeva ancora la maggior parte del viaggio, e le cose iniziavano a farsi serie, proprio come quando nel suo terzo decennio di vita, dopo aver entusiasticamente spento le candeline dei venti anni, passò anni cruciali a costruire la sua futura vita lavorativa e familiare, studiando, lavorando, facendo progetti per il futuro, risparmiando insieme al suo fidanzato per comprare casa, mettendo le basi per costruire una nuova famiglia. Quelli erano i fatidici anni in cui tutto era niente e niente era tutto. Da ventenne Olga non era stata mai ferma, in una continua altalena tra divertimenti e impegni di ogni genere! Nel ripensare a quel periodo Olga sentì dei brividi: l'importanza delle scelte fatte e dei rischi corsi era stata immensa tra i venti e i trenta anni d’età, avrebbe segnato tutto il resto della sua vita, ma ce l’aveva fatta: aveva raggiunto quel fatidico terzo piano tornando con il pensiero al suo trentesimo compleanno, il momento in cui, con orgoglio ma anche con un pizzico di amarezza, si era sentita davvero adulta!
Ora si apprestava a salire i gradini che conducevano dal terzo al quarto piano, che con la memoria l’avrebbe ricondotta fino ai 40 anni: ormai era giunta abbastanza in alto e a quel punto Olga (la quale si ripeteva spesso che avrebbe dovuto fare un po’ più di moto!) iniziò ad avvertire non proprio fatica, ma le gambe che cominciavano a farsi più pesanti, sicuramente per il carico non indifferente che portava con sé, proprio come le giornate del suo quarto decennio di vita, così intense tra il lavoro, i figli piccoli, la miriade di impegni quotidiani da portare a termine, il tempo e i soldi che sembravano non bastare mai, ma che per fortuna alla fine bastavano sempre! Con fatica, pazienza e tanto amore si andava avanti giorno per giorno, gradino per gradino, e così ecco arrivare nei ricordi la deliziosa ma terribile torta dei 40 anni, così odiati dalle donne perché per secoli considerati la fine del fascino femminile e l’inizio dell’età “matura”! Olga era ormai a metà della scalata. "Nel mezzo del cammin di nostra vita" avrebbe detto Dante. Il quinto decennio della sua vita, ovvero l'età in cui si trovava in quel momento, esattamente tra i 40 e i 50 anni. Olga sentiva l'inizio di un cambiamento nel suo respiro, che si faceva più difficoltoso nel salire la rampa dal quarto al quinto piano. Una nuova consapevolezza, una diversa visione della vita, si affacciarono nella sua mente ripensando al suo presente: non si sentiva più una ragazza, ma ovviamente neppure anziana, era una donna come tante, con il lavoro quotidiano fuori e dentro casa, le soddisfazioni ma anche i problemi dati dai figli che crescevano, il rapporto con il marito che spesso risentiva della monotonia del tran tran quotidiano (dopo tanti anni insieme ormai!) , ma che a volte, come per magia, conosceva nuovi picchi di intensità e bellezza, e in quei momenti Olga sentiva chiaramente che nessun altro uomo avrebbe potuto sostituire "il suo"!
Faticoso ma emozionante quel quinto decennio, una vera sfida a restare in piedi, ad andare avanti nella scalata! Ormai ciò che era passato e ciò che restava si equivalevano, e da quell'altezza poteva osservare, dalla finestra del pianerottolo, la città farsi un po’ più piccola ai suoi occhi. Molta strada era stata percorsa e molta era ancora da percorrere, molti obiettivi raggiunti ed altri ancora da raggiungere. Intanto anche il suo corpo stava cambiando: qualche piccola ruga intorno agli occhi faceva malignamente capolino, e benediva l'inventore della tintura per capelli, con cui poteva coprire i primi fili d'argento. Certamente anche la linea non era più quella di un tempo, ma qualche centimetro di giro fianchi in più non era un gran prezzo da pagare se confrontato con tutto ciò che aveva vissuto, realizzato e imparato in quella prima emozionante metà della vita. Ormai esistevano tante persone più giovani di lei a cui poter dare consigli, e tante persone più anziane di cui ascoltare i consigli. Un equilibrio perfetto! Ma Olga non poteva fermarsi! Con quel suo carico che si faceva via via più pesante, le braccia e le gambe indolenzite e il fiato un po’ più corto, ecco che si accingeva ad affrontare la scala tra il quinto e il sesto piano. Olga aveva ancora una discreta riserva di energie, ma certamente sarebbe tornata volentieri alle sensazioni dei primi piani, quando si sentiva un fiore appena sbocciato, nel pieno della sua bellezza, e l'entusiasmo dentro di lei non era stato ancora attenuato dalla fatica, che ora cominciava a farsi sentire. Tuttavia Olga proseguì abbastanza speditamente lungo quei gradini della sesta decade, che rappresentava i suoi 50 anni, a cui non mancava più molto. "Dicono che oggi le donne di 50 anni siano come le trentenni di qualche decennio fa...". Si consolava così, immaginando il giorno  in cui avrebbe spento quelle simpatiche candeline raffiguranti i numeri 5 e 0 (ma forse i suoi parenti e amici le avrebbero fatto trovare una torta gigante con cinquanta candeline da spegnere una ad una!) e intanto proseguiva la salita, progettando di costruirsi, nei suoi cinquant'anni, una seconda giovinezza con l’aiuto di estetiste, diete, sport e attività di vario genere, per tenere allenati mente e corpo e trovare nuovi stimoli!
In compagnia di questi pensieri costruttivi superò la sesta scalinata! Olga era ormai giunta alla settima rampa di scale, che nei suoi pensieri rappresentava il suo settimo decennio di vita, tra i 60 e i 70 anni: a questo punto il peso del suo shopping stava davvero divenendo un fardello. Le belle cose che aveva gioiosamente acquistato le apparivano meno esaltanti ora che arrancava su quei perfidi gradini. Tutto stava un po’ perdendo il suo fascino: la città, le auto, le persone che vedeva guardando in basso dalla finestra di mezza scala, ormai si erano fatte piccolissime e la lasciavano quasi indifferente. Olga era ormai concentrata su sé stessa, sul suo respiro, su come andare avanti senza cedere, e si rese conto che era giunto il momento di rallentare, di riposare un po’ per riprendere fiato. La salita era ancora abbastanza lunga, i gradini che l'attendevano erano meno numerosi di quelli già saliti, ma pur sempre tanti! Con timore ma anche speranza guardava in alto nella spirale dei piani che restavano da salire. A quel punto Olga ripensò al pianto del neonato del primo piano, e immaginando nella sua settima decade di vita i suoi figli ormai adulti, si augurò di poter di nuovo tenere un bimbo tra le braccia, ripromettendosi di diventare la più affettuosa delle nonne se i suoi figli le avessero fatto questo immenso regalo un giorno. Poi, sempre immersa nei suoi immaginari 60 anni, pensò alla fine del suo percorso lavorativo, un traguardo anelato e temuto al tempo stesso: si vedeva lasciare il lavoro dopo la sua festa di pensionamento, salutando i colleghi con gli occhi lucidi. Si riprometteva di tenersi attiva e non deprimersi, di affrontare la pensione come avevano fatto i suoi zii e i suoi vicini di casa, con mille nuovi interessi! 
Così, lentamente e dolcemente, la settima scalinata e la settima decade di vita passarono. Dovette riposare un po’, appoggiando a terra le borse. Mentre riprendeva fiato per affrontare l'ottava rampa di scale, all'improvviso sentì una nuova ondata di sentimenti scaturirle dentro, una cosa che lei non si aspettava! Percepì euforia, gioia, terrore e inquietudine che poi fondendosi insieme si tramutarono finalmente in una dolce serenità. Ora niente le faceva più paura: era quasi arrivata al traguardo, si sentiva come un'anziana regina comodante seduta sul suo trono, ed acquisì la certezza che il suo ottavo decennio di vita, i suoi settanta anni, sarebbero stati meravigliosi nonostante le rughe, l'artrosi e le probabili medicine da prendere ogni giorno! Avrebbe dispensato amore e consigli ai suoi figli e nipoti, avrebbe trascorso tanto tempo con il marito a rilassarsi ascoltando musica, guardando un film o facendo tranquille passeggiate. Avrebbe letto libri e cucinato manicaretti. Ormai dalla finestra del pianerottolo la visuale era davvero ampia: l’altezza superava gran parte dei palazzi intorno e spaziava oltre la periferia, fino alle verdi colline, dietro le quali vi era la pianura che portava al mare. Il mare della serenità in cui nuotavano tutti i ricordi di una ormai lunga vita! Fu così che anche l'ottavo piano passò! Olga si sentiva in pace come non mai mentre rimirava quel fatidico nono e ultimo piano, che non le faceva più paura, perché ormai fatica e fiatone erano sublimati in una specie di estasi, e lei si sentiva letteralmente alle porte di una nuova vita immaginando il suo ultimo decennio, quello che l’avrebbe condotta dagli ottanta ai novanta anni! Ormai mancava così poco, così pochi gradini! Certamente un po’ si dispiaceva per l'approssimarsi della fine di questo emozionante viaggio, di questa scalata che aveva rappresentato tutta la sua vita, con tutto ciò che aveva già vissuto e la restante metà che le restava da vivere, immaginata così vividamente da sembrare reale, ma la felicità era talmente tanta! Ora il solo problema era rappresentato dai fardelli che si portava dietro. No, le sue braccia non potevano e non volevano più portare quel carico che ormai era diventato inutile e ridicolo! A cosa mai servivano tutti quegli aggeggi che aveva comprato? Il vero senso della vita non sono gli oggetti materiali, ormai Olga aveva tutto chiaro dentro di sé. Nessun rimpianto, nessun rimorso, nessun peso terreno poteva ormai riportarla verso il basso, ora che era giunta così in alto! Sul suo volto apparve il sorriso più bello che mai avesse fatto in vita sua, gettò a terra gli inutili pesi delle borse piene di cianfrusaglie, le sue braccia si tramutarono in ali e percorse l'ultimo piano...volando! All'arrivo l'accolse finalmente il dolce tepore della sua CASA.

Non tutti gli ascensori guasti vengono per nuocere!
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Profilo Autore: poetessalibera  

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Toh..Toh.. Ah sei tu, anno 2021

con piacere ed allegria,

entri pure in casa mia?

Benvenuto Anno nuovo

di speranza ben vestito.

Ti preghiamo con diletto

infierisci con accidia e

e toglici di mezzo,

questo vecchio anno maledetto ...

Oh carissimo Anno Nuovo

sii sincero, puro e fiero,

e con amor e rispetto,

salva il mondo e la sua terra,

e di ogni male micidiale,

virus e batteri fanne grande pulizia.

Entri pure a casa mia Anno nuovo,

con fervore e convinzione ti vorrei adottare

sarai il maschio di famiglia,

e con amor e perseveranza,

andremo guerrieri in battaglia,

fra tristezza, gioia e allegria

l'importante e restar accanto!

Anno 2021” sei di tutti e di nessuno,

sei vita e morte,

salvezza e disperazione,

sei autentico futuro,

non deluderci perché del mondo

sei l'unica speranza!

Benvenuto Anno 2021



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Profilo Autore: Adele Vincenti*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 13-01-2021

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Il sole splende e

luce illumina l'orizzonte

odo un cinguettar fugace tutto ha vita,

anche la morte appar lontana,

ed i fiori dolcemente si

lasciano accarezzar dal sole,

volteggian libere nel cielo le farfalle,

e l'erba si fa cullar dal vento.

L'anima rapita si

trascina con tenero fervor

nelle dimensioni del tempo.

Il giorno conta le sue ore e

un altro giorno verrà,

ma, non sarà lo stesso,

domani l'anima mia,

non sarà la stessa.

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Profilo Autore: Adele Vincenti*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 13-01-2021

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Avevamo la stessa età, cinque o sei anni, quando aprii gli occhi nello sconcerto più assoluto.
Cosa ci facevo qui? E chi è questo cosetto che mi da un nome e comincia a far domande senza tregua con tutti i suoi perchè, "come faccio?", "giochiamo a...?"
Mi sentivo un po' impacciato: le mani trasparenti, gli altri sordi alla mia voce e anche se gridavo "ehi, sono qui!" mi sentiva solo lui, telepate inconsapevole.
Così con grande pazienza cominciai a parlarci e a seguire i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue fantasie. Mi chiamava quasi sempre nel momento del bisogno. Giocavamo con spade improvvisate, con i Lego, a fare scarabocchi e a creare storie sul momento...
A volte, con lo sguardo basso e un fare indifferente, ma si capiva bene che era serio, mi faceva qualche domanda all'improvviso, a cui non sapevo rispondere prontamente:
"Perchè nonna se n'è andata?"
"e dov'è ora?"
"perchè mamma oggi è silenziosa?"
"come faccio a dire questa cosa?"
"perchè vado a scuola?"
"e perchè papà deve lavorare tutto il giorno e quando torna si addormenta sul tavolo?"
Lì per lì mi inventavo qualcosa, una qualsiasi, giusto per rivedere il suo sorriso e riprendere a giocare.
Mi manca tanto il mio bambino reale. Lui cresceva, mentre io rimanevo uguale come il primo giorno che ho aperto gli occhi. Alla fine ho dovuto lasciarlo andare, ho dovuto farmi da parte. Ho provato tante volte a chiamarlo per un saluto, ma è lui troppo preso da così tante cose... cose importanti, davvero importanti, più di me.
E questa è la fine di tutti noi amici immaginari. Diventiamo invisibili anche al nostro creatore. Ci sentiamo soli nel nostro limbo e vaghiamo come fantasmi a cercare altri come noi, orfani dei nostri piccoli bambini sognatori

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Profilo Autore: Manuele*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 31-12-2020

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Tema della 5a elementare di mio figlio.
Avrei potuto scegliere la strada più facile, e parlare di nonna o nonno materni. Ma mentre facevo la punta alla matita è passato papà che mi ha poggiato la mano sulla testa. Solo un istante, senza dire niente. Ho chiuso gli occhi e ho ricordato ogni volta che sono triste, e lui e mamma mi dicono di pensare a quando mi tenevano per mano… e che anche senza la mano mi accompagneranno per tutta la vita.
Così ho scelto nonna Patrizia, la mamma di papà. Credo si chiami così. Ricordo che sedeva con me sul dondolo, e le appoggiavo la testa sulla mano. La scostava, e continuava a fare le parole crociate. Non ricordo la sua voce, o che colore avesse gli occhi. Ma so che sono passati dieci anni perché mio fratello che fa quarta ne aveva quasi uno. E so che mamma è quiete, e mi dà tutta la sua comprensione. E papà è un uomo che si è dato il permesso di soffrire. Un essere umano forte che trema. E io… io sono un bambino che sa che mamma è tutto l’amore che c’è ancora nel mondo.
Papà non ne parla mai. Solo una volta l’ho sentito dire alla mamma che aveva invitato nonna per la mia Comunione. Lei ha risposto che certe cose devono rimanere come stanno, e che è normale che i nipoti non la ricordino. Io non ho capito, ma la mamma lo ha stretto forte.
Papà a volte scrive del vuoto di chi vorresti al tuo fianco, di lacrime, di ricordi e di strade.
Vorrei camminare forte fino al paese di nonna e riportargliela a casa. Poi guardo la mia mamma che sorride mentre prepara la cena, e penso a quanto deve essere difficile per papà non chiamare più mamma.


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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Poi un giorno, tutti, ci rendemmo conto che nel giro di 48 ci fu una grande evoluzione per una pandemia inaspettata. Praticamente, il giorno prima svolgevamo le nostre vite facendo di tutto ma... coi cellulari tra le mani, fino a farci incurvare le spalle e perdere tutto quello che ci circondava, fino a diventare superficiali per i social. Si mangiava pane e web. Il giorno dopo, a causa di una quarantena, scoprimmo il valore di un abbraccio, la pesantezza della solitudine, la mancanza di respirare all'aperto, l'emozione di guardare negli occhi e la voglia di vivere e amare ancora.  
Il social, durante la quarantena;
*aiutò a far passare il tempo a tanti,
*aiutò a capire cosa stesse succedendo nel mondo,
*aiutò molte persone a capire che quelli che erano dall'altra parte del vetro, nonostante la loro compagnia, non avrebbero mai potuto riempire i vuoti personali.
Fu questa clausura ad aprire gli occhi e la mente a molti... a far capire chi e cosa ci mancava realmente. Salvammo l'Italia servendoci proprio del web, lo usammo da tramite per invogliare le persone a non uscire di casa. Ma quando tutto finì, scendemmo per strada, ringraziandoci l'un l'altro, per non aver ucciso nonni e genitori. Festeggiammo con abbracci e sorrisi riscoprendo i valori veri, un mondo ripulito in parte dallo smog che ci aveva accompagnato negli ultimi anni. Posammo la tecnologia ed iniziammo una nuova vita fatta di realtà. Soddisfatti noi, di aver salvato tutto ciò che era salvabile. Fieri noi, del mondo in cui ancor oggi viviamo.
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Profilo Autore: Clorinda Borriello  

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Ascoltavo i suoni che in una notte come questa cambiano melodia nel candore che attutisce i passi sul poggiolo, mentre vedevo il tuo dolore allungarsi come una foglia bagnata. Calpestata. E farsi sottile. Quasi piccino. Come il fiocco di neve che stavo per accompagnare con la mano nel fiato caldo di un respiro.
Appena avrò terminato di masticare tabacco e di soffiare nello studiolo il freddo dal poggiolo, non appena smetterai di sentirti un libro dal quale si cancellano le parole e resta solo l’odore di vecchia carta ingiallita che ti riempie i polmoni, partiremo. Prendimi il braccio, e cerca di sopportare il peso delle tue nuvole. E scrivi, assecondando quel debole per le parole. Consegna alle pagine di quel libro i tuoi segreti, nella sua filigrana scorre il tuo stesso sangue. 
In un turbine di minuti cristalli danzeremo con gli abiti irrorati di gocce, e da una soffice nebula ci ritroveremo nell’angolo rischiarato di quella parte del giorno che non ti appare più famigliare. Io resterò come un vocabolo immobile sulla carta, tra l’inchiostro.
E al mio risveglio, sulla sedia davanti alla finestra aperta starnutirò per un fiocco di neve che mi solletica il naso e indiscreto si infila nel tiretto che odora di soffitta. Come quel sogno che da tutta la vita porto con me a sinistra sotto la giacca. Mi guardi dal bianco e nero di una fotografia che dovrebbe stare nel cassetto di qualcun altro, tu…
Tu che sei il brillio fermo di una lampara nell’inconsapevolezza della nebbia.

-una di quelle vecchie foto... che la trovi e ricordi, e pensi sia “la luce che è venuta fuori

 da una  tenebra caduta” (Alda Merini)

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Alcune vite fa scrissi due poesie sul Natale. “La leggenda del giocoliere” dove un poveromo, capace ancora di accorgersi di un fiore cresciuto in un tombino di scolo, portò in dono al bambinello l’unica cosa che sapeva fare. Volteggi e palle colorate. Come quelle di vetro, plexiglass o plasticaccia, conta poco, che addobbano l’albero d’ognuno accanto alla porta.
Anche se so bene che il vinaio del presepe vi vede che nella parte dietro mettete meno palline.
Potrei dirvi che nello scatolone le statuine è come se prendessero vita per passare l’anno a intrecciarvi le lucine. O che ogni volta mi addormento quando tirate fuori le pecorelle una ad una.
Chi sono io? Sono stato in presepi dove c’erano troppe pecore, ma nessuna voglia di toglierle. Così qualcuno ci metteva un lupo.
Potrei raccontarvi di come Giuseppe, oppresso dallo scenario nel quale viviamo, ieri se ne sia andato a comprare le sigarette e non sia ancora tornato…
O dei pecorai in fila con gli smartphone in mano per farsi a turno un selfie con i Magi.
E chi è lei che ancora apprezza incenso e mirra, e non si aspetta uno chalet di montagna a Natale e un brillocco sotto al vischio, a cui rivolgo questi auguri?
Io sono il pastorello che dorme beato e che si immagina il presepe sognando. E se Babbo Natale mi ha insegnato qualcosa, è che se ti presenti solo una volta l’anno tutti sono felici di vederti.
Già, quasi dimenticavo… la seconda poesia. “Il bambino cieco di Betlemme” quella notte in cui tutto correva verso un’unica mangiatoia seguì il suono forte delle campane delle greggi fin sotto la cometa, che splendeva come oggi a metà mese la spia della benzina.
Qualcuno a mezzanotte anche stanotte che è Natale farà gli auguri ai cigli delle porte e brinderà con l’ultimo cappone, senza piume ma che almeno attraversa sulle strisce, davanti all’albero di qualcuno con le campanelle.
Lei è la mia amica di penna. Nel suo presepe, Maria fa le pernacchie sul pancino a Gesù e le sue risate si sentono in tutto il mondo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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“Robi… Dai Robi, scendi. Mamma mi ha dato la Girella. Una anche per te. Dopo, quando inizia Bim Bum Bam sai che mi tocca salire… poi inizia a far freddo e buio, e la mamma mi tiene in casa”.
Sonnecchiavo nel balcone, sulle mie foto delle elementari con gli occhi di oggi… sembravamo dei bambini poveri. E Roberto arrivava, con le solite ginocchia bucate.
“Robi, hai rotto i pantaloni della tuta!”.  E quello <No, tranquillo. Mia madre dice che tanto li romperò anche domani. E poi, sono quelli che mi ha passato mio fratello…>.
Andavamo sui pattini a quattro ruote col freno a tampone. Questo sarebbe dovuto servire a fermarci rapidamente, premendo solo la punta del pattino contro l’asfalto. Ma contro l’asfalto ci finivano le ginocchia, e se avevi fortuna le mani al posto della faccia.
Il salario di papà ci permetteva di stare bene, ma non capivo perché non mi comprasse la bicicletta.
Roberto aveva una Saltafoss con le fiamme.
Robi, me la fai provare… solo una volta, per favore”.  <Fossi matto, chi la sente poi mamma… Guarda che fiamme! Oggi sono più grandi, vero?>. Roberto girava per il cortile sul suo bolide rosso, e io lo seguivo con la mia macchinina a pedali con l’adesivo di Batman che mi aveva appiccicato papà una domenica. Ma non ero triste.
Divenni triste invece un pomeriggio che faceva freddo, ed era quasi buio. Il cancello del cortile si stava aprendo, e Roberto pensò di sgommare sul binario. Quello del quinto piano che aveva da poco preso la patente entrò anche lui sgommando, e l’indomani Robi non scese.
Mi spiegarono mamma e papà, non so cosa capii. Forse pensai che la sua famiglia si fosse trasferita.
Ma mi domandavo dove fosse finita la bici con le fiamme.
Una sera papà guardava il telegiornale su Telemontecarlo sullo schermo a tubo catodico della nostra Brionvega che funzionava quasi sempre, basta che non la si toccasse. Proprio mentre va la pubblicità di una Saltafoss con le fiamme come quella di Roberto, la TV si mette a trasmettere soltanto bianco. Papà si alza, preme con le dita un punto in alto, alla sinistra dello schermo, e tutto torna normale. Tranne che la bicicletta non c’è più…

<<A cosa pensi? Che fai con quelle vecchie foto… e perché hai messo l’antologia tra le mie piantine aromatiche?>>. Mia moglie, è uscita a buttare l’incarto di una specie di Girella che ha cambiato nome. “Riflettevo sulla nuova scrittura creativa, Se tu fossi un bambino cosa ci racconteresti…?”. <<Sei strano. La cena è quasi pronta, vieni>> appoggiandomi una carezza sulla testa. “Arrivo”, sorrido. E prima di rientrare penso solo per un momento a Robi… lui non è più arrivato.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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