In verità si era dissetato abbastanza; avrebbe portato volentieri nuovamente la bottiglia di tè giù, staccata dalle labbra. E si, anche perché poi, in fondo, quella posizione così scomoda per il bere: capite vero? testa inclinata verso dietro, ossa della cervicale messe a dura prova...ma si, credo che chi ha la cervicale sappia fin troppo bene cosa vuol dire inclinare il capo verso dietro, e chi non ha la cervicale sappia che..che fa dolore, che altro dire? Che si berrebbe meglio da un bicchiere, e senza inclinare troppo la nuca all'indietro. Insomma, fatto sta che, nonostante non avesse più sete, nonostante avesse deciso ormai da tempo che fosse meglio bere a piccoli sorsi durante l'estate e non, a maggior ragione, bevande gelide, nonostante avesse portato volentieri la nuca nuovamente in posizione normale per il dolore alla cervicale....niente: seguitò a tenere la bottiglia di tè....così:...sollevata, in alto, come se stesse a suonare una tromba; e poi sai, davvero nel color castagna dei suoi occhi potevi quasi ascoltare chissà che brano di assolo di tromba che gli stava passando per la testa: Oh! se lo avessi conosciuto un po' meglio sai cosa avrei fatto? Sarei andato lì e gli avrei chiesto: "dai...dimmi: a quale assolo stavi pensando?"; ma forse invece l'ho conosciuto bene, o forse molto molto bene; forse l'ho conosciuto molto meglio della madre che mai dicono la si abbia vista lì, da quelle parti, o di quei quattro sedicenti amici che credeva di avere. E sai perché dico ciò? Si, vero: devo specificare che mai e poi mai ho parlato con lui...accidenti: neanche un leggero cenno di capo gli regalavo, sfiorando un leggero sorriso, quando lo incrociavo per il viale, comunque....dicevo:"sai perché dico ciò? perché un bel tardo pomeriggio d'estate, lui era giù, in fondo al lungo viale ed anche abbastanza distante da me, camminava nella mia stessa direzione e nel mio stesso verso, quindi, trovandomi ad una certa distanza, non poteva né vedermi, né sentire i miei passi dietro. Ad un certo punto gli sentii uscire dalle labbra che pose appena socchiuse, un verso di tromba; e riconobbi benissimo quel pezzo; ah! si se lo riconobbi! ed era anche un pezzo di un brano....insomma, non era una canzoncina, dovevi essere appassionato di musica per conoscere quel pezzo di tromba. Fermai i miei passi a quell'assolo improvvisato e scanzonato a quel modo. Mi nascosi dietro un albero e sbirciai avanti: il signor Ricardo si voltò di scatto, io ritrassi immediatamente il viso, l'assolo terminò lì; comunque, lo avevo sentito e riconosciuto: era la tromba di Luis Gasca in Faith Interlude; o meglio, le labbra del signor Ricardo Rey, socchiuse a quel modo, imitavano la tromba di Luis Gasca, nel brano su riportato. E volete che da questo non si deduca che lui, Ricardo...fosse...solo? Si, si, solo: intendo solo; intendo....solo. Ed il poter dire che una persona è sola, equivale a dire che la si conosce; intendo dire che quei sedicenti amici del bar, no, non conoscono davvero dico: "Faith interlude", suonata da Luis Gasca, né quando Luis l'ha suonata; né tantomeno con chi; e allora...cosa ha da dire il signor Ricardo quando va lì al bar, se non può parlare di tromba, di musica, di assoli, di Gasca, ma deve parlare solo di...non so cosa; eh! Pace all'anima sua. Dicevo quindi che Ricardo, quel pomeriggio estivo, restò lì, con la sua bottiglia di tè sollevata verso l'alto. Ad un certo punto, mi accorsi che guardava con una certa intensità, il terrazzo del fabbricato di fronte, ancora in costruzione. I lavori erano fermi da alcuni giorni; ah! non so perché: qui si inizia, si interrompe, si riprende, si butta giù....quindi davvero non saprei il motivo dell'interruzione di quel fabbricato; o forse....era....Domenica? Comunque lui, il signor Ray, guardava lì, in alto; guardava la sommità del fabbricato da finire; o forse la gru ancora più alta del fabbricato. Erano le 15 e 15, ricordo bene, che il campanile batté tre rintocchi pieni, ed uno acuto. Mi voltai un solo istante verso la mia sinistra: due ragazzi, seduti su di una panchina, si stavano baciando con una passione che, se la somma delle parti, in matematica, dà l'intero, ecco, non c'era alcuna somma da fare: quel bacio fra i ragazzi era la somma stessa: uno solo dei ragazzi era la somma intera; e l'altro pure. Tornai con lo sguardo verso il signor Ricardo...non era più li. Ruotai lo sguardo, tutto era isolato: la panchina, i due ragazzi, il fabbricato e....null'altro; tutto era fermo. Il campanile distanziava da lì almeno trecento metri. Restai attonito. Dove sta? Dove è finito il signor Ricardo? Provai a cercare aiuto nello sguardo dei due ragazzi che non avevano alcuna intenzione di staccarsi l'uno dall'altro. Il frinìo delle cicale si era fermato improvvisamente, guardai su verso il cielo: le nuvole che poco prima viaggiavano quasi ferme, a velocità trascurabile e mosse da un vento che certo giù, in basso dove ero, non si avvertiva affatto, erano ora immobili. Tornai con lo sguardo ai ragazzi sulla panchina, con un attimo di preoccupazione portai lo sguardo verso il petto di uno dei due ragazzi per vedere se respirava: si; almeno quello.
Non so come, portai ora lo sguardo su, in cima alla gru che sovrastava il fabbricato; il signor Ricardo era lì, dritto in piedi all'apice della gru; portò la bottiglia del té alla bocca, e si lasciò scivolare nel vuoto.
Ho lavorato successivamente, per almeno cinquantadue anni ai terminali petroliferi; ero solo un cuoco, però avevo le mie soddisfazioni nel sentire i tecnici, gli ingegneri, gli operai che mi facevano i complimenti per la cucina. Trascorso questo tempo, sentii l'esigenza di riavvicinarmi al mio paesino. Avvertivo finalmente e nuovamente l'odore dei campi d'orzo, di grano, della terra bagnata quando iniziava a piovere; l'odore dell'erba bagnata e dell'erba appena tagliata dalla primavera in poi; uscivo appositamente fuori, in strada, durante le piogge, per vedere le lumache uscire, scivolare lentamente sui fili d'erba; quell'odore di petrolio ci mise un po' per andar via dai miei abiti. Girando una mattina...era davvero molto presto, saranno state anche le...5,00; si, ma d'estate sapete, le 5,00 insomma...è giorno, incrociai il nuovo Viale, costruito a dire il vero da alcuni anni; ora...proprio nuovo...non potrei dirlo; nuovo per me, ecco, questo si; per me era nuovo quel Viale. Mi fermai all'inizio dello stesso. Lessi il nome del Viale: Viale San Ricardo. Domandai subito, alla prima persona che ebbi la fortuna di incontrare: "E' una Via nuova questa vero Signora?"; era la proprietaria del negozio di verdure, che decenni addietro era solo un buzzico di chiosco che quasi neanche si notava...e che non era lì di certo, in quel Viale intendo, che neanche esisteva. La signora mi sorrise e chiese: "quanto è che manca da qui signor...." "Zenti", risposi: "Alessandro Zenti"; "ma lei è il figlio di Zenti...."; "il trattore" conclusi io; "si, certo; Zenti-seguitò la fruttivendola- il trattore giù passato il paese; la prima trattoria che incontravi vero?"; "si, io...io, proprio io" come a cercar conferma della mia identità. "ma -seguitai- questo Viale...come mai..dico..come mai questo nome? Viale San Ricardo?". "Ma come, non lo sa?"; "è diventato il Santo del paese: San Ricardo...". "Perché? -chiesi con una certa apprensione trattenendo il respiro, ed aspettando la risposta come concessione a riprenderlo. "Due ragazzi....era il....1900....non ricordo....due ragazzi insomma, videro un certo signore, che qui era conosciuto come signor Ricardo...Ah! dicono che era un bravissimo suonatore di tromba, solo sembra nessuno mai lo abbia sentito suonare..."; "si signora...due ragazzi....che hanno fatto?", incalzai nell'ottenere la risposta, ma più che altro per poter riprendere a respirare; "Due ragazzi dicono che lo abbiano visto scendere dalle nuvole, lì, dove è quell'edificio da finire ha capito dove? Con una tromba dorata in mano e che era seguito da una schiera di Angeli che, a loro volta suonavano chi il piffero, chi il ciufolo, chi il flauto, chi la tuba, chi il corno, chi la cetra.". Nell'elencare tutti questi strumenti angelici, la signora delle verdure iniziò a muovere le spalle avanti ed indietro: quasi danzava. "Si, d'accordo signora e poi? che cosa è accaduto?". "Nulla, tutto qua, solo che da quel giorno, il signor Ricardo non si è più visto e, alla base di una gru che era lì per lavori, fu trovata una tromba tutta d'oro". "Ma...cercai timidamente di azzardare io...non sarà stata forse un...sa...i ragazzi....un...barattolo....che magari somigliava ad una tromba...o non so...una bottiglia di tè o di acqua...sa, i ragazzi come sono...." insistetti. "La signora mi fissò, mi girò le spalle ed aprì la saracinesca del negozio oramai divenuto quasi un Supermercato. "Vuole rovinare tutto adesso? E' tornato da chissà dove e...poteva restarsene lì dov'era...". "Come crede che io abbia questo Supermercato? - seguitava la signora - è grazie al Santo....signore mio!"- poi concluse: "lo invoco ogni....sempre lo invoco...sempre! E ora arriva lei?".
Comunque, dato che io, e solo io ho sentito suonare il signor Ricardo, un benedetto pomeriggio d'estate di circa sessanta anni prima, quella stessa notte mi presi il diritto di togliere la scritta sul marmo che riportava il nome del Viale: "Viale San Ricardo", e la sostituii con una stessa di legno, ovvio, improvvisata da me, che riportava: "Viale Ray: musicista" Si, che stia bene o che stia male, il signor Ricardo, sono abbastanza convinto, non voleva essere Santo, ma solo....parlare con qualcuno di musica...tutto qui. Ah si, certo! quel fabbricato...si, è lì:..... quasi un Santuario; Ah! qui non aspettano altro per non finire.
Non so come, portai ora lo sguardo su, in cima alla gru che sovrastava il fabbricato; il signor Ricardo era lì, dritto in piedi all'apice della gru; portò la bottiglia del té alla bocca, e si lasciò scivolare nel vuoto.
Ho lavorato successivamente, per almeno cinquantadue anni ai terminali petroliferi; ero solo un cuoco, però avevo le mie soddisfazioni nel sentire i tecnici, gli ingegneri, gli operai che mi facevano i complimenti per la cucina. Trascorso questo tempo, sentii l'esigenza di riavvicinarmi al mio paesino. Avvertivo finalmente e nuovamente l'odore dei campi d'orzo, di grano, della terra bagnata quando iniziava a piovere; l'odore dell'erba bagnata e dell'erba appena tagliata dalla primavera in poi; uscivo appositamente fuori, in strada, durante le piogge, per vedere le lumache uscire, scivolare lentamente sui fili d'erba; quell'odore di petrolio ci mise un po' per andar via dai miei abiti. Girando una mattina...era davvero molto presto, saranno state anche le...5,00; si, ma d'estate sapete, le 5,00 insomma...è giorno, incrociai il nuovo Viale, costruito a dire il vero da alcuni anni; ora...proprio nuovo...non potrei dirlo; nuovo per me, ecco, questo si; per me era nuovo quel Viale. Mi fermai all'inizio dello stesso. Lessi il nome del Viale: Viale San Ricardo. Domandai subito, alla prima persona che ebbi la fortuna di incontrare: "E' una Via nuova questa vero Signora?"; era la proprietaria del negozio di verdure, che decenni addietro era solo un buzzico di chiosco che quasi neanche si notava...e che non era lì di certo, in quel Viale intendo, che neanche esisteva. La signora mi sorrise e chiese: "quanto è che manca da qui signor...." "Zenti", risposi: "Alessandro Zenti"; "ma lei è il figlio di Zenti...."; "il trattore" conclusi io; "si, certo; Zenti-seguitò la fruttivendola- il trattore giù passato il paese; la prima trattoria che incontravi vero?"; "si, io...io, proprio io" come a cercar conferma della mia identità. "ma -seguitai- questo Viale...come mai..dico..come mai questo nome? Viale San Ricardo?". "Ma come, non lo sa?"; "è diventato il Santo del paese: San Ricardo...". "Perché? -chiesi con una certa apprensione trattenendo il respiro, ed aspettando la risposta come concessione a riprenderlo. "Due ragazzi....era il....1900....non ricordo....due ragazzi insomma, videro un certo signore, che qui era conosciuto come signor Ricardo...Ah! dicono che era un bravissimo suonatore di tromba, solo sembra nessuno mai lo abbia sentito suonare..."; "si signora...due ragazzi....che hanno fatto?", incalzai nell'ottenere la risposta, ma più che altro per poter riprendere a respirare; "Due ragazzi dicono che lo abbiano visto scendere dalle nuvole, lì, dove è quell'edificio da finire ha capito dove? Con una tromba dorata in mano e che era seguito da una schiera di Angeli che, a loro volta suonavano chi il piffero, chi il ciufolo, chi il flauto, chi la tuba, chi il corno, chi la cetra.". Nell'elencare tutti questi strumenti angelici, la signora delle verdure iniziò a muovere le spalle avanti ed indietro: quasi danzava. "Si, d'accordo signora e poi? che cosa è accaduto?". "Nulla, tutto qua, solo che da quel giorno, il signor Ricardo non si è più visto e, alla base di una gru che era lì per lavori, fu trovata una tromba tutta d'oro". "Ma...cercai timidamente di azzardare io...non sarà stata forse un...sa...i ragazzi....un...barattolo....che magari somigliava ad una tromba...o non so...una bottiglia di tè o di acqua...sa, i ragazzi come sono...." insistetti. "La signora mi fissò, mi girò le spalle ed aprì la saracinesca del negozio oramai divenuto quasi un Supermercato. "Vuole rovinare tutto adesso? E' tornato da chissà dove e...poteva restarsene lì dov'era...". "Come crede che io abbia questo Supermercato? - seguitava la signora - è grazie al Santo....signore mio!"- poi concluse: "lo invoco ogni....sempre lo invoco...sempre! E ora arriva lei?".
Comunque, dato che io, e solo io ho sentito suonare il signor Ricardo, un benedetto pomeriggio d'estate di circa sessanta anni prima, quella stessa notte mi presi il diritto di togliere la scritta sul marmo che riportava il nome del Viale: "Viale San Ricardo", e la sostituii con una stessa di legno, ovvio, improvvisata da me, che riportava: "Viale Ray: musicista" Si, che stia bene o che stia male, il signor Ricardo, sono abbastanza convinto, non voleva essere Santo, ma solo....parlare con qualcuno di musica...tutto qui. Ah si, certo! quel fabbricato...si, è lì:..... quasi un Santuario; Ah! qui non aspettano altro per non finire.
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Quanto tempo ho impiegato per cercare di comprendere l'incomprensibile! Volevo capire alcune cose, far valere le mie ragioni: ero convinta di ottenere comprensibili risposte. Non ci capivo granché o quasi nulla di quello che mi veniva spiegato, ma ciò nonostante, non smettevo di fare domande. Ho addomesticato bestie feroci e sfamato lupi: da brava credulona qual ero, speravo di migliorare il mondo. Poi mi sono ricreduta: ci sono troppi lupi in giro ed io non ho cibo a sufficienza per nutrirli tutti. Dar da mangiare a bestie fameliche è una grande perdita di tempo: solo pochi mangiano, mentre troppi digiunano. Dopo un po' ho cominciato a separare il bene dal male. Le parti marce le buttavo via. A volte distrattamente, toglievo pure la buccia, la parte più saporita: quella che ti da il gusto di mordere. Quanto mi piace addentare le mele! Le pulisco col palmo della mano e poi, quando sono lucide lucide le addento. È così che va presa la vita: un po' a morsi. Non potendo perdere la speranza, né vivere di "forse", o di "probabilmente", ho cominciato a ribellarmi. Sbigottita constatavo che era possibile l'assurdo e improbabile se non irrealizzabile il plausibile. Il cielo è blu, verde è la foglia. Semplici riflessioni di chi vede le cose come sono. Perfino un bambino lo sa. Eppure, ciò che capiscono i bambini, per gli adulti è talmente complicato! Da quando si sono invertiti i colori, mi confondo e non riesco più a distinguere il bianco dal nero. Nulla è come sembra. Non credo sia una questione di prospettive o di punti di vista. Penso che la realtà si sia rovesciata. Ma mentre tutto capitombola, io ci spero ancora. Ogni volta ci provo, ma ci casco sempre. Poi si cambia: ci si adatta. Ora mi capita di cadere perfino da piccole altezze. Non riesco a fare passi da gigante, ma non mi fermo. Da un pezzo ho smesso di correre. A metà percorso della mia vita, comincio a decelerare l'andatura. Nonostante abbia meno tempo a disposizione, procedo lentamente. Anche i guerrieri hanno bisogno di riposare ed io ho tanto lottato. Camminerò ancora, ma senza fretta. Se qualcosa mi turba, o non riuscirò a dare il giusto senso alle cose, camminerò senza affanni: ma non correrò dietro al tempo, né cercherò di fermare la folla corsa di un treno impazzito. In fondo questa è la vita. Si corre, si rallenta. L'importante è non fermarsi: al resto possiamo pensarci anche domani...
Se dessimo peso a ciò che ha peso e sapessimo misurare col giusto metro, eviteremmo errori di valutazione. Ma noi misuriamo in maniera approssimativa, "ad occhio" e così finiamo col pesare male. Sarebbe bello se avessimo la capacità di dare alle cose il giusto peso. E se imparassimo a prendere le giuste misure da tutto ciò che ci opprime e che ci fa arrabbiare? Se ci liberassimo della superbia, forse rimarrebbe spazio sufficiente per cose che hanno valore...
Guardanne 'nu buriuso, superchiuso,
n'omme barbuto, 'o rivulgette 'stu pensiero:
"Te puorte 'ncuollo pise ca 'nun tenene peso
“e 'nu carico 'e fronne appestate appese."
"Te nne vaje facenne 'o splendido, 'o bbrillante,
cammine tutto buriuso e a pietto annante.”
“Ma si 'nun saje da 'e ccose 'o justo piso,”
“tutte 'sti pise se fanno sempe cchiù pesante!”
“Che nne faje 'e pise ca 'nun regnene”
“e sanno sulo dà suone avvacante!”
“Ma che piso hanna tennere 'sti pise?”
Addimmannaje ll'altezzuso ajzanne 'o viso.
“Dà peso, sulo a chello ca tene peso,
nunn'è ca fosse po' 'sta grand'impresa!”
“Si 'o piso nunn'è de qualità dà sulo arraggia.”
Chesto rispunnette, a ll'omme buriuso 'o saggio.
Il peso
Guardando un borioso superbo,
un uomo barbuto, gli rivolse un pensiero:
- ti porti addosso pesi che non hanno peso
e un carico di fronde appestate appese. -
- Vai in giro a fare lo splendido, il brillante -
- cammini tutto borioso e a petto avanti -
- ma se non sai dare alle cose il giusto peso,
tutti questi pesi diventano sempre più pesanti! -
- cosa te ne fai di pesi che non riempiono
e sanno solo dare suoni vuoti! -
- ma che peso devono avere questi pesi? -
chiese l'altezzoso alzando il viso.
- Dai peso solo a ciò che ha peso -
- non è poi questa grande impresa! -
- se il peso non è di qualità ti innervosisce. -
Questo rispose, all'uomo borioso il saggio.
Guardanne 'nu buriuso, superchiuso,
n'omme barbuto, 'o rivulgette 'stu pensiero:
"Te puorte 'ncuollo pise ca 'nun tenene peso
“e 'nu carico 'e fronne appestate appese."
"Te nne vaje facenne 'o splendido, 'o bbrillante,
cammine tutto buriuso e a pietto annante.”
“Ma si 'nun saje da 'e ccose 'o justo piso,”
“tutte 'sti pise se fanno sempe cchiù pesante!”
“Che nne faje 'e pise ca 'nun regnene”
“e sanno sulo dà suone avvacante!”
“Ma che piso hanna tennere 'sti pise?”
Addimmannaje ll'altezzuso ajzanne 'o viso.
“Dà peso, sulo a chello ca tene peso,
nunn'è ca fosse po' 'sta grand'impresa!”
“Si 'o piso nunn'è de qualità dà sulo arraggia.”
Chesto rispunnette, a ll'omme buriuso 'o saggio.
Il peso
Guardando un borioso superbo,
un uomo barbuto, gli rivolse un pensiero:
- ti porti addosso pesi che non hanno peso
e un carico di fronde appestate appese. -
- Vai in giro a fare lo splendido, il brillante -
- cammini tutto borioso e a petto avanti -
- ma se non sai dare alle cose il giusto peso,
tutti questi pesi diventano sempre più pesanti! -
- cosa te ne fai di pesi che non riempiono
e sanno solo dare suoni vuoti! -
- ma che peso devono avere questi pesi? -
chiese l'altezzoso alzando il viso.
- Dai peso solo a ciò che ha peso -
- non è poi questa grande impresa! -
- se il peso non è di qualità ti innervosisce. -
Questo rispose, all'uomo borioso il saggio.
La ruche del piccolo vestito azzurro svolazzava al fresco vento di fine estate, e la piccola Stella aggrappata alla tua gamba emetteva gridolini di gioia per l’ inaspettata uscita mattutina. Avevi deciso che era venuto il momento per te di tornare al lavoro, dopo un anno e mezzo trascorso in casa ad accudire la tua bimba e a digerire la sua disabilità, un anno e mezzo passato ad osservare quel batuffolo che nessuno mai avrebbe detto malata. Riccioli biondi ad incorniciare un visino sveglio, occhi azzurri e luminosi già pieni di perché. Un'unica cosa tradiva quella perfezione: la lentezza e la difficoltà nel compiere anche il più semplice dei movimenti.
Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.
Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.
L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre in legno scuro abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di marmo chiaro rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.
La madre superiora vi aspettava, seduta nella sua comoda poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute o comunque moderna, oltre che ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania hai iniziato a raccontare di Stella, della sua malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo personale specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>> e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata, mentre quell’ ancella di non so che cosa continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.
Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto, il più bello, per te e per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.
La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.
Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia ed aveva aperto un kinderheim, quella donna minuta e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare, in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.
Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.
Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.
L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre in legno scuro abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di marmo chiaro rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.
La madre superiora vi aspettava, seduta nella sua comoda poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute o comunque moderna, oltre che ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania hai iniziato a raccontare di Stella, della sua malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo personale specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>> e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata, mentre quell’ ancella di non so che cosa continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.
Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto, il più bello, per te e per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.
La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.
Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia ed aveva aperto un kinderheim, quella donna minuta e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare, in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.
Quando chiuse la porta dietro sé quel pomeriggio piovoso, non si udì il solito fruscìo dovuto allo sfregamento dell'anta contro il pavimento oramai scesa troppo in basso a causa del suo stesso peso. Quella mattina Luca, ebbe molta attenzione; così, con le scarpe ancora in mano, sollevò con il braccio sinistro l'anta della porta, quel tanto, giusto che il rumore non si udì per nulla. Posò le scarpe delicatamente sul gradino umido che era, e le calzò: preferì insomma bagnarsi i calzini nell'uscire, piuttosto che infilare le scarpe in casa. Beh si, forse una accortezza eccessiva: non credo che Luca...si, certo, l'altro Luca, non lui ovvio, si sarebbe svegliato dal suo sonno profondo. Attese il bus, lì di fronte: scesi i tre scalini dell'abitazione. Dal lato destro sopraggiunse il bus: "Oddio! Ancora guardo a sinistra...non ci posso credere", pensò il ragazzo nel voltarsi verso destra al rumore del bus in arrivo. "E come sono ordinati e disciplinati questi inglesi....", seguitò nel suo pensiero, affrettandosi a mettersi in fila, per ultimo, per non fare la solita figura da: "Italiano". Il bus partì, Luca diede un'occhiata alla finestra della stanza dove, la sera prima, aveva dormito con il suo nuovo amico: i vetri apparivano appannati dal contrasto tra freddo del fuori ed il tepore dell'interno. Sentiva ancora il respiro caldo e regolare del suo nuovo amico nell'orecchio, ed immaginava ancora di accarezzare le sue spalle che avvertiva lisce e potenti. "Lo stesso nome..." pensò: "è bastato il medesimo nome per...per parlare, per...cavolo; tutto da lì è iniziato", pensava Luca incredulo: "è bastato lo stesso nome". "no; non certo lo stesso nome piuttosto credo che...".
"Exuse me sir", sentì appena a fianco a sé. Girandosi lentamente vide una signora molto anziana che chiedeva con modo cortese il passo. Luca si spostò accennando ad un leggero sorriso. "Avrà capito che sono italiano?" si domandò Luca; "da cosa? dal sorriso?" si rispose; "forse che sono rimasto in piedi...ma qui..si ha l'obbligo di sedersi?". La signora anziana scese alla fermata tra Allerton Road e Penny Lane. Luca la seguì con lo sguardo nello scendere; il bus chiuse le porte e partì nuovamente. Luca si tenne forte al partire del bus, ma seguiva con lo sguardo l'anziana signora: lo avvolse un desiderio che lo lasciò incantato, quasi sbalordito: lo assalì la necessità di seguire quell'anziana signora. Si affrettò a scendere alla fermata successiva; tornò con passo quasi frettoloso verso la fermata precedente e riprese il suo respiro regolare nel vedere la signora che, avendo appena terminato di scambiare due parole con il barbiere, riprendeva il suo passo solitario. La signora entrò nella porta accanto al negozio. Luca raggiunse finalmente il pub dove, la sera precedente, nel servire quelle pinte di birra, aveva conosciuto il suo nuovo amico con il suo steso nome da italiano. Di tanto in tanto anzi, forse con una certa frequenza, volgeva lo sguardo verso la porta d'ingresso nel mentre serviva le sue birre; ma no: Luca no, non si faceva ancora vivo. A notte inoltrata, con quel suo senso di smarrimento che sempre lo accompagnava a fine turno di notte, si avviò verso casa a piedi. Lungo il viale che lo separava dalla sua semplice abitazione, cercò subito di guardare le finestre della sua stanza; ma tutto era buio. Aprì la porta, questa volta lasciandola strusciare sul pavimento, e si avvertì quindi il solito rumore d'attrito. Accese la luce d'ingresso e raggiunse la stanza. Luca non c'era. Dalla luce d'ingresso si poteva notare il letto nella stanza così..come lo aveva lasciato. Lentamente raggiunse la lampadina che pendeva dalla spalliera. Cercò appena così...con noncuranza, un qualche biglietto, una qualche traccia, ma no...nulla. Si sedette sul letto, si sfilò le scarpe, prese tra le mani i suoi calzini ancora umidi dal pomeriggio e pensò all'attenzione che aveva messo nel calzare le scarpe sul ciglio della porta; tenne stretto fra le mani quell'umido. Gli venne in mente il passo solitario dell'anziana signora lì in Penny Lane. Non ci stette a pensar su. Calzò nuovamente le scarpe. Uscì, raggiunse nuovamente Penny Lane, passò il barbiere chiuso ovviamente, dall'ora notturna e solitaria che era, si fermò all'altezza del portone dell'anziana signora ma sul lato opposto della strada. Una finestra al primo piano emanava una fioca luce che gli ricordò: "l'impero della luce" di Magritte. Strinse i calzini che teneva ancora nelle mani, per avvertire ancora più intenso l'umido che, assieme al freddo di quella notte era un forte contrasto con il ricordo del caldo respiro di Luca. Poi pensò: "chissà se DIO condanna l'Amore che ho avuto per Luca, pur conoscendo questo freddo?". Nelle sue orecchie in quel momento sentì la voce dell'anziana signora sul bus: "Exuse me sir".
"Exuse me sir", sentì appena a fianco a sé. Girandosi lentamente vide una signora molto anziana che chiedeva con modo cortese il passo. Luca si spostò accennando ad un leggero sorriso. "Avrà capito che sono italiano?" si domandò Luca; "da cosa? dal sorriso?" si rispose; "forse che sono rimasto in piedi...ma qui..si ha l'obbligo di sedersi?". La signora anziana scese alla fermata tra Allerton Road e Penny Lane. Luca la seguì con lo sguardo nello scendere; il bus chiuse le porte e partì nuovamente. Luca si tenne forte al partire del bus, ma seguiva con lo sguardo l'anziana signora: lo avvolse un desiderio che lo lasciò incantato, quasi sbalordito: lo assalì la necessità di seguire quell'anziana signora. Si affrettò a scendere alla fermata successiva; tornò con passo quasi frettoloso verso la fermata precedente e riprese il suo respiro regolare nel vedere la signora che, avendo appena terminato di scambiare due parole con il barbiere, riprendeva il suo passo solitario. La signora entrò nella porta accanto al negozio. Luca raggiunse finalmente il pub dove, la sera precedente, nel servire quelle pinte di birra, aveva conosciuto il suo nuovo amico con il suo steso nome da italiano. Di tanto in tanto anzi, forse con una certa frequenza, volgeva lo sguardo verso la porta d'ingresso nel mentre serviva le sue birre; ma no: Luca no, non si faceva ancora vivo. A notte inoltrata, con quel suo senso di smarrimento che sempre lo accompagnava a fine turno di notte, si avviò verso casa a piedi. Lungo il viale che lo separava dalla sua semplice abitazione, cercò subito di guardare le finestre della sua stanza; ma tutto era buio. Aprì la porta, questa volta lasciandola strusciare sul pavimento, e si avvertì quindi il solito rumore d'attrito. Accese la luce d'ingresso e raggiunse la stanza. Luca non c'era. Dalla luce d'ingresso si poteva notare il letto nella stanza così..come lo aveva lasciato. Lentamente raggiunse la lampadina che pendeva dalla spalliera. Cercò appena così...con noncuranza, un qualche biglietto, una qualche traccia, ma no...nulla. Si sedette sul letto, si sfilò le scarpe, prese tra le mani i suoi calzini ancora umidi dal pomeriggio e pensò all'attenzione che aveva messo nel calzare le scarpe sul ciglio della porta; tenne stretto fra le mani quell'umido. Gli venne in mente il passo solitario dell'anziana signora lì in Penny Lane. Non ci stette a pensar su. Calzò nuovamente le scarpe. Uscì, raggiunse nuovamente Penny Lane, passò il barbiere chiuso ovviamente, dall'ora notturna e solitaria che era, si fermò all'altezza del portone dell'anziana signora ma sul lato opposto della strada. Una finestra al primo piano emanava una fioca luce che gli ricordò: "l'impero della luce" di Magritte. Strinse i calzini che teneva ancora nelle mani, per avvertire ancora più intenso l'umido che, assieme al freddo di quella notte era un forte contrasto con il ricordo del caldo respiro di Luca. Poi pensò: "chissà se DIO condanna l'Amore che ho avuto per Luca, pur conoscendo questo freddo?". Nelle sue orecchie in quel momento sentì la voce dell'anziana signora sul bus: "Exuse me sir".
Non avrei mai immaginato che partecipare a una festa di addio al celibato mi avrebbe distrutto così,
ho quasi l’ impressione di aver dormito per giorni, e ancora non riesco a svegliarmi.
Alzarsi al buio, muoversi piano, non far rumore, e questa maledetta porta che non vuole proprio aprirsi...
In questo buio cercare i vestiti non è facile, e le scarpe poi chissà dove saranno, va beh, a quanto sembra ho ancora indosso i vestiti di ieri, o l’ altro ieri, meglio non far casino, e non svegliare nessuno.
E’ tardi, assolutamente tardi, devo correre alla fermata. Correre? Con quest' affanno? Certo che devo averci dato giù di brutto alla festa, ho le gambe pesanti, mah, sarà l’ età.
“ Buon giorno maestro chi non muore si rivede”
“ Buon giorno professore, già al parco cosi di buon ora?” Certo la vecchiaia e’ una brutta bestia, che ci farà mai il professor Grimaldi al parco alle sette di mattina? E poi il professor Grimaldi, ma non stava li lì per andarsene due settimane fa?
L’ edicola, il giornale,.. il solito grazie Giovanni.
“ Mmhh scusa sai ma temo di non aver preso il portamonete, e neanche gli spiccioli.”
“ A sor maè nun se preoccupi, me paga domani, si se ari pia, perché c’ ha n’ aria...”
“ Caro Giovanni, e’ proprio l’ aria che mi manca, e come dici tu speriamo che m’ ari pio.”
Certo che idea andare a scuola con questo vestito, cosi elegante, chissà che diranno i bambini, sai le risate...
Le otto e venti, per fortuna sono arrivato in tempo.
“ GUARDA MAMMA, IL MAESTRO E’ COME GESU,
’... DOPO I TRE GIORNI.”
“ Che dici Carletto, quale maestro?”
“ MA MAMMA IL MAESTRO MARIO!”
“ Buon giorno signora Bruni, ciao Carletto..”
“ Buon giorno maestro che brutta cera, ma sta bene?”
“ Si, in effetti mi sento un po’ rigido oggi, sarà questa vita frenetica, che prima o poi mi ammazza.”
“ beh caro maestro forse tre giorni di ferie non le sono bastati
ma era in ferie poi?”
“ Ferie? Tre giorni?”
“ NO”
“ Ciao maè che te sei truccato stamattina? Mica e’ carnevale, e senza scarpe poi, oggi stai proprio messo male”.
“ Senza scarpe, ma che dice quel piccolo diavolo, e il trucco poi, ci mancherebbe altro, pero e’ vero mi sento strano, vuoto, forse e’ meglio tornare a casa, nel mio bel lettuccio al caldo”
Bella la mia casetta, anche cosi buia, silenziosa, strano tutto questo silenzio,
ma si mi metto a dormire, un bel sonnellino e domattina sarò vispo come un grillo,
ecco piano piano, entro nel letto. Duretto questo materasso, pero ci sono le lenzuola belle, quelle di seta,
cara la mia mogliettina che bel lettuccio hai preparato,
che sonno, gli occhi si chiudono …
“ AOOOO A ROMOLOO, QUI CE NE’ NARTRO CHE’ TORNATO, E MO BASTA CO STA STORIAAA,
NUN LE DOVETE LASCIA LE CASSE APERTEEE, ARTRO CHE ETERNO RIPOSO QUESTI NUN CE VONNO STA CHE SO MORTI, DAJE REGA’ PIOMBATE STE QUATTRO CASSE E ANNAMESENE A CASA,
CHE SO STANCO MORTO.”
ho quasi l’ impressione di aver dormito per giorni, e ancora non riesco a svegliarmi.
Alzarsi al buio, muoversi piano, non far rumore, e questa maledetta porta che non vuole proprio aprirsi...
In questo buio cercare i vestiti non è facile, e le scarpe poi chissà dove saranno, va beh, a quanto sembra ho ancora indosso i vestiti di ieri, o l’ altro ieri, meglio non far casino, e non svegliare nessuno.
E’ tardi, assolutamente tardi, devo correre alla fermata. Correre? Con quest' affanno? Certo che devo averci dato giù di brutto alla festa, ho le gambe pesanti, mah, sarà l’ età.
“ Buon giorno maestro chi non muore si rivede”
“ Buon giorno professore, già al parco cosi di buon ora?” Certo la vecchiaia e’ una brutta bestia, che ci farà mai il professor Grimaldi al parco alle sette di mattina? E poi il professor Grimaldi, ma non stava li lì per andarsene due settimane fa?
L’ edicola, il giornale,.. il solito grazie Giovanni.
“ Mmhh scusa sai ma temo di non aver preso il portamonete, e neanche gli spiccioli.”
“ A sor maè nun se preoccupi, me paga domani, si se ari pia, perché c’ ha n’ aria...”
“ Caro Giovanni, e’ proprio l’ aria che mi manca, e come dici tu speriamo che m’ ari pio.”
Certo che idea andare a scuola con questo vestito, cosi elegante, chissà che diranno i bambini, sai le risate...
Le otto e venti, per fortuna sono arrivato in tempo.
“ GUARDA MAMMA, IL MAESTRO E’ COME GESU,
’... DOPO I TRE GIORNI.”
“ Che dici Carletto, quale maestro?”
“ MA MAMMA IL MAESTRO MARIO!”
“ Buon giorno signora Bruni, ciao Carletto..”
“ Buon giorno maestro che brutta cera, ma sta bene?”
“ Si, in effetti mi sento un po’ rigido oggi, sarà questa vita frenetica, che prima o poi mi ammazza.”
“ beh caro maestro forse tre giorni di ferie non le sono bastati
ma era in ferie poi?”
“ Ferie? Tre giorni?”
“ NO”
“ Ciao maè che te sei truccato stamattina? Mica e’ carnevale, e senza scarpe poi, oggi stai proprio messo male”.
“ Senza scarpe, ma che dice quel piccolo diavolo, e il trucco poi, ci mancherebbe altro, pero e’ vero mi sento strano, vuoto, forse e’ meglio tornare a casa, nel mio bel lettuccio al caldo”
Bella la mia casetta, anche cosi buia, silenziosa, strano tutto questo silenzio,
ma si mi metto a dormire, un bel sonnellino e domattina sarò vispo come un grillo,
ecco piano piano, entro nel letto. Duretto questo materasso, pero ci sono le lenzuola belle, quelle di seta,
cara la mia mogliettina che bel lettuccio hai preparato,
che sonno, gli occhi si chiudono …
“ AOOOO A ROMOLOO, QUI CE NE’ NARTRO CHE’ TORNATO, E MO BASTA CO STA STORIAAA,
NUN LE DOVETE LASCIA LE CASSE APERTEEE, ARTRO CHE ETERNO RIPOSO QUESTI NUN CE VONNO STA CHE SO MORTI, DAJE REGA’ PIOMBATE STE QUATTRO CASSE E ANNAMESENE A CASA,
CHE SO STANCO MORTO.”
"Passammo insieme diversi momenti e decidemmo di cominciare a viverci.
Non si parlò più di lei o di lui,
Ma di noi.
Tutto ciò inizialmente mi sembrò molto strano.
Avevo perso la mia identità.
Ricordo ancora che non mi sono mai piaciuti gli sms.
Gli unici massaggi che mandavo erano quelli a mia madre per sapere cosa avremmo mangiato per cena, o all'amico per sapere cosa stesse facendo.
Eppure, da quel momento, cominciai a diventare premuroso, cominciai ad avere l'esigenza di dover sentire una persona.
C'è qualcosa di più forte dell'amore?
Tante furono le emozioni condivise
Tanti furono i baci rubati
Tante furono quelle corse fatte per evitare di arrivare in ritardo agli appuntamenti.
Caspita, non mi riconoscevo più.
Io che ero solito dire agli amici
"Tra 10 minuti arrivo", e poi uscire dopo 40 minuti.
Cosa mi stava succedendo?
Un giorno, mentre l'aspettavo davanti casa, mi fermai a pensare:
"Sono davvero felice di tutto ciò?"
Ma poi arrivò lei.
Lei mi sorrise
E tutto si fermò.
In quel momento capì quanto fossero inutili le mie paranoie.
Non ho mai perso la mia identità.
L'ho semplicemente trovata."
Non si parlò più di lei o di lui,
Ma di noi.
Tutto ciò inizialmente mi sembrò molto strano.
Avevo perso la mia identità.
Ricordo ancora che non mi sono mai piaciuti gli sms.
Gli unici massaggi che mandavo erano quelli a mia madre per sapere cosa avremmo mangiato per cena, o all'amico per sapere cosa stesse facendo.
Eppure, da quel momento, cominciai a diventare premuroso, cominciai ad avere l'esigenza di dover sentire una persona.
C'è qualcosa di più forte dell'amore?
Tante furono le emozioni condivise
Tanti furono i baci rubati
Tante furono quelle corse fatte per evitare di arrivare in ritardo agli appuntamenti.
Caspita, non mi riconoscevo più.
Io che ero solito dire agli amici
"Tra 10 minuti arrivo", e poi uscire dopo 40 minuti.
Cosa mi stava succedendo?
Un giorno, mentre l'aspettavo davanti casa, mi fermai a pensare:
"Sono davvero felice di tutto ciò?"
Ma poi arrivò lei.
Lei mi sorrise
E tutto si fermò.
In quel momento capì quanto fossero inutili le mie paranoie.
Non ho mai perso la mia identità.
L'ho semplicemente trovata."
Sofia Vassilieva e Alan Smith mano nella mano attraversarono lo studio televisivo accompagnati dalle note di “Vattene Amore” di Amedeo Minghi e Mietta.
La produzione aveva deciso di affidare ad entrambi la conduzione della trasmissione “ Quattro passi nella storia” dopo che ad Alberto Rana era stata affidata la presentazione di “Intimo notte” la trasmissione culturale quotidiana più prestigiosa dell’emittente “Videofront” in onda alle due del mattino e rigorosamente riservata ai sofferenti d’insonnia.
Il video che ritraeva Sofia ed Alan impegnati in una respirazione bocca a bocca da guinness dei primati era già diventato un cult della televisione. Tra loro, secondo i settimanali rosa usciti in settimana, era scoppiata impetuosa la passione.
Fu Sofia a prendere per prima la parola, nel suo stentato italiano con spiccato accento russo, non appena furono abbassate le luci in studio.
- La trasmissione da questa puntata ha una nuova veste. Non ci occuperemo più di storia o di politica, ma di letteratura. Vi proporremo opere che hanno fatto la storia dell’arte, in una versione insolita, in base alle ricerche condotte sul campo dal nostro Alan Smith. Cercheremo di dare un tono più leggero alle ore trascorse insieme, ampliando la parte dedicata allo spettacolo e all’intrattenimento. Prima di dare inizio alla puntata, però, permettetemi di ringraziare Alberto Rana e di augurargli tutto il successo possibile con la sua nuova avventura.
Spettò alle “Nudità danzanti” il compito di aprire la puntata con un balletto dal titolo “ A noi chi ci paga, se in cassa non c’è più una lira?” su coreografie di Sofia Vassilieva.
Alan Smith guardò Sofia negli occhi e le spedì un bacio con la mano, prima d’introdurre il tema della nuova puntata.
- La storia che voglio raccontarvi stasera la conoscete tutti, eppure sono convinto che riuscirò a sorprendervi ugualmente, grazie alla mia recente scoperta di un manoscritto inedito. Sto parlando del tragico amore tra Romeo e Giuletta, reso immortale dalla sublime penna di William Shakespeare.
Sofia scoppiò in singhiozzi, subito consolata da Alan, che continuò la sua illustrazione dell’opera.
- Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti erano i giovani rampolli di famiglie che si odiavano da tempo immemorabile. La ragazza era promessa sposa di Paride, il cuore di Romeo, invece, batteva all’impazzata quando incrociava lo sguardo di Rosalina. La scintilla della passione, come tutti sapete, scattò alla festa dei Capuleti: qualche giorno dopo, Romeo e Giulietta furono sposati in segreto da Padre Lorenzo. Il fato era avverso: Romeo fu condannato all’esilio da Verona per aver ucciso in duello Tebaldo e spedito a Mantova. Il piano di Padre Lorenzo per evitare le nozze di Giulietta con Paride non andò a buon fine: Giulietta, seguendo gli ordini del frate, con un veleno si procurò una morte apparente. Romeo, tornato in incognito a Verona, ignaro del piano, alla vista dell’amante morta, si tolse la vita, un attimo prima che la Capuleti si risvegliasse. Fece lo stesso Giulietta, quando si rese conto della morte dell’amato. Questa è la trama che tutti conoscete, ma come vi ho già anticipato, ho avuto la fortuna di trovare un manoscritto di Shakespeare, di età successiva, che racconta tutta un’altra storia. Ho chiesto alla compagnia “Pescatori di frodo in abito da sera” d’illustrarcela a modo loro.
Un uomo e una donna passeggiavano tenendosi per mano. Il pubblico in studio ebbe difficoltà a capire di chi si trattasse.
- Rosalina amore mio, finalmente possiamo parlare del nostro amore alla luce del sole. I tragici fatti che abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi, ci hanno aiutato a restare uniti, rendono più forte il nostro legame. E’ stata dura, ma per chi come noi ha la coscienza immacolata, è stato più facile accettare ciò che è accaduto.
- Paride, mio amato, anche ora che abbiamo detto addio alla vita, non mi sento di avere la coscienza del tutto immacolata. Agli occhi degli altri, anzi, posso essere sembrata sin troppo fredda, cinica, attaccata al denaro. Cosa avrei dovuto fare, però, sommare sangue a sangue? Mi fossi tolta anch’io la vita, qualcuno avrebbe avuto giustizia, forse che tu l’avresti avuta? Non credo. Ecco perché penso di avere fatto la cosa giusta.
- Giulietta mi era stata promessa in sposa, ma se non divenne mia moglie, come tu sai, fu perché Capuleti e Montecchi decisero di mettere fine alla loro faida secolare, combinando il matrimonio tra Giulietta e Romeo. Fu di Padre Lorenzo l’idea di quell’unione e fu lui in persona ad informarmi della rottura della precedente promessa di matrimonio. Non la presi per nulla bene: Giulietta la conoscevo appena, ma non potevo accettare che qualcuno me la portasse via così. Lei mi amava, era perdutamente innamorata di me. Forse fu questo a spingermi a non piegarmi alla volontà dei suoi genitori. E’ stata la prima donna della mia vita: una notte dopo averle dichiarato il mio amore sotto il balcone della sua abitazione, l’ho raggiunta in camera e siamo stati insieme sino al cantar del gallo del giorno dopo.
- Romeo non aveva che occhi per me. Quando gli dissero che doveva sposare Giuletta, andò fuori di testa. Ricordo il suo primo dolcissimo bacio, non ci fermammo a quello però, ma ci amammo con impeto ogni volta che potemmo incontrarci. Padre Lorenzo è stata la nostra rovina, come quella di te e Giulietta. Ci ha tradito e ingannato. Ricordi lo stratagemma utilizzato per sposare Romeo e Giulietta?
- Ci fede credere che intendeva sposare in segreto me e Giulietta e te con Romeo, ma ci convocò in un orario successivo a quello dei nostri partner; ci fece attendere per più di due ore, per poi rispedirci a casa dicendoci che non si erano presentati all’appuntamento.
- Intanto, Romeo e Giulietta, erano già marito e moglie: Padre Lorenzo aveva tirato anche a loro lo stesso tiro mancino, convocandoli entrambi in un orario diverso rispetto a noi. Poi, però, invece di mandarli a casa, gli aveva fatto un discorso di questo tipo: “ I vostri genitori vogliono che voi vi sposiate, Paride e Rosalina non vi amano abbastanza da diventare i vostri coniugi, in caso contrario si sarebbero presentati puntuali all’appuntamento, non credete? Allora perché non accontentare papà e mamma? Per amore? Cari figlioli, l’amore verrà col tempo, non siete i primi né gli ultimi che salgono sull’altare senza amarsi!”
- Romeo e Giulietta per stanchezza o per chissà quale altra ragione alla fine cedettero e si sposarono seduta stante, fu la nostra fortuna, perché ci consentì di conoscerci meglio, di amarci e di sposarci qualche tempo dopo. Perché, però, hai scelto di continuare a incontrare Giulietta? Amavi anche lei, o era solo una rivincita su ciò che te l’aveva portata via?
I consigli per gli acquisti interruppero il dialogo tra Rosalina e Paride. Prima di poter seguire la parte conclusiva dell’esibizione degli attori della compagnia “ Pescatori di frodo in abito da sera”, gli spettatori in studio e a casa, dovettero sorbirsi una performance delle “ Nudità danzanti” dal titolo “ Adottate una ballerina a distanza” e lo sketch letargico tra Sofia Vassilieva ed Alan Smith, con sottotitoli in italiano, “La zarina e il baronetto”, ravvivato appena da un lungo bacio alla francese e da approcci softcore dei due amanti, particolarmente graditi al pubblico in studio e a casa.
Due nuovi attori discutevano al centro dello studio: erano Giulietta e Romeo.
- Maledetto il giorno in cui ti ho sposato, Romeo. Tu non hai colpe, non mi amavi, come non ti amavo io, mi hai tradito con Rosalina alla prima occasione, è vero, ma ho fatto la stessa cosa con Paride. Funziona così, quando non ci si sposa per amore. Il denaro non dà la felicità: lo sapevo, lo sapevamo, forse era meglio accettare di essere diseredati dai nostri genitori che fare la brutta fine che tutti conoscono.
- E’ vero, ma in cuor mio pensavo di poter avere tutto: il denaro, le proprietà, l’amore di Rosalina. Cosa mi ha tradito? Non sono riuscito a sopportare che tutti sapessero che mi tradivi con Paride. L’onore, almeno per noi maschi, è importante. Sono stato egoista, volevo avere tutto, ma non sono riuscito ad accettare che lo avessi anche tu. E’ ciò di cui mi pento.
- Chi mi ha tradita? Ora puoi dirmi chi ti ha passato la notizia del mio appuntamento con Paride nella cripta di famiglia, a mezzanotte in punto. Non lo sapevano nemmeno le mie ancelle.
- Vuoi saperlo davvero? E’ stata Rosalina a dirmelo, dopo averlo appreso da Paride, che se l’era lasciato sfuggire durante un litigio. Forse non aveva calcolato che ci sarebbe potuto andare di mezzo anche lui o forse, era proprio quello che voleva. Ammazzando anche Paride, l’ho resa una giovane, bella e ricca vedova. Prima di uccidermi l’ho vista: sul suo volto c’era dipinto il sorriso di chi aveva centrato l’obiettivo. E’ l’unica ad aver vissuto a lungo e tra gli agi.
- Che Giuda! Nemmeno tu, però, ci hai fatto una gran figura, cosa t’importava alla fine se io e Paride ce la spassavamo un po’, se io non t’impedivo di fare lo stesso con Rosalina? Perché ti sei ucciso poi? Certo non avresti finito i tuoi giorni in galera, anzi avresti fatto la figura dell’eroe agli occhi dei tuoi concittadini.
- Mi sono ucciso, perché proprio nel momento in cui ti davo la morte, ho capito che ero te che amavo e non Rosalina. Abbiamo vissuto insieme per pochi mesi, ma evidentemente è stato sufficiente ad innamorarmi di te, anche se non l’ho capito in tempo.
- Non ci credo, non può essere. Ti amavo anch’io: se solo per un attimo avessi pensato che anche tu provavi lo stesso mio sentimento, non avrei mai dato quell’appuntamento a Paride. Siamo vittime, amore mio: il vero colpevole è Padre Lorenzo. Se non ci avesse ingannato, forse avremmo capito prima, che potevamo essere felici insieme. Sono colpevoli i nostri genitori, che ci hanno usato per i loro affari, riuscendovi. La loro guerra grazie a noi ha avuto fine, dopo la nostra morte, ci sono stati altri Montecchi e Capuleti, uniti in matrimonio dopo di noi. Rosalina? Una donna calcolatrice, ma a suo modo pietosa: i suoi fiori sulla nostra tomba ci sono sempre stati, come le sue preghiere a differenza di quelli dei nostri genitori. In fondo, nonostante gli agi, il rimorso non le ha dato pace.
Le luci si accesero di colpo in studio. Alan Smith guardò fisso la telecamera. Questo più o meno è ciò che racconta il manoscritto da me ritrovato e che le mie conoscenze mi spingono ad attribuire a Shakespeare. Non è romantico quanto quello che voi conoscete, ma anche qui, l’amore trionfa.
L’Auditel l’indomani decretò il trionfo della trasmissione, giornali e siti on line scrissero molto sull’argomento, ma con pareri contrapposti. La puntata aveva centrato l’obiettivo. La smitizzazione dell’amore, però, era solo all’inizio!
La produzione aveva deciso di affidare ad entrambi la conduzione della trasmissione “ Quattro passi nella storia” dopo che ad Alberto Rana era stata affidata la presentazione di “Intimo notte” la trasmissione culturale quotidiana più prestigiosa dell’emittente “Videofront” in onda alle due del mattino e rigorosamente riservata ai sofferenti d’insonnia.
Il video che ritraeva Sofia ed Alan impegnati in una respirazione bocca a bocca da guinness dei primati era già diventato un cult della televisione. Tra loro, secondo i settimanali rosa usciti in settimana, era scoppiata impetuosa la passione.
Fu Sofia a prendere per prima la parola, nel suo stentato italiano con spiccato accento russo, non appena furono abbassate le luci in studio.
- La trasmissione da questa puntata ha una nuova veste. Non ci occuperemo più di storia o di politica, ma di letteratura. Vi proporremo opere che hanno fatto la storia dell’arte, in una versione insolita, in base alle ricerche condotte sul campo dal nostro Alan Smith. Cercheremo di dare un tono più leggero alle ore trascorse insieme, ampliando la parte dedicata allo spettacolo e all’intrattenimento. Prima di dare inizio alla puntata, però, permettetemi di ringraziare Alberto Rana e di augurargli tutto il successo possibile con la sua nuova avventura.
Spettò alle “Nudità danzanti” il compito di aprire la puntata con un balletto dal titolo “ A noi chi ci paga, se in cassa non c’è più una lira?” su coreografie di Sofia Vassilieva.
Alan Smith guardò Sofia negli occhi e le spedì un bacio con la mano, prima d’introdurre il tema della nuova puntata.
- La storia che voglio raccontarvi stasera la conoscete tutti, eppure sono convinto che riuscirò a sorprendervi ugualmente, grazie alla mia recente scoperta di un manoscritto inedito. Sto parlando del tragico amore tra Romeo e Giuletta, reso immortale dalla sublime penna di William Shakespeare.
Sofia scoppiò in singhiozzi, subito consolata da Alan, che continuò la sua illustrazione dell’opera.
- Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti erano i giovani rampolli di famiglie che si odiavano da tempo immemorabile. La ragazza era promessa sposa di Paride, il cuore di Romeo, invece, batteva all’impazzata quando incrociava lo sguardo di Rosalina. La scintilla della passione, come tutti sapete, scattò alla festa dei Capuleti: qualche giorno dopo, Romeo e Giulietta furono sposati in segreto da Padre Lorenzo. Il fato era avverso: Romeo fu condannato all’esilio da Verona per aver ucciso in duello Tebaldo e spedito a Mantova. Il piano di Padre Lorenzo per evitare le nozze di Giulietta con Paride non andò a buon fine: Giulietta, seguendo gli ordini del frate, con un veleno si procurò una morte apparente. Romeo, tornato in incognito a Verona, ignaro del piano, alla vista dell’amante morta, si tolse la vita, un attimo prima che la Capuleti si risvegliasse. Fece lo stesso Giulietta, quando si rese conto della morte dell’amato. Questa è la trama che tutti conoscete, ma come vi ho già anticipato, ho avuto la fortuna di trovare un manoscritto di Shakespeare, di età successiva, che racconta tutta un’altra storia. Ho chiesto alla compagnia “Pescatori di frodo in abito da sera” d’illustrarcela a modo loro.
Un uomo e una donna passeggiavano tenendosi per mano. Il pubblico in studio ebbe difficoltà a capire di chi si trattasse.
- Rosalina amore mio, finalmente possiamo parlare del nostro amore alla luce del sole. I tragici fatti che abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi, ci hanno aiutato a restare uniti, rendono più forte il nostro legame. E’ stata dura, ma per chi come noi ha la coscienza immacolata, è stato più facile accettare ciò che è accaduto.
- Paride, mio amato, anche ora che abbiamo detto addio alla vita, non mi sento di avere la coscienza del tutto immacolata. Agli occhi degli altri, anzi, posso essere sembrata sin troppo fredda, cinica, attaccata al denaro. Cosa avrei dovuto fare, però, sommare sangue a sangue? Mi fossi tolta anch’io la vita, qualcuno avrebbe avuto giustizia, forse che tu l’avresti avuta? Non credo. Ecco perché penso di avere fatto la cosa giusta.
- Giulietta mi era stata promessa in sposa, ma se non divenne mia moglie, come tu sai, fu perché Capuleti e Montecchi decisero di mettere fine alla loro faida secolare, combinando il matrimonio tra Giulietta e Romeo. Fu di Padre Lorenzo l’idea di quell’unione e fu lui in persona ad informarmi della rottura della precedente promessa di matrimonio. Non la presi per nulla bene: Giulietta la conoscevo appena, ma non potevo accettare che qualcuno me la portasse via così. Lei mi amava, era perdutamente innamorata di me. Forse fu questo a spingermi a non piegarmi alla volontà dei suoi genitori. E’ stata la prima donna della mia vita: una notte dopo averle dichiarato il mio amore sotto il balcone della sua abitazione, l’ho raggiunta in camera e siamo stati insieme sino al cantar del gallo del giorno dopo.
- Romeo non aveva che occhi per me. Quando gli dissero che doveva sposare Giuletta, andò fuori di testa. Ricordo il suo primo dolcissimo bacio, non ci fermammo a quello però, ma ci amammo con impeto ogni volta che potemmo incontrarci. Padre Lorenzo è stata la nostra rovina, come quella di te e Giulietta. Ci ha tradito e ingannato. Ricordi lo stratagemma utilizzato per sposare Romeo e Giulietta?
- Ci fede credere che intendeva sposare in segreto me e Giulietta e te con Romeo, ma ci convocò in un orario successivo a quello dei nostri partner; ci fece attendere per più di due ore, per poi rispedirci a casa dicendoci che non si erano presentati all’appuntamento.
- Intanto, Romeo e Giulietta, erano già marito e moglie: Padre Lorenzo aveva tirato anche a loro lo stesso tiro mancino, convocandoli entrambi in un orario diverso rispetto a noi. Poi, però, invece di mandarli a casa, gli aveva fatto un discorso di questo tipo: “ I vostri genitori vogliono che voi vi sposiate, Paride e Rosalina non vi amano abbastanza da diventare i vostri coniugi, in caso contrario si sarebbero presentati puntuali all’appuntamento, non credete? Allora perché non accontentare papà e mamma? Per amore? Cari figlioli, l’amore verrà col tempo, non siete i primi né gli ultimi che salgono sull’altare senza amarsi!”
- Romeo e Giulietta per stanchezza o per chissà quale altra ragione alla fine cedettero e si sposarono seduta stante, fu la nostra fortuna, perché ci consentì di conoscerci meglio, di amarci e di sposarci qualche tempo dopo. Perché, però, hai scelto di continuare a incontrare Giulietta? Amavi anche lei, o era solo una rivincita su ciò che te l’aveva portata via?
I consigli per gli acquisti interruppero il dialogo tra Rosalina e Paride. Prima di poter seguire la parte conclusiva dell’esibizione degli attori della compagnia “ Pescatori di frodo in abito da sera”, gli spettatori in studio e a casa, dovettero sorbirsi una performance delle “ Nudità danzanti” dal titolo “ Adottate una ballerina a distanza” e lo sketch letargico tra Sofia Vassilieva ed Alan Smith, con sottotitoli in italiano, “La zarina e il baronetto”, ravvivato appena da un lungo bacio alla francese e da approcci softcore dei due amanti, particolarmente graditi al pubblico in studio e a casa.
Due nuovi attori discutevano al centro dello studio: erano Giulietta e Romeo.
- Maledetto il giorno in cui ti ho sposato, Romeo. Tu non hai colpe, non mi amavi, come non ti amavo io, mi hai tradito con Rosalina alla prima occasione, è vero, ma ho fatto la stessa cosa con Paride. Funziona così, quando non ci si sposa per amore. Il denaro non dà la felicità: lo sapevo, lo sapevamo, forse era meglio accettare di essere diseredati dai nostri genitori che fare la brutta fine che tutti conoscono.
- E’ vero, ma in cuor mio pensavo di poter avere tutto: il denaro, le proprietà, l’amore di Rosalina. Cosa mi ha tradito? Non sono riuscito a sopportare che tutti sapessero che mi tradivi con Paride. L’onore, almeno per noi maschi, è importante. Sono stato egoista, volevo avere tutto, ma non sono riuscito ad accettare che lo avessi anche tu. E’ ciò di cui mi pento.
- Chi mi ha tradita? Ora puoi dirmi chi ti ha passato la notizia del mio appuntamento con Paride nella cripta di famiglia, a mezzanotte in punto. Non lo sapevano nemmeno le mie ancelle.
- Vuoi saperlo davvero? E’ stata Rosalina a dirmelo, dopo averlo appreso da Paride, che se l’era lasciato sfuggire durante un litigio. Forse non aveva calcolato che ci sarebbe potuto andare di mezzo anche lui o forse, era proprio quello che voleva. Ammazzando anche Paride, l’ho resa una giovane, bella e ricca vedova. Prima di uccidermi l’ho vista: sul suo volto c’era dipinto il sorriso di chi aveva centrato l’obiettivo. E’ l’unica ad aver vissuto a lungo e tra gli agi.
- Che Giuda! Nemmeno tu, però, ci hai fatto una gran figura, cosa t’importava alla fine se io e Paride ce la spassavamo un po’, se io non t’impedivo di fare lo stesso con Rosalina? Perché ti sei ucciso poi? Certo non avresti finito i tuoi giorni in galera, anzi avresti fatto la figura dell’eroe agli occhi dei tuoi concittadini.
- Mi sono ucciso, perché proprio nel momento in cui ti davo la morte, ho capito che ero te che amavo e non Rosalina. Abbiamo vissuto insieme per pochi mesi, ma evidentemente è stato sufficiente ad innamorarmi di te, anche se non l’ho capito in tempo.
- Non ci credo, non può essere. Ti amavo anch’io: se solo per un attimo avessi pensato che anche tu provavi lo stesso mio sentimento, non avrei mai dato quell’appuntamento a Paride. Siamo vittime, amore mio: il vero colpevole è Padre Lorenzo. Se non ci avesse ingannato, forse avremmo capito prima, che potevamo essere felici insieme. Sono colpevoli i nostri genitori, che ci hanno usato per i loro affari, riuscendovi. La loro guerra grazie a noi ha avuto fine, dopo la nostra morte, ci sono stati altri Montecchi e Capuleti, uniti in matrimonio dopo di noi. Rosalina? Una donna calcolatrice, ma a suo modo pietosa: i suoi fiori sulla nostra tomba ci sono sempre stati, come le sue preghiere a differenza di quelli dei nostri genitori. In fondo, nonostante gli agi, il rimorso non le ha dato pace.
Le luci si accesero di colpo in studio. Alan Smith guardò fisso la telecamera. Questo più o meno è ciò che racconta il manoscritto da me ritrovato e che le mie conoscenze mi spingono ad attribuire a Shakespeare. Non è romantico quanto quello che voi conoscete, ma anche qui, l’amore trionfa.
L’Auditel l’indomani decretò il trionfo della trasmissione, giornali e siti on line scrissero molto sull’argomento, ma con pareri contrapposti. La puntata aveva centrato l’obiettivo. La smitizzazione dell’amore, però, era solo all’inizio!
Caldo, come
può esserlo il grembo di una madre, così quel giorno d’ inizio estate ti accolse, al termine della tua corsa, quando la vita ti consegnava esausto a chi ti stava aspettando da tempo. Professore emerito, affermato chirurgo, padre esemplare, marito un po’ meno. Come sempre di corsa, ti arrampichi su per le scale della facoltà di medicina e chirurgia. Il temporale appena passato ti ha rovesciato addosso secchi d’ acqua gelida. Rabbrividendo ti dirigi nel tuo studio, veloce così come sei arrivato, ti asciughi alla bell’ e meglio.
Perdere tempo per te ha sempre avuto un solo significato: rimetterci, sprecare, ma soprattutto non guadagnare. Istintivamente, e senza farci troppo caso, premi col palmo della mano il tuo petto, storci un po’ la bocca, strizzi gli occhi, il solito dolorino. Un respiro profondo e tutto passa, sei pronto ad affrontare i tuoi studenti, ad entrare in quella gabbia di leoni famelici.
Anche tu sei stato un leone famelico proprio come loro. La tua carriera arrivata all’ apice dopo anni ed anni di studi, spinto dalla convinzione che ogni essere umano ha potenzialità infinite e che, se si perseguono le proprie aspirazioni con impegno, si può raggiungere qualsiasi traguardo. Quanti giovani sono passati davanti ai tuoi occhi da quando due anni fa hai deciso di abbandonare il bisturi per dedicarti esclusivamente all’ insegnamento. Eppure eri un grande! Ti chiamavano il l''inarrivabile, chi meglio di te sapeva affrontare interventi come: le coronaropatie, o i by- pass arteriosi, e i nuovi trattamenti con le cellule staminali, l’ ablazione della fibrillazione atriale, il trapianto cardiaco, un intervento importante e delicato.
Avevi potere di vita e di morte nelle tue delicate e quasi femminee mani. I pazienti si affidavano completamente a te, così come un bambino si affida ai genitori, ciecamente, confidando nei loro poveri cuori stravolti che a te potesse importare davvero di loro.
Avevano ascoltato attentamente le lodi che altri, operati già da qualche tempo, tessevano di te, e tutti quei termini incomprensibili imparati a memoria e ripetuti da paziente a paziente, come una sorta di trasmissione orale, di quel patrimonio culturale proprio dei reparti d’ ospedale. Eri temuto e odiato da molti colleghi, venerato e amato in ogni senso da infermiere e giovani specializzande: i primi invidiavano i tuoi successi e la tua innata bravura, le seconde spesso allietavano le tue pause al buio di stanzini pieni di scope e detersivi e ovunque ci fosse il modo per stare soli, quello era il luogo giusto per ciò che agli occhi di molti, compresi i pazienti altro non era, che un circo del sesso, con l’ unico scopo di ottenere un trattamento di favore da parte tua. Tu, il grande luminare, Tu, il dio che aggiusta i cuori, Tu, un emerito fallimento, quando appeso il camice vestivi i panni di marito.
Una moglie, sposata solo per aggiungere fama e soldi al tuo gruzzolo, che già prima del matrimonio stava crescendo a vista d’ occhio. Lei figlia di un noto avvocato, ovviamente laureata in giurisprudenza. lavorava, come spesso accade, nello studio di famiglia.
Una donna colta, tua moglie, certo un po’ snob e freddina, ma soprattutto priva del benché minimo sentimento di gelosia nei tuoi confronti.
Forse era questa sua indifferenza a spingerti continuamente tra le braccia di altre donne. L’ unica cosa che vi univa erano i figli, per i quali niente era mai abbastanza: scuole private, vacanze studio, tate specializzate, tutto affinché i vostri pargoli imparassero le buone maniere e magari anche le lingue.
Tutta la tua vita concentrata sulla carriera, e prima ancora sullo studio, notti passate insonni sui libri, spronato continuamente da tuo padre, nato e cresciuto in una famiglia di medici, avvocati, e notai. Tu non potevi che eccellere, non avevi scampo. Com’ era lontano il tempo in cui bambino potevi giocare, cosi come fanno tutti i bambini, sudato e felice dopo aver corso con i tuoi compagni, ignaro della fatica, della rabbia e dell’ arroganza futura, eri cosi sereno tra le braccia avvolgenti e calde di tua madre, in quell’ abbraccio pieno d’ amore che mai più avresti ritrovato. Attaccato al suo seno avevi tutto, niente più ti serviva, niente altro ti avrebbe mai saziato meglio. Ricordi? Riesci a vedere il bambino che eri? E quella felicità, fatta di piccole cose, la riconosci?
La tua mano stretta al petto, il volto, trasfigurato in una smorfia che tante volte hai visto sul viso di chi, su una barella cercava di vivere, tutto si confonde, ieri, oggi, e sei cosi stanco, disintegrato in mille piccoli frammenti
Il grande medico, lo studente zelante, l’ amante nel circo ospedale, il marito disinteressato ed ignorato, tanti piccoli te senza più una meta, sdoppiati, triplicati all’ infinito, unico punto d’ arrivo il grembo accogliente di tua madre.
In un caldo giorno di inizio estate.
può esserlo il grembo di una madre, così quel giorno d’ inizio estate ti accolse, al termine della tua corsa, quando la vita ti consegnava esausto a chi ti stava aspettando da tempo. Professore emerito, affermato chirurgo, padre esemplare, marito un po’ meno. Come sempre di corsa, ti arrampichi su per le scale della facoltà di medicina e chirurgia. Il temporale appena passato ti ha rovesciato addosso secchi d’ acqua gelida. Rabbrividendo ti dirigi nel tuo studio, veloce così come sei arrivato, ti asciughi alla bell’ e meglio.Perdere tempo per te ha sempre avuto un solo significato: rimetterci, sprecare, ma soprattutto non guadagnare. Istintivamente, e senza farci troppo caso, premi col palmo della mano il tuo petto, storci un po’ la bocca, strizzi gli occhi, il solito dolorino. Un respiro profondo e tutto passa, sei pronto ad affrontare i tuoi studenti, ad entrare in quella gabbia di leoni famelici.
Anche tu sei stato un leone famelico proprio come loro. La tua carriera arrivata all’ apice dopo anni ed anni di studi, spinto dalla convinzione che ogni essere umano ha potenzialità infinite e che, se si perseguono le proprie aspirazioni con impegno, si può raggiungere qualsiasi traguardo. Quanti giovani sono passati davanti ai tuoi occhi da quando due anni fa hai deciso di abbandonare il bisturi per dedicarti esclusivamente all’ insegnamento. Eppure eri un grande! Ti chiamavano il l''inarrivabile, chi meglio di te sapeva affrontare interventi come: le coronaropatie, o i by- pass arteriosi, e i nuovi trattamenti con le cellule staminali, l’ ablazione della fibrillazione atriale, il trapianto cardiaco, un intervento importante e delicato.
Avevi potere di vita e di morte nelle tue delicate e quasi femminee mani. I pazienti si affidavano completamente a te, così come un bambino si affida ai genitori, ciecamente, confidando nei loro poveri cuori stravolti che a te potesse importare davvero di loro.
Avevano ascoltato attentamente le lodi che altri, operati già da qualche tempo, tessevano di te, e tutti quei termini incomprensibili imparati a memoria e ripetuti da paziente a paziente, come una sorta di trasmissione orale, di quel patrimonio culturale proprio dei reparti d’ ospedale. Eri temuto e odiato da molti colleghi, venerato e amato in ogni senso da infermiere e giovani specializzande: i primi invidiavano i tuoi successi e la tua innata bravura, le seconde spesso allietavano le tue pause al buio di stanzini pieni di scope e detersivi e ovunque ci fosse il modo per stare soli, quello era il luogo giusto per ciò che agli occhi di molti, compresi i pazienti altro non era, che un circo del sesso, con l’ unico scopo di ottenere un trattamento di favore da parte tua. Tu, il grande luminare, Tu, il dio che aggiusta i cuori, Tu, un emerito fallimento, quando appeso il camice vestivi i panni di marito.
Una moglie, sposata solo per aggiungere fama e soldi al tuo gruzzolo, che già prima del matrimonio stava crescendo a vista d’ occhio. Lei figlia di un noto avvocato, ovviamente laureata in giurisprudenza. lavorava, come spesso accade, nello studio di famiglia.
Una donna colta, tua moglie, certo un po’ snob e freddina, ma soprattutto priva del benché minimo sentimento di gelosia nei tuoi confronti.
Forse era questa sua indifferenza a spingerti continuamente tra le braccia di altre donne. L’ unica cosa che vi univa erano i figli, per i quali niente era mai abbastanza: scuole private, vacanze studio, tate specializzate, tutto affinché i vostri pargoli imparassero le buone maniere e magari anche le lingue.
Tutta la tua vita concentrata sulla carriera, e prima ancora sullo studio, notti passate insonni sui libri, spronato continuamente da tuo padre, nato e cresciuto in una famiglia di medici, avvocati, e notai. Tu non potevi che eccellere, non avevi scampo. Com’ era lontano il tempo in cui bambino potevi giocare, cosi come fanno tutti i bambini, sudato e felice dopo aver corso con i tuoi compagni, ignaro della fatica, della rabbia e dell’ arroganza futura, eri cosi sereno tra le braccia avvolgenti e calde di tua madre, in quell’ abbraccio pieno d’ amore che mai più avresti ritrovato. Attaccato al suo seno avevi tutto, niente più ti serviva, niente altro ti avrebbe mai saziato meglio. Ricordi? Riesci a vedere il bambino che eri? E quella felicità, fatta di piccole cose, la riconosci?
La tua mano stretta al petto, il volto, trasfigurato in una smorfia che tante volte hai visto sul viso di chi, su una barella cercava di vivere, tutto si confonde, ieri, oggi, e sei cosi stanco, disintegrato in mille piccoli frammenti
Il grande medico, lo studente zelante, l’ amante nel circo ospedale, il marito disinteressato ed ignorato, tanti piccoli te senza più una meta, sdoppiati, triplicati all’ infinito, unico punto d’ arrivo il grembo accogliente di tua madre.
In un caldo giorno di inizio estate.
Follia e razionalità, sogno e realtà. Forse penserete che non necessariamente follia e razionalità si colleghino rispettivamente a sogno e realtà, eppure per il sottoscritto è così: io penso che in ogni sogno, realizzabile o meno, fattibile o utopistico, si nasconda un pizzico di follia; così come, per vivere la realtà, è necessaria una grande mole di razionalità. Ho un’età in cui, per forza di cose, bisogna continuamente confrontarsi con questi concetti. Il difficile sta nel conviverci, nell’accettarli e nel controllarli. Impresa per nulla semplice. A maggior ragione per coloro che, come me, ambiscono a conquistare il mondo o a cambiarlo, risparmiandosi fatiche. Bisogna saper bilanciare pazzia e ragione, per quanto risulti estremamente complicato; il cosmo funziona correttamente solo se regna l’armonia fra tutti gli elementi: se non ci fossero regole e norme, vigerebbe l’anarchia più totale, e chiunque potrebbe fare qualsiasi cosa in mancanza d’arbitrio. Ci viene concesso di sfogare i nostri istinti più terreni solo in determinati contesti o situazioni, ovviamente nei limiti del possibile. Ecco perché è fondamentale reprimersi ma non troppo, per mantenere una pacifica stabilità. Si tratta di un continuo “liberati-controllati”, un progressivo “accellera-rallenta”. Ciò vale anche per i sogni: vorremmo tutti concentrarci unicamente sulle nostre ambizioni senza incontare nessun ostacolo, vorremmo tutti coltivare le nostre passioni ponendole al di sopra di tutto ma, ahimè, ci si deve inevitabilmente confrontare con la realtà effettiva e tangibile che viviamo quotidianamente.




