È  tardi, devo andare al ristorante. Che disordine! Al ritorno metterò tutto a posto. Oppure lascio tutto così, chi se ne frega.


Vivo da solo da circa due anni. Quando mia mamma viveva con me era diverso, tutto era più in ordine. La mia super mamma, ora vive con il suo compagno ed ogni tanto viene da me e, quando viene, poverina, passa la giornata a pulire. La prossima volta troverà tutto in ordine.

La mia giovanissima mamma, mi ha avuto a 17 anni. Non mi ha cercato, ma mi ha tenuto ed amato. Mio padre, come tanti si è smaterializzato. La forza di una donna, quando ha un figlio, non è paragonabile a niente e a nessuno. Mia madre tra mille ostacoli, mi ha allevato sempre con il sorriso. Se penso a mia mamma penso al suo sorriso.

Anche se ero piccolo ricordo  mia nonna che faceva giri strani di parole per rinfacciarle costantemente l’errore commesso e mia mamma che rispondeva :“Amare non è mai un errore”.

 Lei non ci faceva caso e si avvicinava a me sempre con il sorriso: “ Vieni amore usciamo che qua tira una brutta aria”, mi diceva.

Ha cambiato tanti lavori, ma ce l’ha fatta. La sua forza e ottimismo mi sono entrati dentro. Ho avuto solo mia mamma, non mi ha particolarmente viziato, ma mi ha molto amato.

La mia passione per la cucina, incentivata e sostenuta da mia mamma, mi ha portato a frequentare la scuola alberghiera.  Questo mi ha permesso di trovare presto lavoro ed essere indipendente economicamente. Mia mamma è tranquilla e io sono felice per lei.

Non mi sono ancora deciso a togliere quelle foto tra la cornice dello specchio. Ogni volta che le guardo mi si stringe il cuore.

Siamo stati assieme tre anni, poi menzogne, comportamenti strani  e  zac me l’ha fregata un mio amico.

L’amavo, ci credevo. In questa foto ha i cappelli sciolti è bella … è un peccato togliere questa foto.

Ricordo quanto male mi ha fatto quando mi ha detto: “ Sai, non ho avuto mai il coraggio di dirtelo, ma i tuoi quadri mi fanno schifo”.

Dipingere mi fa stare bene, non lo sa nessuno è un mio segreto. I quadri sono qua con me, chiusi in una stanza. Mia mamma lo sa e non osa entrare. 

L’ho detto solo a lei, la ragazza che amavo, ho condiviso con lei questo segreto e le ho mostrato i quadri. Come se le avessi mostrato la mia anima. Basta una frase per uccidere una persona.

Nessuna donna avrà più il mio cuore, solo il mio corpo. Devo dire che il mio corpo, in questo lungo periodo di vita da ragazzo single, l’ho usato parecchio.

Sono un bel ragazzo, non ho problemi.  Ho ventotto anni, ma a seconda delle circostanze, per raggiungere il mio scopo, l’aumento o la diminuisco.

Sono attratto dalle donne più grandi. Emanano un fascino e sicurezza che mi eccita. Ne ho fatto una bella collezione, le intercetto su face book: casalinghe frustrate, separate, divorziate, single incallite.

L’ultima che ho trovato su face book  è la proprietaria della palestra che frequentavo l’anno scorso.  Anche lei molto più grande di me, molto gentile e tranquilla. Mi è piaciuta subito appena l’ho vista e il suo fisico palestrato mi eccita.

Lei non si ricorda di me perché vede tanta gente, tanti ragazzi.

Alla reception della palestra non ho avuto il coraggio di dirle niente, ma sui social, dietro uno schermo, è più facile e le parole mi sono venute bene.

Chattando con lei ho capito che lavorava molto e che si sente molto sola.

Allora  ho attivato il mio repertorio e lei si è fatta dire tutte le frasi erotiche che mi sono venute in mente poi, a differenza delle altre donne, mi ha fatto un discorso sulla tristezza degli incontri solo basati sul sesso. “ Per andare a letto con una persona bisogna guardarla negli occhi ed amarla”, mi ha scritto.

Mi ha spiazzato e mi ha fatto ripensare al periodo con la mia ex.

 Guardando il mio profilo su face book è rimasta colpita da alcune immagini e mi ha chiesto se dipingo, il suoi intuito e sensibilità mi intrigano.

Voglio il suo corpo nudo tra le mie braccia.

Non demordo è una facile preda anche lei finirà nel mio letto.

Ora è tardi devo andare….

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Profilo Autore: Barbara  

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Apro gli occhi e ti vedo: ti pareva!

 Mi stiracchio e mi struscio sul letto, in tutta la mia lunghezza, mentre tu mi guardi ammiccando, accovacciato sulla poltroncina di lato al balcone: l’occhio è languido da… pesce lesso! Potresti o dovresti farmi gola, secondo te, invece mi ricompongo e mi giro dall’altra parte, ti ignoro.

Sento i tuoi mugolii e mi rigiro, quasi infastidita: ti guardo, pressappoco ti fulmino. Hai un’espressione da ebete dipinta su quei baffi che tanto ostenti: a tutte poi !... Mmmmm…

NO, guarda, stamattina non ho voglia di parlare, mi limito solo a pensare: parlo tra me e me, non mi va di fare storie con te, non voglio arrabbiarmi, di nuovo.

.…Qualcuno è già in cucina, seguo l’odore del caffè,  mi alzo, faccio il giro della stanza …Sento i tuoi occhi su di me: ti faccio rabbia, lo so, tu sospiri, sbavi;  ed io ancheggio: lo faccio apposta!                                                                                           

Mi raggiungi felino, sull’arco della porta, la spingi per aprirla: sembri proprio un guardaporte appiccicoso ed invadente ed anche un po’ insolente. Ridicolo!... Guarda che oggi gira male, caro mio!... 

 Quasi mi sfiori col tuo corpo villoso e questo mi urta non poco… 

…- Via!!...Mmm, fa caldo, non sopporto sfioramenti!-… 

E dopo questo taccio, faccio un giro in cucina, elargisco un “buongiorno” frettoloso a tutti. Beh, semmai si accorgessero di me, questi neanche mi vedono stamattina. Eh,… ho sentito trambusto in camera ieri sera, ora guardate: sono dolci come il miele, pieni di coccole... Ah, l’amore! Ma come fanno con questo caldo!... Certo lui è un bel pezzo da novanta, lei è bella da invidia. Forse sono un po’ ingrassata, io, ultimamente. Ma no, è la materia prima che manca: non ci sono stimoli, non è colpa mia!….  Meglio uscire in giardino.

 Trovo lì la solita sdraio, sotto l’albero d’olivo: mi ci butto come quasi fossi stanca…

Uffa, che caldo!...  Approfitto di questa brezza mattutina, mi rifaccio un po’ le unghie: con il caldo pure questo è un gran da fare.  

Mi segui, ti pareva: il mio angelo custode!... Mmmmm, che rabbia!...

Sempre più sornione, ancora appiccicoso ed insolente. Via!!... E ti guardo minacciosa.

… Fa caldo, detesto i tuoi modi e la corte incessante: ti ho detto che è  “no” !      

Invece tu continui e che fai?!

Visto che, la notte, mi piace dormire sul terrazzo, per il caldo, ti metti a passeggiare di sotto nel viale. Così  ti sento mugolare mentre  nell’aria si spande la tua scia di profumo come… gatto in amore, disperato, tutto per farti notare, ricordare. Stupido e illuso!...

Resti, poi,  lì e fai come nelle vecchie serenate, canti la tua canzone: non farlo più, mi irriti!...

Ma chi credi d’essere!...Sai come ti chiamano nel quartiere? Pisolo!... Già, te ne stai tutto il giorno a fare niente steso al sole, crogiolandoti su una sdraio a sonnecchiare sotto il parasole. Qualcuno dice di averti visto ai giardini, su una panchina, a godere delle belle femmine nei d’intorni della spiaggia… Certo, che  gran maschio sei, eccome no!!... E poi vuoi fare la corte a me?!... Mmmmm!!... Ma poi, scusa, con questo caldo!...

Lo so che è nella tua natura e non c’è stagione che tenga, ma non sarebbe meglio d’inverno, vicino al camino, in un fienile, su di un bel pile… Beh, va bene che non senti i miei pensieri, ma non voglio stuzzicarti più di tanto, va!!

-Fermo, resta lì!... Non muoverti, non avvicinarti. Vai via! -...

…Finisco di rifarmi le unghie, tu sempre lì, proprio non vuoi saperne, eh?!.

Qui, non c’è trippa per gatti, caro mio... E non fare quello sguardo sdolcinato: non funziona e poi ti rende ebete, te l’ho già detto!

Mi guardi, chiudi gli occhi e sospiri, forse sogni ad occhi aperti: no, sicuramente sogni ad occhi aperti.

… Misero!...  Mmmm, uffa che caldo!...

Ma cosa ho fatto per meritarmi uno come te: sei un martirio, peggio che cascare in un secchio d’acqua !

Fossi almeno uno della tv, si, ad esempio un Romeo, perlomeno un “Aristocratico” . Oppure quel bel maschione che vive nei pressi del Colosseo: l’ho visto in un filmato alla tv, l’hanno inquadrato da vicino. Quello si, era un esemplare di maschio: bello, occhi vispi, profondi, andatura sicura e possente, da gladiatore. Lo guardavano tutte, lì in giro, in molte gli si strusciavano e lui gentile sorrideva e faceva un occhiolino. Carino!... Furbo pure lui, eccome no, ma vuoi mettere.

Aaaah!…, era proprio un bel vedere. Ed ora al pensiero di lui divento ancora più scostante con te: non c’è paragone.

-Via, vai via!... No, no, e no!... Ti ho detto che è “NO!”, te ne devi andare: SMAMMA!-...

…..FFFfffffff !!..... MIAOoooooooo!..... FFFfffffffff !.... MAAaaaaaaaaaaOOooooo!!.... 

… Mmmmmm, uffa che caldo!!...  ^ - ^

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Profilo Autore: Giò  

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​​CORRI

Allunga e distendi i muscoli più velocemente possibile.

Corri, non rallentare.

Lancia davanti a te le gambe con foga, prima la destra poi la sinistra

Destra, sinistra, destra, sinistra..

Respira.

Respira velocemente, recupera aria più che puoi, è la tua unica speranza.

DOLORE.

Urlano i muscoli, si lamentano i polmoni, alla spasmodica ricerca di ossigeno.

Non c'è la fai, non sei abbastanza veloce.

Respirare diventa difficile, l'aria ė di fango.

Ecco l'hai sentito? Rumore di foglie smosse e rami spezzati.

Ti sta raggiungendo! È appena dietro di te.

Non ti voltare, ti raggiungerà ! Senti il suo fiato sul collo.

SCAPPA.

La vista si appanna, maledetto respiro mozzato, il pensiero perde lucidità.

Sudore di ghiaccio scivola lungo la schiena, provocando brividi di neve.

Il cuore martella in gola, non reggerai a lungo questa fuga.

Presto sarai raggiunto.

RALLENTA.

Se non ti fermi presto morirai, non si può scappare per sempre.

Non si scappa dal dolore, non si scappa da noi stessi.

Fermati e affronta le tue paure. Alza la testa, addrizza la schiena, voltati.

Non si scappa dalla vita, la si vive.

VIVI.


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Profilo Autore: Cla  

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Finalmente è davanti ai miei occhi. Mi trovo infatti alla famosa galleria d'arte in cui è esposto.

Me lo immaginavo molto più grande, quasi maestoso; invece eccolo qui, quasi sparisce nella parete di mogano a cui è appeso.
Quasi.
In realtà attira il mio sguardo più di una calamita. Istintivamente allungo una mano verso l'orologio più grande, chissà che sensazione proverei afferrandolo, ho la vaga impressione che sia fresco e lievemente gommoso, come la pelle dei delfini.
Il colore è steso così bene, che mi pare di vedere anche le lancette girare.
Le lancette girano?
Devo aver visto male, probabilmente è stato il riflesso della luce della galleria, sono molte ore che mi trovo qui dentro, magari ho avuto un capogiro.
Mi avvicino ancora un po' .
Sento formicolare tutti i muscoli del viso e improvvisamente vengo risucchiato all'interno del quadro, come se dall'altra parte ci fosse qualcuno intento a sorseggiare una bevanda con la cannuccia, e al posto del liquido, avesse tirato su me.
Riapro gli occhi e mi ritrovo con la faccia premuta sulla sabbia rossastra. Accidenti, sono passato realmente dall'altra parte della cornice.
Mi alzo e cerco di ripulire i miei vestiti che, grazie al grosso polverone che ho alzato arrivando qui, hanno assunto una lieve sfumatura rossa. Cavoli, questa maglietta era nuovissima spero che il colore se ne vada via. Mi guardo intorno.
L'unica cosa che scorgo sono le alte montagne brulle alla mia destra. Per quanto riesco a vedere sono piuttosto spoglie, sui toni caldi delle terre d'Africa. L'unica parvenza di vegetazione è data dal riflesso verdastro che si vede sulla cima; magari lassù cresce un po' d'erba.
Il paesaggio è piuttosto inquietante, e questa sensazione è resa ancora più potente dal suono sinistro che sento. E' come il ticchettio delle lancette di un orologio, inframmezzato da una strana melodia ritmica che pare prodotta da un gigantesco xilofono. Note leggere, argentee: non mi è di consolazione, l'effetto complessivo è comunque da film horror.
Ho bisogno di bere e scorgo in lontananza un luccichio, probabilmente creato dal riflesso del sole su di uno specchio d'acqua. Mi incammino accompagnato dai suoni sinistri e dal serpeggiare del vento intorno ai miei vestiti sporchi.
Arrivo allo specchio d'acqua, anche se mi devo ricredere; è soltanto uno specchio , dell'acqua neanche l'ombra.
Cosa diavolo ci fa uno specchio gigante nel deserto? Appena formulata la domanda mi sento sciocco, del resto è un quadro di Dalì la logica in questo luogo è probabile quanto trovare un tè al gusto di acciuga.Rinuncio a dissetarmi. Smetto anche di cercare di pulirmi, stupido spreco di energie visto che, in questo luogo, si alzano improvvise folate di vento che contribuiscono a donarmi sempre più sfumature color fragola.
Strano, è come se il quadro volesse farmi sparire nel grande deserto.
Mi sento un intruso.
Nel frattempo mi accorgo che il ticchettio è aumentato di intensità, forse mi sto avvicinando agli orologi. Mi metto a correre speranzoso, magari là troverò un modo per tornare nella vita reale. Finalmente li vedo, eccoli davanti a me! Il rumore qui è davvero insopportabile ma mi avvicino alla strana piattaforma su cui sono adagiati i marchingegni temporali. Faticosamente mi ci arrampico sopra.
Uno sembra proprio uno di quegli antichi orologi d'argento da taschino. Il bussolotto è color ambra con strane pietre nere vibranti che mi ricordano gli scarabei egiziani. Il ronzio che produce è vagamente sinistro, come quello che si avverte vicino ad un alveare di api arrabbiate, quindi mi allontano rivolgendo il mio sguardo sull'orologio che sta scivolando dal parapetto.
Sembra sul serio una fetta di formaggio caldo squagliato. Mi pare di ricordare infatti che Dalì abbia preso l'ispirazione per questo quadro a cena, mangiando del Camambert filante.
Prendo coraggio e afferro il bordo dell'orologio: è come toccare della gomma flaccida ricoperta di gelatina trasparente.
Riposiziono il quadrante viscido per terra, cercando di risistemarlo nella stessa posizione, non voglio certo mettere in disordine un quadro così famoso. L'orologio però non vuole collaborare; mi scivola dalle mani, e per quanto cerchi di stenderlo sembra divincolarsi.
In quello stesso istante la figura a terra , che a prima vista ricorda un cavallo, si riscuote e apre l'occhio dalle lunghe ciglia. E' un pezzo di un viso, riverso nella polvere scura del terreno e mi sta fissando con vaga ironia:
«Sciocco umano, pensi sul serio di poter comandare il tempo? Non puoi afferrarlo ne stringerlo, tanto meno, costringerlo a fermarsi! » Detto questo, con un ultimo intenso sguardo superbo e critico , l'occhio si richiude e il “quarto di faccia” torna inanimato.
Come dargli torto, aveva ragione, stavo giocando con qualcosa di molto più grande di me.
Lo stesso autore si era dilettato a rendere ridicolo il tempo, squagliando quegli orologi, e questo gli aveva tirato un brutto scherzo: di lui non era rimasto che un quarto di viso e il resto si era perso nella memoria, cancellata dal girare perenne delle lancette.
Decisi allora di mollare il quadrante, avrebbe deciso da solo come sistemarsi.
Accennai un inchino nella sua direzione e dissi : «Mi scusi Signor tempo. Noi uomini dall'alto della nostra supponenza siamo convinti di poter disporre di lei in maniera illimitata, cerchiamo ogni giorno di rallentarla e troppe volte la reputiamo noiosa. Ci sbagliamo, chiedo umilmente perdono a lei che decreta il valore di ogni cosa. Grazie con tutto il mio cuore, senza di lei a ricordarmi che la vita ha fine, non potrei amare niente ».
Probabilmente il Tempo non attendeva altro che le scuse del genere umano, visto che dopo il mio discorso con un cenno imperioso della lancetta, decide di rispedirmi indietro.
Eccomi qui, di nuovo in piedi nella galleria d'arte, intento a fissare con aria inebetita il piccolo quadretto.
L'altoparlante mi avverte che mi rimangono solo 15 minuti prima della chiusura. Ho poco tempo. Sorrido, pensando che in presenza delle passioni, il tempo sembra seguire la velocità della luce, un battito di ciglia.
Faccio un cenno di saluto verso il quadro, e me ne torno a casa.



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Profilo Autore: Cla  

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Tu non puoi nemmeno capire quanto io ti odio. Certo, l'odio è un sentimenti negativo, e tu non meriteresti nemmeno questo, ma io ti odio con tutto il cuore. Quel cuore che amava te e solo te, e che tu hai spezzato in mille piccole parti. Come posso spiegare a parole tutto questo? 
Non so, forse sembrerò pazza, ma ancora oggi, a distanza di mesi, mi chiedo perché tu l'abbia fatto... Cosa c'è che non va in me? 
Ora tu hai trovato un'altra, una migliore di me... E io? In che angolo della tua mente mi metti? 
Dicevi di amarmi, ma era tutto una menzogna. Ho aperto il mio cuore e la mia anima a te e tu l'hai calpestata. Ora questa anima vaga senza meta, cercando un motivo per cui valga la pena vivere.
Sai cosa ti dico? Riassembleró il mio cuore, a costo di metterci 10 anni, ma lo farò per me stessa. Tu non mi ami, ma io sì che mi amo.
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Profilo Autore: SabrinaVacca  

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Le ghiandole salivali erano più di fuliggine che liquido viscoso, e
I loro polmoni bianchi furono rivestite d'un catrame nero di carbone.
I dati mostrano che i decessi dalle fiamme, 900 metri sotto terra,
Erano orribili, come le urla dei bambini durante la combustione in acqua bollente.

Ma essi sono stati minatori migrati per il tozzo di pane, non bambini.
Anche noi con le capacità di immaginare le belle illusioni moriremo,
I nuovi germogli la rosa gli apre dopo la ripartizione dei fiori..,Petali bianchi
che ci ha congelato la mattina di lotti nella nostra carnagione trasparente.

La vita dei minatori per un sacchetto di carbone,non fu più ulteriore.
I loro nomi, sapiamo ora, non si scordano e mai verranno obsoleti,
Ma la memoria è un amore doloroso; l'intelletto umano impara, Una 
cascata di lacrime per tener' fresca loro anima,per quanto saremmo vivi,

E cosi l'anatomia umana sentirà l'enfasi, le difficoltà delle
Tombe dei defunti-color di carbone, come Eterno Luce su di noi.
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Profilo Autore: aleksander çulaj  

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Una volta a casa dello zio, approfittando del fatto che la zia era fuori per compere, Ignazio affrontò subito l'argomento, dandogli del vigliacco e accusandolo della misera fine della madre, nonché di non aver mai avuto il coraggio di far uscir fuori la verità.

Lo zio Piero, impressionato dalla rabbia del nipote/figlio, lo lasciò parlare e riversargli addosso tutto il rancore, poi lentamente gli disse:

-  Ignazio, potrai mai perdonarmi? Quello che ho fatto non si può riparare purtroppo...

 I miei errori ti hanno privato della tua vera madre, hai avuto un buco nero riguardante le  tue origini, io non so perché ti ho fatto questo, ma so che non volevo fare del male a  nessuno. Volevo bene a tua madre, lei era fresca come la rugiada nel bosco al mattino.

Con lei, ho colto il più bel fiore che potessi avere tra le mani in tutta la mia vita!

Le cose non dovevano andare così, io volevo lasciare mia moglie ma non ne ebbi il coraggio, Angela non insistette, disse che avrebbe tenuto il bambino e avrebbe aspettato che io potessi sistemare la faccenda con mia moglie... Tutto però andò diversamente.    

Inaspettatamente morì poco dopo averti dato alla luce. Avrei voluto prenderti con me. Mio fratello, che non poteva avere figli, ti volle a tutti i costi, facendomi giurare di rinunciare per sempre a te. Io ho promesso...

Ecco, questo è stato il mio inferno, il rimorso per la morte di tua madre, non poterti dare la buonanotte tutte le sere, non poterti chiamare mai una volta: figlio mio! 

Lo zio Piero smise di parlare ed iniziò a piangere. Vedere un uomo di quasi ottant'anni piangere, non fa di certo bene al cuore. Si sciolse ad un tratto, tutto l'odio che si era gonfiato nell'animo di Ignazio, guardò con occhi compassionevoli lo zio e lo abbracciò.

Non poteva ancora perdonarlo, ma ci avrebbe lavorato sopra in futuro; ora però, la sua priorità, era quella di andare a trovare sua madre al cimitero.

Andò a casa, sconvolto, trovò la moglie intenta a preparare il pranzo; le spiegò a grandi linee ciò che era venuto a sapere, le raccontò del sogno, di Floriana, di tutta la storia.

La povera donna restò sbigottita, incredula a tratti, per quella scottante verità, prendendo anche un pò per matto il marito, che credeva fermamente d'aver fatto un tuffo nel passato, e che ciò che aveva vissuto nel sogno, fosse invece assolutamente reale.

Accettò di buon grado di andare a cercare quella fantomatica Floriana, all'indirizzo che il marito ricordava perfettamente..

Una volta arrivati, bussarono alla porta, aprì una donna anziana e sovrappeso, alla quale Ignazio chiese di Floriana Monticelli. La donna, diffidente, gli chiese cosa volesse da lei, quando lui le spiegò che aveva un credito in denaro verso una certa Angela, la cugina, la donna trasalì. Cosa mai poteva sapere lui di Angela, che era morta oltre 40 anni fa?

Tuttavia, capì che non c'era nulla da temere e li fece entrare nel salotto.

Una volta seduti tutti comodamente su divano e poltrone, la donna disse di essere Floriana, "quella" Floriana, proprio la cugina di Angela. Ma Ignazio non l'aveva potuta riconoscere di certo! A quel tempo,quello del sogno, lei di anni ne aveva meno di trenta, ed ora mostrava di averne oltre settanta.Lui con prontezza disse che una sua zia suora, che stava in un convento in collina, tanti anni prima aveva prestato del denaro ad una ragazza che aspettava un bambino, e si chiamava Angela. Floriana allora disse che non ne sapeva nulla e che comunque sia, la sua cara cugina non era più su questa terra da oltre quarant'anni.

Lui allora le fece capire che non l'importava tanto dei soldi, ma di sapere quanto più possibile su quella donna che era... sua madre. L'anziana signora si commosse, e raccontò di quanto Angela fosse dispiaciuta, di non poter allattare il suo bambino, per via degli antibiotici che prendeva... Ne ricordava ancora l'espressione triste. Ora riposava per sempre, nel freddo abbraccio d'una lastra di marmo.

Ignazio la volle andare a trovare al cimitero; prima però passò in campagna e raccolse un mazzo di fiori di campo. Fiordalisi, margherite, papaveri, denti di leone...

Arrivò al camposanto e la trovò; la riconobbe, era proprio lei , Angela, quella ragazza che aveva visto in sogno, la sua mamma. Gli vennero in mente tutte le volte che aveva pensato d'essere stato abbandonato da sua madre, del rancore che aveva provato, dei pensieri cattivi che aveva fatto.

Quella piccola foto sembrava parlargli; l'espressione semplice e allegra di quel viso, era ciò che voleva vedere da tutta una vita. Finalmente aveva ritrovato le sue radici, era ciò che sperava da sempre, anche se aveva trovato dei risvolti amari.

E tutto ciò grazie ad un sogno. Già, un sogno improbabile, che lo aveva spinto a scavare...

Anche il lunedì mattina, mentre si preparava per andare al lavoro, ripensava a quel sogno.

Si ripeteva che era stato solo un sogno, uno struggente e magnifico sogno...

Accadde però, che mentre preparava la sua solita borsa da lavoro, ebbe l'idea di svuotarla del tutto; non lo faceva da molto tempo. Tirò fuori vecchi scontrini, carte di caramelle, graffette di varie misure, tappi ormai dimenticati di penne esaurite...inaspettatamente si trovò tra le dita un piccolo pezzettino di stoffa,lo portò allo sguardo distrattamente, poi sgranò gli occhi, era bianco con pezzi di una stampa fucsia e verde smeraldo.

Si ricordò del vestito di Angela, aveva proprio quei colori! Si ricordò anche che le si era impigliato il vestito nella chiusura lampo della sua borsa. No, non era possibile, quello era accaduto in un sogno, non era la realtà, non poteva essere cosí...

Perplesso, rimise nella borsa il pezzetto di stoffa, sorrise tra sé e sé e si avviò alla stazione.

Mentre il treno viaggiava verso Firenze, Ignazio ripensando a tutta la storia, a tratti sorrideva, e capì che il tempo è fatto di piani sovrapposti, ordinati in stretta sequenza matematica, ma a volte questo ordine si sovverte...



(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale). 
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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Passò tempo, tanto tempo. Le stagioni si avvicendavano ed Ignazio di quella ragazza non seppe più nulla. Era davvero desideroso di sapere come le erano andate le cose, se stavano bene lei e il bambino, dove si trovavano... Tutte domande alle quali non avrebbe mai avuto risposta. A meno che, le risposte, non se le fosse andato a trovare da solo.

Lei per lui non era davvero nulla, ma c'era in lui una curiosità quasi morbosa che doveva essere soddisfatta...
Decise che era venuto il momento di conoscere la sorte di Angela. Un giorno, anziché recarsi al lavoro, prese un permesso, e andò nella località di campagna che lei gli aveva indicato, quindi, cercò della famiglia Monticelli. Non fu facile individuare la casa di Angela, anche se lei gliel'aveva descritta, a lui quelle case coloniche sembravano tutte uguali.
Finalmente arrivò a quella che doveva essere la casa di Angela, ma era disabitata. Non era in decadenza. Era vuota e chiusa. Allora chiese in giro là vicino; si ricordò di Floriana, la cara cugina di Angela che lei nominava sempre. Cercò di lei e le indicarono dove trovarla, proprio l'ultima fattoria, al confine della strada con i campi coltivati.
Andò quindi in quella direzione a passo svelto e dopo poco arrivò alla meta. C'erano delle donne nello spiazzo davanti alla casa e chiese a loro di Floriana.
Lei abitava lì, ma al momento era in città per commissioni, decise di aspettare il suo rientro.
Arrivò la sera, Ignazio sconsolato stava per andarsene, ma proprio allora Floriana arrivò.
Vide una macchina avanzare verso la casa, immaginò che fosse lei, infatti lo era, in compagnia del fidanzato stava rientrando per la cena.
Allora le andò incontro, deciso ad avere notizie di Angela. Non si conoscevano, ma lui affrontò l'argomento con la scusa che cercava la cugina per farsi restituire il denaro che le aveva prestato. Floriana ammutolì e rabbuiò lo sguardo, poi, piano piano, prese a raccontare...
Angela era morta pochi giorni dopo il parto e il bambino era stato dato in adozione.
Inutile chiedere dove fosse, o quale famiglia lo avesse adottato, Floriana non ne sapeva nulla, sapeva solo che era un maschietto. Gli disse anche che lei si stava per sposare, e dopo il matrimonio sarebbe andata a vivere in città, la casa era già quasi pronta. Gli diede l'indirizzo e gli assicurò che se avesse avuto notizie del bambino, quando lui la sarebbe andata a trovare, glie le avrebbe date.
Firenze! Firenze! La prossima stazione! - Il capotreno urlava nell'altoparlante.
Ignazio si svegliò appena in tempo per prendere la borsa e scendere al volo!
Che sogno... Non gli capitava spesso di addormentarsi in treno, mentre andava al lavoro, ma stavolta era stato un sonno profondo, accompagnato da quel sogno cosí strano...
Mentre percorreva a piedi, il tragitto dalla stazione all'azienda dove lavorava, ripensò ai personaggi che aveva visto in sogno, alla storia che aveva vissuto, a quella ragazza...

Come si chiamava? Ah già Angela. E c'era anche... Si, sua cugina, una certa... Floriana!
Ignazio era impressionato di come quel sogno gli sembrasse vero, e le persone fossero familiari, come averle conosciute davvero...
Trascorse la sua giornata di lavoro rimuginando di come sia strano ciò che passa per la testa ad un uomo quando dorme, e quanto possa sembrare vero un sogno. Durante il viaggio di ritorno, il pensiero del sogno era svanito, lasciando il posto al suo solito cruccio: le sue radici.
Non era sereno, e non lo sarebbe mai stato, senza sapere la sua storia.
Finí la settimana e la domenica pensò di andare a trovare il padre, che dopo la morte della moglie, era rimasto solo. Ignazio era deciso a mettere alle strette il suo papà adottivo, per tirargli fuori qualche notizia sulle sue origini e sulla sua vera madre.
Una volta tirato in ballo l'argomento, il padre cercò di tirarsi indietro e di non parlare di nulla, ma Ignazio era determinato a non desistere, e cosí fece.
Il padre allora capitolò e gli disse tutta la verità.
Il suo fratello maggiore, il medico, lo zio Piero adorato da Ignazio, in gioventù aveva una segretaria, così semplice che veniva dalla campagna, quanto bella e sincera.
Lui era sposato da poco, un matrimonio riparatore, la moglie infatti aspettava un figlio suo... Si invaghì della bella segretaria campagnola, ma non poté fare nulla se non tirarsi indietro, quando seppe che anche lei aspettava un figlio da lui. La ragazza continuò a lavorare un altro poco allo studio medico e poi sparì. Fu la cugina, che otto mesi dopo, si recò da lui per informarlo che la povera ragazza era morta pochi giorni dopo il parto, che aveva avuto un bel maschietto, e che qualcuno lo avrebbe adottato. Visto che la famiglia per evitare scandali non ne voleva sapere, e anzi l'aveva confinata in un convento a trascorrere gli ultimi mesi di gravidanza. Per questo era morta, il parto era stato difficile e là non aveva avuto l'assistenza necessaria, un'infezione la portò via al suo bambino in appena una decina di giorni.
Era lá in convento che aveva visto Ignazio per la prima volta, accompagnando suo fratello a vederlo. Lui non lo poteva adottare, aveva già un figlio suo nato da appena un mese e non poteva certo raccontare tutta la storia alla moglie.
Cosí ti presi io, mia moglie non poteva avere figli, ci sembrò la soluzione migliore per tutti.
Lui, lo zio Piero ti ha sempre seguito, si era pentito di come erano andate le cose, ma ormai gli restava solo di poterti veder crescere, starti vicino come zio... È stato lui a sostenere le spese per la tua universitá, lo sai?
Ed è stato lui, per suo volere, l'unico presente quando hai discusso la tesi di laurea, ed è stato sempre lui a proporsi ed imporsi, come padrino per i tuoi figli, lo rammenti?
Solo lui ed io siamo a conoscenza di tutta la storia, e la cugina...

- Aspetta papà, non continuare... come si chiamava mia madre?-
- Angela -
- E la cugina? Aspetta, credo di saperlo, Floriana vero? -
Il padre si sentiva più leggero nell'anima, ora che aveva raccontato al figlio tutta la storia.
Ignazio si sentiva sospeso tra la realtà e la fantasia, decise comunque di andare dallo zio e fargli delle domande. Perché aveva lasciato che suo figlio, venisse cresciuto da altri?
E soprattutto perché era stato così vigliacco con quella povera ragazza abbandonandola? Già, quella ragazza, sua madre... che per dargli la vita aveva perso la sua. Voleva anche cercare la cugina, Floriana, lei gli avrebbe detto com'era sua madre, dove si trovava sepolta, se avesse sofferto...
Salutò il padre e andò incontro al suo passato, a prendersi finalmente tutte le risposte che aspettava da tutta una vita. Si recò per prima cosa dallo zio Piero, pensando a come avrebbe dovuto chiamarlo, da ora in poi... Ripensò anche, ora, con occhi nuovi, al rapporto stretto che c'era sempre stato con suo cugino Arnaldo, sempre incoraggiato dallo stesso padre Piero... Ora quadrava davvero tutto, ora vedeva tutta la sua vita passata sotto un'altra luce.

(Il racconto è frutto della fantasia dell'autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).




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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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Avvenne il nostro incontro
su seggiole Tonet
attorno a un tavolo di marmo
in uno storico caffè

Locale di primo novecento
col parquet scurito, il soffitto coi rosoni
dipinti liberty alle pareti
bancone luccicante d'ottoni

Letterati,lettori di giornali nelle stecche
signore vecchie gli habituè
dietro ai biliardi lei e io 
finché attirò sguardi un cigolio


(Si tratta del Caffè San Marco di Trieste)

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Profilo Autore: anthoine mario  

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Che sole stamane! Questo è il primo pensiero che gli veniva in mente quella mattina, mentre il treno correva via veloce. Nulla di nuovo si diceva, come al solito, c'era un tarlo nella sua mente che non smetteva mai di scavare...

Ignazio era un impiegato di una grossa azienda che produceva profilati in metallo, destinati all'industria edile. Lui era la punta di diamante dell'ufficio sviluppo, le sue capacità di disegnatore industriale, erano indispensabili per la messa in produzione di intere nuove linee di prodotti, via via sempre più ergonomici e competitivi sul mercato.
Lui abitava a Napoli, e tutte le mattine all'alba, prendeva il treno per recarsi al lavoro in un'altra città.
Era un uomo sulla quarantina, con i capelli scuri appena spruzzati di grigio, non molto alto ma asciutto nel fisico. Una famigliola affiatata, la moglie insegnante di Scuola Elementare, due bambini e... la sua famiglia adottiva.
Già, Ignazio era stato adottato da piccolino. La mamma adottiva non parlava volentieri di questo argomento, e tantomeno il padre.
Per lui però, scoprire di più sul suo passato era importante, un tarlo appunto.
Desiderava tanto conoscere la sua storia, sapere se la sua madre naturale fosse ancora viva...
Le avrebbe fatto tante domande, chiesto quale segreto nascondeva quell'abbandono, perché l'aveva fatto.
Ma le sue domande sembravano essere destinate a restare senza risposte; intanto la vita scorreva comunque.
Ora però, che la mamma adottiva era morta, la voglia di conoscere il suo passato era più prepotente che mai.
Fuori dal finestrino la solita campagna, dentro la sua testa i soliti pensieri.
E cosí, mentre rimuginava, si aprí la porta dello scompartimento ed entrò una ragazza sulla ventina. Gentile ma affannata, chiese se poteva sedersi ai presenti.
Tutti risposero di si ovviamente, c'erano due posti ancora liberi, ma la sua entrata lí, rischiò di far scoppiare tutti a ridere. Aveva un vestito a fiori, come non se ne vedevano da anni ormai, rose di uno sgargiante fucsia e foglie verde smeraldo. I sandali rasoterra e una piccola borsa che era decisamente fuori moda, che lei stringeva come se contenesse un tesoro.
Si era seduta proprio di fronte ad Ignazio e poco dopo iniziarono a parlare. Si presentarono, lei si chiamava Angela. Era una ragazza della campagna intorno a Napoli, e stava andando anche lei verso il nord. Non aveva avuto la possibilità di studiare, ma sperava di poterlo fare una volta avviata al lavoro, tramite le scuole serali. Per il momento si diceva felice di aver trovato un impiego che le avrebbe consentito di uscire dalla miseria dell'entroterra rurale.
Andava a prendere il posto di un'amica che si sposava, e doveva lasciare il lavoro di segretaria in uno studio medico. Per il momento solo tre giorni a settimana, ma era meglio di niente, quindi partiva da Napoli il lunedí mattina e rientrava il giovedí sera. 
Questa volta il tempo ad Ignazio era passato in un lampo, la voce del capotreno annunciava che era prossima la stazione di Firenze, scese anche la ragazza dal vestito a fiori, lui la voleva salutare, ma lei appena scesa si dileguò.
Quel giorno al lavoro, Ignazio stranamente di sentí sereno e meno nervoso del solito, pensava a quella ragazza, ai suoi sogni, a quanto poco aveva avuto dalla vita, alla sua allegria.
Passò tempo e il pensiero di quella ragazza lo aveva già lasciato, quando un lunedí mattina...La rivide, con il solito vestito a fiori e la sua aria semplice e felice.
Lui salí insieme a lei e si mise nello stesso scompartimento e di nuovo iniziarono a parlare come se il tempo non fosse passato. Lei gli raccontò dei suoi dubbi circa quel lavoro, si doveva fermare a dormire nello studio medico, e il dottore la insidiava, non le dava pace.
Mentre lei parlava, Ignazio si accorse che il vestito di Angela era rimasto impigliato nella chiusura lampo della sua borsa da lavoro. Ci volle un pò ma riuscí a disincastrare il vestito della ragazza.
Arrivati a Firenze, si salutarono e andarono ognuno per la propria strada.
Si incontrarono tante altre volte, ed ogni volta si raccontavano qualcosa di più e si conoscevano sempre meglio. Si erano conosciuti in primavera, era ormai arrivata l'estate, e Ignazio andò in ferie con la famiglia in agosto.
Al rientro a settembre, sperava di rivedere quella ragazza, sapere che vita facesse, se si fosse sbrogliata la faccenda delle attenzioni del dottore...
Finalmente un lunedí mattina...
La vide alla stazione di Napoli, seduta su una panca di marmo, con le mani in grembo e lo sguardo fisso a terra. Gli sembrò alquanto strano quell'atteggiamento mesto, non era da Angela...Lei era sempre allegra e fiduciosa nel futuro. Si, doveva essere successo qualcosa di sicuro. La vedeva come una figlia e sentiva verso di lei un senso di protezione. Si avvicinò a lei a passo svelto, quindi le si sedette accanto.
- Buongiorno. Come stai Angela?
Lei sobbalzò, non si aspettava di sentire una voce amica, lo guardò negli occhi e gli si gettò al collo piangendo a dirotto.
Cosa poteva mai essere successo? La ragazza tra le lacrime gli confidò di aspettare un bambino...del dottore dello studio medico di Firenze.
- Brutta faccenda...- Disse Ignazio, e poi ancora : - E lui lo sa? 
- E incalzò : - Ha intenzioni serie vero? Ti ha chiesto di sposarlo, non è cosí? - 
Ma Angela non rispondeva affatto, anzi continuava a tenere gli occhi bassi e lacrimosi.
Allora lui le prese il viso delicatamente con la mano e la tirò su per vederla in faccia, a quel punto le disse: - Non ne vuole sapere vero? - A quel punto Angela iniziò a parlare, raccontò di come erano man mano aumentate le insistenze del dottore nei suoi confronti. Di quanto fosse gentile con lei, le faceva regalini, le diceva che lei gli faceva girare la testa, le promise mari e monti... Angela, che veniva da una realtà contadina, povera e arretrata, fu affascinata da quell'uomo che non solo era medico, ma mostrava d'essere molto colto, serio, e innamorato di lei.
Ma la realtà era ben diversa... Il dottore la sedusse e iniziò una relazione con lei, ma di lì a poco la ragazza, scoprí che lui era sposato e non solo, la moglie aspettava un figlio.
Una volta venuta a conoscenza di tante bugie, lei mise il dottore di fronte ad un bivio: o lei o la moglie. Lui, da buon vigliacco, scelse la moglie; tra l'altro le disse che poteva restare a lavorare nello studio se voleva. Cosa che Angela fece, avendo un grande bisogno di lavorare. Disperata disse ad Ignazio: - Ecco dove mi hanno portato la mia miseria e la mia ingenuitá.- E poi ancora: - Ma non è tutto, quando ho scoperto proprio in questo ultimo mese, di aspettare un bambino anche io, lui se ne è lavato le mani, non si vuole assumere alcuna responsabilità, tantomeno la paternità.-
Ignazio non aveva più parole, non sapeva come poter aiutare quella povera ragazza, tuttavia, preso dall'istinto paterno, tirò fuori il portafoglio e diede alla ragazza tutto quello che aveva. Non era molto, ma era comunque un aiuto, lo fece cosí, di getto, perché non sapeva se e quando l'avrebbe rivista. Lei dal canto suo, di fronte a quel gesto, rimase colpita e disse che un giorno avrebbe restituito il favore, anzi a tale proposito gli disse il suo cognome, Monticelli, gli disse anche dove abitava, parlandogli di una cugina, Floriana, che era la sua più cara amica e confidente, che abitava vicina a lei. In questo modo lui l'avrebbe anche potuta far ricercare in un futuro, per farsi restituire quel denaro. Lui sorrise, per niente convinto che mai avrebbe voluto indietro quei soldi, erano stati dati a lei per una buona causa, e a lei dovevano restare...
Rivide Angela un altro paio di volte, la pancia cresceva, lei continuava a lavorare e confidò ad Ignazio che la famiglia tra poco tempo, quando la gravidanza sarebbe divenuta troppo evidente, l'avrebbe confinata in un convento in collina, per evitare lo scandalo.(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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