S’è appena dissolta

la neve che venne giù

d’aprile.

Perse

le nostre impronte.

Non c’è più nulla

di quell’abito

silenzioso

che amai oltre

il freddo di un inverno.

Non resta che un risveglio

e l’eco azzurro di campane

che scuote ancora la memoria

può bastare

per chi cerca un po’ di pace.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Sandrino Aquilani  

Questo autore ha pubblicato 27 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Eravamo sereni
Del gran sogno americano
 Un romanzo da vivere in due.
  Si cenava con la stessa minestra
  Si guardava dalla stessa finestra.
Eravamo liberi
Sotto il simbolo dei fiori,
L'erba vera e le serate.
     Mangiavamo con gioia le patate!

L’impero era sconfitto
Ormai senza avvenire.
Lo ripetevamo con coraggio
Rivederlo? 
 Meglio morire!
Furono tecnici,
Specialisti del linguaggio
Adulti minuscoli
      A confondere le carte e ogni poesia.

Adesso, si!

 Ogni statua brucia,
 nel disastro feroce
 Nel lutto che non piange
la rivolta tace
   e ogni chiesa fuma senza pace.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Hera  

Questo autore ha pubblicato 413 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Correvano due ragazzini al parco,
al signore anziano, facevano cadere il bastone,
ai bambini rubavano il pallone.
Non mancava nemmeno qualche spintone.
Volevano comandare ,mettere soggezione.
Corri di quà,spingi di là.
Tutti scappavano,quando li vedevano.
Qualcuno provó a rimproverarli,
ma si facevano grosse risate ,
rispondendo con parolacce.
Era diventato un incubo il parco.
Mamme con bambini piccoli
sempre all'erta.
Ragazzini pronti a scappare via,
signori in pensione sul chi va là.
Un giorno i due fenomeni,
s'incamminarono nel bosco,
per cercare i tartufi,
con una cagnolina trascinata a forza.
Gira,gira si persero i due sapientoni,
cosí cominciarono a frignare disperati,
convinti che nessuno li avrebbe piú trovati.
La cagnolina piú intelligente di loro,
corse fuori dal bosco,
attirando l'attenzione di un signore 
che passeggiava da solo.
Lui la seguí e trovò i due scavezzacollo,
seduti su di un tronco,
con le guance rigate dal pianto.
Li guardò pensando a tutti i dispetti
che gli avevano fatto.
"Avanti,seguitemi bulli da strapazzo".
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Michelina  

Questo autore ha pubblicato 209 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
 

E se è lei a non capirci più nulla, vuol dire che qualcosa sotto c’è davvero. Lei è Alice, quarant’anni da poco compiuti, bellezza acqua e sapone dal sorriso severo. Tutta apparenza però, perché a lei piace tirare brutti scherzi agli idioti. La bellezza l’ha dentro, non ha bisogno di esibirla o di mostrare la mercanzia a chi incontra per strada. Il suo lui è indeciso, il fidanzamento dura dai tempi delle guerre puniche, qualcuno dice che lei lo ha agganciato col rostro alla sua barca e lo ha legato all’albero maestro ad ascoltare il suono delle sirene, rigorosamente made in Alice. Da un po’ però le scintille non ci sono più, sotto le lenzuola o seduti sulla lavatrice nell’ora della centrifuga. Si sono spente anche le liti, sapete quelle cose che fanno gli innamorati per delle sciocchezze. Lei sta rimuginando, intanto indaga, quando lui è via, scruta nella sua vita di scapolo senza fede al dito, ma con la corda al collo. Nel suo smartphone, nelle amicizie sui social: pensa che è un po’ da coglioni spacciarsi per ciò che non si è. Lui fa il cascamorto con tutte, basta qualche centimetro di pelle scoperta e ogni parto della sua fantasia è possibile. Coglione lo è doppiamente perché non mette alcuna difesa tra sé e le sue fantasie, nemmeno una password, o almeno una che non possa essere scoperta in pochi secondi d’indagine. Fu così che Alice entrò nel suo mondo nascosto, popolato soltanto di bellezze in minigonna, ragazze in lingerie, tutte in pose sensuali, tipo le guerriere di Ilio. Sentiva il bisogno di sapere, però, se il gioco fosse solo quello: la gnocca si guarda ma non si tocca.

La trappola scattò una sera che Matteo, così si chiamava il suo uomo, era in viaggio per lavoro, preceduta dalla richiesta d’amicizia ad alcune delle amiche di Facebook del profilo di lui. Una volta approvate, tutto era pronto. Scelse con cura la lingerie da indossare, la più sexy che trovò frugando nell’armadio, poi cominciò a farsi dei selfie a letto, avendo cura di mostrare le gambe e solo quelle. Diventò l’immagine del suo nuovo profilo Facebook, aperto con un nome fasullo. Per la foto di copertina scelse un primo piano delle labbra, ora non le restava che attendere gli eventi.

La prima sorpresa fu nelle cinquecento richieste di amicizia che le furono notificate. E pensare che aveva mostrato solo pochi centimetri di pelle nuda, avesse avuto più coraggio, magari avrebbe trovato un intero battaglione di fanteria sotto le finestre, altro che squadra di rugby! C’erano anche molte donne che le avevano chiesto l’amicizia e per un po’ le balenò l’idea di provare qualche nuova esperienza, poi, però, scelse di non infrangere le tradizioni di famiglia. Accettò qualche richiesta d’amicizia di uomini e cominciò a flirtare in chat. La divertiva l’idea di un po’ di sesso virtuale con degli sconosciuti, poteva recitare una nuova parte e la cosa non le dispiaceva, ma non era quello l’obiettivo, non subito almeno. Matteo non ci mise molto ad abboccare, chiedendo l’amicizia alla sua compagna di una vita e facendo il cascamorto con lei. Alice lo tenne a bagnomaria per un po’, aspettando che tornasse a casa, poi cominciò delle lunghe sessioni di chat con Matteo, lei nella stanza da letto e lui in cucina, di nascosto, a proporle d’incontrarsi. Se avesse guardato meglio i dettagli delle sue foto, magari vi avrebbe riconosciuto l’arredamento di casa sua o che la lingerie indossata in quelle foto, era stato proprio lui ad acquistarla, come regalo di compleanno per Alice. Il desiderio, a volte, può offuscare la vista e se si finisce per ragionare con la parte inferiore del corpo, ogni sforzo di vedere la realtà è vano.

Lei dopo aver tergiversato per qualche giorno accettò il suo invito, gli scrisse che si sarebbero visti nel fine settimana, un weekend d’amore in una località di mare, che scegliesse lui il posto. Così fu organizzato, Alice si divertiva un mondo ad ascoltare le scuse che Matteo inventava, per giustificare la sua assenza. Fece morire un bel po’ di parenti, i suoi amici erano tutti in difficoltà e senza il suo aiuto sarebbero finiti in un ospedale psichiatrico, quasi lui fosse Freud in persona, l’unico in grado di salvarli da un destino cinico e baro. Lui partì la mattina presto del sabato scelto per l’incontro, il luogo era un paese affacciato sul mare della Sicilia, Marzanemi. Lei lo seguì mezzora dopo, le donne devono farsi aspettare un po’, così c’è più gusto. Dalla finestra della camera d’albergo al terzo piano prenotata si vedeva la costa, sino all’Africa, le acque erano calme e l’azzurro del cielo era denso di colore. Lei bussò tre volte come convenuto e quando Matteo aprì restò senza fiato. Alice aveva smesso gli abiti da ragazza acqua e sapone per indossare quelli da femme fatale, con tanto di trucco pesante e minigonna inguinale a lasciare scoperte le sue belle gambe, quelle che nella foto gli erano tanto piaciute. La riconobbe e restò di sasso, lei si fece quattro risate, la sua faccia sorpresa e atterrita valeva da sola il prezzo del biglietto, anzi della camera d’albergo. Finì tutto quel giorno, vent’anni di fidanzamento gettati al vento, ma Alice non si pentì mai del suo comportamento. L’uomo che si trovò davanti in quella stanza d’albergo, forse non l’aveva mai conosciuto davvero. Succede a tanti e la vita continua lo stesso.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: mybackpages  

Questo autore ha pubblicato 327 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Quarantenni d’assalto, l’un contro l’altra armate, ma per amore. La preda? Un arzillo novantenne. Ricco e possidente? Manco per niente, anzi quasi povero in canna, ma fascinoso. Siamo alla resa dei conti, all’appuntamento conclusivo in un bar del centro di Roma. Vi arrivano entrambe armate. Di buona volontà, di spirito costruttivo, di pacifiche intenzioni?

No. Solo di due pistole di piccolo calibro ben nascoste nella borsa, se mai qualcosa dovesse andar storto.Eppure una volta erano amiche, confidenti quasi inseparabili, pronte a gettarsi nel fiume per aiutare l’altra. Le ha cambiate l’amore, quelle per uno stesso uomo, l’ultimo componente del tris d’assi di un tempo.

Si erano conosciute on line, su un sito per poeti e scrittori e si erano scoperte anime affini. Ammiravano gli stessi autori e scrivevano in rima in punta di fioretto. Non avrebbero mai immaginato che un giorno sarebbero passati prima alla sciabola e poi alle…armi pesanti. 

La prima volta insieme la ricorderanno sempre: si erano date convegno nello stesso bar, emozionate come dodicenni alla prima cotta. Il colpo di fulmine fu immediato: Ettore, che all’epoca dell’incontro di anni ne aveva solo ottantacinque, le colpì per l’aria da guitto, da attore di cabaret. Sembrò loro d’avere davanti Petrolini in persona, stesso portamento, identico, lo stile e il linguaggio. Litigarono per anni su chi gli avesse messo per prima gli occhi addosso, calcolando i minuti, persino i secondi trascorsi da quando il cuore aveva preso a battere all’impazzata. Non ne vennero mai a capo.

“Facciamo decidere a lui chi vuole”, propose Emma, la meno giovane delle due, quarantasei anni per cinquanta chili. “ No, è mio e nessuno me lo tocca”. “Dici così solo perché ti senti più bella di me”, ribatté Margherita, quarantuno anni ben portati nonostante la stazza imponente.

Ettore se la rideva sotto i baffi. Nemmeno da giovane gli era capitato qualcosa del genere. La parte del solo gallo in un pollaio gli si addiceva a pennello. Decise di stare con entrambe, a turno, secondo l’ispirazione del momento. Dovette fare scorta di… viagra, ma ne valeva la pena. In fondo le piacevano entrambe: Emma era più ironica e spigliata, Margherita appiccicosa, ma passionale. Prese a scrivere poesie per entrambe: la sua penna, almeno quella, non aveva bisogno di stimolanti per funzionare. A rompere le uova nel paniere fu…la memoria. Un giorno, per errore, diede appuntamento ad entrambe a casa propria a un’ora di distanza l’una dall’altra: quando l’arcano fu scoperto gli toccò comprare mobili nuovi e chiamare un muratore per ristrutturare casa. 

La sorpresa fu che non se la presero con lui: in fondo non era sua la colpa, se si era arrivati a quel punto. Cominciarono a litigare tra loro, a scambiarsi accuse di fuoco: il sito di poesia divenne il proscenio di una lite tra comari in fregola. Contatti e visualizzazioni crebbero in maniera esponenziale, vinsero ogni premio, nonostante il linguaggio da..scaricatori di porto delle loro composizioni.

La soluzione più ragionevole sarebbe stata di allontanarle entrambe, ma si divertiva troppo per farlo. Continuò il suo gioco di sponda, viagra permettendo. Un giorno l’una, poi l’altra, avendo l’accortezza di segnare sull’agenda data e ora degli appuntamenti. I soldi erano finiti, non poteva più permettersi di dover rifare la casa, nonostante lo spettacolo meritasse qualche sacrificio. Forse fu il diavolo un giorno a metterci la coda o fu solo uno scherzo del destino. Fatto sta che Margherita lo beccò con Emma. In un parco pubblico per fortuna. Almeno i mobili furono salvi, a differenza delle panchine del parco. 

Questi i fatti che precedettero l’appuntamento conclusivo. Emma fu la prima ad arrivare, si sedette nel tavolo più distante dalla porta d’ingresso e ordinò una camomilla per distendere i nervi. Margherita arrivò all’appuntamento cinque minuti dopo: insieme sembravano come il diavolo e l’acqua santa, l’una alta e dalle forme abbondanti, l’altra bassa e minuta. Tentarono di mettersi d’accordo. Sino ad allora si erano divise, sia pur senza saperlo, l’amore di Ettore e non era morto nessuno, perché non continuare? Tornò, come per incanto l’antica amicizia. “ Non è nostra la colpa”, disse Emma. “ E’ lui che ha barato”, convenne Margherita. “ Facciamogliela pagare” dissero entrambe all’unisono. Passarono subito all’azione. Un taxi li condusse all’appartamento di Ettore, tirarono a sorte chi doveva entrare per prima. La chiave l’avevano entrambe. Tocco ad Emma varcare per prima la porta, Margherita, invece, ebbe in sorte l’onore di sparare per prima. Non erano allenate, ma colpirono sempre il bersaglio.

Finirono nella stessa cella, in attesa del processo. Non poterono partecipare al funerale, ma spedirono lo stesso il loro contributo. Si è poeti per sempre, anche dietro le sbarre di una prigione.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: mybackpages  

Questo autore ha pubblicato 327 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Avevo circa dieci anni la prima volta che sentii parlare di lei.
Stavo facendo i compiti in cucina.
In un momento di svogliatezza, dopo aver appoggiato i gomiti sul tavolo mi ritrovai ad ascoltare, prima senza troppo interesse, ma poi via, via sempre con più curiosità, i discorsi che mia madre faceva nella zona pranzo, con le sue amiche.
In quel preciso momento stava parlando di me. Presa dalla foga del racconto, sembrava non ricordarsi più che io stavo appena un po’ più in là, nascosta alla sua vista solo dal muretto situato sotto l’arco foderato in legno, che divideva le due zone.
Stavano parlando di fantasmi e lei voleva dimostrare alle sue amiche che esistevano prove inconfutabili della loro esistenza.
<<Allora>>, diceva, <<che ne dite di quando la mia bambina a soli tre anni stava morendo annegata e il fantasma di Graziella l’ha salvata?>> <<Non dire sciocchezze!>> obiettava Giovanna (un’amica),<< i fantasmi non esistono e mi meraviglio di te che sei così intelligente, che credi ancora a queste sciocchezze!>> Mia madre riprese con più foga <<sentite come andarono le cose, poi giudicate: mio marito era andato a sciacquarsi le mani in mare per pulirle dalla sabbia. Io avevo visto la bambina andargli dietro, pensavo che lui la stesse guardando. Poi mi girai verso delle persone che stavano discutendo. Lui che non si era accorto della piccola, dopo essersi bagnato le mani, si allontanò per raggiungere un amico che aveva visto in quel momento. Insomma, per farla breve, la piccina era finita in acqua e dopo aver giocato per un po’ era caduta a faccia in giù e stava annegando. Intorno c’erano delle persone, ma non si rendevano conto di quello che stava succedendo.
A un certo punto, mi sembrò di udire la voce di mia figlia che mi chiamava, mi girai a cercarla. Quando guardando verso mio marito, mi accorsi che non c’era la bambina, fui presa dal terrore, e cominciai a urlare come una pazza. Quelli che stavano in mare, un po’ per la curiosità, un po’ per la paura dei miei urli, uscirono tutti, così fu più facile vedere la bimba tra le onde che, ormai, galleggiava sinistramente. Per fortuna c’era un dottore lì, che fece di tutto per riportarla tra noi. <<Dio mio!>>, esclamò Giovanna, <<mi ricordo ancora quella scena, c’ero anch’io quel giorno al mare. Certo che se l'è vista brutta davvero quella volta la piccola Maria.>> La mamma aggiunse: <<non sapete la parte più interessante voi. Non l’avevo mai detto a nessuno, ma quando la mia bambina riuscì a parlare con me, mi raccontò che lei dopo essere caduta, mentre stava bevendo tanta acqua salata, era stata presa da una ragazza dai capelli lunghissimi legati a coda di cavallo, che l’aveva portata sulla spiaggia e le stava insegnando un gioco, le insegnava a trattenere il respiro e le diceva di chiudere gli occhi e la bocca e chiamare la mamma col pensiero. Le diceva che se lei mi avesse chiamata senza parlare io sarei corsa da lei, "sei una brava bambina", le diceva, "pensala tanto, vedrai che arriva subito". Io non dissi nulla a mia figlia per non spaventarla, ma quando mi descrisse la ragazza, pensai subito alla mia amica Graziella, che come sapete morì annegata a sedici anni e aveva i capelli lunghissimi sempre legati a coda di cavallo>>.
Mentre ascoltavo le parole della mamma sentivo brividi di freddo su tutto il corpo. Non ricordavo nulla di quell’episodio della mia vita. Ero troppo piccola. Però quando mia madre aveva parlato di Graziella, avevo avuto come un lampo, come l’avessi rivista per un attimo, col suo sorriso calmo, bella come una madonnina.
Quando le amiche di mamma se ne andarono, parlai con lei, le domandai scusa per aver origliato, ma le chiesi di raccontarmi la storia di Graziella.
Lei ci pensò su per qualche minuto poi si decise a parlarmene.
<<Sai eravamo cresciute insieme nello stesso quartiere. Lei era una ragazzina molto povera, figlia unica. Era molto amica anche della contessina Flavia. Anche lei era figlia unica. Così d’estate, quando andava al mare, chiedeva sempre a Graziella di accompagnarla. Lo chiedeva anche a me, ma mia madre aveva il terrore di mandarmi al mare, così diceva sempre di no, invece la mamma di Graziella non se la sentiva di dire di no ai Conti Gallo e finiva sempre per mandarla.
Un giorno mentre stavano giocando in mare dove l’acqua era alta, la contessina ebbe dei crampi e stava annegando. Graziella cercò di salvarla e portarla a riva, ma l’altra presa dal terrore si aggrappava malamente e la spingeva sott’acqua. Quando le raggiunsero e le portarono a riva tutte e due, per Graziella non ci fu nulla da fare, invece la contessina riuscì a salvarsi.
Non puoi immaginare il rimorso dei Conti, si occuparono loro dei funerali. Ma la mamma di Graziella, che era già vedova, rimase distrutta. Da quel giorno non uscì più di casa, fu come se fosse morta anche lei insieme alla figlia>>.
<<Mamma, ma è vero che io la vidi quel giorno che stavo annegando?>> Mia madre mi guardò con un sorriso, poi mi disse <<non prendere per oro colato tutto quello che dico io. Lo dicevo per stupire le mie amiche. >>
<<Allora era una bugia?>> le chiesi. Lei rispose di sì, ma non mi sembrò sincera in quel momento. E poi adesso che le avevo sentito fare quel racconto, mi sentivo come se stessero emergendo in me dei ricordi.
Quella notte stessa feci un sogno. Rivissi la scena dell’annegamento e mi ritrovai sulla spiaggia con la ragazza dalla lunga coda di cavallo. Ero consapevole che fosse Graziella. Ci parlavo tranquillamente e non ero la bambina di tre anni, ma nel sogno avevo esattamente la mia età e infatti lei mi diceva: <<come sei cresciuta, sei diventata più bella di tua madre.>> << Eravate amiche tu e mia madre, vero?>> le chiedevo io, e lei mi rispondeva <<sì molto, anche le nostre madri erano amiche, pensa che avevano lo stesso nome, nel quartiere per distinguerle le chiamavano, una Maria di Enzo e una Maria di Vanni>>. Mi svegliai mentre stavamo ridendo.
Non ero spaventata anche se sapevo di aver sognato una morta.
Il giorno dopo raccontai il sogno a mia madre, lei disse che era dovuto alla suggestione, di non preoccuparmi perché non l’avevo vista davvero, avevo solo immaginato di parlarci. Quando le chiesi se era vero che la mamma di Graziella si chiamava come la nonna, e di come le chiamavano nel quartiere per distinguerle, ebbe un sussulto, poi mi domandò se me lo avesse detto Graziella nel sogno. Risposi di sì, <<certo è vero questo, ma non pensare che significhi che esistono i fantasmi>>, aggiunse poi, <<adesso certo non lo ricordi, ma di sicuro hai sentito questa storia altre volte, magari quando eri più piccola e ora sono affiorati i ricordi nel sogno. Credimi non è Graziella che te lo ha detto, ma lo sapevi già,>> affermò sicura. Era così sicura la mamma di quello che diceva che mi convinsi anch’io che fosse così.
Non la sognai più e un po’ mi mancava come ti può mancare una parente o un’amica a cui vuoi bene.
Così un giorno, chiesi alla mamma di parlarmi ancora di lei.
Mi disse che era molto brava a scuola, che sua madre faceva sacrifici enormi per farle frequentare le superiori. Cuciva giorno e notte poverina. Graziella quando finiva i compiti l’aiutava nel cucito <<pensa come è strano il destino>>, mi disse, <<Graziella quel giorno non voleva andare al mare perché sua madre, in quel periodo, stava cucendo un abito da sposa e lei voleva aiutarla. Ma Flavia si era messa a supplicare la signora Maria e così lei aveva quasi obbligato la figlia ad andare al mare; anche per questo, in seguito non si dette mai pace, diceva sempre: “è stata tutta colpa mia.” Povera donna!>> Dopo aver pensato un po’ aggiunse << Graziella ha lasciato dietro di sé un vuoto enorme e un grande dolore. Ma soprattutto rimorsi di coscienza. I Conti sapevano che la loro sarta non era contenta di mandare la figlia al mare con loro, ma che lo faceva solo per paura di perdere il lavoro che le pagavano bene e che le permetteva di mantenerla agli studi. Si approfittavano sempre di questa sudditanza e tutte le volte che la contessina voleva compagnia, la povera Graziella doveva dormire da loro o andare con loro dovunque volessero portarsela per tenere compagnia alla figlia.
Pensa che quando morì, siccome la mamma non aveva soldi per il funerale, fecero tutto loro e la seppellirono nella cappella di famiglia. La signora Maria un giorno disse alla nonna che era andata a trovarla “ me l’hanno rubata da viva e ora anche da morta”>>. << Che fine ha fatto la mamma di Graziella?>> chiesi io.
<<è morta circa quindici anni fa,>> mi rispose mamma. Poi aggiunse che erano passati già venticinque anni da quando era annegata la sua amica. Io feci questa riflessione che lasciò mia madre a bocca aperta, dissi: << certo! Morendo giovane è rimasta bella in eterno. Con quei lunghissimi capelli neri e i suoi occhi a mandorla somigliava a Audrey Hepburn, era davvero bellissima>>.
Non disse nulla mia madre, ma avevo avuto la netta impressione che fosse rimasta sconvolta dalla mia descrizione di Graziella. Non volle più parlare di lei e quando io prendevo il discorso lei rispondeva sempre che non ricordava più nulla. Avrei voluto chiederle tante cose ma non ci fu nulla da fare, ormai era diventato un discorso tabù. Intanto gli anni passarono e io cominciai davvero a scordarmi di Graziella e di tutta la sua storia. Mi ero fatta grande. Non ero andata molto avanti negli studi. Così ora mi ritrovavo a svolgere un lavoro umile ma dignitoso: lavoravo nelle mense comunali, facevamo da mangiare per dei frugoletti della scuola materna. Io e la mia cuoca, nella nostra piccola cucina, lavoravamo e ci divertivamo davvero tanto. Veniva spesso a tenerci compagnia la bidella e si parlava e sparlava di tutto e di tutti.
Ero emigrata al nord Italia. Nel mio paese in Sicilia ci tornavo solo ad Agosto per le ferie. Un pomeriggio che ero a casa dalla mamma, lei mi disse che bisognava portare i fiori alla nonna perché era ricorso il giorno prima l’anniversario della sua morte e lei non era potuta andare. Per questo (secondo lei) l’aveva sognata imbronciata.
Anche se eravamo in pieno Agosto (e vi lascio immaginare il caldo afoso terribile di quel giorno), la mamma volle che andassimo proprio in quel momento; perché essendo abituata a fare la pennichella in quell’ora, adesso aveva il terrore di addormentarsi e di risognare la nonna, sempre più imbronciata di prima.
Eravamo fuori dal cimitero. E io volli prendere un mazzo di garofani da distribuire sulle tombe che avrei visto sguarnite. 
Cominciò così la piccola processione. Ogni tanto la mamma mi indicava questa o quella tomba e mi parlava di quelle persone che lei aveva conosciuto e mi raccontava qualche aneddoto riguardante quelle vite.
Entrammo nella cappella dove si trovava la nonna, pare fosse provvisoria lì, finché non le avessero dato un posto da un’altra parte.
Mi ricordo la strana atmosfera di quel momento.
La mamma era salita su di una scaletta per mettere i fiori nell’oculo della nonna e io guadavo col naso in su reggendo tra le braccia il mio mazzo di garofani. A un certo punto, non so spiegare ancora adesso il perché, un garofano si spezzò e mi cadde a terra. Io mi abbassai per prenderlo e mi ritrovai con gli occhi all’altezza del primo loculo partendo da terra. Mi lampeggiò davanti, il viso di una ragazza giovanissima, una foto in bianco e nero. La guardai e la riconobbi subito, prima ancora di leggere "Graziella” sulla lapide.
<<Mamma, ma questa è la tua amica Graziella>>, esclamai, incredula. Lei mi rispose di sì cercando di non dare troppa importanza alla cosa. <<Allora questa è la cappella dei conti Gallo, ma sembra abbandonata ormai>>, dissi, <<sì, dopo la morte dei genitori, la contessa Flavia se ne era andata in America tanti anni fa e non si è più saputo nulla di lei.
Non è mai voluta venire in questa cappella, nemmeno quando viveva ancora in Sicilia. Forse per il rimorso di essere stata la causa della morte dell’amica. Vederla qui le faceva troppo male>>.
Io mi fermai a guardare il viso di Graziella. Sembrava sorridesse proprio a me. Era come se mi stesse dicendo: <<eccomi, mi hai ritrovata, ora non perdiamoci più di vista.>> Le misi i garofani nel vaso e le sorrisi anch’io. Poi le dissi: << grazie, lo devo a te se sono ancora viva, mi hai salvato la vita quel giorno, non lo dimenticherò mai più>>.
Da allora sono passati molti anni, io non sempre sono andata al cimitero, per molti anni non sono nemmeno più tornata in Sicilia. Nel frattempo anche mia madre se ne è andata. Una notte mi capitò di sognare ancora Graziella. Era insieme alla mia mamma, mi salutavano con la mano e poi se la ridevano chissà di cosa, mentre si giravano e andavano via.
Quell’anno andai al cimitero per mettere i fiori sulla tomba di mia madre, dopo volli andare a cercare nella cappella il suo loculo per metterci i garofani bianchi che avevo preso apposta per lei. Quando la cercai non c’era più. Il suo posto era stato dato a un’altra persona. Nel mondo lei aveva contato molto poco. Nessuno avrebbe più saputo dire chi era stata. Adesso anche il suo nome lo avevano cancellato dall'unica pietra che parlava ancora di lei.
Così sto scrivendo qui la sua piccola storia. Forse qualcuno la leggerà e sentirà di amarla un pochino. Una povera ragazza sfortunata, bella e buona, che forse da qualche parte esiste ancora.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Ibla  

Questo autore ha pubblicato 183 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Hagor Saud Flyd, sovrano della galassia del Drago Minore, era seduto alla scrivania del suo studio privato, e stava guardando attraverso la porta a vetri, che dava sul piccolo giardino; sembrava che osservasse lo zampilllare dell'acqua che fuori usciva dai cannoncini della piccola fontana a forma di nave, ma il suo sguardo andava olttre, verso un orizzonte lontano, infatti, egli stava ripensando agli avvenimenti che lo avevano fatto diventare l'uomo d'oggi. Hagor non era originario della galassia che governava ma provniva dalla nebulosa dellAquila e più precisamente dal pianeta Flyd, e non sapeva perchè la sua famiglia portasse lo stesso nome del pianeta. Le galassie conosciute, invece prendevano il nome dalla loro forma, visibile solo da molte migliaia di chilometri di distanza, e non facevano eccezione ne la nebulosa del Drago Minore e nè dell'Aquila. Gli abitanti dei pianeti di queste galassie erano tecnologicamente avanzati, e Flyd non faceva eccezione. Come molti dei mondi conosciuti, il pianeta aveva rischiato di scomparire a causa di una terribile esplosione, provocata dalla fusione del nucleo centrale del  globo. Si era arrivati a tale punto per il troppo sfruttamento dell risorse, e solo la tenacia degli scienziati si era impedito la deflagrazione. Una volta risolto il problema della fusione del nucleo, n'era sorto un altro, d' uguale importanza, sempre a causa dello sfruttamento delle risorse: vi era stata la decimazione della popolazione a causa di malatie epidemiche. I pochi sopravissuti, si resero conto che per ripopolare il loro pianeta e la costellazione, dovevano non solo debellare le malattie ma, trovare anche il modo di riprodursi senza rischiare di far nascere i bambini già cagionevoli di salute, molti dei neonati, infatti, non sopravvivevano, i pochi che vi riuscivano diventavano uomini e donne troppo deboli, e a loro volta generavano figli malati. Certo ci si poteva rivolgere alle galassie vicine ma, anche in questo caso i risultati sarebbero stati disastrosi, perchè anche quelle galassie avevano subito lo stesso destino. Così, come molti altri pianeti decisero di spingersi oltre lo spazio conosciuto; una volta individuata la galassia che presentava le stesse qualità, della loro vi si stabilirono, mescolandosi alla popolazione dell'unico pianeta abitato. Dovettero pazientare per diverso tempo prima di ripartire, perchè il pianeta non era tecnologicamente avanzato, e soprattutto i suoi abitanti non erano mentalmente preparati a conoscere viaggiatori d'altri mondi; la loro pazienza fu ad ogni modo ripagata e alla fine ripartirono per la loro costellazione per dare origine ai nuovi abitranti dell'Aquila. Da quegli avvenimenti erano trascorsi seicento anni, e da trecento sulla nebulosa regnava la famiglia Flyd, e con la loro monarchia la galassia aveva raggiunto il massimo della prosperità; per un breve periodo la costellazione rischiò di perdere la stabilità. Hagor in quel momento stava pensando proprio agli avvenimenti scongiurati solo dal suo coraggio e dalla forza d'animo dei propri fratelli e amici più intimi. Hagor si chiese quanto tempo era passato, e quando la sua vita avesse avuto la svolta decisiva, e si rese conto che dall'ora era passato cinquant'anni. Sussurrando a se stesso disse:
<<Dio dell'universo, quanto tempo è passato, una vita intera>>.
Hagor adesso aveva sessantacinque anni ma, il suo aspetto non aveva subito molti cambiamenti, era ancora un uomo attraente, il suo fisico asciutto e atletico, i capelli ancora neri come le piume di un corvo, solo quaa e la c'erano dei fili d'argento; i suoi occhi erano di un blu intenso che rispecchiava le profondità marine, il naso in su, le labra leggermente carnose; infine il suo leggendario sorriso era ancora intatto, e il suo carisma era cresciuto con lo scorrere del tempo. si erano trascorsi cinquant'anni, proprio una vita, già perchè tutto era cominciato il giorno del suo quindicesimo compleanno. Chiuse gli occhi, ed ecco che si rivide in cima alla scalinata che portava nel salone delle feste del palazzzo reale di Flyd.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: marzia ornofoli  

Questo autore ha pubblicato 15 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Quando ce l'hai di traverso vieni definito lunatico. Fa sempe uno strano effetto la luna agli esseri umani: così misteriosa, lontana, imperscrutabile. Io ce l'ho fatta ad ottenere la mia fetta di luna: la conservo nelle tasche della mia ampia gonna. Ho tanto temuto che i lupi me la portassero via la mia luna: li sento ancora ulularmi contro! Spesso mi illudo di aver compreso quali strade percorrere per evitare di incappare in bestie assetate di sangue, ma quando meno te l'aspetti e pur non volendo, ti capita sempre di avvertire quell'inconfondibile puzza di urina mista a feci: quel fetore che permane per un bel po' e che per fortuna dopo un po' come per incanto svanisce. Quando dialogo con me stessa, riprendo fra le mani la mia fetta di luna e anche se le mareggiate e il vento mi hanno scompigliato i capelli e segnato il volto, ogni volta che la sfioro, provo sempre un dolce sollievo: è un po' come toccare il viso liscio di un bambino o del semplice velluto. Non potrei mai rinunciare a lei: in essa ho riposto le mie ambizioni, i miei sogni, i miei desideri. Quando prendo la mia fetta di luna tra le mani, mi pare sempre che le manchi quel tocco finale: è che non mi pare mai brillante quanto vorrei che fosse! Ognuno di noi dovrebbe avere la sua fetta di luna: quell'intuizione, quel colore, quella giusta nota, che ti cambia le prospettive e ti allarga la visuale. È fuori tono, fuori tempo, fuori di testa chi non rientra o supera certi limiti, ma non è sempre colpa della luna: spesso è la grettezza degli uomini che ne affievolisce la consistenza e la depriva della sostanza. C'è sempre chi ferendoti con improperi e brutte parole intrise di cattiveria, cerca di portarti via la tua luna, ma non bisognerebbe permetterlo mai! Certo, si sta male quando si ricevono ceffoni anzichè baci: si ha bisogno di carezze, di amore e non di ruggiti e latrati! Quando mi affliggo e cado sotto il peso di enormi crudeltà, riprendo tra le mani il mio quarto di luna e come per incanto, torno ad illuminarmi. Ho impiegato troppo tempo per irraggiarlo e dipingerlo questo mio quarto di luna e non potrei mai e poi mai darlo in pasto a chi per  strapparmelo mi lascerebbe solo graffi sanguinanti nel corpo e nell'anima...
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 302 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Oggi vi voglio narrare la fiaba della principessa misteriosa, che portava il nome di una rosa: Alba. Una rosa a cui la leggenda attribuisce la nascita, nella notte dei tempi, dalla spuma del mare, insieme alla dea Venere, alla quale adornava la chioma fluente. Come la Dea, Alba era una bellissima ragazza molto ammirata, ma priva d'amore, nel cuore. ... Quando passava per le vie della città, emanava una lunga scia di profumo, dagli antichi e delicati sapori. Fanciulla dalla statura piuttosto piccola, era ben proporzionata e, come ogni principessa giovane, aveva lunghi capelli, in specie i suoi erano lisci e neri. Possedeva due occhi grandi e sognanti, che si perdevano sull’orizzonte del mare, andando a solcare le onde. La sua fantasia la portava a viaggiare su di una nave pirata, navigando verso l’ignoto, immobile sulla prua, con la spada in mano, a gridare: nave nemica da conquistare, indi, su di un’isola segreta, seppellire il tesoro arraffato. Il re, suo padre e la madre, la regina, riflettevano sovente che al suo diciottesimo anno, ormai vicino, l'avrebbero voluta maritare con il figlio del re confinante, in modo da siglare, tra i due reami, un accordo favorevole. Purtroppo, a lei, quel principe non piaceva ed il suo amore, a lui, non intendeva concedere e fu così che, nella notte, eluse le guardie della reggia, fuggì, imbarcandosi sopra una nave. Il suo carattere, forte e ribelle, fin da piccina, l’aveva portata a seguire la disciplina delle armi, con le quali aveva imparato a combattere, sia con la spada che con l’arco e, come un uomo, le sapeva destreggiare. Il suo cuore era impavido, non aveva paura di niente, era nata per comandare. Dopo mesi di gavetta sulle navi, una sera tempestosa, insieme ad uno sparuto gruppo di pirati, decise di rubare una nave, in un porto. Presto detto, subito fu fatto, una nave tutta per lei! Il suo sogno si era realizzato, rotta ai Caraibi, all’isola della Tortuga, dove c’era il regno dei pirati, a cercare di formare una ciurma per abbordare le navi da derubare. Passarono gli anni ed ella era sempre più amata e, da tutti, rispettata, la fama di dura si era fatta, anche se il suo volto sembrava quello di una fata, ma i suoi occhi rimanevano sempre tanto tristi, nel suo cuore non c’era l’amore sognato, di un prode guerriero che, con lei, condividesse le avventure e la cabina di Capitano, dove, solitaria, era solita dormire. Facendo onore al suo nome, la mattina si alzava all’alba, per partire a solcare il mare, sulle rotte dei mercanti. Ogni giorno era una battaglia, fatta di fuoco e fiamme e di lame incrociate, per rubare il bottino, ma quel giorno un fatto insolito e strano: nella stiva trova un prigioniero, un giovane bello e fiero, che non le parse fosse vero, tanto che lo liberò in un battibaleno. Il destino aveva portato a lei il Corsaro Vero, del quale aveva sempre udito parlare, ma credeva fosse solo una leggenda, che i marinai ubriachi narravano, nelle notti sui ponti delle navi. Dopo averlo liberato, l’invitò sulla sua nave e, incuriosita, gli incominciò a fare mille domande. Era stato fatto prigioniero dalla marina militare e, in incognito, in Inghilterra lo volevano condurre, per poterlo poi impiccare. Si era battuto come un eroe, ma i nemici erano molti e così, alla fine, aveva dovuto capitolare. Fiera era di quello che aveva fatto e di aver trovato l’uomo così tanto agognato tanto che gli offrì di mettersi in società, al che lui accettò ben volentieri. Non avrebbe mai pensato di trovare l’amore, in mezzo al mare. Impararono a conoscersi e il loro amore divenne così grande che diventò una leggenda, quella di Alba e il Corsaro Vero. Ormai stanchi di avventure e di vivere a battagliare sul mare, decisero insieme di far ritorno al, di lei, reame, che era pur sempre un posto ameno in riva al mare. I suoi genitori, ormai vecchi, furono felici di vederla arrivare, pertanto li accolsero con grande onore, arrivarono a capire il grande errore commesso e videro, per la prima volta, la loro figlia felice e innamorata di un prode e forte guerriero. Dalla loro unione nacque un bambino che, nel futuro, tesse le sorti del mondo e del suo destino.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Horion Enky  

Questo autore ha pubblicato 369 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Sara è una ragazza di 16 anni, bella come tutte le ragazze della sua età. Piena di vita e di sogni, almeno uno al giorno.
Con le amiche, fantastica di viaggi di amori e del futuro.
Vive con la mamma e il suo compagno. Il papà, morto un anno prima, in un incidente stradale. Il dolore del momento, ormai quasi passato, non il ricordo. Anche la mamma si era ripresa abbastanza bene e il nuovo compagno, -non è poi male-, come diceva alle amiche.
Quella notte uno strano trambusto non la faceva dormire. L'indomani, a scuola c'era la verifica di latino. Doveva riposare, inoltre l'autobus, passava molto presto.
I rumori continuavano e sembravano provenire da dentro la casa. Costretta ad alzarsi, indossò una vestaglia e uscì dalla stanza. Ora i rumori sono più forti, nitidi e... provengono dalla stanza della mamma! Silenzio, improvviso silenzio.
Sara si avvicina, apre la porta... la scena è agghiacciante.
La mamma riversa sul letto, sangue, solo sangue. Il suo compagno, Giulio, in piedi. Anche lui sporco di sangue, con un martello in mano, entrambi nudi.
Lui si gira di scatto e Sara: - NON VOGLIO MORIRE!
Giulio le se avventa contro, la getta a terra, poi sul letto accanto al corpo della mamma. Sara incontra gli occhi, quegli occhi e sviene...
Sono ormai parecchie notti che Sara fa sempre lo stesso sogno.
Come una guerriera Norrena, cavalca un drago, a spada tratta.
Passa davanti a tutte le finestre della città.
Si lascia trasportare leggera, è inverno eppure non sente il freddo della notte.
Questa notte, lo stesso sogno, le stesse finestre.
Ma quell'uomo lei lo conosce, tira a sé le redini, il drago rallenta il volo e si ferma a quella finestra.
Dai movimenti e dai gesti sembra impaurito, cammina avanti e indietro, si tiene la testa con le mani e guarda insistentemente fuori dalle finestre, come aspettasse qualcuno. Sta preparando la cena, i fornelli accesi. L'uomo si avvicina alla finestra, gli occhi, gli sguardi, si incontrano.
Inditreggia, si porta le mani sulla testa, poi sul petto...
indietreggia, urla... i fornelli, il fuoco.
Lingue di fuoco dalle finestre. Sara osserva due angeli neri
sopra la casa ormai in fiamme.
Si sveglia, si sente leggera. Il solito sogno, pensa.
È ancora notte e torna a dormire.
Una nera signora le appare, cavalca il suo drago e la invita a salire. 
-Chi sei tu?
-Ho aspettato che la tua anima si calmasse e sono venuta a prenderti.
-Allora sei la morte. E i miei sogni?
-Bambina mia, quel giorno te li ho rubati.
-E la mamma?
-È su quella stella, con i tuoi sogni. Vieni ti stanno aspettando.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Loris Marcato  

Questo autore ha pubblicato 214 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.