Il piacevole calore delle lenzuola svanì al mattino, quando mi accorsi che il lato di Carol era vuoto. Chiamai il suo nome per tutta la casa, ma nessuno rispose. In giro non vi era nessun biglietto, nessun avviso; forse era uscita a fare compere in paese e aveva deciso di lasciarmi riposare. La porta principale era aperta, ma le chiavi erano state lasciate nella serratura. Abbastanza preoccupato chiusi la porta e andai a cercarla in paese. Quando giunsi davanti alla locanda, all’interno vidi tutte le luci spente.
“Non c’è più nessuno…”. Disse un vecchio passante alle mie spalle.
“Come?”. Chiesi stupito.
“Sono ormai dieci anni che se ne sono andati”. Aggiunse abbassando il berretto sgualcito davanti agli occhi.
“D-dieci anni?”. Alzando lo sguardo vidi le mura trasudare decadenza e l’insegna arrugginita. “Scusi, ma…”. Quando mi voltai di nuovo il vecchio era sparito.
Scosso dal timore appoggiai il viso al vetro della finestra frontale.
“No!”. Di scatto mi allontanai dalla finestra. “Non è possibile…”.
Ovunque vi erano traccie di polvere e ragnatele: sul pavimento, sulle sedie, sui tavoli, sul bancone; perfino le teste di animali e le antiche padelle erano scomparsi sulle mura sbiadite.
Forse ero ancora nel letto e stavo sognando? Sì, non poteva essere altrimenti. Questa supposizione riuscì a ravvivarmi leggermente.
“Quando questo incubo sarà finito, mi sveglierò accanto a lei ad assaporare il profumo di albicocca”. Pensai camminando nervosamente tra le vie del paese.
Quando incominciò a scendere la sera, mi accorsi di aver battuto ogni angolo di Semina. Le poche botteghe erano chiuse per la festa di Ognissanti e tutti gli abitanti sembravano essere rintanati in casa. La pioggia, scendendo spietata dal cielo nero, bagnò il mio corpo a dovere. Le mie gambe e i miei piedi iniziarono a manifestare i primi segni di cedimento. Non mi arresi; restava solamente un ultimo luogo da visitare. “Tentar non nuoce”. Pensai oltrepassando il cancello.
Camminai alla ricerca della tomba di Piero Padovani: la mia ultima speranza di ritrovarla, dopo di che mi sarei rivolto alle autorità. Passeggiando nel lato sinistro mi fermai davanti ad un grande monumento. L’alto angelo, appena illuminato dalla fioca luce del lumino, depositava rose nel marmo frontale. Nella lapide vidi la fotografia di un uomo dai tratti somatici famigliari; sì, era lui. Quanto somigliava a Carol. Ciò che vidi appena sotto l’immagine mi fece cadere dritto con le ginocchia al suolo.
“Ora ricordi?”. La delicata mano toccò la mia spalla. La voce appena accennata aveva il tono melodioso che tanto mi piaceva. Voltandomi con grande fatica la vidi risplendere sotto la pioggia in un lungo vestito bianco.
“No…”. La mia voce si ridusse ad un sospiro affannoso.
“No! No! No! Dimmi che non è vero!”. Scossi il suo corpo tenendola stretta tra le braccia. Tra le mie lacrime che si confusero con la pioggia, lei non mostrò nessuna emozione. Accarezzando i miei capelli, mise un dito sulle mie labbra e iniziò a baciarmi.
Chiudendo gli occhi vidi un pavimento bianco; la luce riflessa sulle piastrelle era decisamente accecante. Stentai a riconoscerla davanti allo specchio sopra il lavandino: aveva l’aria stanca, i capelli arruffati e il volto terribilmente magro. In silenzio tolse i vestiti e si avvicinò alla vasca. Tremando puntò il piede dentro l’acqua bollente, ma anche quando vi si immerse i brividi non smisero di tormentarla. Lo stupendo colore dei suoi occhi si spense; in un attimo nell’acqua caddero due gocce rosse, poi tre, quattro… la vasca, le pareti, lo specchio, ogni angolo si tinse di rosso.
Quando quella straziante immagine scomparve, mi ritrovai a piangere istericamente davanti alla fotografia della lapide.
“Non piangere Stefano…”. Con la vista appannata la vidi chinarsi accanto a me. “Io ora sono felice… le tue lacrime mi faranno riposare in pace”.
“Portami con te! Non vivo senza di te”. Piansi ai suoi piedi mentre lei si alzò guardando il cielo.
“Non posso, io ora appartengo ad un altro mondo. Quello che abbiamo vissuto, anche se è stata un’illusione, mi ha riempito il cuore. Mi sono bastate le tue carezze, la tua presenza e tutto il tuo amore. Avrai sempre un posto nel mio cuore Stefano, grazie di tutto”.
Confondendosi con la pioggia, la sua figura scomparve accanto all’angelo.
“Carol… Carooool, Carooool… aspetta non te ne andare, non te ne andare…”.
Penso di aver pianto tutte le mie lacrime quella notte. Ora non provo più nessuna emozione; il mondo intorno è morto, non esiste, senza di lei nulla può più esistere. Forse c’è un modo per poter sentire ancora quello stupendo calore. Credo sia l’unica via d’uscita a questa miseria. Sì… eccomi mia Cicetta, vengo da te… FINE Dedicato a tutte le vittime dell'amore
“Non c’è più nessuno…”. Disse un vecchio passante alle mie spalle.
“Come?”. Chiesi stupito.
“Sono ormai dieci anni che se ne sono andati”. Aggiunse abbassando il berretto sgualcito davanti agli occhi.
“D-dieci anni?”. Alzando lo sguardo vidi le mura trasudare decadenza e l’insegna arrugginita. “Scusi, ma…”. Quando mi voltai di nuovo il vecchio era sparito.
Scosso dal timore appoggiai il viso al vetro della finestra frontale.
“No!”. Di scatto mi allontanai dalla finestra. “Non è possibile…”.
Ovunque vi erano traccie di polvere e ragnatele: sul pavimento, sulle sedie, sui tavoli, sul bancone; perfino le teste di animali e le antiche padelle erano scomparsi sulle mura sbiadite.
Forse ero ancora nel letto e stavo sognando? Sì, non poteva essere altrimenti. Questa supposizione riuscì a ravvivarmi leggermente.
“Quando questo incubo sarà finito, mi sveglierò accanto a lei ad assaporare il profumo di albicocca”. Pensai camminando nervosamente tra le vie del paese.
Quando incominciò a scendere la sera, mi accorsi di aver battuto ogni angolo di Semina. Le poche botteghe erano chiuse per la festa di Ognissanti e tutti gli abitanti sembravano essere rintanati in casa. La pioggia, scendendo spietata dal cielo nero, bagnò il mio corpo a dovere. Le mie gambe e i miei piedi iniziarono a manifestare i primi segni di cedimento. Non mi arresi; restava solamente un ultimo luogo da visitare. “Tentar non nuoce”. Pensai oltrepassando il cancello.
Camminai alla ricerca della tomba di Piero Padovani: la mia ultima speranza di ritrovarla, dopo di che mi sarei rivolto alle autorità. Passeggiando nel lato sinistro mi fermai davanti ad un grande monumento. L’alto angelo, appena illuminato dalla fioca luce del lumino, depositava rose nel marmo frontale. Nella lapide vidi la fotografia di un uomo dai tratti somatici famigliari; sì, era lui. Quanto somigliava a Carol. Ciò che vidi appena sotto l’immagine mi fece cadere dritto con le ginocchia al suolo.
“Ora ricordi?”. La delicata mano toccò la mia spalla. La voce appena accennata aveva il tono melodioso che tanto mi piaceva. Voltandomi con grande fatica la vidi risplendere sotto la pioggia in un lungo vestito bianco.
“No…”. La mia voce si ridusse ad un sospiro affannoso.
“No! No! No! Dimmi che non è vero!”. Scossi il suo corpo tenendola stretta tra le braccia. Tra le mie lacrime che si confusero con la pioggia, lei non mostrò nessuna emozione. Accarezzando i miei capelli, mise un dito sulle mie labbra e iniziò a baciarmi.
Chiudendo gli occhi vidi un pavimento bianco; la luce riflessa sulle piastrelle era decisamente accecante. Stentai a riconoscerla davanti allo specchio sopra il lavandino: aveva l’aria stanca, i capelli arruffati e il volto terribilmente magro. In silenzio tolse i vestiti e si avvicinò alla vasca. Tremando puntò il piede dentro l’acqua bollente, ma anche quando vi si immerse i brividi non smisero di tormentarla. Lo stupendo colore dei suoi occhi si spense; in un attimo nell’acqua caddero due gocce rosse, poi tre, quattro… la vasca, le pareti, lo specchio, ogni angolo si tinse di rosso.
Quando quella straziante immagine scomparve, mi ritrovai a piangere istericamente davanti alla fotografia della lapide.
“Non piangere Stefano…”. Con la vista appannata la vidi chinarsi accanto a me. “Io ora sono felice… le tue lacrime mi faranno riposare in pace”.
“Portami con te! Non vivo senza di te”. Piansi ai suoi piedi mentre lei si alzò guardando il cielo.
“Non posso, io ora appartengo ad un altro mondo. Quello che abbiamo vissuto, anche se è stata un’illusione, mi ha riempito il cuore. Mi sono bastate le tue carezze, la tua presenza e tutto il tuo amore. Avrai sempre un posto nel mio cuore Stefano, grazie di tutto”.
Confondendosi con la pioggia, la sua figura scomparve accanto all’angelo.
“Carol… Carooool, Carooool… aspetta non te ne andare, non te ne andare…”.
Penso di aver pianto tutte le mie lacrime quella notte. Ora non provo più nessuna emozione; il mondo intorno è morto, non esiste, senza di lei nulla può più esistere. Forse c’è un modo per poter sentire ancora quello stupendo calore. Credo sia l’unica via d’uscita a questa miseria. Sì… eccomi mia Cicetta, vengo da te… FINE Dedicato a tutte le vittime dell'amore
2 commenti
“Buongiorno…”. Sopra il vassoio che Carol reggeva tra le mani vi erano due tazze di cappuccino e due croissant. Ritornando sotto le coperte si avvicinò alle mie labbra; forse non meritavo tutto questo.
“Sai che parli nel sonno?”.
“Cosa… cosa ho detto?”.
“Hai detto : “Che stronzi!””.
“Carol…”. Addentai lo squisito croissant alla crema. “Tu… tu sai chi sono gli stronzi, vero?”.
“Si… i tuoi… amici”.
Già, gli “amici”:
“Non ti fai più vedere!”. Ricordai l’espressione delusa di Lino in quel venerdì pomeriggio.
“Non è vero…”. Risposi sorridendo; uno dei miei più grandi difetti è sempre stato quello di non avere mai una risposta pronta.
“Eh, avrà trovato da scopare”. La frase di Tano mi irritò.
“Allora è una cosa seria!”. Secondo Lino avevo commesso una delle mie più grandi colpe.
Per tutto il resto del pomeriggio quasi non mi considerarono; lasciando il bar, a momenti non ricambiarono il mio saluto.
“Hey! Oggi è halloween!”. La voce di Carol fece svanire il ricordo.
“Com’è halloween a Semiana?”.
“Oh beh, una rottura di palle come in tutte le altre parti del mondo. La maggior parte delle gente va a festeggiare nelle città, solamente in pochi rimangono qui”.
“Chi rimane qui?”. Chiesi curioso.
“Coloro che credono nel Capodanno Celtico”.
Carol spiegò che tutti gli anni un gruppo di persone prendeva parte al rituale di Samhain. Nutrendo interesse e curiosità, la convinsi ad assistervi.
Verso mezzanotte uscimmo di casa; il vento colpì le nostre facce come una gelida lama di rasoio. Poco dopo il cimitero vedemmo un focolare all’orizzonte; Il suo bagliore illuminava la buia e vasta campagna. Seguendo il fuoco, arrivammo nei pressi di una collinetta e ci appostammo in cima. Seduti sull’erba umida, vedemmo un gruppo di persone avvicinarsi al grande fuoco al centro del campo.
Alcuni uomini erano abbigliati con indumenti femminili, mentre le donne portavano abiti maschili; i giovani e i bambini vestivano vecchi abiti adatti a persone dall’età avanzata. Ognuno teneva in mano una candela dai colori diversi : rossa, nera o bianca. Dopo che il gruppo formò un cerchio intorno al fuoco, una donna versò il contenuto di un calice direttamente sul fuoco. L’odore di incenso riempì l’aria.
Poco distante, una signora anziana accese un altro focolare iniziando a recitare : “Ravviverò il mio fuoco stamattina. Alla presenza dei santi Angeli del cielo…”.
“Cosa sta facendo?”. Chiesi a Carol.
“E’ la benedizione sul fuoco, una formula magica che recitavano le donne Irlandesi mentre accendevano il fuoco nel camino”.
Quando la donna terminò, tutti i presenti accesero la propria candela nel fuoco centrale lasciando cadere nelle fiamme dei biglietti di carta.
“Ecco, ora possiamo anche andarcene. Faranno baldoria fino domattina”. Disse Carol alzandosi da terra.
Infatti, avvicinandosi ad tavolo ricco di cibi e bevande, diedero il via ad una chiassosa festa.
Mano a mano che ci allontanammo, le grida diminuirono d’intensità fino a scomparire del tutto. Restò solamente il piacevole fruscio delle foglie mosse dal vento e il rumore dei nostri passi. Ritornando sull’asfalto strisciammo e battemmo i piedi per togliere il fango dalle suole delle scarpe.
Sulla strada di ritorno, ci imbattemmo in alcuni individui mascherati. Costoro indossavano le maschere più spaventose che mi capitò di vedere : completamente bianche e con cerchi di nero attorno agli occhi, ricordavano dei volti cadaverici con la peggiore espressione di lamento.
I bambini rincorrendosi emettevano grida spaventose; non avevo mai udito niente di simile nemmeno nei miei dischi più estremi. Rientrando in casa provai conforto: le antiche tradizioni mi affascinarono, ma allo stesso tempo provai una leggera inquietudine. Carol non smise mai di sorridere: sembrava divertita e fiera di avermi mostrato le usanze di Semiana. “Vieni…”. Disse prendendomi la mano seduta sul divano del salotto.
“Ma…cosa?”. Le chiesi seguendola verso la camera da letto.
Con mille punti interrogativi in testa, la vidi aprire il primo cassetto del comodino accanto al letto.
“Non ti ho mai fatto leggere questa…”. Reggendo una pila di fogli mi consegnò quello che stava in cima. Senza aggiungere altro si tolse le scarpe sdraiandosi sul letto. Fissandomi con sguardo amorevole, adagiò il cuscino sotto la guancia. Stendendomi accanto a lei iniziai a leggere il contenuto del foglio stropicciato:
“La mia unica amica sei tu, oh dolce e sottile nebbia; tu che silenziosamente avvolgi lunghe risaie e campi bagnati dalla rugiada. Sì, provo conforto osservando la tua bellezza e respirando la tua essenza così leggera e pulita.
Abbracciami, cullami come solo tu sai fare; fammi dimenticare questo mondo contaminato. Fa che io chiuda gli occhi di fronte all'umanità, quale assurda e inguaribile piaga.
Esseri viventi incapaci di valorizzare ogni sentimento, prigionieri in gabbie costruite da loro stessi. Accecati dall'egoismo non hanno rispetto nemmeno per... una lacrima.
Prendimi, sono tua : stringi forte la mia mano e portami via... lontano da qui... oh dolce e sottile nebbia. "
“L’hai scritta quando…”. Non mi accorsi della lacrima che scese vicino alle mie labbra.
“Sì… mai nessuno l’ha letta”.
Delicatamente si alzò dal letto, coprendo il corpo nudo con il lungo lenzuolo bianco. Dietro la porta finestra osservò la pioggia cadere, una melodia tanto soffice da sembrare eterna.
Mi avvicinai baciandole le morbide spalle nude. Nel riflesso del vetro vidi le sue mani stringere le mie che l’avvolgevano deliziosamente.
“E’ finita”; “Non provo più niente”; “Questa storia mi sta pesando”; ripensando a quelle frasi uscite dalla mia bocca, una lama appuntita attraversò il mio cuore.
“Quante volte mi sono affacciata qui, sperando di rivederti passeggiare. Non so cosa avrei dato per far sì che apparissi giù nella strada e mi salutassi sorridendo”.
“Non dovrai più farlo… ora sono qui… per sempre…”.
“Sai che parli nel sonno?”.
“Cosa… cosa ho detto?”.
“Hai detto : “Che stronzi!””.
“Carol…”. Addentai lo squisito croissant alla crema. “Tu… tu sai chi sono gli stronzi, vero?”.
“Si… i tuoi… amici”.
Già, gli “amici”:
“Non ti fai più vedere!”. Ricordai l’espressione delusa di Lino in quel venerdì pomeriggio.
“Non è vero…”. Risposi sorridendo; uno dei miei più grandi difetti è sempre stato quello di non avere mai una risposta pronta.
“Eh, avrà trovato da scopare”. La frase di Tano mi irritò.
“Allora è una cosa seria!”. Secondo Lino avevo commesso una delle mie più grandi colpe.
Per tutto il resto del pomeriggio quasi non mi considerarono; lasciando il bar, a momenti non ricambiarono il mio saluto.
“Hey! Oggi è halloween!”. La voce di Carol fece svanire il ricordo.
“Com’è halloween a Semiana?”.
“Oh beh, una rottura di palle come in tutte le altre parti del mondo. La maggior parte delle gente va a festeggiare nelle città, solamente in pochi rimangono qui”.
“Chi rimane qui?”. Chiesi curioso.
“Coloro che credono nel Capodanno Celtico”.
Carol spiegò che tutti gli anni un gruppo di persone prendeva parte al rituale di Samhain. Nutrendo interesse e curiosità, la convinsi ad assistervi.
Verso mezzanotte uscimmo di casa; il vento colpì le nostre facce come una gelida lama di rasoio. Poco dopo il cimitero vedemmo un focolare all’orizzonte; Il suo bagliore illuminava la buia e vasta campagna. Seguendo il fuoco, arrivammo nei pressi di una collinetta e ci appostammo in cima. Seduti sull’erba umida, vedemmo un gruppo di persone avvicinarsi al grande fuoco al centro del campo.
Alcuni uomini erano abbigliati con indumenti femminili, mentre le donne portavano abiti maschili; i giovani e i bambini vestivano vecchi abiti adatti a persone dall’età avanzata. Ognuno teneva in mano una candela dai colori diversi : rossa, nera o bianca. Dopo che il gruppo formò un cerchio intorno al fuoco, una donna versò il contenuto di un calice direttamente sul fuoco. L’odore di incenso riempì l’aria.
Poco distante, una signora anziana accese un altro focolare iniziando a recitare : “Ravviverò il mio fuoco stamattina. Alla presenza dei santi Angeli del cielo…”.
“Cosa sta facendo?”. Chiesi a Carol.
“E’ la benedizione sul fuoco, una formula magica che recitavano le donne Irlandesi mentre accendevano il fuoco nel camino”.
Quando la donna terminò, tutti i presenti accesero la propria candela nel fuoco centrale lasciando cadere nelle fiamme dei biglietti di carta.
“Ecco, ora possiamo anche andarcene. Faranno baldoria fino domattina”. Disse Carol alzandosi da terra.
Infatti, avvicinandosi ad tavolo ricco di cibi e bevande, diedero il via ad una chiassosa festa.
Mano a mano che ci allontanammo, le grida diminuirono d’intensità fino a scomparire del tutto. Restò solamente il piacevole fruscio delle foglie mosse dal vento e il rumore dei nostri passi. Ritornando sull’asfalto strisciammo e battemmo i piedi per togliere il fango dalle suole delle scarpe.
Sulla strada di ritorno, ci imbattemmo in alcuni individui mascherati. Costoro indossavano le maschere più spaventose che mi capitò di vedere : completamente bianche e con cerchi di nero attorno agli occhi, ricordavano dei volti cadaverici con la peggiore espressione di lamento.
I bambini rincorrendosi emettevano grida spaventose; non avevo mai udito niente di simile nemmeno nei miei dischi più estremi. Rientrando in casa provai conforto: le antiche tradizioni mi affascinarono, ma allo stesso tempo provai una leggera inquietudine. Carol non smise mai di sorridere: sembrava divertita e fiera di avermi mostrato le usanze di Semiana. “Vieni…”. Disse prendendomi la mano seduta sul divano del salotto.
“Ma…cosa?”. Le chiesi seguendola verso la camera da letto.
Con mille punti interrogativi in testa, la vidi aprire il primo cassetto del comodino accanto al letto.
“Non ti ho mai fatto leggere questa…”. Reggendo una pila di fogli mi consegnò quello che stava in cima. Senza aggiungere altro si tolse le scarpe sdraiandosi sul letto. Fissandomi con sguardo amorevole, adagiò il cuscino sotto la guancia. Stendendomi accanto a lei iniziai a leggere il contenuto del foglio stropicciato:
“La mia unica amica sei tu, oh dolce e sottile nebbia; tu che silenziosamente avvolgi lunghe risaie e campi bagnati dalla rugiada. Sì, provo conforto osservando la tua bellezza e respirando la tua essenza così leggera e pulita.
Abbracciami, cullami come solo tu sai fare; fammi dimenticare questo mondo contaminato. Fa che io chiuda gli occhi di fronte all'umanità, quale assurda e inguaribile piaga.
Esseri viventi incapaci di valorizzare ogni sentimento, prigionieri in gabbie costruite da loro stessi. Accecati dall'egoismo non hanno rispetto nemmeno per... una lacrima.
Prendimi, sono tua : stringi forte la mia mano e portami via... lontano da qui... oh dolce e sottile nebbia. "
“L’hai scritta quando…”. Non mi accorsi della lacrima che scese vicino alle mie labbra.
“Sì… mai nessuno l’ha letta”.
Delicatamente si alzò dal letto, coprendo il corpo nudo con il lungo lenzuolo bianco. Dietro la porta finestra osservò la pioggia cadere, una melodia tanto soffice da sembrare eterna.
Mi avvicinai baciandole le morbide spalle nude. Nel riflesso del vetro vidi le sue mani stringere le mie che l’avvolgevano deliziosamente.
“E’ finita”; “Non provo più niente”; “Questa storia mi sta pesando”; ripensando a quelle frasi uscite dalla mia bocca, una lama appuntita attraversò il mio cuore.
“Quante volte mi sono affacciata qui, sperando di rivederti passeggiare. Non so cosa avrei dato per far sì che apparissi giù nella strada e mi salutassi sorridendo”.
“Non dovrai più farlo… ora sono qui… per sempre…”.
Terminato l’abbondante pranzo, ritornammo in paese. Nei pressi del municipio mi ricordai dell’esistenza di una vecchia casa abbandonata. Innumerevoli furono le volte che proposi a Carol di visitarla. Lei, sensibile e paurosa, rifiutò sempre.
“Ti fa ancora paura?”. Le chiesi fermando la macchina davanti alla decrepita struttura.
“No… andiamo!”. Restai sorpreso a vederla scendere dalla macchina decisa ad esplorare la dimora. Vedendola in difficoltà ad avventurarsi tra le macerie, la aiutai stringendole la mano.
Essendo il paese deserto, nessuna anima viva ci vide entrare nella porta principale. Al piano terra vi erano i resti di una cucina e cocci di vetro sparsi ovunque. Gli altri locali, tutti muniti di un grande camino, erano vuoti. Tenendoci per mano salimmo la scala in legno che conduceva ai piani superiori.
“Sei contento ora che hai finalmente visto la casa di Caterina Medici?”.
“La strega di Broni?”.
“Esatto, proprio lei. In paese dicono che il suo spirito si aggiri in questi locali”. La voce ferma, decisamente calma. Dove era finita la ragazza terrorizzata dalle storie di fantasmi?
“Mica ti facevano paura certe storie?”.
“Ora non più. Imparando ad affrontare la sofferenza ho saputo domare le mie paure”.
Senza preoccuparsi della polvere, sedette su di un materasso al centro della stanza. Quanto dispiacere provai ad immaginare gli eventi della sua vita a cui non avevo assistito. Dolcemente le accarezzai i capelli; la loro morbidezza mi mancava da troppo tempo. Non appena avvertì il contatto, venne più vicino al mio corpo alla ricerca di calore.
“Mi dicevi che hai tentato di prendere una laurea in giurisprudenza…”. Ruppi l’assordante silenzio.
“Si, ma poi con la locanda ho dovuto lasciare”. Nelle sue parole traspariva l’amarezza di non avere portato a termine lo studio.
“Sei ancora in tempo a riprovarci”.
“No, ora ho tutto ciò di cui ho bisogno”.
Le sue mani fredde accarezzarono il mio viso, ma quando ricambiai l’amorevole gesto trasmisero un piacevole calore.
“Non ti lascerò mai più…”. Sentivo che quella era l’unica promessa sincera di tutta la mia vita.
“Baciami…”. Chiudendo gli occhi mi lasciai trasportare dalle emozioni. Sorridendo ci sdraiammo insieme sul materasso sgualcito, il freddo non ci diede alcun fastidio; in quell’ ambiente erotico e decadente ci abbandonammo ad uno dei nostri più lunghi atti d’amore.
Quando la luce scomparve dietro alle vecchie finestre, Carol si addormentò sul mio petto. Osservando la dolce espressione sul suo viso, rilassai il mio corpo. Un delicato tepore invase i miei sensi e la mia mano smise di accarezzarle la testa.
Svegliandomi, vidi Carol accendere una sigaretta. Quando la luce dell’accendino svanì, cadde nuovamente il buio.
“Che ore saranno?”. Chiesi sedendomi sul materasso.
“Sarà sera ormai… andiamo, qui sta diventando sempre più freddo”. Attivando la torcia del cellulare riuscì leggermente ad illuminare la lunga stanza buia.
“Dove andiamo ora?”.
“A casa mia, ho un appartamento tutto mio. Non abbiamo ancora mangiato, ti preparo una bella cenetta”.
“E tua madre?”.
“Dorme in una delle stanze della locanda, finalmente si è decisa a lasciarmi un po’ di libertà”.
Sempre aiutandoci con la torcia del cellulare lasciammo la casa di Caterina Medici; anche se l’avevamo onorata di tanto d’amore, mi venne il sospetto che le fitte tenebre vollero inghiottirci. All’esterno l’aria sapeva di pulito; una lieve pioggia bagnò i nostri corpi che non smisero mai di abbracciarsi.
Nella rustica cucina dell’appartamento Carol cucinò dei maccheroni con zucchine, pomodorini e ricotta di capra.
“Cicè, anche in cucina sei rimasta bravissima”. Mi complimentai per l’ottima cena. Lei, arrossendo in viso, si alzò da tavola e mi invitò a visitare la casa.
Rimasi sorpreso a vedere libri ovunque : nel salotto, in camera da letto, in cucina e perfino in bagno. L’antica mobilia della casa aveva come scopo quello di contenere tutti quei volumi. Ad eccezione del televisore, lo stereo e un lettore DVD non vidi altri segni di tecnologia.
Decisamente provati, decidemmo di metterci a letto. Con la sensazione che tutto ciò non fosse vero, mi addormentai di nuovo.
“Ti fa ancora paura?”. Le chiesi fermando la macchina davanti alla decrepita struttura.
“No… andiamo!”. Restai sorpreso a vederla scendere dalla macchina decisa ad esplorare la dimora. Vedendola in difficoltà ad avventurarsi tra le macerie, la aiutai stringendole la mano.
Essendo il paese deserto, nessuna anima viva ci vide entrare nella porta principale. Al piano terra vi erano i resti di una cucina e cocci di vetro sparsi ovunque. Gli altri locali, tutti muniti di un grande camino, erano vuoti. Tenendoci per mano salimmo la scala in legno che conduceva ai piani superiori.
“Sei contento ora che hai finalmente visto la casa di Caterina Medici?”.
“La strega di Broni?”.
“Esatto, proprio lei. In paese dicono che il suo spirito si aggiri in questi locali”. La voce ferma, decisamente calma. Dove era finita la ragazza terrorizzata dalle storie di fantasmi?
“Mica ti facevano paura certe storie?”.
“Ora non più. Imparando ad affrontare la sofferenza ho saputo domare le mie paure”.
Senza preoccuparsi della polvere, sedette su di un materasso al centro della stanza. Quanto dispiacere provai ad immaginare gli eventi della sua vita a cui non avevo assistito. Dolcemente le accarezzai i capelli; la loro morbidezza mi mancava da troppo tempo. Non appena avvertì il contatto, venne più vicino al mio corpo alla ricerca di calore.
“Mi dicevi che hai tentato di prendere una laurea in giurisprudenza…”. Ruppi l’assordante silenzio.
“Si, ma poi con la locanda ho dovuto lasciare”. Nelle sue parole traspariva l’amarezza di non avere portato a termine lo studio.
“Sei ancora in tempo a riprovarci”.
“No, ora ho tutto ciò di cui ho bisogno”.
Le sue mani fredde accarezzarono il mio viso, ma quando ricambiai l’amorevole gesto trasmisero un piacevole calore.
“Non ti lascerò mai più…”. Sentivo che quella era l’unica promessa sincera di tutta la mia vita.
“Baciami…”. Chiudendo gli occhi mi lasciai trasportare dalle emozioni. Sorridendo ci sdraiammo insieme sul materasso sgualcito, il freddo non ci diede alcun fastidio; in quell’ ambiente erotico e decadente ci abbandonammo ad uno dei nostri più lunghi atti d’amore.
Quando la luce scomparve dietro alle vecchie finestre, Carol si addormentò sul mio petto. Osservando la dolce espressione sul suo viso, rilassai il mio corpo. Un delicato tepore invase i miei sensi e la mia mano smise di accarezzarle la testa.
Svegliandomi, vidi Carol accendere una sigaretta. Quando la luce dell’accendino svanì, cadde nuovamente il buio.
“Che ore saranno?”. Chiesi sedendomi sul materasso.
“Sarà sera ormai… andiamo, qui sta diventando sempre più freddo”. Attivando la torcia del cellulare riuscì leggermente ad illuminare la lunga stanza buia.
“Dove andiamo ora?”.
“A casa mia, ho un appartamento tutto mio. Non abbiamo ancora mangiato, ti preparo una bella cenetta”.
“E tua madre?”.
“Dorme in una delle stanze della locanda, finalmente si è decisa a lasciarmi un po’ di libertà”.
Sempre aiutandoci con la torcia del cellulare lasciammo la casa di Caterina Medici; anche se l’avevamo onorata di tanto d’amore, mi venne il sospetto che le fitte tenebre vollero inghiottirci. All’esterno l’aria sapeva di pulito; una lieve pioggia bagnò i nostri corpi che non smisero mai di abbracciarsi.
Nella rustica cucina dell’appartamento Carol cucinò dei maccheroni con zucchine, pomodorini e ricotta di capra.
“Cicè, anche in cucina sei rimasta bravissima”. Mi complimentai per l’ottima cena. Lei, arrossendo in viso, si alzò da tavola e mi invitò a visitare la casa.
Rimasi sorpreso a vedere libri ovunque : nel salotto, in camera da letto, in cucina e perfino in bagno. L’antica mobilia della casa aveva come scopo quello di contenere tutti quei volumi. Ad eccezione del televisore, lo stereo e un lettore DVD non vidi altri segni di tecnologia.
Decisamente provati, decidemmo di metterci a letto. Con la sensazione che tutto ciò non fosse vero, mi addormentai di nuovo.
“Come non puoi?”. Chiese deluso il mio collega Arduini.
“Ho… ho da fare”. Risposi distrattamente togliendomi la divisa. Quello era il momento della giornata che più detestavo; negli spogliatoi si parlava solamente di calcio o di politica.
“Dai, prima di sera siamo a casa!”. L’insistenza di Arduini si fece irritante.
“E va bene, vengo anch’io”.
Mancavano ancora tre giorni a sabato e l’attesa divenne sempre più snervante. Presi in considerazione di rinunciare, ma ormai non avrebbe avuto senso. Quando arrivò il fatidico giorno decidemmo di trovarci al parcheggio della fabbrica alle ore 9.00, dopo di che raggiungendo il Ticino e armati di tanta pazienza, avremmo acceso il fuoco. Una grigliata fuori stagione : che idea del cazzo. Prima di uscire di casa salutai mamma come se fosse l’ultima volta. Lei sorrise alla mia sproporzionata dimostrazione d’affetto e mi augurò “buon divertimento”.
Nel gelo mattutino guidai fino all’incrocio che portava alla fabbrica, ma quando scattò il verde misi la freccia e svoltai a sinistra. Percorrendo il lungo viale ritornai giovane; nel cruscotto cercai la famosa cassetta che accompagnò molti viaggi : “Clear Hearths, Grey Flowers” delle Jack Off Jill. Non la trovai; chissà dov’era finita. Quella volta però, grazie al navigatore, giunsi fino a Semiana senza problemi.
I colori autunnali diedero un tocco di desolazione al paese; ogni strada era ricoperta dalle foglie gialle e rosse cadute dagli alberi. Per raggiungere la locanda bisognava percorrere una stretta via accanto alla piazza.
Provai molta agitazione a parcheggiare la macchina di fronte; con passo lento mi avvicinai alla porta, ma proprio nel momento in cui stavo per toccare la maniglia, mi bloccai. Come mi sarei presentato? Cosa le avrei detto? Arretrando, decisi di raccogliere qualche idea. Per ripararmi dal vento gelido chiusi i bottoni della mia giacca nera, ma non servì a niente. Infreddolito andai a sedermi sopra una panchina della piazza. Dalla tasca dei pantaloni presi il cellulare : nessuna chiamata senza risposta. Per evitare che qualcuno mi avrebbe chiamato lo spensi.
Basta; fui convinto di alzarmi e aprire quella maledetta porta, altrimenti il mio viaggio non sarebbe servito a niente. Raggiungendo l’ingresso inspirai profondamente. A pochi centimetri dal mio viso la porta si aprì :
“Bentornato…”. Non potevo credere a ciò che vidi; anche se erano passati tanti anni la sua bellezza rimase intatta.
“C-ciao Carol… scusami se piombo qui, ma…”.
“Ti ho visto dalla finestra di sopra e sono scesa”.
Le mie paure svanirono : sembrò davvero entusiasta di vedermi.
“Vieni…”. Disse chiudendo la porta alle spalle e scendendo i gradini.
“Andiamo a fare quattro passi, mamma è appena rientrata e non voglio che ti veda. Sai, lei è una donna un po’ all’antica”.
Affetto da mutismo accettai. Passeggiammo per tutto il paese, parlando come se ci fossimo visti il giorno prima. Quando giungemmo nelle campagne, osservammo in silenzio i campi immersi nella nebbia.
Nonostante facesse freddo, Carol indossava solamente un maglioncino nero sbottonato sul petto. Il lungo vestito a quadretti le scopriva le gambe dalle ginocchia in giù.
“Fantastico”. Pensai osservando la pettinatura : portava ancora le trecce come la prima volta che venni a Semiana. Ai piedi calzava delle ballerine nere ormai intrise di fango e terriccio.
“Sapevi che sarei venuto?”. Le chiesi appoggiandole una mano sulla spalla destra.
“Sì… me lo sentivo che un giorno saresti tornato. Non sai quanta gioia sto provando ora ad averti qui con me….”. Accarezzandole il braccio mi accorsi che era commossa.
“Carol… in tutti questi anni non ho fatto altro che pensare a te”. La nebbia intorno a noi aveva avvolto ormai ogni cosa.
“Anch’io… non mi sembra vero che tu sia qui”. Rifugiandosi nel mio petto mi strinse forte.
“Basta ora”. Le dissi sollevandole il mento. “Sono venuto per darti questo”. Quanto mi mancavano quelle morbide labbra bagnate.
“Dai Cicè, tiriamoci su un po’ il morale. E’ quasi mezzogiorno, andiamo a mangiare qualcosa”.
“E dove?”.
“All’acquamatta. Ti ricordi?”. Durante le nostre giornate insieme gustammo tante specialità in quel ristorante.
“Si…”. La mia proposta le fece tornare un lieve sorriso.
“Forza, andiamo”.
“Aspetta!” Esclamò afferrando tra le mani la parte bassa del vestito a quadretti. “Non posso venire così. Lascia che torni a casa a cambiarmi”.
“Ma dai! Sei stupenda così”. Sapevo che anche il più grande degli elogi non sarebbe servito a farle cambiare idea.
Nei pressi della locanda Carol strinse il mio braccio : “Un attimo. Prendi la macchina e portala sotto casa mia, io passerò da dietro”. Anche se non li avevo mai conosciuti di persona, non dovevo stare molto simpatico ai suoi genitori.
La grande casa bianca a due piani era rimasta esattamente come allora; Carol apparve dalla porta d’ingresso dopo dieci minuti esatti. Rapidamente aprì la portiera e si sedette sul sedile davanti. Il vestito nero era decisamente elegante : presentava un colletto bianco dalle tenere ricamature e le accentuava i deliziosi fianchi.
Rivestì le sue generose gambe con delle calze di nylon nero fumo, mentre ai piedi portava delle scarpe nere a tacco alto. “Questo è il ricordo di mio padre”. Disse accarezzando la medaglietta in oro che portava al collo. “Vedi le lettere? P.P. : Piero Padovani”.
“T-tuo padre è…”.
“Sì, è successo l’anno scorso.”
“E… come?”. Quello che avevo appena sentito mi gelò il sangue.
“Un tumore ai polmoni”.
“Io… mi spiace”. Le accarezzai la mano delicatamente.
“Ora è passato, ciò che conta è che il suo ricordo sia ancora vivo”.
Durante il tragitto verso il ristorante avrei tanto voluto tirarle su un po’ il morale, ma non sono mai stato abile in questo genere di cose.
Vidi i suoi occhi lucidi contemplare il volo degli uccelli appena sopra una risaia. “Guarda”. Mi disse puntando l’indice. “Anche loro stanno volando liberi come noi, nessuno li può fermare”.
“Tu ti senti davvero libera?”.
“Quando sto con te sì. Ma che fai piangi?”.
“Non… non ti ho chiesto ancora scusa Cicetta”.
“Non importa. Non ti chiedo di giustificarti, quello che è stato è stato. L’importante è che ora siamo di nuovo insieme”.
“Ho… ho da fare”. Risposi distrattamente togliendomi la divisa. Quello era il momento della giornata che più detestavo; negli spogliatoi si parlava solamente di calcio o di politica.
“Dai, prima di sera siamo a casa!”. L’insistenza di Arduini si fece irritante.
“E va bene, vengo anch’io”.
Mancavano ancora tre giorni a sabato e l’attesa divenne sempre più snervante. Presi in considerazione di rinunciare, ma ormai non avrebbe avuto senso. Quando arrivò il fatidico giorno decidemmo di trovarci al parcheggio della fabbrica alle ore 9.00, dopo di che raggiungendo il Ticino e armati di tanta pazienza, avremmo acceso il fuoco. Una grigliata fuori stagione : che idea del cazzo. Prima di uscire di casa salutai mamma come se fosse l’ultima volta. Lei sorrise alla mia sproporzionata dimostrazione d’affetto e mi augurò “buon divertimento”.
Nel gelo mattutino guidai fino all’incrocio che portava alla fabbrica, ma quando scattò il verde misi la freccia e svoltai a sinistra. Percorrendo il lungo viale ritornai giovane; nel cruscotto cercai la famosa cassetta che accompagnò molti viaggi : “Clear Hearths, Grey Flowers” delle Jack Off Jill. Non la trovai; chissà dov’era finita. Quella volta però, grazie al navigatore, giunsi fino a Semiana senza problemi.
I colori autunnali diedero un tocco di desolazione al paese; ogni strada era ricoperta dalle foglie gialle e rosse cadute dagli alberi. Per raggiungere la locanda bisognava percorrere una stretta via accanto alla piazza.
Provai molta agitazione a parcheggiare la macchina di fronte; con passo lento mi avvicinai alla porta, ma proprio nel momento in cui stavo per toccare la maniglia, mi bloccai. Come mi sarei presentato? Cosa le avrei detto? Arretrando, decisi di raccogliere qualche idea. Per ripararmi dal vento gelido chiusi i bottoni della mia giacca nera, ma non servì a niente. Infreddolito andai a sedermi sopra una panchina della piazza. Dalla tasca dei pantaloni presi il cellulare : nessuna chiamata senza risposta. Per evitare che qualcuno mi avrebbe chiamato lo spensi.
Basta; fui convinto di alzarmi e aprire quella maledetta porta, altrimenti il mio viaggio non sarebbe servito a niente. Raggiungendo l’ingresso inspirai profondamente. A pochi centimetri dal mio viso la porta si aprì :
“Bentornato…”. Non potevo credere a ciò che vidi; anche se erano passati tanti anni la sua bellezza rimase intatta.
“C-ciao Carol… scusami se piombo qui, ma…”.
“Ti ho visto dalla finestra di sopra e sono scesa”.
Le mie paure svanirono : sembrò davvero entusiasta di vedermi.
“Vieni…”. Disse chiudendo la porta alle spalle e scendendo i gradini.
“Andiamo a fare quattro passi, mamma è appena rientrata e non voglio che ti veda. Sai, lei è una donna un po’ all’antica”.
Affetto da mutismo accettai. Passeggiammo per tutto il paese, parlando come se ci fossimo visti il giorno prima. Quando giungemmo nelle campagne, osservammo in silenzio i campi immersi nella nebbia.
Nonostante facesse freddo, Carol indossava solamente un maglioncino nero sbottonato sul petto. Il lungo vestito a quadretti le scopriva le gambe dalle ginocchia in giù.
“Fantastico”. Pensai osservando la pettinatura : portava ancora le trecce come la prima volta che venni a Semiana. Ai piedi calzava delle ballerine nere ormai intrise di fango e terriccio.
“Sapevi che sarei venuto?”. Le chiesi appoggiandole una mano sulla spalla destra.
“Sì… me lo sentivo che un giorno saresti tornato. Non sai quanta gioia sto provando ora ad averti qui con me….”. Accarezzandole il braccio mi accorsi che era commossa.
“Carol… in tutti questi anni non ho fatto altro che pensare a te”. La nebbia intorno a noi aveva avvolto ormai ogni cosa.
“Anch’io… non mi sembra vero che tu sia qui”. Rifugiandosi nel mio petto mi strinse forte.
“Basta ora”. Le dissi sollevandole il mento. “Sono venuto per darti questo”. Quanto mi mancavano quelle morbide labbra bagnate.
“Dai Cicè, tiriamoci su un po’ il morale. E’ quasi mezzogiorno, andiamo a mangiare qualcosa”.
“E dove?”.
“All’acquamatta. Ti ricordi?”. Durante le nostre giornate insieme gustammo tante specialità in quel ristorante.
“Si…”. La mia proposta le fece tornare un lieve sorriso.
“Forza, andiamo”.
“Aspetta!” Esclamò afferrando tra le mani la parte bassa del vestito a quadretti. “Non posso venire così. Lascia che torni a casa a cambiarmi”.
“Ma dai! Sei stupenda così”. Sapevo che anche il più grande degli elogi non sarebbe servito a farle cambiare idea.
Nei pressi della locanda Carol strinse il mio braccio : “Un attimo. Prendi la macchina e portala sotto casa mia, io passerò da dietro”. Anche se non li avevo mai conosciuti di persona, non dovevo stare molto simpatico ai suoi genitori.
La grande casa bianca a due piani era rimasta esattamente come allora; Carol apparve dalla porta d’ingresso dopo dieci minuti esatti. Rapidamente aprì la portiera e si sedette sul sedile davanti. Il vestito nero era decisamente elegante : presentava un colletto bianco dalle tenere ricamature e le accentuava i deliziosi fianchi.
Rivestì le sue generose gambe con delle calze di nylon nero fumo, mentre ai piedi portava delle scarpe nere a tacco alto. “Questo è il ricordo di mio padre”. Disse accarezzando la medaglietta in oro che portava al collo. “Vedi le lettere? P.P. : Piero Padovani”.
“T-tuo padre è…”.
“Sì, è successo l’anno scorso.”
“E… come?”. Quello che avevo appena sentito mi gelò il sangue.
“Un tumore ai polmoni”.
“Io… mi spiace”. Le accarezzai la mano delicatamente.
“Ora è passato, ciò che conta è che il suo ricordo sia ancora vivo”.
Durante il tragitto verso il ristorante avrei tanto voluto tirarle su un po’ il morale, ma non sono mai stato abile in questo genere di cose.
Vidi i suoi occhi lucidi contemplare il volo degli uccelli appena sopra una risaia. “Guarda”. Mi disse puntando l’indice. “Anche loro stanno volando liberi come noi, nessuno li può fermare”.
“Tu ti senti davvero libera?”.
“Quando sto con te sì. Ma che fai piangi?”.
“Non… non ti ho chiesto ancora scusa Cicetta”.
“Non importa. Non ti chiedo di giustificarti, quello che è stato è stato. L’importante è che ora siamo di nuovo insieme”.
Ho nostalgia della dormita che feci quella notte : sana e riposante senza traccia di brutti sogni; nella mente solamente l’entusiasmo di svegliarmi il mattino dopo per scriverle un messaggio. Ovviamente, questa fu la prima cosa che feci non appena puntai il piede fuori dal letto.
Carol rispose subito; la immaginai nel letto impaziente ad aspettare che mi facessi vivo. Dopo alcuni sms decidemmo di incontrarci al suo paese. In quel periodo, dato che stavo frequentando l’ultimo anno di scuola superiore, non potevo permettermi un navigatore satellitare; scrissi le sue indicazioni sopra un foglietto. Un vero e proprio calvario : arrivai al paese alle 16.00, ovvero un’ora dopo l’appuntamento. Come prestabilito la vidi aspettarmi fuori dall’agriturismo “Cascina Corte Grande”. Di giorno apparve ancora più bella : raccolse i suoi capelli in due lunghe trecce, adottando un leggero trucco ad abbellirle ulteriormente il viso. Indossava uno scialle nero, una salopette e delle scarpe da ginnastica.
“Scusa il ritardo…”.
“Fa niente. E’ colpa mia che abito fuori dal mondo”.
Appena salì in macchina le dissi che Semiana mi piaceva molto; lo trovai il classico paese adatto ad un anima solitaria come la mia. Sarei stato ore ed ore a contemplare le campagne intorno scrivendo racconti e poesie.
“Dove andiamo?”. Le chiesi
“Prima lascia che ti mostri dove sono cresciuta, la locanda Padovani.”
“Hai una locanda?”.
“Si mio padre è il proprietario, sono ormai due anni che ci lavoro dopo scuola”. Lo disse con aria sconfitta, facendomi immaginare il genitore sfruttarla come se non ci fosse un domani.
Le pareti della locanda erano tappezzate con vecchi piatti e padelle oltre alle teste di animali imbalsamati. L’interno era deserto, ma Carol disse che non mancava di certo la clientela desiderosa di gustare le specialità Lomelline. I suoi genitori erano fuori paese e quel giorno le lasciarono le chiavi. Fu davvero entusiasta di mostrarmi la Locanda e mi disse che un giorno l’avrebbe portata avanti nel migliore dei modi.
“Lascia che ti offra una birra…”. Disse toccandomi il braccio.
“Scherzi? Te la pago!”.
“Neanche per sogno!”.
In un attimo si precipitò al bancone e spillò una media chiara.
“Grazie, sei troppo buona”. Lei abbassando gli occhi sorrise; seduta al mio fianco su uno dei tavoli mi osservò berla con sguardo amorevole. Mi rilassai; la sensazione di essere in un locale vuoto in sua compagnia era qualcosa di davvero speciale.
“Avete tante camere sopra?”.
“Cinque camere in tutto…”.
“Sarei curioso di vederne una…”.
Senza parole mi strinse la mano e mi baciò. Facemmo l’amore in una delle piccole stanze al piano superiore; quanto fu bello. Tanto felici, restammo abbracciati nel letto fino a quando non decidemmo di rivestirci e uscire in paese. Quando osservammo il sole tramontare seduti su una panchina mi disse :
“Non sono mai stata felice come ora”.
“Nemmeno io Cicetta”.
“Wow! Mi piace se mi chiami “Cicetta” ”.
“Davvero? Mi è venuto così…”.
Ricordando le immagini di quella stupenda giornata, il silenzio e il vuoto nella casa apparvero stranamente confortevoli. Sdraiandomi sul letto nascosi il viso nel cuscino; anche con la casa deserta ebbi vergogna di versare lacrime. Sfinito e con una sensazione di umido nel corpo, cascai in un sonno profondo.
Appena mi svegliai presi nervosamente una sigaretta dal pacchetto. Affacciandomi al balcone la vista di Piazza Ducale perse il suo fascino; fumando pensai solamente una cosa :
“No! Non posso…”.
“Non posso… non posso… non posso…”.
Carol rispose subito; la immaginai nel letto impaziente ad aspettare che mi facessi vivo. Dopo alcuni sms decidemmo di incontrarci al suo paese. In quel periodo, dato che stavo frequentando l’ultimo anno di scuola superiore, non potevo permettermi un navigatore satellitare; scrissi le sue indicazioni sopra un foglietto. Un vero e proprio calvario : arrivai al paese alle 16.00, ovvero un’ora dopo l’appuntamento. Come prestabilito la vidi aspettarmi fuori dall’agriturismo “Cascina Corte Grande”. Di giorno apparve ancora più bella : raccolse i suoi capelli in due lunghe trecce, adottando un leggero trucco ad abbellirle ulteriormente il viso. Indossava uno scialle nero, una salopette e delle scarpe da ginnastica.
“Scusa il ritardo…”.
“Fa niente. E’ colpa mia che abito fuori dal mondo”.
Appena salì in macchina le dissi che Semiana mi piaceva molto; lo trovai il classico paese adatto ad un anima solitaria come la mia. Sarei stato ore ed ore a contemplare le campagne intorno scrivendo racconti e poesie.
“Dove andiamo?”. Le chiesi
“Prima lascia che ti mostri dove sono cresciuta, la locanda Padovani.”
“Hai una locanda?”.
“Si mio padre è il proprietario, sono ormai due anni che ci lavoro dopo scuola”. Lo disse con aria sconfitta, facendomi immaginare il genitore sfruttarla come se non ci fosse un domani.
Le pareti della locanda erano tappezzate con vecchi piatti e padelle oltre alle teste di animali imbalsamati. L’interno era deserto, ma Carol disse che non mancava di certo la clientela desiderosa di gustare le specialità Lomelline. I suoi genitori erano fuori paese e quel giorno le lasciarono le chiavi. Fu davvero entusiasta di mostrarmi la Locanda e mi disse che un giorno l’avrebbe portata avanti nel migliore dei modi.
“Lascia che ti offra una birra…”. Disse toccandomi il braccio.
“Scherzi? Te la pago!”.
“Neanche per sogno!”.
In un attimo si precipitò al bancone e spillò una media chiara.
“Grazie, sei troppo buona”. Lei abbassando gli occhi sorrise; seduta al mio fianco su uno dei tavoli mi osservò berla con sguardo amorevole. Mi rilassai; la sensazione di essere in un locale vuoto in sua compagnia era qualcosa di davvero speciale.
“Avete tante camere sopra?”.
“Cinque camere in tutto…”.
“Sarei curioso di vederne una…”.
Senza parole mi strinse la mano e mi baciò. Facemmo l’amore in una delle piccole stanze al piano superiore; quanto fu bello. Tanto felici, restammo abbracciati nel letto fino a quando non decidemmo di rivestirci e uscire in paese. Quando osservammo il sole tramontare seduti su una panchina mi disse :
“Non sono mai stata felice come ora”.
“Nemmeno io Cicetta”.
“Wow! Mi piace se mi chiami “Cicetta” ”.
“Davvero? Mi è venuto così…”.
Ricordando le immagini di quella stupenda giornata, il silenzio e il vuoto nella casa apparvero stranamente confortevoli. Sdraiandomi sul letto nascosi il viso nel cuscino; anche con la casa deserta ebbi vergogna di versare lacrime. Sfinito e con una sensazione di umido nel corpo, cascai in un sonno profondo.
Appena mi svegliai presi nervosamente una sigaretta dal pacchetto. Affacciandomi al balcone la vista di Piazza Ducale perse il suo fascino; fumando pensai solamente una cosa :
“No! Non posso…”.
“Non posso… non posso… non posso…”.
Via, non te la prendere. Non c’è stato nulla, proprio nulla tra me e Dora. Era afflitta perché il suo promesso l’aveva lasciata da poco e aveva trovato in me solo una spalla su cui piangere. Sai benissimo che sono un emotivo e mi faccio carico dell’altrui sofferenza, per questo, quando sei entrata tu ci hai trovati abbracciati ! lei mi stava sussurrando all’ orecchio il motivo della loro separazione ed io mi avvicinavo di più per udire meglio quella sequela di parole concitate, quei singulti che le uscivano smorzati dalle labbra. Cosa dici ? La mia mano sulla sua gamba ? Così tu credi io sia uno che fa, della sensualità, il suo cavallo di battaglia ? E’ così che mi hai conosciuto ed amato ? Ricordi solo i momenti erotici tra noi e la mia capacità ormonica di indurre una donna a fare sesso ? Non credo sia così, penso che tu mi abbia scelto per ben altre virtù. Ancora ! Mi baciava sul collo ? Ma no ! Ti ho detto che mi stava bisbigliando le ragioni per cui era stata lasciata. Dovevamo farlo sdraiati sul divano ? Ma che dici ! Visto che lei si aggrappava a me, l’equilibrio è venuto a mancare e pian piano siamo scivolati. Ti pare possibile che avrei mai fatto le cose che pensi mentre tu stavi dietro la porta, con gli amici, a fare baldoria ? Non sono sciocco. Che lei sia provocante, come tu sottolinei, non è un buon motivo per farci l’amore. E’ bella, è vero. Non una dea, però. Ha…ha…ha tutte le sue cose al punto giusto, ecco, disposte armoniosamente ed in abbondanza. Diciamo che “si fa guardare” specialmente quando indossa gonne corte che mettono in evidenza due signore gambe ! E….che dire della prosperità del lato B. Si, ma poi, perché te le sto a dire queste cose ? In fondo lo sai già che a me piaci tu, che ti amo e non potrei mai tradirti. Nessuna nube potrebbe offuscarti. Sei il mio amore e penso che potrei superare con un solo balzo l’Everest se soltanto ti penso: Sei la mia Musa ispiratrice che ascolta con pazienza i miei racconti, le mie storie anche se, quando ti sono vicino, non riesco a parlare più, incantato dai tuoi occhi. A parte quest’ultimo, spiacevole screzio, credo che io e te siamo fatti l’uno per l’altra. Ora che mi ci fai pensare, tuttavia, cara la mia criticona, qualcosa da ridire l’avrei anche io ! E non da poco. Non pensare che io sia geloso ! Perché, voi donne, ai nostri dinieghi su ogni responsabilità relative a presunte, ingannevoli, immaginarie tentazioni verso la nostra controparte, adducete dei motivi legati alla nostra gelosia, quando queste riguardano voi. Allora, sottolineando ancora una volta la mia estraneità col morbo di Otello, cosa avrei dovuto dire di te e Mauro, la scorsa settimana, al mare quando, più volte, gli levasti il costume per esibirlo fuori dall’acqua e lui ti immerse tante volte fin quando, parecchio tempo dopo, fosti costretta a rimetterglielo ? E’ vero, mi avvicinai alla battigia ma l’unico bagno che sarei riuscito a fare, sarebbe stato un bagno di sangue! Recedetti perché tutto era rientrato, non prima che tu vedessi i miei occhi schiumanti di rabbia. Tentazione ? O che altro ? Ma questo può capitare a tutti, è vero, amore ? A volte, ad una coppia, può capitare una tentazione, siamo umani in fondo ! C’è un rimedio, in questo caso. Tuttavia non posso proporti l’improponibile perché la panacea del caso ha un solo nome : castrazione ! Però…Non è questo l’eventualità più drammatica che possa capitare a due innamorati. Molto più doloroso sarebbe se ci si innamorasse di un altro, di un’altra persona. Col pensiero. Anche in segreto, forse peggio in segreto, considerando il fatto che non esisterebbero tentazioni, in questo caso, perché ci sarebbe la piena volontarietà nel farlo. Allora, pur di mantenere vivo il nostro amore che è di quelli veri, irrinunciabili, perdoniamoceli questi piccoli peccatucci. A testimonianza di ciò, nel nido d’amore che stiamo costruendo, permettimi di tenere la foto di Monica Bellucci sul comodino accanto al letto. Vedrai anche, di quanto miglioreranno le mie “performances”. Se devo, infine, fare un piccolo sacrificio, acconsentirò che tu metta la foto di Brad Pitt nel piccolo portaritratti di vetro (sperando non si rompa!). Ora vado, devo restituire a Giulia il phon che mi ha prestato e so che tu aspetti Riccardo per la lezione d’inglese. Mi raccomando….e ti raccomando !
Cosa ne pensi della violenza sulle donne?
Perché questa domanda?
Così…non ne abbiamo mai parlato…
Intendi verbale, fisica, psicologica, sessuale o aritmetica ?
Aritmetica ?... Non esiste!…
Ehhh…chiedilo alla mia prof. di matematica del liceo poi vediamo se non esiste.
Dai non scherzare…però hai ragione a quella verbale o psicologica non avevo pensato…però quella fisica, all’interno di una coppia, cioè essere picchiata credo che sia più atroce come conseguenze anche rispetto a quella sessuale
Spiegati…
Beh penso che se fossi violentata da uno sconosciuto riuscirei ad innamorarmi ancora di un uomo e a fidarmi di lui, ma se fossi picchiata costantemente dall’uomo del quale mi sono innamorata…
Uhm….
Intendo … da uno sconosciuto mi aspetto che mi possa fare del male…ma dall’uomo che amo mi aspetto sostegno, …che sia affidabile…
Eh...vedi come sei stata fortunata? Affidabile…che bella parola…
Tu? Alzeresti mai le mani contro di me? O contro una donna in generale?
Beh..certo…
Cosa??? Stai scherzando vero?
No dico sul serio…le alzerei nel senso di dire “mi arrendo”…quando cominciate con le masturbazioni cerebrali…alzo subito le mani verso l’alto in senso di resa…
Dai….
Beh le alzo anche per altre masturbazioni…sempre in senso di resa –“chiedimi quello che vuoiiiiii”….- ma anche per ringraziare il cielo che esistete…
Ah beh..così mi piace…
Beh…l’altra sera ..a letto…non mi sembrava ti dispiacessero quelle sculacciate…
Si..ma quella non è violenza..quello è amore… nel sesso..due adulti consenzienti….
Hai ragione divagavo è che con te davanti ho sempre voglia di fare l’amore.
Beh allora…soddisfiamo questa voglia…
Ahhh…ehhhh??’ok ti uccido di sesso..
Esagerato…
Ti ferisco di sesso?
Mah…!!! Cala ancora dai…
Una leggera contusione di sesso?...un lieve gonfiore? Un nonnulla di escoriazione? una puntura?
Dai vieni qua…che ti uccido io…di sesso…
Come sei violenta…Uhm…sono tuo…uccidimi …mani in alto e “chiedimi quello che vuoiiiiiiiiii” anche di portarti all’Ikea.
“Strano”. Pensai nel buio della notte. “La camminata alla Sagra Dell’Oca mi ha sfiancato. Dovrei dormire come un sasso”. Invece di dormire non se ne parlò nemmeno quella notte : i nervi e la mente non vollero sapere di riposare. Quest’ultima batteva spietata sul ricordo di quella sera. Non me ne importava davvero niente di quello che successe?
Non ne ero sicuro; in quei giorni non feci altro che pensare a lei. La mia intenzione non era quella di starci a pensare ancora per molto; dovevo cercare di dormire anche perché mi aspettava il turno del mattino. Poco prima di uscire di casa mi ritrovai alla finestra in compagnia della quarta sigaretta. Entrando in fabbrica pensai se ne era davvero valsa la pena di aver sputato sangue per ottenere un contratto a tempo determinato. Certo, la paga era buona ma i materiali usati irritavano la pelle e gli occhi. E dire che la mia ispirazione era quella di fare lo scrittore, non certo di lavorare a Vigevano in una fabbrica di materie plastiche. La mia giornata fu terribile : le ore passarono veloci, ma le immagini della mente tremendamente lente. Quelle della realtà apparvero sfocate; se non dormivo stavo male. Infatti, rincasando crollai sul letto.
Il giorno dopo a fine turno decisi di non prendere l’autobus : una bella camminata mi avrebbe ricaricato completamente. Volli gustarmi la campagna intorno alla fabbrica, un delizioso angolo di paradiso. La nebbia scese sui lunghi prati verdi coprendo la vista degli antichi alberi. Sporcando le scarpe di fango nella piccola stradina, immaginai le urla di mamma non appena sarei entrato in casa.
“Ancora due minuti”. Pensai mettendo le mani in tasca. “Ancora due minuti per osservare la natura che c’è fuori da questa maledetta fabbrica”. Il rumore delle automobili, confuso e distante, giunse alle mie orecchie come un ricordo lontano. Sorrisi nell’ avere davanti agli occhi un paesaggio così puro e salutare. “Chissà se le campagne di Semiana sono rimaste uguali”. Di nuovo! Forse la musica mi avrebbe distratto.
Voltando le spalle allo stupendo paesaggio, camminai veloce verso casa. Niente : nemmeno “Hatred And Disgust” dei Sorrow riuscì a distrarmi. Quando deposi il vinile sulla mensola i miei occhi caddero sul telefono cellulare. Sfogliando la rubrica mi accorsi che non c’era; l’avevo cancellato, spazzato via per sempre. Con noncuranza feci cadere il telefono sul letto senza nemmeno capire se ero triste o felice. Cosa le dissi riguardo la luna?
Ah, sì : “Guarda com’è vicina la luna stasera”.
“Sì”. Rispose lei alzando gli occhi verso l’enorme palla bianca. “Andrà a finire come in quel film dove gli uomini ne vengono risucchiati e sono costretti a viverci per sempre”.
Nessuno sapeva che alle spalle del VisViva vi era un grande prato. I nostri piedi lo calpestarono amorevolmente per purificarsi dal suolo contaminato della discoteca.
La convinsi a passeggiare; non era il massimo essere costretto ad urlare ogni volta che le parlavo. Accettò il mio invito entusiasta, forse non aspettava altro.
“Ti piacerebbe vivere sulla luna?”. Le chiesi camminando nel buio.
“Qualunque posto, importante che non sia questo mondo”. La frase mi commosse leggermente.
“Questo mondo non è degno di una bella ragazza come te”. Abbassando il capo, accennò un risata imbarazzata. Nonostante fossimo al buio si preoccupò di non arrossire.
Avvicinandomi al suo viso le dissi : “Non c’è più considerazione per i sentimenti e per la bellezza, soprattutto una stupenda bellezza come la tua”.
Non mi accorsi nemmeno di aver baciato quelle labbra che tanto desiderai.
“E l’amore…”. Disse lei staccandosi lentamente dalla mia bocca. “L’amore non ha più valore…”.
La baciai ancora più sensualmente accarezzando anche le forme del suo corpo. Sotto quel vestito nero vi erano stupendi attributi da adorare immensamente.
“Sono qui in macchina e…”.
“Sì, così stiamo più comodi”.
Mano nella mano, passammo accanto alle persone come se non esistessero. Arrivati al parcheggio, le mostrai la mia macchina. Il mio corpo già tremava mentre lei si accinse a chiudere la portiera.
“Allontaniamoci da occhi indiscreti”. Dissi mettendo in moto.
Fermai la macchina poco distante dal locale, su di una stradina di campagna completamente deserta. Sotto la luce della spia frontale era stupenda per davvero : sorridendo mostrava un dentatura perfetta, quei tipici sorrisi impossibili da dimenticare. La pelle, deliziosamente pallida, tanto dolce e soffice al tatto. Iniziai a baciarle il collo lasciando scivolare le mani sul petto, mentre le sue andarono ad esplorare molto più in basso. Le labbra le profumavano di ciliegie e la pelle di albicocca, due essenze che a rimembrarle provocano piacevoli sensazioni.
Quanti baci diedi al suo viso candido e quante carezze. Erano soffici carezze per ringraziarla di essere uno stupendo dono della natura. Credo di non aver mai più visto due iridi azzurre fissarmi così amorevolmente. Tutto questo accadde in un ora intensa in cui mi sentii amato per la prima volta in vita mia.
“E adesso?”. Chiese lei rivestendosi.
“Adesso cosa?”. Risposi sorridendo.
“Sparirai anche tu sulla luna?”.
Risi alla sua domanda : “Perché dovrei?”.
Addentando leggermente il pollice destro non mi rispose subito. La voce le uscì preoccupata : “Stefano, io… non ho mai incontrato nessuno come te. Ti vorrei rivedere ancora…”.
“Ma certo, anch’io. Sei la più bella ragazza che abbia mai visto e anche il tuo animo è fantastico. Mi sento di dirlo anche se ci siamo conosciuti stasera”.
Travolgendomi con un abbraccio disse felice : “Grazie, mi sembra di sognare”. “Domani cosa fai?”. Chiese subito dopo.
“Domani è domenica, credo dormirò tutto il giorno.”
“Non ti andrebbe di vederci?”.
“Certo, magari”.
“Sì, ma c’è un problema”.
“Quale?”.
“Non ho la patente”.
“Poco male, vengo io a… come si chiama?”.
“Semiana…”.
“Ah già! Il tuo numero ce l’ho. Ti scrivo domani”.
“Volentieri. Mi faresti un piacere?”.
“Dimmi”.
“Quando torno dai miei amici facciamo finta che non ci conosciamo, non voglio dire a nessuno quanto sono felice. Vorrei condividere questa gioia solamente con te”.
Poche volte una donna riuscì a farmi restare senza parole : “Va… va bene, come vuoi. Sei… sei fantastica Carol”. Il bacio che le diedi prima di ritornare alla discoteca sembrò non terminare mai.
“Ci sentiamo domani allora? Eccoli i miei amici, mi sa che devo andare”. Puntò il dito verso una combriccola di persone che uscì dall’ingresso. “Non vedo l’ora di domani, scrivimi quando vuoi. Grazie di tutto Stefano”. Un ultimo bacio, questa volta sulla guancia.
“Ciao… a domani, Carol”.
“A domani. Non vedo l’ora”.
Un po’ dispiaciuto la vidi allontanarsi. Non feci in tempo ad accendere una sigaretta che ricevetti una forte pacca sulle spalle.
“Ma dove cazzo sei finito? E’ un ora che ti cerchiamo!”. Lino era decisamente alticcio.
“Ero… a bere”. Risposi con sguardo assente.
Lino non prestò molta attenzione alle mie parole, il suo obiettivo era quello di divertirsi e festeggiare fino al mattino dopo.
Poco prima di lasciare il locale mi venne la tentazione di scriverle un messaggio.
Sperando fosse ancora sveglia le confessai che avevo passato la più bella serata della mia vita e altre smancerie che mai più scrissi a nessuna donna. La sua risposta arrivò giusto quando convinsi gli altri a tornare a casa. “Grazie di tutto anche te”. Lessi felice. “Dopo tanto tempo mi addormenterò felice, è stata una serata magnifica. Ti abbraccio e bacio tutto. A domani. Carol”.
“Allora andiamo o no?”. Borbottò Tano dai sedili posteriori vedendomi maneggiare il cellulare.
Guidai verso casa come un forsennato, tra le battute dei miei amici palesemente ubriachi. Sospettarono fin dall’inizio che conobbi una ragazza, ma per rispetto verso Carol non dissi niente. Non mi è mai piaciuto vantarmi delle mie conquiste e tanto meno volli farlo in quel momento.
Non ne ero sicuro; in quei giorni non feci altro che pensare a lei. La mia intenzione non era quella di starci a pensare ancora per molto; dovevo cercare di dormire anche perché mi aspettava il turno del mattino. Poco prima di uscire di casa mi ritrovai alla finestra in compagnia della quarta sigaretta. Entrando in fabbrica pensai se ne era davvero valsa la pena di aver sputato sangue per ottenere un contratto a tempo determinato. Certo, la paga era buona ma i materiali usati irritavano la pelle e gli occhi. E dire che la mia ispirazione era quella di fare lo scrittore, non certo di lavorare a Vigevano in una fabbrica di materie plastiche. La mia giornata fu terribile : le ore passarono veloci, ma le immagini della mente tremendamente lente. Quelle della realtà apparvero sfocate; se non dormivo stavo male. Infatti, rincasando crollai sul letto.
Il giorno dopo a fine turno decisi di non prendere l’autobus : una bella camminata mi avrebbe ricaricato completamente. Volli gustarmi la campagna intorno alla fabbrica, un delizioso angolo di paradiso. La nebbia scese sui lunghi prati verdi coprendo la vista degli antichi alberi. Sporcando le scarpe di fango nella piccola stradina, immaginai le urla di mamma non appena sarei entrato in casa.
“Ancora due minuti”. Pensai mettendo le mani in tasca. “Ancora due minuti per osservare la natura che c’è fuori da questa maledetta fabbrica”. Il rumore delle automobili, confuso e distante, giunse alle mie orecchie come un ricordo lontano. Sorrisi nell’ avere davanti agli occhi un paesaggio così puro e salutare. “Chissà se le campagne di Semiana sono rimaste uguali”. Di nuovo! Forse la musica mi avrebbe distratto.
Voltando le spalle allo stupendo paesaggio, camminai veloce verso casa. Niente : nemmeno “Hatred And Disgust” dei Sorrow riuscì a distrarmi. Quando deposi il vinile sulla mensola i miei occhi caddero sul telefono cellulare. Sfogliando la rubrica mi accorsi che non c’era; l’avevo cancellato, spazzato via per sempre. Con noncuranza feci cadere il telefono sul letto senza nemmeno capire se ero triste o felice. Cosa le dissi riguardo la luna?
Ah, sì : “Guarda com’è vicina la luna stasera”.
“Sì”. Rispose lei alzando gli occhi verso l’enorme palla bianca. “Andrà a finire come in quel film dove gli uomini ne vengono risucchiati e sono costretti a viverci per sempre”.
Nessuno sapeva che alle spalle del VisViva vi era un grande prato. I nostri piedi lo calpestarono amorevolmente per purificarsi dal suolo contaminato della discoteca.
La convinsi a passeggiare; non era il massimo essere costretto ad urlare ogni volta che le parlavo. Accettò il mio invito entusiasta, forse non aspettava altro.
“Ti piacerebbe vivere sulla luna?”. Le chiesi camminando nel buio.
“Qualunque posto, importante che non sia questo mondo”. La frase mi commosse leggermente.
“Questo mondo non è degno di una bella ragazza come te”. Abbassando il capo, accennò un risata imbarazzata. Nonostante fossimo al buio si preoccupò di non arrossire.
Avvicinandomi al suo viso le dissi : “Non c’è più considerazione per i sentimenti e per la bellezza, soprattutto una stupenda bellezza come la tua”.
Non mi accorsi nemmeno di aver baciato quelle labbra che tanto desiderai.
“E l’amore…”. Disse lei staccandosi lentamente dalla mia bocca. “L’amore non ha più valore…”.
La baciai ancora più sensualmente accarezzando anche le forme del suo corpo. Sotto quel vestito nero vi erano stupendi attributi da adorare immensamente.
“Sono qui in macchina e…”.
“Sì, così stiamo più comodi”.
Mano nella mano, passammo accanto alle persone come se non esistessero. Arrivati al parcheggio, le mostrai la mia macchina. Il mio corpo già tremava mentre lei si accinse a chiudere la portiera.
“Allontaniamoci da occhi indiscreti”. Dissi mettendo in moto.
Fermai la macchina poco distante dal locale, su di una stradina di campagna completamente deserta. Sotto la luce della spia frontale era stupenda per davvero : sorridendo mostrava un dentatura perfetta, quei tipici sorrisi impossibili da dimenticare. La pelle, deliziosamente pallida, tanto dolce e soffice al tatto. Iniziai a baciarle il collo lasciando scivolare le mani sul petto, mentre le sue andarono ad esplorare molto più in basso. Le labbra le profumavano di ciliegie e la pelle di albicocca, due essenze che a rimembrarle provocano piacevoli sensazioni.
Quanti baci diedi al suo viso candido e quante carezze. Erano soffici carezze per ringraziarla di essere uno stupendo dono della natura. Credo di non aver mai più visto due iridi azzurre fissarmi così amorevolmente. Tutto questo accadde in un ora intensa in cui mi sentii amato per la prima volta in vita mia.
“E adesso?”. Chiese lei rivestendosi.
“Adesso cosa?”. Risposi sorridendo.
“Sparirai anche tu sulla luna?”.
Risi alla sua domanda : “Perché dovrei?”.
Addentando leggermente il pollice destro non mi rispose subito. La voce le uscì preoccupata : “Stefano, io… non ho mai incontrato nessuno come te. Ti vorrei rivedere ancora…”.
“Ma certo, anch’io. Sei la più bella ragazza che abbia mai visto e anche il tuo animo è fantastico. Mi sento di dirlo anche se ci siamo conosciuti stasera”.
Travolgendomi con un abbraccio disse felice : “Grazie, mi sembra di sognare”. “Domani cosa fai?”. Chiese subito dopo.
“Domani è domenica, credo dormirò tutto il giorno.”
“Non ti andrebbe di vederci?”.
“Certo, magari”.
“Sì, ma c’è un problema”.
“Quale?”.
“Non ho la patente”.
“Poco male, vengo io a… come si chiama?”.
“Semiana…”.
“Ah già! Il tuo numero ce l’ho. Ti scrivo domani”.
“Volentieri. Mi faresti un piacere?”.
“Dimmi”.
“Quando torno dai miei amici facciamo finta che non ci conosciamo, non voglio dire a nessuno quanto sono felice. Vorrei condividere questa gioia solamente con te”.
Poche volte una donna riuscì a farmi restare senza parole : “Va… va bene, come vuoi. Sei… sei fantastica Carol”. Il bacio che le diedi prima di ritornare alla discoteca sembrò non terminare mai.
“Ci sentiamo domani allora? Eccoli i miei amici, mi sa che devo andare”. Puntò il dito verso una combriccola di persone che uscì dall’ingresso. “Non vedo l’ora di domani, scrivimi quando vuoi. Grazie di tutto Stefano”. Un ultimo bacio, questa volta sulla guancia.
“Ciao… a domani, Carol”.
“A domani. Non vedo l’ora”.
Un po’ dispiaciuto la vidi allontanarsi. Non feci in tempo ad accendere una sigaretta che ricevetti una forte pacca sulle spalle.
“Ma dove cazzo sei finito? E’ un ora che ti cerchiamo!”. Lino era decisamente alticcio.
“Ero… a bere”. Risposi con sguardo assente.
Lino non prestò molta attenzione alle mie parole, il suo obiettivo era quello di divertirsi e festeggiare fino al mattino dopo.
Poco prima di lasciare il locale mi venne la tentazione di scriverle un messaggio.
Sperando fosse ancora sveglia le confessai che avevo passato la più bella serata della mia vita e altre smancerie che mai più scrissi a nessuna donna. La sua risposta arrivò giusto quando convinsi gli altri a tornare a casa. “Grazie di tutto anche te”. Lessi felice. “Dopo tanto tempo mi addormenterò felice, è stata una serata magnifica. Ti abbraccio e bacio tutto. A domani. Carol”.
“Allora andiamo o no?”. Borbottò Tano dai sedili posteriori vedendomi maneggiare il cellulare.
Guidai verso casa come un forsennato, tra le battute dei miei amici palesemente ubriachi. Sospettarono fin dall’inizio che conobbi una ragazza, ma per rispetto verso Carol non dissi niente. Non mi è mai piaciuto vantarmi delle mie conquiste e tanto meno volli farlo in quel momento.
Una volta ho sentito dire che terminato un brutto periodo ne sussegue uno decisamente migliore. “Che cazzata!”. Pensai esaminando la mia condizione. Stavo vivendo uno di quei momenti di incompletezza totale, dove l’unica cosa che vorresti è l’abbraccio di un amico. Non mi sembrava di chiedere molto, ma nessuno tra tutte le mie amicizie amava mostrare i propri sentimenti. Chiamali amici : quando decidono di farlo, ti scrivono solamente se hanno qualche bega da risolvere; nessuna proposta per uscire a bere qualcosa insieme o passare una serata a chiacchierare. Quando le tue amicizie scelgono di percorrere la propria strada, ci si ritrova con “amici” single che da poco hanno lasciato la ragazza (o che sono stati scaricati). Da qualche tempo Andrea faceva parte di questa categoria. Partecipai con lui ad un evento che si tenne in una giornata tiepida ma poco soleggiata. A partire dal 10 settembre, in quel di Mortara, si svolse la Sagra Dell’Oca : cortei, bancarelle di prodotti tipici, sbandieratori e un marasma di gente senza precedenti. Nell’anno 2016, dati gli impegni lavorativi, decidemmo di assistere solamente all’ultimo giorno di festa, ovvero il 25 settembre. In sua compagnia, guidai la mia macchina ansioso di raggiungere la meta. Nei pressi di Gravellona Lomellina si presentò alla nostra destra un vecchio cancello. Osservando di sfuggita la ruggine che lo ricopriva, non decifrai esattamente da quanti anni poteva essere chiuso. Tra battute e imbarazzanti imitazioni, ricordai quel pomeriggio. Era un sabato uggioso; la classica giornata in cui l’unico rimedio alla depressione è quello di bere in un bar con gli amici. Sorseggiando birra in compagnia di Tano, Dario e Lino, discutemmo sul da farsi della serata. “Andiamo in discoteca!”. Propose Dario. Solamente ad udire la parola “discoteca” la mia pelle fu percorsa dai brividi. Tano e Lino sembrarono non aspettare altro, considerando la proposta alquanto eccitante. Dopo il mio rifiuto cercarono in tutti i modi di convincermi.
La loro insistenza durò circa mezzora; alla fine ci riuscirono. Unico inconveniente : non avevo nessun abito adatto per entrare al VisViva.
“Nessun problema”. Disse Lino. “Ci penso io!”. Il mio amico si offrì volontario a recarsi a casa mia per cercare dei vestiti. Rovistando nei cassetti della mia stanza finalmente trovammo l’abbigliamento. Non ricordai nemmeno di possedere quella camicia e l’imbarazzante maglione giallo.
L’impatto con il mondo discotecaro fu pessimo : dopo soli quindici minuti non vidi l’ora di essere sotto le coperte in compagnia de “Il Libro Degli Spiriti” di Allan Kardek. Quando ci si trova in posti del genere, l’unica soluzione per allontanare il disagio è quella di attaccarsi al bicchiere. Quando i soldi per le consumazioni finiscono è un casino : ti trovi a vagare senza meta evitando quelli che ti vengono addosso ballando quella musica ridicola.
Puntando lo sguardo verso i divanetti ai lati della pista, mi accorsi che vi era un’altra persona nelle mie condizioni : sola ad osservare quella bolgia assurda. Sedendomi poco distante, non osai nemmeno pensare di rivolgerle la parola. La mia intenzione fu quella di osservarla più da vicino, dato che in quel chaos di riflettori le facce apparivano confuse. Sentendosi osservata, lei si alzò dal divanetto. Come impaziente di prendere una boccata d’aria, la vidi dirigersi verso l’uscita. Non potevo lasciarmela scappare così; tra spintoni e insulti sottovoce al “popolo della notte” finalmente giunsi all’esterno. Fuori dal locale la situazione non cambiò di molto : persone ammassate in ogni angolo con tanto di sigarette e cocktail tra le mani. Non vedendola pensai di averla persa per sempre in tutto quel casino. Mi sbagliai : osservando l’unico spazio libero, la rividi magicamente. Il suo dolce corpo questa volta era appoggiato ad un colonna bianca, alle sue spalle il buio della notte. Quando mi avvicinai a lei per la seconda volta, decisi di adottare serie intenzioni. Se non mi avrebbe risposto fa niente, me ne sarei tornato dentro a vegetare. Con l’agitazione alla massima potenza mi sfiorò l’idea di lasciar perdere, ma non potevo rinunciare; troppe occasioni perse.
“Sei stata trascinata anche tu?”. Già mi ero pentito di averle posto una domanda simile.
“Come?”. Quanto amore in quello sguardo interrogativo.
Non sapevo se ero in grado di ripeterle la domanda : “Trascinata. I tuoi amici ti hanno trascinata qui?”.
“Ah… si, esatto”. Anche il sorriso appena accennato era stupendo; I lisci capelli rossi accuratamente raccolti, lo erano ancora di più.
“Io sono Stefano”.
“E io Carol”. La sua mano era fredda, tanto fredda.
“Posso offrirti qualcosa da bere?”.
“Non disturbarti”. In quel momento sembrò più interessata a messaggiare al telefono.
“Beh è un piacere”. Le dissi sorridendo.
“Hai davvero voglia di ritornare in quell’inferno?”.
“In effetti… ripensandoci, non capisco come certa gente possa divertirsi in questo chaos”.
“Non dirlo a me, se non fosse stato per il compleanno di Cristina mai e poi mai sarei venuta qui”.
Per mia gioia il discorso proseguì e scoprimmo di avere gusti musicali molto simili. Anche se ci conoscevamo da pochi minuti, il desiderio di baciarle le labbra fu dietro l’angolo. Quanto avrei voluto trasformarmi in una delle sigarette che delicatamente aspirava e consumava con classe.
“Non ti ho ancora chiesto di dove sei”.
“Abito a Semiana”.
“Non conosco, dov’è?”.
“Un po’ distante da qui, ma non ti perdi niente. Qualche casa diroccata, qualche agriturismo”.
“Dici poco, adoro la Lomellina”.
“Non dovevi girare a destra?”. La voce di Andrea mi riportò alla realtà.
“Si… hai ragione”.
La loro insistenza durò circa mezzora; alla fine ci riuscirono. Unico inconveniente : non avevo nessun abito adatto per entrare al VisViva.
“Nessun problema”. Disse Lino. “Ci penso io!”. Il mio amico si offrì volontario a recarsi a casa mia per cercare dei vestiti. Rovistando nei cassetti della mia stanza finalmente trovammo l’abbigliamento. Non ricordai nemmeno di possedere quella camicia e l’imbarazzante maglione giallo.
L’impatto con il mondo discotecaro fu pessimo : dopo soli quindici minuti non vidi l’ora di essere sotto le coperte in compagnia de “Il Libro Degli Spiriti” di Allan Kardek. Quando ci si trova in posti del genere, l’unica soluzione per allontanare il disagio è quella di attaccarsi al bicchiere. Quando i soldi per le consumazioni finiscono è un casino : ti trovi a vagare senza meta evitando quelli che ti vengono addosso ballando quella musica ridicola.
Puntando lo sguardo verso i divanetti ai lati della pista, mi accorsi che vi era un’altra persona nelle mie condizioni : sola ad osservare quella bolgia assurda. Sedendomi poco distante, non osai nemmeno pensare di rivolgerle la parola. La mia intenzione fu quella di osservarla più da vicino, dato che in quel chaos di riflettori le facce apparivano confuse. Sentendosi osservata, lei si alzò dal divanetto. Come impaziente di prendere una boccata d’aria, la vidi dirigersi verso l’uscita. Non potevo lasciarmela scappare così; tra spintoni e insulti sottovoce al “popolo della notte” finalmente giunsi all’esterno. Fuori dal locale la situazione non cambiò di molto : persone ammassate in ogni angolo con tanto di sigarette e cocktail tra le mani. Non vedendola pensai di averla persa per sempre in tutto quel casino. Mi sbagliai : osservando l’unico spazio libero, la rividi magicamente. Il suo dolce corpo questa volta era appoggiato ad un colonna bianca, alle sue spalle il buio della notte. Quando mi avvicinai a lei per la seconda volta, decisi di adottare serie intenzioni. Se non mi avrebbe risposto fa niente, me ne sarei tornato dentro a vegetare. Con l’agitazione alla massima potenza mi sfiorò l’idea di lasciar perdere, ma non potevo rinunciare; troppe occasioni perse.
“Sei stata trascinata anche tu?”. Già mi ero pentito di averle posto una domanda simile.
“Come?”. Quanto amore in quello sguardo interrogativo.
Non sapevo se ero in grado di ripeterle la domanda : “Trascinata. I tuoi amici ti hanno trascinata qui?”.
“Ah… si, esatto”. Anche il sorriso appena accennato era stupendo; I lisci capelli rossi accuratamente raccolti, lo erano ancora di più.
“Io sono Stefano”.
“E io Carol”. La sua mano era fredda, tanto fredda.
“Posso offrirti qualcosa da bere?”.
“Non disturbarti”. In quel momento sembrò più interessata a messaggiare al telefono.
“Beh è un piacere”. Le dissi sorridendo.
“Hai davvero voglia di ritornare in quell’inferno?”.
“In effetti… ripensandoci, non capisco come certa gente possa divertirsi in questo chaos”.
“Non dirlo a me, se non fosse stato per il compleanno di Cristina mai e poi mai sarei venuta qui”.
Per mia gioia il discorso proseguì e scoprimmo di avere gusti musicali molto simili. Anche se ci conoscevamo da pochi minuti, il desiderio di baciarle le labbra fu dietro l’angolo. Quanto avrei voluto trasformarmi in una delle sigarette che delicatamente aspirava e consumava con classe.
“Non ti ho ancora chiesto di dove sei”.
“Abito a Semiana”.
“Non conosco, dov’è?”.
“Un po’ distante da qui, ma non ti perdi niente. Qualche casa diroccata, qualche agriturismo”.
“Dici poco, adoro la Lomellina”.
“Non dovevi girare a destra?”. La voce di Andrea mi riportò alla realtà.
“Si… hai ragione”.
La prima cosa che feci dopo aver preso in affitto, con un amico al momento a casa per un breve periodo di riposo, un bilocale fu quello di abbellire una parete dello stesso con una rete da pescatori che mi ero portato da casa ed inserire tra le maglie una serie di conchiglie e le lucine intermittenti colorate, quelle dell’albero di natale per intenderci, di provenienza dubbia con la speranza che se mia madre fosse venuta a trovarmi (cosa improbabile),non si fosse soffermata su di esse. Sotto misi un tavolinetto e vi sistemai un giradischi con i lenti , ma molto lenti, più famosi degli anni ’60. Immediatamente vicino a questa parete, e non a caso, sistemai il comodo divano letto che avevamo. Tutto organizzato alla perfezione. Perché ? Era il minimo che potesse fare un giovane arrivato vergine all’università e che aveva voglia di scrollarsi da dosso questa…devastante immagine. Da quando ero arrivato, circa due anni prima, avevo vissuto tra una pensione e una casa privata e, anche se si fosse presentata un’occasione non avrei saputo cosa fare per la mancanza di una location adeguata. Ora era tutto a posto e volevo iniziare da subito a darmi da fare per inaugurare quel piccolo spazio che mi ero creato…per crescere. Proprio quella sera ero stato invitato ad una festa di studenti in una casa privata. Mi preparai con cura, mi vestii con eleganza, misi il profumo, in abbondanza, tanto che sarei potuto passare per una di quelle “signorine” che la sera affollano i marciapiedi, mi lavai i denti poco prima di uscire e andai…a piedi naturalmente. Chi avrebbe avuto la fortuna di dividere la sua vita con la mia, anche se per breve periodo, avrebbe dovuto essere una camminatrice ! Mi sentivo un po’ un crociato, pensai che avrei dovuto faticare molto quella sera, non ero abituato a duellar a singolar tenzone con le donne, ma ero deciso. Audentes fortuna iuvat, dicevano i latini e io mi sentivo audace quella sera. Poi non so, certo è che la mia audacia diede i suoi frutti. Ebbi molto, tanto successo quella sera. Tra frizzi e lazzi Incantai la platea in quella festa, sia maschile che femminile, cui ero molto interessato. Ad un certo punto tra le donne si era creata una lista di coloro che avrebbero ballato assieme a me prima di altre, quasi tutte! All’una di notte avevo i piedi dolenti e ancora non avevo trovato ciò che cercavo. Eravamo quasi all’alba del ’68 e i fermenti cominciavano a sentirsi. Ballai con la filosofa, e stavo per addormentarmi addosso a lei per i suoi discorsi. Effetto identico lo ebbi con la scrittrice impegnata che non la smetteva di parlare e senza refusi. La sportiva che non finiva mai di muoversi anche a musica finita. Di tutto, insomma, ma niente che facesse al mio caso. E io continuavo a ballare alla ricerca di…e mica potevo dire di chi ero alla ricerca ! Finalmente si fecero le due e trenta ed arrivò lei. Non molto alta, magra con tendenza ad ingrassare (notare il mio linguaggio da gentiluomo),tranquilla, aveva l’aspetto di una donna che sapeva il fatto suo. Mi disse semplicemente, con la consapevolezza di chi era sicura di non essere rifiutata ;
· Mi fai ballare ?
· Te lo stavo per chiedere. - (Bugia. Non mi ero nemmeno accorto di lei)
· Sei galante…
· Eh no ! Non cominciamo ad offendere ! A me galante non lo ha mai detto nessuno !
· Che simpaticone che sei…
La musica iniziò e lei si strinse a me con un calore diverso e accostò il suo viso al mio. Capii di essere piaciuto, ormai mi sentivo un intenditore di donne. Pensai : Non mi freghi con la dolcezza degli innamorati. Voglio ben altro io. E, infine, avvenne ciò che mi ero augurato avvenisse. Lei si accostò al mio orecchio, sollevandosi sulle punte delle scarpe e pronunciò la fatidica frase :
· C’è troppo fumo qua dentro, potremmo andare a casa tua ?
· Certo che possiamo, ma sai, è una casa di poveri studenti fuori sede…
· Se ci sei tu, sarà una reggia.
E chi mi teneva più a quelle parole. Avrei voluto fare salti di gioia, ma mantenni l’aplomb. Era arrivata la mia ora, quella tanto attesa. Sarei diventato adulto in tutto e per tutto !
Arrivati a casa entrammo ed io accesi le luci ad intermittenza che diedero spettacolo. Intanto fuori era cominciato a nevicare e l’atmosfera ovattata che creava la neve ben si sposava con la scenografia che avevo creato benché in antitesi. Solo una cosa la disturbava.
Il rumore che veniva dall’altra parte della parete, riconducibile all’attività amatoria della persona che abitava i locali accanto ai miei. Gridolini, sospiri di donna in amore e quant’altro, giornalmente, ed io a causa di deficienze edili, ero costretto a sopportarle mio malgrado . Ora, invece, mi facevano anche comodo…facevano pendant all’atmosfera che avevo creato. Ma da quella sera in poi, fantasticai, le grida si sarebbero tramutate in urli, i sospiri in vortici di piacere, si, con queste premesse avrei fatto la mia entrée nel mondo dei grandi, degli adulti. Ero stato scrupoloso, avevo premeditato e, di conseguenza, avevo fatto tutto a puntino. Con l’augurio che la mia serata finisse come stava per finire, avevo indossato perfino le mutande tattiche…cioè delle mutande nere con davanti stampato in rosso, il disegno di una trivella ! Presi degli cioccolatini, regalo che mia madre mi fece essendosi accorta che soffrivo di “cioccolatofagia” e del brandy che tenevamo nell’evenienza di una rianimazione. Tutto era pronto. Mi sentivo come poco prima di sostenere l’esame di Anatomia. Vuoto ! E non potevo sprecare questa grande occasione. Una preghiera a S.Valentino Peccatore,il santo dell’amore profano e quindi mi sedetti accanto a lei, sul divano. Le passai il braccio attorno al collo e l’attirai verso di me. Lei mi lasciò fare docilmente e docilmente appoggiò la sua testa sul mio petto. Dopo un po’ le sollevai il mento per baciarla e…….
· Che fai, piangi ?
· Si, di felicità ! Ma tu avrai capito ! Perché tu lo hai capito, vero ?
· Come no ! - dissi brevemente per tacitare la conversazione e passare all’azione, ero eccitatissimo. E poi cosa c’era da capire era tutto chiaro, dai !
· Sei eccezionale – rispose lei – Quando hai capito che sono innamorata pazza del tuo amico? Ora che non c’è, volevo vedere dove abitava, si, insomma, l’ambiente in cui interagiva e perché no, conoscere l’amico con cui condivide tanto tempo !
Quella domanda non ebbe mai risposta, solo uno scrollare le spalle addebitabile più ad un tic nervoso che ad un tentativo di rispondere. Tutto era tornato alla normalità. Le atmosfere che avevo create, svanite. Il sogno nordista di un giovane terroncello, in fumo. Avrei dovuto rimandare la mia entrata nella società che conta, quella degli adulti, ancora non si sa per quanto tempo.
Ora sono vecchio e non sono più vergine, ovvio ! Ma non è stato questo a facilitare la mia maturazione complessiva. La crescita avviene, non traumaticamente come credevo di poter fare io, ma nei tempi giusti al momento giusto. Parlo proprio come un prof che vuol dare lezioni ! La verità è che essendo vecchio, non ho più tante…urgenze e posso così pontificare. Però…la lezione di tanti anni fa mi è servita a capire che si cresce con le parti alte del corpo e non con quelle basse. In fondo, pur essendo vecchio certe “esigenze” ancora non mi mancano, ma le affronto per come devono essere trattate, cioè esattamente al contrario di come facevo prima, e il risultato cambia, oh si che cambia !
· Mi fai ballare ?
· Te lo stavo per chiedere. - (Bugia. Non mi ero nemmeno accorto di lei)
· Sei galante…
· Eh no ! Non cominciamo ad offendere ! A me galante non lo ha mai detto nessuno !
· Che simpaticone che sei…
La musica iniziò e lei si strinse a me con un calore diverso e accostò il suo viso al mio. Capii di essere piaciuto, ormai mi sentivo un intenditore di donne. Pensai : Non mi freghi con la dolcezza degli innamorati. Voglio ben altro io. E, infine, avvenne ciò che mi ero augurato avvenisse. Lei si accostò al mio orecchio, sollevandosi sulle punte delle scarpe e pronunciò la fatidica frase :
· C’è troppo fumo qua dentro, potremmo andare a casa tua ?
· Certo che possiamo, ma sai, è una casa di poveri studenti fuori sede…
· Se ci sei tu, sarà una reggia.
E chi mi teneva più a quelle parole. Avrei voluto fare salti di gioia, ma mantenni l’aplomb. Era arrivata la mia ora, quella tanto attesa. Sarei diventato adulto in tutto e per tutto !
Arrivati a casa entrammo ed io accesi le luci ad intermittenza che diedero spettacolo. Intanto fuori era cominciato a nevicare e l’atmosfera ovattata che creava la neve ben si sposava con la scenografia che avevo creato benché in antitesi. Solo una cosa la disturbava.
Il rumore che veniva dall’altra parte della parete, riconducibile all’attività amatoria della persona che abitava i locali accanto ai miei. Gridolini, sospiri di donna in amore e quant’altro, giornalmente, ed io a causa di deficienze edili, ero costretto a sopportarle mio malgrado . Ora, invece, mi facevano anche comodo…facevano pendant all’atmosfera che avevo creato. Ma da quella sera in poi, fantasticai, le grida si sarebbero tramutate in urli, i sospiri in vortici di piacere, si, con queste premesse avrei fatto la mia entrée nel mondo dei grandi, degli adulti. Ero stato scrupoloso, avevo premeditato e, di conseguenza, avevo fatto tutto a puntino. Con l’augurio che la mia serata finisse come stava per finire, avevo indossato perfino le mutande tattiche…cioè delle mutande nere con davanti stampato in rosso, il disegno di una trivella ! Presi degli cioccolatini, regalo che mia madre mi fece essendosi accorta che soffrivo di “cioccolatofagia” e del brandy che tenevamo nell’evenienza di una rianimazione. Tutto era pronto. Mi sentivo come poco prima di sostenere l’esame di Anatomia. Vuoto ! E non potevo sprecare questa grande occasione. Una preghiera a S.Valentino Peccatore,il santo dell’amore profano e quindi mi sedetti accanto a lei, sul divano. Le passai il braccio attorno al collo e l’attirai verso di me. Lei mi lasciò fare docilmente e docilmente appoggiò la sua testa sul mio petto. Dopo un po’ le sollevai il mento per baciarla e…….
· Che fai, piangi ?
· Si, di felicità ! Ma tu avrai capito ! Perché tu lo hai capito, vero ?
· Come no ! - dissi brevemente per tacitare la conversazione e passare all’azione, ero eccitatissimo. E poi cosa c’era da capire era tutto chiaro, dai !
· Sei eccezionale – rispose lei – Quando hai capito che sono innamorata pazza del tuo amico? Ora che non c’è, volevo vedere dove abitava, si, insomma, l’ambiente in cui interagiva e perché no, conoscere l’amico con cui condivide tanto tempo !
Quella domanda non ebbe mai risposta, solo uno scrollare le spalle addebitabile più ad un tic nervoso che ad un tentativo di rispondere. Tutto era tornato alla normalità. Le atmosfere che avevo create, svanite. Il sogno nordista di un giovane terroncello, in fumo. Avrei dovuto rimandare la mia entrata nella società che conta, quella degli adulti, ancora non si sa per quanto tempo.
Ora sono vecchio e non sono più vergine, ovvio ! Ma non è stato questo a facilitare la mia maturazione complessiva. La crescita avviene, non traumaticamente come credevo di poter fare io, ma nei tempi giusti al momento giusto. Parlo proprio come un prof che vuol dare lezioni ! La verità è che essendo vecchio, non ho più tante…urgenze e posso così pontificare. Però…la lezione di tanti anni fa mi è servita a capire che si cresce con le parti alte del corpo e non con quelle basse. In fondo, pur essendo vecchio certe “esigenze” ancora non mi mancano, ma le affronto per come devono essere trattate, cioè esattamente al contrario di come facevo prima, e il risultato cambia, oh si che cambia !


