I tuoi occhi sono stanchi come i miei; è il prezzo che si paga dedicandosi agli altri; ma è un prezzo, uno spendersi, che dà soddisfazioni, non materiali, ma intime.
E vedi, colgo l’invito sottinteso di Silvana Montarello con la sua Club Poetico, per dirti GRAZIE, anch’io, perché scriviamo, scriviamo, ma alla fine è grazie a te se condividiamo, ci confrontiamo, ci misuriamo; in fondo questa community esiste perché ci sei tu a gestire uno spazio, virtuale si, ma dedicato, che poi, voglio dire, nel panorama, non è l’unico ma che io, grazie a Caterina Morabito, ho deciso di frequentare perché mi sono resa conto della sua valenza; io lo considero un’agorà per la qualità delle interrelazioni dialettiche che si sviluppano e per il significato dei messaggi che veicolano.
Enzo, ognuno ha le sue intuizioni e le sue percezioni, che rimangono fine a sé stesse se non entrano in gioco con altre; è interessante questo nostro dialogo interattivo, ed è importante questo tuo esserci equilibrato e attento.
Ho accolto con piacere l’idea di questi concorsi interni; è uno stuzzicare in più la nostra smania di sbriciolare, (pardon!) di declinare versi e di migliorarci.
Questo è un periodo di grandi impegni per me, ma non ho resistito all’urgenza di visitare il nostro spazio e di riprendere a pubblicare con un Ciao a te dedicato.
Alla fine meriti la nostra attenzione e il nostro affetto e ci dobbiamo ricordare di più di salutarti.
Buona giornata, buon lavoro e un caro saluto a tutti.
Ancora, Ciao e a presto.
Niente è più possibile ormai
MEDEA
di Abner Rossi
il mio paese (prima parte)
"La mia Colchide con i suoi odori inebrianti e le sue coste interne: un altro mondo fuori dal mondo conosciuto. E le sue innumerevoli tribù che si ritenevano, ai miei tempi, barbare e dedite ai riti magici; come se la magia avesse una qualsiasi affinità con la barbarie e non fosse invece anima, foreste, sorgenti, mare, animali, vita, completezza, viaggio, morte, ritorno alla natura intima."
Si, anima, rapporto tra natura e umanità, congiunzione tra popolo e divinità, un equilibrio di complicate semplicità dove nessuno è solo se stesso. La magia, quella vera, è somma di antichi saperi trasmessi e consapevolezza di poter essere, come tramite, attraversato da volontà delle divinità naturali le quali, in quanto tali, possono essere chiamate “barbare” proprio per il loro essere espressioni evidenti.
Io, Sacerdotessa di Ecate giovane e anziana dea, levatrice e accompagnatrice di morti, dea che si incontra ai crocicchi, Ecate multiforme, potente e saggia. Io guaritrice di antichi mali che come punizioni cadono casualmente a testimonianza della potenza riparatrice e, allo stesso tempo, distruttrice della natura.
E tu Giàsone, giovane come giovane vorrebbe essere il tuo popolo (che ora sta espandendo il suo potere ma che soccomberà presto sotto il peso di idee che voi amate chiamare Filosofia e sotto il dominio di uomini, loro davvero barbari e conquistatori), sei arrivato a Ea per il Vello che per noi è solo una semplice pelle d'animale utile per raccogliere l'oro e trasportarlo e che per voi, saggi uomini greci, diviene simbolo di ricchezza e di potere. Questa è una grande differenza tra noi due e tra i nostri popoli: per te e per voi il potere è dato dalla ricchezza e dai suoi simboli: infatti sei venuto a conquistare il vello perché ti è stato promesso in cambio un regno. Per “noi barbari” il potere è la capacità di essere fertili e di rendere fertile la nostra terra. Voi greci siete alla caccia d'oro e potere, non possedete nemmeno una spiga di grano e non vi emozionate quando il sole lo rende d'oro e quando la pioggia lo nutre.
Tu sai Giàsone, lo sanno i saggi del tuo popolo, quanto la follia sia uno stato particolare guidato da un dio per mondare una colpa o transitorio e circolare percorso verso la trasformazione o improvvisa e catartica tempesta dello spirito...eppure sospetti di follia l'uso di arti magiche. E' paura la tua Giàsone, vera paura sommata alla vostra scientifica ignoranza. La follia è distante dalla magia come tu sei distante dal carro del sole. Io sarò la tua guida in questo percorso di scoperta e ti farò incontrare ciò che ognuno dovrebbe: i mille specchi della propria anima naturale.
La storia scritta è solo un'interpretazione di parte, Giàsone! Forse leggenda, forse trappola per animi deboli che hanno bisogno di certezze filosofiche e dettagliati percorsi... come se la vita di un uomo o quella di una donna come me (o di qualsiasi altra donna veramente vissuta) si potesse definire con parole e certezze storiche.
Ad esempio Giàsone, per la storia che verrà, tu sarai un Principe e condottiero per le conquiste dei tuoi argonauti, per i nostri contemporanei invece sei nato e vissuto nella mia ombra ed io avrei potuto affondare la tua piccola nave con un gesto, se solo avessi voluto, se solo le mie Divinità non avessero deciso che le nostre vite dovevano unirsi per innalzarsi e poi distruggersi, non tanto per l'importanza della nostra unione di sangue, ma per chiudere un'epoca e aprirne un'altra....diversa.
Tuttavia mi sembrò giusto aiutarti ad impossessarti del vello e fu facile. La nostra dea Ecate poteva renderti invisibile per le guardie armate ed io potevo benissimo ingannare il drago serpente che impediva a tutti di avvicinarsi a quel simbolo; la mia magia era della stessa materia del drago e lui rispondeva ai miei ordini.
E fu facile anche la decisione di partire con te verso il futuro, verso il volere di Ecate, verso il mio destino. E mi innamorai di te, non prima che tu mi giurassi eterna fedeltà, giovane eroe greco, quasi ragazzo ed illuso che un vello avesse il potere di offrirti un regno, di riconquistare il trono usurpato da Pelia a tuo padre.
Ero allora una donna giovane e potente e curiosa, volevo vedere le abitazioni di pietra e mattoni dei greci: volevo sapere in cosa erano più accoglienti della mia lignea reggia, delle nostre accoglienti case di tufo e legno...e confrontare le vostre strane divinità con le nostre.
Fummo inseguiti da mio Padre e dalla flottiglia dei fratelli Colchi, ma la mia magia li dissuase presto dal continuare la caccia e le tempeste che io scatenai li convinsero a cambiare rotta e rientrare in porto. Mio Padre, del resto, non era poi così interessato a riprendersi il Vello d'oro, né a catturarti, né a riportare sua figlia presso la natia reggia; il suo scopo era cancellare (e perfino uccidere) i suoi eredi e figli per mantenere il suo instabile trono.
Stupide dicerie dei tragici, raccontano che fu per sfuggire all'inseguimento che io uccisi mio fratello, disperdendo parti del suo corpo in acqua, ma così non fu e fu nostro padre ad ucciderlo per paura che lui aspirasse al regno della lussureggiante Colchide.
IL VIAGGIO (seconda parte)
e qui il mio racconto differisce dalle narrazioni mitologiche in quanto storia vissuta nel momento e non racconto a sostegno di fasulli eroi e di fasulli Dei.
Se il viaggio di ritorno, per te Giàsone e per i tuoi indolenti argonauti, fu viaggio verso un futuro ancora tutto da scrivere, per me fu un andare drammatico, per l'opposizione delle mie Divinità naturali che infiammarono le acque a dimostrazione che fare rotta verso il potere terreno è semplicemente ridicolo ed illusorio. Non si è una sacerdotessa di Ecate, né una guaritrice che ha poteri magici provenienti dalla terra, se si convive con il potere dell'oro e delle armi.
Drammatico e nobile il nostro viaggio e lungo come altri viaggi successivi di eroi greci, viaggi probabilmente mai accaduti e dal nostro semplicemente ed abilmente copiati. Dei potenti vi si opponevano e altrettanti Dei erano nostri alleati. Si trattava di recarsi in una terra ricca di filosofia e bisognosa di natura. Da tempo avevate seppellito Eraclito e le sue filosofie naturali per far posto ad una filosofia dello stato, ad una filosofia che soggiogava l'anima della terra e la subordinava alla razionalità. Ahi Giàsone, quanto sciocco è per gli uomini disconoscere il mistero.
Comunque ci amammo, la giovane antica sacerdotessa di Ecate e l'eroe greco, bello, statuario, invincibile e terribilmente ragazzo ignorante delle forze che muovono il mondo.
Ed arrivammo nella tua patria e per venti anni io fui di giorno la donna per la quale si voltano gli occhi dall'altra parte quando la si incontra e di notte la maga che cura e guarisce le vostre profonde malattie. E per venti anni io fui, di giorno la straniera che ti aveva sottoposto alla sua magia e di notte la tua amante. E per venti anni io davo vita ai tuoi figli combattendo per essere quella che ero. E tu, da eroe che poteva guidare popoli ed eserciti, diventasti secondario nelle trame di potere del tuo re e del tuo regno. Accettasti compromessi, ruoli secondari ed intanto il potere della tua Città di pietra e d'oro condannava alla rinuncia anche i Colchi, miei simili che erano partiti con me, fino a farli diventare i miei peggiori nemici. E poi il tuo possibile matrimonio con la figlia del re ed il tuo rinnegare il giuramento di fedeltà posto nelle mani delle mie divinità.
Sapevo che il tuo re mi voleva morta e sapevo che anche i suoi consiglieri tramavano con lo stesso obbiettivo. Sapevo che il mio sacrificio era necessario per far si che tra la vostra filosofia razionale e la magia della natura si creasse una separazione insanabile dove nessuna delle due parti della stessa storia potesse dirsi vittoriosa. Forse tra 10.000 anni un terremoto unirà di nuovo ciò che unito era e che gli uomini hanno voluto separare, ma adesso era il tempo della resa...ed ho perpetrato la mia scelta consapevole di disperdere la tua e la mia genia. I tuoi tragici parlarono di vendetta, ma vendetta non era. La parte femminile della specie invertiva la sua capacità di generare ed uccideva per far si che la storia potesse sopravvivere alle sabbie del tempo.
_._._._.
RELAZIONE
A 32 °” da ammasso 12 , abbiamo avvistato un pianeta ricco di liquidi e vegetazione.
È caratterizzato da zone emerse e grandi settori di zone liquide, da un primo esame della
presenza di esseri pensanti, abbiamo constatato la notevole evoluzione tecnologica di
un animale chiamato uomo. Dal punto di vista della evoluzione intellettuale è praticamente
ancora a livello di un altro animale da cui probabilmente discende, chiamato scimmia.
Infatti questo essere apparentemente evoluto, pratica ancora il pricìpio della sopraffazione
sul più debole e l'accaparramento di risorse a danno di altri. Per raggiungere questi scopi
si è dotato di strumenti micidiali che provocano milioni di vittime ed innumerevoli
devastazioni del suo stesso abitat. Le condizioni di abitabilità di questo pianeta sono
praticamente compromesse.
L'animale uomo, conscio dei suoi limiti, nel corso dei millenni (millennio – tempo
impiegato per mille rotazioni intorno alla sua stella chiamato sole) , si è affidato ad
entità superiori (più o meno credibili) chiamati Dei, ne conseguì la nascita di religioni
diverse fra loro a seconda del luogo dove sono nate e di conseguenza in conflitto fra loro.
Questo conflitto degenera spesso i lotte sanguinose Chiamate “guerre di religione”.
Si ritiene che da quando questo essere è apparso sul pianeta, abbiano fatto più vittime
dette guerre che quelle fatte per qualunque altro motivo.
Con i sofisticati mezzi di comunicazione di cui si è dotato, diffonde,(salvo casi
sporadici), sistematicamente falsità, stupidità e violenza , atteggiamenti che vengono
inconsciamente assimilati dai suoi simili, con le conseguenze che ne derivano.
Nella sua folle corsa verso l'autodistruzione, l'animale uomo sta trascinando con sé
tutte le altre forme animali che non sono responsabili della catastrofe. E questo è
estremamente ingiusto. Egli sta tentando di espandersi verso altri pianeti, il che sarebbe
deleterio per l'equilibrio dell'intera galassia.
Per tutto ciò, riteniamo opportuno che detto animale, venga sottoposto in toto al
trattamento di recupero K24 nella speranza di un rinsavimento, prima che sia troppo tardi.
FINE RELAZIONE
contatori M G 23559
Ed io non ci sto ! Proprio ora che avevi risvegliato in me l’ardore giovanile e mi ero accorto di essere vivo e di voler vivere, vuoi tagliare il cordone ? Potrei pensare che ti sei voluta prendere una rivincita sul fatto che, anni fa, io fossi sparito. Non lo faccio perché so che sei una donna matura e gli intrighi non sono nelle tue cose. Allora resterò sempre in attesa che la lucetta rossa si accenda e tu sia pronta a dedicarmi tutte le dolcezze proprie di una donna. Voglio di nuovo risentire fra le mie mani, le tue. Voglio ancora coccolarti come una volta. In fondo…eri piccola, così.
I tuoi baci, no! Non sono così. Sono diversi. Innanzi tutto hai le labbra sottili color carne. L’inclinazione della testa che preferisci è quella di estrema difesa che assume Olivia de Havilland nei confronti di Clark Gable in Via col vento. In effetti non ho capito bene se è estrema difesa o desiderio di partecipazione attiva. Propendo per quest’ultima solo perché li conosco i tuoi baci ! Tutto l’excursus che ho fatto finora era proprio per sottolineare che ritengo che tu ne sia una cultrice. Baciarti è stato per me un atto di condivisione impegnativo. Non credo che tutti gli uomini lo avrebbero fatto a cuor leggero. Dentro di essi c’era una donna e il suo cuore, messi a nudo dal desiderio di esternare, con quell’atto, tutta la voglia di dare e ricevere amore. Presumo, anche, di aver assaporato dalle tue labbra il desiderio sensuale che ti pervade, senza, che questo sia portato all’esasperazione, perché mi fecero capire che a te il sesso piaceva, fatto con la persona che baciavi e che non sarebbe mai stato uno qualsiasi.
Caddi come un allocco in quella tua trappola meravigliosa. Furono momenti dolcissimi. E’ vero, baciai altre donne, ma nessuna mi trasmise più quelle vertiginose sensazioni. Mi dicevi spesso che ero una “faccia tosta” quando te li chiedevo. Bene. A distanza di anni siamo ora l’uno di fronte all’altra. Sfacciato come sono, te lo chiedo di nuovo. Lo desidero veramente. Anche a fronte di tuo marito e di mia moglie. Sorridi e ti avvicini. Capisco male e cerco di abbracciarti. Mi sussurri all’orecchio che sono poetico. Finalmente mi permetti di abbracciarti. Cristo, mi sento davvero Clark Gable ma mentre mi accosto per baciarti, metti un dito sulle mie labbra e cominci a cantare la canzoncina che canticchiavi anni fa. “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va….”
e m'attristo
pensando al dolore
che non risparmia
neanche un dottore
Non è la morte
che fa paura
ma la sofferenza
che abbiamo in natura
Soffrono i belli
soffrono i brutti
al mondo soffrono
proprio tutti
Soffrono poveri e poverelli
sempre pe' fame a canta' stornelli
soffono ricchi ed arricchiti
che manco alle corna sono sfuggiti
Soffrono servi e pure padroni
a cui non basta grattarsi i coglioni
soffrono ladri e politicanti
esseri biechi e assai birbanti
Or che lo sai
se non vuoi soffrire
non fare il saggio…
è meglio impazzire!
Non ci sono ragioni che tengono, sono esseri liberi ed autonomi, non sono proprietà, specilamente dal momento che acquisiscono capacità e le sviluppano soprattutto mentali-psichiche.
Non dipende dall'età, dalla crescita, sono fattori umani, naturali.
Non dobbiamo smettere di amarli, ma dobbiamo farlo come se amassimo il prossimo-chiunque.
M'intristisce vedere genitori che davanti a qualsiasi cosa fatta, detta, pensata dai figli, di ogni sorta, non abbiamo un pensiero libero e personale ma sostengono il loro fare, il loro agire, il loro dire.
Che davanti alle difficoltà che tutti incontrano, che ci sono, li aiutano ad ogni costo, fino a mortificare altri nelle loro libertà , decisioni o scelte. Perchè i loro figli, prima di tutto!!!!!
Certamente è stato difficle, decidere di scrivere queste parole da parte mia; penso all'insegnamento di umiltà, comprensione, avuto da un amico che ha perso un figlio in gioventù, per una grave malattia.
Mi ripeteva: "i figli non sono nostri e con questo pensiero ho superato dei brutti momenti".
Solo questo, ha consolidato in me un pensiero in bilico da sempre, portandomi alla decisione finale.
Non mi comporterò così per i figli, dovesse cadere il mondo. Sono liberi, unici, pensanti, hanno un cuore, un'anima e non hanno bisogno d'altro. Tantomeno del nostro aiuto, senza richiederlo.
Ma non è egosimo da genitore, è la realtà del vivere. Non è, egoismo personale; ormai è convinzione.
Non cerco giudizi e men che meno, applausi. Mi sento al posto giusto, su questo argomento.
Tutti i giorni invece, vedo, sento ed incontro, situazioni che fanno rabbrividire al solo enunciarle.
Nessun genitore, che si mette veramente la mano al cuore, senza essere di parte, prendendo una decisione autonoma e personale, quando il momento lo richiede, specialmente a riguardo " dei loro figli ".
Qualcuno mi dice: in questa vita che abbiamo, da generazioni si fa così, i figli sono il cuore.
La mia risposta rimane : a volte cambiando si sbaglia, ma almeno provando generiamo un altro risultato, un altro movimento
che potrebbe essere quello giusto, quello che risolve, quello migliore.
Amare i figli, sarà per sempre; non dobbiamo confonderlo con possedere.
beh, a dare un’occhiata in giro, perché di soldi ne giravano pochi in tasca, poi magari…
Ma aveva deciso, lei ed Angelo suo marito, che avrebbero fatto quella tanto sospirata vacanza a
S. Domingo, così si erano autotassati, impegnati a fare un salvadanaio e, stando al tempo che era trascorso e all’impegno messo, il gruzzoletto doveva esser lievitato abbastanza. Certo si tirava un po’ la cinghia, ma chi non lo fa: il fine giustifica i mezzi, e qui il fine risultava ancor meno sacrificante.
Uscivano poco il sabato sera, solo una pizza e via e, magari , non tanto spesso. Niente extra, niente regali a destra e a manca; un po’ di cose in meno, insomma.
Ma quella mattina, quel sole, quell’aria dolce la stuzzicavano, la solleticavano esageratamente…. E poi aveva visto un vestitino,… e quella borsa in verde…. e poi voleva trovare qualcosina di nuovo per la casa! Ma no!!... Poi ripensandoci si convinceva che avrebbe solo buttato l’occhio qua e là. Non voleva litigare con Angelo che già aveva da digerire, per così dire, una sua “sorpresina” di non molto tempo prima che aveva tolto un po’ di risparmi dal salvadanaio. Lei era sempre distratta già di natura, per la verità, forse nemmeno lo ricordava, ma lui ancora ci pensava…
Telefonò all’amica perché le facesse compagnia, poi, si preparò con la solita cura ed uscì.
Tante le tentazioni, ma resistette alle sollecitudini della civetteria femminile, fece solo un giro cercando di farsi distrarre solo dai pettegolezzi dell’amica. Sbirciava, buttava l’occhio che talvolta diventava languido, si fermavano davanti ai negozi godendo delle chiacchiere di donne davanti a una vetrina. Alla fine di quel giro, Carla fu fiera di sè, conoscendosi: aveva resistito ed era stata brava, anche se il suo sorriso somigliava a quello delle faccine che accompagnano gli sms sui cellulari, quello che ha gli angoli della bocca tirati all’ingiù che significa un poco di malcontento!
Al rientro raccolse la posta e cominciò ad aprirla.
…” Come?!... Quando?!... Oddio, Oddio!... E mò?! Come è potuto succedere?! “ e sedette: è sempre meglio sedere quando si ricevono certe notizie!...
“ E mò chi glielo dice ad Angelo? COME glielo dico?!! “
Eh già!... Notizie così non si accolgono con piacere e col sorriso sulle labbra. Tanto più che, in certe cose lui, ora, aveva acquisito un po’ di tranquillità, perlomeno fino a quegli ultimi eventi. Perché prima!!...
Studiò a lungo la cosa: doveva dirglielo in modo dolce, senza fargli prendere un colpo. Poverino, a volte certe notizie ti arrivano tra capo e collo, come una mazzata.
Visto che era il suo giorno libero e non doveva andare a scuola, restò tutto il pomeriggio a casa. Cercò di creare un’atmosfera dolcemente calda, si diede da fare anche tra i fornelli, voleva prendere Angelo anche per la gola: è il peccato di molti uomini, insieme a qualcos’ altro, e conoscendo suo marito, non era da meno!... Ed Angelo arrivò.
“ Ciao amore! “ lui. “ Ciaoo… amò! “ rispose lei con fare da gattina e lo abbracciò caldamente.
“ Che c’è? Festeggiamo qualcosa? “ Notando tutta un’atmosfera di luci, candele, profumi e… profumini. Ah, le donne, se ci si mettono ne inventano una più del diavolo.
…“ No, amò! E’ che da un po’ non ci concediamo una serata romantica,… allora! “ disse lei con aria sempre più ammiccante, continuando ad usare quel linguaggio un po’ dialettale e quel vezzeggiativo che, sulla sua bocca, suonava come la più dolce delle parole.
“ Ma che mi vuoi stuzzicà stasera, mi vuoi sedurre?...” stringendola a sé, lui, e poi baciandola.
“ Ma no! Figurati, che c’è bisogno?... Lo so che mi vuoi… bene!....” E mentre lui trafficava con le sue cose, lei, andando avanti e indietro per finire di preparare, gli passava attorno, usando tutto il suo animo felino per turbarlo. E lui notava, eccome se notava: gli ridevano, per così dire, anche le orecchie; forse, chissà, si leccava anche i baffi mentre le lanciava qualche occhiata da… gattone in amore....
Lei, Carla, sapeva bene cosa intrigasse Angelo… Aveva indossato, all’occorrenza, un max-pull, uno di quei mini abiti in lana, color cipria che lasciava godere la vista delle sue belle forme. Corto: sicchè si notassero le belle gambe in un paio di autoreggenti dei quali, di tanto in tanto, s’intravedeva il pizzo sfumato di tortora. Altro che i soliti leggins: quella sera ne aveva fatto a meno, ci voleva altro!...
Aveva alzato i capelli, fermandoli alla buona quasi spettinati, affinchè le cadesse qualche ricciolo scomposto sul viso e sulla fronte, regalondole un’aria dolcissima, da bambina. Ogni tanto andava camminando scalza ma sulle punte, assumendo un’andatura davvero sensuale nell’ancheggiare: meglio che su di un paio di tacchi. Eh si, il suo sculettare era molto sexy a piedi scalzi: chiedete a qualche maschietto se ha visto mai!...
Tutto questo in un’atmosfera caldamente coinvolgente, data dalla luce soffusa di lumetti e candele, e dall’odore di un incenso che accompagnò la loro cena tra sguardi e sorrisetti ammiccanti di Carla.….
Il divano accolse Angelo dopo cena, mentre Carla fece la solita sosta in bagno, come si addice ad una signora, per andare a completare la sua scena di seduzione dandosi un’aggiustatina. Nel mentre che aspettava la sua… gattina, Angelo esordì: “ Sai amore, ho fatto un po’ di conti e penso che partiremo per S. Domingo, quest’estate. Si, penso proprio che ci siamo: manca poco ma ce la faremo questa volta.” Dal bagno lei fece una smorfia di rammarico; strinse gli occhi come per dire – Mamma mia che faccio?-- Si agitava, muoveva qualche passo, batteva l’una contro l’altra le mani, come per dire – O mamma mia come faccio? – ancora una volta. Poi, con un filo di voce, quasi a mordersi le labbra chiese:
“…E quando sarebbe questo poco…? “
Lui: “ Beh, così su due piedi, forse mancano un 500/600 euro, al massimo. “
--Oddio! Caspita, azzeccato! -- penso lei.
Eh già, proprio azzeccato!... Finito che ebbe di pensare, mise qualche goccia di profumo, vestì il sorriso più ammaliante e, col fare suo sensuale, andò sul divano.
“ Amò, ma che sei stanco?... Ma che hai sonno?... “ diceva con sguardo sempre più languido e a bassa voce. Angelo continuava a leggere il giornale, aveva già gli occhi rossi, un po’ presi dal sonno, ma, nonostante, alzava lo sguardo tra un rigo e l’altro; sorrideva e allungava la mano per cercarla sul divano.
Era bella la sua Carla, sebbene fossero passati parecchi anni, lo charme di lei conquistava divinamente lui, sempre, che amava essere intrigato da lei.
Intanto su quel divano, complice, lei gli si faceva sempre più vicina; giocava con le dita tra i capelli e, distrattamente, faceva finta di leggere dal giornale di lui e, continuando con fusa da gatta, gli si strusciava di tanto in tanto. Dopo un po’ lui cedette alle moine, a quegli inviti provocatori, e cominciarono le sue risposte alle avances!...
… “ Amò, ma tu sei sicuro che faremo questa vacanza? E se non potessimo neanche questa volta? “ tra un bacio e una coccola, lei.
E lui “ … Ma no, vedrai…” distrattamente, continuando a stringerla e a baciarla. A scoprire, piano, tutto ciò che d’intrigante aveva Carla.
… “ Amò, ma ci rimarresti male?... “ continuò ancora lei. Ormai Angelo era cotto a puntino e rispondeva con leggero ritardo. I fuochi della passione cominciavano ad arrivare e lei tra una stretta, un bacio e un sorriso decise di parlare.
… “ Amò... dobbiamo un arretrato di 500 euro alla società elettrica!!... “
Tutto d’un fiato l’aveva detto e strinse gli occhi ancora, come per dire – O mamma mia che succede, mò? –
Lui la guardò con aria stupita, anche un po’ intontita di chi, in quel momento, non capiva cosa volesse dire, perché aveva altro a cui pensare. Ma dovette concentrarsi molto, tutto d’un colpo, perché dal suo mezzo sorriso si capì che, forse, aveva messo in conto che potesse presentarsi un intoppo del genere. Eh si, conosceva bene la sua “gattina” distratta: mica era la prima volta!... Aveva dimenticato, di nuovo, di pagare qualche bolletta.
La guardò, come guarda un uomo innamorato: era proprio bella la sua Carla e col contrasto del divano bianco, ancora di più. E poi , quell’aria da bambina dispiaciuta la faceva apparire dolcissima ai suoi occhi. E che dire di tutto il resto…!
Quindi la sfiorò con una carezza e rispose: “ Che vuoi che sia! S. Domingo aspetterà, io no, però!... Vieni qua e stai zitta,... Amò! “
… Ah l’amour, l’amour! Andava pensando Carla mentre si abbracciava ad Angelo; ma anche questa volta aveva dovuto rinunciare. Accidenti alla sua distrazione…
Ma all’amore di Angelo no: a quello non avrebbe mai rinunciato e neanche Angelo al suo, visto i fatti…
In verità è che in amore vince sempre la complicità e… l’Amore, quando c’è.






