Avevo cinque o sei anni e in quel pomeriggio invernale, oltre a far freddo, piovigginava. In quel tempo non si conosceva il termine "televisore" come apparecchio domestico erogatore di notizie audiovisive, che dal 1954, se non ricordo male, cominciò ad infiltrarsi e quindi a poco a poco a dilagare nelle case della gente con tutti i pro e i contro, che tutti conosciamo e che d'allora lo stesso produce.
Mia madre, come tutte le madri, per salvaguardare la mia salute non voleva che io uscissi da casa per andare a giocare fuori con altri miei compagni di strada, che mi attendevano fuori, avendo preso appuntamento, già concordato nelle ore antimeridiane di ricreazione a scuola.
Io insistevo, ma lei m'imponeva con autorevole grazia di ascoltare le sue parole. A mio malgrado ubbidii, tenuto conto che aveva veramente ragione: fuori, oltre a sporcarmi, avrei potuto giocare con i miei compagni solo al riparo, magari dentro qualche stalla o altro luogo poco accogliente e igienico, non certamente a casa di qualcuno dei miei compagni, perché i genitori degli stessi di solito disdegnavano far giocare i bambini nelle loro case per tutte le birichinate che di solito potevano commettere. La strada, infatti, era l'unico luogo ideale per tutti i giuochi di noi ragazzi.
Ascoltai, quindi, il monito di mia madre e lei subito, lieta, mi premiò, com'era suo costume, dicendo che mi avrebbe narrato un racconto, che le aveva tramandato la sua vecchia nonna Rosa.
Io ero sempre attratto dalla narrazione di fiabe, racconti e storielle, ma soprattutto lo ero di più quando le predette narrazioni erano esposte e poi commentate profondamente da mia madre. Lei aveva quel senso narrativo e critico elementare, che piacevolmente mi faceva partecipare alla descrizione tanto, da sentirmi talvolta io stesso uno dei personaggi, più o meno protagonisti, che in quel momento per mia predisposizione d'animo sentivo a me più vicino.
Ci sedemmo. Lei prese il suo scaldino ed a me porse il mio, che rispetto al suo era più piccolo, dicendomi di sedermi sulla mia piccola sedia di fronte a lei. Mi fece una carezza, sfiorandomi con le dita una guancia, e poi col viso sereno e soddisfatto cominciò il racconto:
"Calogero e Filippo erano due fratelli, che si volevano bene. I loro genitori, Iacopo e Lucia, erano due lavoratori della terra che, sebbene poveri, con tanti sacrifici, ma con affetto avevano allevato i loro due figli, dando loro una buona educazione.
Calogero e Filippo erano cresciuti nell'amore familiare e nel rispetto reciproco, condividevano le poche gioie e i molti sacrifici con i genitori, ma si sentivano forti come leoni e ricchi come principi.
Abitavano in campagna e le loro ricchezze erano l'amore reciproco, la salute, la piccola casa, arredata sobriamente con poche cose, ma pulita, il lavoro quotidiano, l'aria ossigenata, il sole, la luna, le stelle e la provvida pioggia, che rendeva fertile la terra, che poi dava i naturali frutti, di cui l'umile famiglia si nutriva.
La loro ricchezza era anche il privilegio di stare tutti insieme nel lavoro, nel consumare un frugale pasto, nell'ascoltare alla fine della giornata lavorativa gli insegnamenti degli avi, tramandati da padre in figlio, nel sentirsi parte integrante di un ceppo familiare e l'orgoglio di appartenervi, di aver molto sofferto e poco gioito per le alterne vicende familiari, alle quali ogni famiglia nel tempo è spesso esposta.
Insomma possedevano poco materialmente, ma la loro ricchezza interiore li aiutava a vivere in maniera egregia, facendo loro gustare quotidianamente la vita e i doni della natura.
Un giorno, purtroppo, la serenità di quella famiglia fu sconvolta: il loro padre, Iacopo, morì; si ammalò di polmonite e i rimedi del tempo non gli permisero di guarire.
La famiglia si depresse e il colpo più duro i due fratelli lo ricevettero poco tempo dopo, quando anche la loro madre si ammalò, forse per la pena della perdita del marito, e poi non vide più il sole, ma il buio eterno dentro quattro fredde ed esigue mura.
I due fratelli Calogero e Filippo, restarono soli e provvedevano come potevano a tutte le loro incombenze quotidiane.
Un giorno, uno di loro, Filippo, s'innamorò di una ragazza che già conosceva sin da piccolo, una brava ragazza di nome Pinuzza, che abitava in un'altra casa rurale non molto lontana dalla loro. Anche Pinuzza conosceva Filippo sin da piccola: i suoi genitori ogni tanto, infatti, si recavano insieme a lei a far visita a Iacopo e a Lucia. Filippo, avendo chiesto a Pinuzza se voleva sposarlo ed avendo avuto dalla stessa il consenso, nonché quello di suo padre, al quale aveva chiesto la mano della figlia, ritornò a casa felice ed annunziò subito al fratello Calogero che fra breve tempo avrebbe sposato Pinuzza.
Così lui, Filippo, avrebbe avuto l'affetto di una donna e la loro casa si sarebbe illuminata non solo con la presenza di una giovane donna, ma anche di eventuali bambini.
Calogero accolse con tanta gioia le parole del fratello, che dopo qualche mese convolò a nozze con la giovane Pinuzza.
Calogero e Filippo dopo la morte della madre divisero in perfetto accordo le poche sostanze dei loro genitori, tra cui un piccolo appezzamento di terreno.
Subito dopo il matrimonio Calogero andò ad abitare da solo nella piccola casa che insisteva sul suo appezzamento di terreno ereditato, limitrofo a quello del fratello, lasciando Filippo unitamente alla moglie Pinuzza nella stessa abitazione, dove lui aveva precedentemente vissuto con i genitori.
Erano contenti Calogero e Filippo, coltivavano con profitto i loro appezzamenti di terreno e ogni tanto, di sera, seduti attorno al tavolo della cucina che li aveva visti crescere, dopo aver cenato, tra tanti discorsi, attinenti al loro lavoro e ad altro, ricordavano anche i loro genitori, che anche Pinuzza aveva conosciuto e verso i quali sentiva anche lei tanta stima, ma soprattutto affetto.
La casa di Filippo un giorno fu allietata dalla nascita di due bei gemelli: una bambina e un bambino, che furono chiamati rispettivamente Lucia e Iacopo, come la madre e il padre di Filippo, allora era questa la prassi.
La nuova famiglia così aumentò numericamente e Calogero, che lavorava il suo terreno, limitrofo a quello del fratello, si accorse che Filippo lavorava ancor più intensamente rispetto a prima e con più lena falciava il grano. Mentre guardava lavorare il fratello, Calogero pensava alla sua famiglia e diceva tra sé:
- Mio fratello deve mantenere la moglie e due figli, io invece devo mantenere solo me stesso; non mi sembra giusto che io debba possedere la stessa parte di mio fratello, quindi stanotte prenderò otto covoni di grano e senza che egli se ne accorga nella notte col chiarore della luna li porterò nel suo appezzamento di terreno. Così verso mezzanotte mise in pratica la sua idea, poi soddisfatto della sua azione se ne tornò a casa e, sdraiatosi sul letto, si mise placidamente a dormire -.
Il fratello Filippo, intanto, pensava anche lui affettuosamente al fratello Calogero e così diceva alla moglie:
- Pinuzza, mio fratello Calogero è rimasto solo ed oltre a lavorare la terra deve provvedere anche alle sue faccende domestiche, pur essendo un po' malato. Non è giusto che noi ci teniamo tutto il raccolto della nostra terra. Sai, Pinuzza, cosa ho pensato di fare? Stanotte, mentre lui dorme, andrò a portare otto covoni di grano nel suo appezzamento di terreno -.
Col consenso della moglie così fece.
Il giorno dopo Filippo e Calogero si recarono nei loro rispettivi appezzamenti di terreno e notarono, contando le loro biche, allora si faceva così, che erano numericamente sempre le stesse. Ogni notte ognuno di loro ripeteva verso l'altro la stessa affettuosa azione, ma di giorno si accorgevano che tutto restava inalterato.
Nessuno dei due riusciva a spiegarsi quel mistero, ma una notte il caso volle che i due fratelli s'incontrassero nello stesso momento, in cui ognuno di loro stava per iniziare quel solito notturno lavoro.
Calogero e Filippo, scoperta così per puro caso la loro reciproca generosità senza parole si abbracciarono, provando la grande consolazione che si ha quando si ama e si è silenziosamente ricambiati.
Ed ora, siccome sono le sette e sta per venire tuo padre io vado a preparare la cena, mentre tu apparecchi la tavola".
Così mi disse mia madre, terminato il suo racconto, ed io con le immagini dei personaggi nella mia mente le andai dietro, indi mi accinsi ad apparecchiare la tavola, mentre già sentivo gli scatti della serratura della porta di casa che si apriva: era mio padre che, finito il suo lavoro, sempre a quell'ora, alle sette e dieci della sera, rientrava a casa ed io, contento, gli andavo incontro con affetto ad abbracciarlo.





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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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La collina dei lunghi fucili era lì, davanti a lui, come sempre immobile nel percorso della storia; storia di un dì che non ricordo, ma ben visibile nelle mie memorie, quella di un giovane che, come tanti, all'alba era già sveglio per un nuovo giorno.                                                                                                                                                Cuore di giovane, immerso nei propri sogni, nel ricordo di un amore lasciato a casa per un ideale di libertà, pronto, con l’orgoglio in mano, a combattere per ideali altrui, ma, nella sua mente, in quel momento, c’erano soltanto le dolcezze del suo amore per lei, che amava immensamente. Non pensava alla battaglia che lo stava aspettando, non sapeva se quel giorno sarebbe stato un giorno di gloria!                                                                                                                                                                                 Lui, non pensava ciò! Non sapeva che chi avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato un altro ragazzo come lui, che, probabilmente, condivideva gli stessi suoi pensieri e non faceva che pensare al proprio amore lontano, alla sua stessa stregua.                                                                                                                                         Memorie confuse turbavano le percezioni di una vita non ancora vissuta.                                                                               I suoi ricordi non erano molti, soltanto quelli di un giovane ancora inesperto, un ragazzo che non sapeva nulla della vita, tuttavia riponeva tutta la sua fiducia in ciò che gli avevano insegnato a credere.                                                                                                                                                                                                       Nella cronaca della storia, quello avrebbe potuto essere un giorno come tanti, di cui il ricordo non si sarebbe soffermato in alcuna memoria, ma non per lui!                                                                                                Si trattava di un giorno speciale, anche se, purtroppo, non avrebbe avuto la gioiosa opportunità di festeggiarlo, così lontano: era il compleanno di lei, il compimento dei suoi 18 anni e, sfortunatamente, avrebbe vissuto la vicinanza di lei solamente come in un sogno, in modo da poterle esternare la totalità del suo amore, almeno idealmente, un amore tanto grande da condurlo a donarle la sua vita.                                                                                                                                                                              Quanti ragazzi stavano crescendo in fretta, troppo, per la loro età adolescenziale, attesi da un vero campo di battaglia, non simulato, come quando erano bambini, dove si affrontavano per gioco, cadendo a terra e morendo, per poi rialzarsi e ripartire a correre più veloci di prima. Distanti dalla fantasia, avrebbero messo il loro destino in mano alla sorte che li attendeva, dove l’odore della polvere da sparo e quello del sangue si sarebbero mescolati in un unico acre odore di morte.                                                                                                                                                                                                      Ma come avrebbe potuto, un giovane, pensare alla guerra, quando il suo cuore stava palpitando unicamente d’amore, un ragazzo pieno d’ardore, con tanta voglia di vivere?                                                                                                           Nella sua mente solo un grido echeggiava” Amore, amore” e più pensava al suo amore, più sentiva scoppiare il proprio cuore.                                                                                                                                                               I suoi occhi non vedevano più niente e le sue orecchie non udivano più, sembrava che tutto quello che stava osservando e sentendo stesse svanendo nel nulla e che la realtà fosse solo un sogno, un incubo angosciante, dal quale s'allontanava, rifugiandosi nella fattoria di famiglia, a poche miglia fuori il paese, ad ascoltare la voce della mamma, che lo chiamava, in un mattino qualunque,  mentre, per tutta la casa, si espandeva quella tipica fragranza della colazione. Con un balzo e in tutta fretta, giù dal letto, la prima colazione e, di seguito, con il padre, a lavorare per tutta la giornata nella fattoria, occupazione che scandiva la sua giovane vita. Poi c’era la sera e c'erano gli amici, il sabato sera, la festa, nella piazza del paese, dove si ballava e là, con Ann, s’incontrava, bella come i fiori che risplendevano al sole della prateria. Mille corse fatte insieme a lei, per poi rincorrersi tra i prati e, sfiniti, cadere a terra, tenendosi mano nella mano e rimanendo a guardare le stelle nel cielo, ricordando quel primo bacio così intenso e mai dimenticato:                                                                                                                                                                                        -Dolce e bella Ann - le sussurrava -Sei nata per me, la nostra storia continuerà per la vita e non ci sarà mai nulla che la possa stravolgere, perché il nostro amore è infinito come il cielo.  Gli squilli di tromba, improvvisi, ridestarono la sua attenzione e fu allora che prese atto della sua illusione.                                                                                                                                                               Trovandosi catapultato in quell'assurda atmosfera, si rese conto che tutto intorno a lui si muoveva forsennatamente, in un gran baccano, stavano per partire in marcia, armati di un fucile, il campo di battaglia non era lontano.                                                                                                                                                      I due schieramenti avversari si trovavano l'uno di fronte all’altro, soldato grigio e soldato blu, ma , in effetti, si palesava solo molta, troppa gioventù.                                                                                                                                              Urla e grida proclamarono l'inizio della battaglia.                                                                                                    Sparò, senza mirare, perché non intendeva uccidere un proprio simile ma, di contro, la pallottola che centrò il suo cuore era partita dall'arma di chi non aveva appoggiato la sua intenzione e, mentre la sua vita se ne andava, un foglio, che stringeva nel proprio pugno, assieme alla canna del fucile, volava via, con la sua anima.                                                                                                                                                                                                     Quel foglietto mi è capitato fra le mani, pertanto ho voluto raccontarvi questa storia, quella di un ragazzo che aveva dedicato questa poesia, al suo giovane amore lontano:

Ciao, mio piccolo amore,

com'eri bella quel giorno che ti ho conosciuta.

Scusami ancora se quel giorno, per nascondere la mia timidezza,

sorridevo e restavo li fermo, ad ammirare la tua bellezza,

perdendomi nei tuoi occhi colore del mare.

Mentre parlavi, gesticolavi con le mani,

facendo si che s’incontrassero con le mie,

allontanando quella distanza che c’era tra noi,

mentre i tuoi lunghi capelli biondi ondeggiavano,

come il grano mosso dal vento, prima di essere mietuto

e una lieve brezza disperdeva                                                                                                                                                               

il tuo profumo di freschezza d’acerba ragazzina.

Sì, mio giovane primo amore.

Tu sei entrata nella mia vita,

strappandomi il cuore dalle radici,

facendomi innamorare follemente di te.

L’aria oggi profuma di te, nei mie ricordi

e la mia mente ti sta pensando, mio giovane innocente amore,

un amore fatto dai sogni di due ragazzini

che pensavano di vivere insieme, per l’eternità.

Solo questo ora è rimasto di te, giovane eroe, solo un sogno e un breve attimo di vita volato via, che nessun libro racconterà mai.                                                                                                                                                                                           La storia della collina dei lunghi fucili, la storia di un'esistenza che non avrebbe voluto morire.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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"...Il cancello rimase aperto nei giorni che seguirono, confusi i fili d'erba restavano immobili, che nemmeno la brezza del mattino osava disincantarli.
Terence prese la torcia come ad illuminarsi il cammino, quello che non sapeva percorrere, rotto dai rumori di una parentela che non gli apparteneva.
Con le mani rallentate da un sospetto, si piegò a baciare quel petalo di rosa, così come chiamava la sua fronte.
Marta, le disse, ti aspetto stasera, lontano dalla luce del sole, dopo il crepuscolo i nostri sogni prendono parte del mondo fuori di noi, ti aspetto quando il vento 
educato della sera scalderà le nostre cose.
Ho da togliere le mie ombre che si muovono diverse ma che ti appartengono.
Non percorrere il campo, passa al di là del fiume, là tra i ciottoli bianchi e piatti e non farti male; prendi con te la sciarpa e copriti i capelli.
Terrò la lampada accesa accanto ai gerani che tu portasti quel giorno.
Sai, sono fioriti e incredibilmente profumano due volte, di loro e del colore.
Lei si voltò come sapeva già fare, come il sole che impiega il tempo a spostare le ombre di qualcosa sul muro.
L'amava già mentre vide che andava al passo soave sulla ghiaia, come il rumore dei coriandoli che piano toccano il suolo, uno dopo l'altro, uno dopo l'altro.
L'aspettò nei tempi e nei silenzi, nei crepuscoli e nelle mute aurore; l'aspettò sempre, aspettò tutto di lei, anche quella riposta via, quei pezzi che aveva coi gesti di un bambino colto e messo nei barattoli di vetro giallo sul camino insieme ai petali di viole e gelsomino bianco.
Suonavano ancora i rintocchi delle ore di quella vecchia campana di campagna e Terence leggeva poesie, aspettava e leggeva.
Quel cancello, piccolo e arruginito, nessuno più lo aprì ma rimase aperto, sempre...". 

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Profilo Autore: Stella Allevi  

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Vaste scogliere che guardano il mare sono lo sfondo che i miei occhi ammirano. Una distesa di archi in pietra mi appare davanti, e sotto uno di essi c’è il ragazzo di Perda. Ci osserviamo senza dirci nulla. Gli sguardi si incrociano senza nulla esprimere. Il secondo arco abbraccia i corpi di Perda e Coniglio, che con visi amicanti m’invitano ad unirmi a loro. ‘Vieni con noi!’ mi sussurrano. Sdraiate su un prato scintillante di verde riescono nel loro intento, smuovendo il mio corpo che smette di ubbidirmi.

Gli archi ed il mare si assentano e mi ritrovo in una cripta. Aria rarefatta. Atmosfera d’altri tempi. Muri dagli odori ancestrali sembrano narrare vicende mai sopite. Accanto a me Perda e Coniglio. Dobbiamo trovare una via d’uscita. Si sentono grida mescolate a lievi gemiti. Sopra le nostre teste pare ci sia uno spiraglio di luce. Poco dopo infatti appare Pappara, che con un mandarino che funge da corda ci aiuta a venir fuori dalla cripta.

Ritorno allo scenario precedente. Gli archi, il mare e le scogliere si riprendono la scena. Stavolta mi trovo solo con Perda. Il vento carezza i nostri corpi cingendoli in un immenso abbraccio. Ad un tratto il fuoco ci avvolge, le fiamme paiono nascere dai nostri corpi. Solo un lieve timore s’impossessa di noi. Ma il fuoco non ci brucia. Provo a soffiare ma non cessa di divampare. Una voce mi dice di non preoccuparmi.

Ci attende il mare sul più alto picco della scogliera, un nuovo abbraccio ci avvolge. Stavolta le fiamme sono ancora più intense ma né dolore né sete rossa sembrano scalfire i nostri corpi che rimangono ancora stretti l’uno all’altro, prima che un forte vento di cenere venga a spazzare via dagli occhi ogni brama.
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Profilo Autore: Fabio Piana  

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"...Avrei voluto lasciarti sul palmo della mano la pietra bianca trovata al molo 7,
quando finimmo, senza che le gocce di pioggia ancora ci toccassero, di parlare e per non parlare più.
Lasciai il tempo agli sguardi di individuare l'unico gabbiano che, fluttuante nell'aria gelida di novembre,
si dirigeva e si cullava verso quella nuvola che tra il bianco ancora dell'estate e il grigio del naturale autunno,
oramai singhiozzava di neve e di disperato appello al sole.
Non vorrei, disse lei, portarmi nelle tasche il tuo ricordo,
non vorrei che tu fossi uno specchio dei miei occhi, non voglio che tu sia più!
Rimani accanto al malessere della tua assenza,
rinfrancalo e dagli sapore di sale e mare.
Ma con quale cuore io posso ancora vivere e morire?
Con quale cuore, disse lei!
Lui non si mosse, respirava una volta ogni due volte e chiuse l'orizzonte davanti a sè,
rialzo il sipario se non quando voltando lo sguardo per guardare le sue scarpe lise, le disse:
- Il mare che vedi è inesorabile nel mio cuore, tu l'unica barca a vela che calmerà la mia tempesta...".

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Profilo Autore: Stella Allevi  

Questo autore ha pubblicato 7 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Le regole certo, le regole vanno rispettate ed ogni infrazione va punita. Ok!
Ma quella maglietta alzata verso la tribuna, gli spalti; quella maglietta stretta al cuore, baciata, custodita, quella maglietta alzata, è un esemplare gesto d'amore.
Invece quel cartellino giallo è stato uno schiaffo non meritato, azzardato, esagerato.
Le decisioni dell'arbitro non si discutono ma la contrarietà di questa sua sentenza è collettiva, plateale, condivisa.
Questo pomeriggio del 23 aprile 2017, nello Stadio in località Mannis,  l'angoscia è palpabile, il dolore è nell'aria, si respira.
All’ingresso in campo il battimani indirizzato a Gregorio, poi si gioca per lui perché si è con lui; ogni lancio, ogni azione è un abbraccio continuo; il pensiero è là e i ragazzi vanno avanti, stringendo i denti, mordendosi la lingua, soffocando l’emozione, il pianto.
Da questo prato, a loro così familiare, lottano per trasmettergli energia.
C’è silenzio e il vento, questo freddo vento d'aprile, sferza, punge, continua a ferire.
E la sofferenza è corale.
Ancora, ancora una volta, questa squadra tiene alti valori che sfidano l’erosione del tempo, la vacuità delle frenesie quotidiane.
Adesso non desiderano altro che ritrovarsi insieme, tutti, ancora, di nuovo, insieme; nient'altro.
È un'attesa, una prova dura, che ha spento ogni fame, ha raffreddato comuni entusiasmi, li ha stretti in preghiera;
ci ha stretti in preghiera.


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Profilo Autore: Giovanna Vecchio  

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Nascondeva lacrime innocenti,
tra radicate infamie,
mostrando denti bianchi,
in sorrisi smaglianti e ammiccanti.

Pertugi, nella mente,
circuivano pensieri,
simulando desideri
luccicanti come stelle,
ancorati a quel suo cosmo irriverente,
prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
del suo alter ego,
di quella che faceva e non pensav'a niente.

Di colei che rifiutava e viceversa
la sua parte di coscienza
che tesseva, ricamava, rifiniva,
una vita alternativa,
rammendando solitudine e squallore,
in vuoti enormi,
con l'ago di pazienza e il filo di speranza.

Desideri impertinenti,
timorosi di svanire,
ella cullava,
fra lenzuola spiegazzate
che grondavano sudore...
corpi ignudi, misti a umori e a odori,
in rapporti sempre uguali.

Mille amanti frettolosi,
mille volti sconosciuti,
non colmavan il ricordo di quell'ora
ch'hanno avuto,
nel lasciar la propria impronta,
poi dissolta in un minuto,
sopra il letto saturato del veleno del peccato,
fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.

Desideri irrefrenabili e impetuosi,
affrancatisi
da pene del suo viver licenzioso,
sconfinando
e rinnegando ogni traccia di serpente
che, strisciante,
rifugiava nella tana bistrattata
e infecondata,
dall'amore ripudiato e crocifisso.

Desideri ch'hanno vinto,
nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
e nel coglier il volere, quel recondito, sol uno,
quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
nel riflesso d'esistenza,
intrappolato in quel laido passato.
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Profilo Autore: IRIS VIGNOLA  

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1 fantasia


2 sentimento

3 sensibilità,

4 conoscenza

5 umorismo

6 ottimismo

7 pessimismo (q. b.)



LE DOSI: "Più ne metti meglio è".



Mescolare molto bene gli ingredienti

e cuocere in un cuore caldo a 180° battiti al secondo.



A COTTURA ULTIMATA:

POESIA:

1 soffice nei versi

2 dolce nelle parole

3 gradevole alla lettura

4 al gusto di tanta SIMILITUDINE, ALLEGORIA E METAFORA.



P: S: Nuoce gravemente agli allergici invidiosi.

        Nel somministrarla, potrebbero avere delle forti reazioni,

        quali : sostenere che "il cuoco non è un artista all'altezza"

        o che trattasi di " roba geneticamente modificata".
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Profilo Autore: Cosetta Taverniti  

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I primi caldi o almeno le prime sensazioni di esso mi spinsero, quel giorno di un Aprile ubriaco di sole, a visitare i luoghi dove trascorro gioiosamente le ferie, le rilassanti ferie estive. Il mio strabbocchevole stabilimento balneare, la terrazza sul mare dove sorbire dei magnifici e gustosi cocktails, magari in maniera più riservata e lontano dalle “esagitazioni” dei bambini. No, non è vero ! Ricominciamo. Ero li perché il posto mi ricordava lei, lei che ha anche un nome. La mia Giovanna che avevo conosciuto l’anno precedente e che mi aveva portato via il cuore. Ancora però non glielo avevo detto ed avevo fatto un torto alla sua intelligenza perché, da diverse situazioni, mi vien da credere che lo abbia capito. L’avevo notata dal primo giorno, dal primo bagno, mentre correva verso il mare indossando, a suo dire, un costume che non copriva quasi nulla. Quel correre ancheggiando in modo felpato, quasi a non toccar la sabbia, mi aveva lasciato, boccheggiante, quasi come l’effetto di un colpo di sole. Capii subito, da ex matador de ninas, che non potevo lasciarmela sfuggire. E così fu. La conobbi e come prima mossa strategica, la invitai a bere qualcosa con me sulla “silente” ed accogliente terrazzina. Ovviamente occupammo, per mia subdola e incontrastabile decisione, il posto più discreto. E qui cascò il primo asino, cioè io ! Sono irrecuperabile, lo so. E lo dico a mia futura memoria ed ai giovani che intraprendono l’arte del corteggiamento ai fini….lasciamo perdere. Insomma, non mi capita una donna intelligente non solo più di me (non ci vorrebbe molto, a dire il vero) ma al di sopra della media ? Per tagliar corto, mi mise in imbarazzo costringendomi a dar fondo alla mia maturità e alla mia cultura. Non solo. Non era affatto spigolosa, anzi aveva un modo di proporsi assolutamente semplice. Semplicemente affascinante. Mi rapì la mente, sbatacchiò il mio cuore, sedusse il mio corpo. Come avrei potuto resisterle ? La dove non commisi un probabile errore dettato dalla fretta fu quando non le chiesi di sposarmi ma di essermi amica. Chissà perché, lo divenne con molto slancio che ancora mi fa interrogare e non mi fa dormire, perché avesse accettato. Forse tanto intelligente non era… Eppure, ogni giorno, dopo il bagno, salivamo sulla terrazzina e trascorrevamo ore intere a parlare, anche dei nostri segreti più reconditi. E io ,che sono maligno di mio dovetti rinunziare a pensare che le faceva comodo venirci per bere qualcosa a scrocco. Poi se ne andò, passata l’estate, invitandomi ad andare a trovarla nella sua città, al nord, cosa difficile perché da me non partiva nessun cammello per quella destinazione. Così non andai, facendo la fortuna di un gestore telefonico che vendette tante carte quel gelido inverno. Ed eccomi qui a sognarla, quando il tempo della sua venuta è ormai prossimo. Dovrò dirle che mi piace, che vorrei stare sempre con lei, che…D’un tratto la sedia accanto a me ha un sussulto a seguito di un trascinio imperioso, poi un corpo maestoso la riempie e infine la quiete. Mi giro incuriosito, non era un essere umano, cioè era un mammifero di genere simile ad una donna. Capelli biondi platinati a sfiorare il bianco. Occhi di un azzurro che mi costrinsero a guardare il mare per vedere se ne avessero rubato il colore. Labbra rosse come le ciliegie, che da li a poco ci avrebbero fatto vedere e il corpo, il corpo che mi fece ricordare le parole di una canzone di Fred Buscaglione “era un cumulo di curve come al mondo non ce n’è, che spettacolo le gambe…” Certo di Buscaglione non c’era niente in lei, tutto il resto combaciava. Dovevo avere la faccia e non solo la faccia sbalordita da questo evento perché lei subito mi chiese se mi dispiaceva che sedesse al mio tavolino. Ed ecco uscir l’uomo da me, un uomo strano, mai stato pressoché normale. L’uomo che faceva l’indifferente per celare l’estremo interesse. Mi reimmersi nella contemplazione del mare pensando potesse avvicinarmi alla mia Giovanna, la mia donna…no…si…lo sarebbe stata di sicuro, e per me non esistette più.Mi comporto sempre così con quelle donne che pensano che nessuno può resistere al loro fascino, alla loro bellezza. Sono un po’ il caposaldo di tutti quegli uomini che non si sbracano dopo un sorrisetto femminile. Io non cedo e concedo nulla. A meno che…. Di fronte a certi argomenti….non sia costretto a cedere e le donne ne hanno uno che mi costringe inevitabilmente alla resa. Infine, dopo un forzato buongiorno, andai via. L’indomani, appena mi sedetti mi sentii bene, come un senso di libertà mi colse. Potevo sguazzare a mio piacimento con le gambe sotto il tavolino e mi scoprii a farlo davvero. Ero solo con la mia solitudine e…mi piaceva. Ma è proprio quando senti di stare bene che capitano le disgrazie. Arrivò lei. Questa volta accompagnata da una quercia d’uomo da fare impressione, non a me specie quando impugno una motosega ! Per fortuna non sedette con noi, andò al bar direttamente forse a vendere le sue ghiande colà. Stessa storia del giorno precedente. Mi salutò ed io risposi, poi ripresi le mie contemplazioni su cui un giorno scriverò un libro ormai. Passò qualche attimo ed ecco la sorpresa. Si gira verso di me e mi chiede se sono sempre così silenzioso. Ovviamente le rispondo che, al contrario, sono un chiacchierone. Intanto con la coda dell’occhio controllo la quercia, al primo stormir di foglie sarei ripiombato nel mutismo più assoluto. Paura ? No, ma avevo la motosega in manutenzione e questo mi tratteneva ! Non volevo nemmeno fare la fine di quell’esagitato che si scagliò sull’avversario, con una mano lo prese dal petto, con l’altra dal collo e con quell’altra l’avversario gli diede un sacco di botte. E poi sono contro la violenza, io ! Lei, infingarda, mi tese la mano e pronunziò il suo nome : Elisa. Commisi il mio primo errore con lei dicendo : Ah Elisabetta. Subito mi corresse digrignando i denti : Solo Elisa, niente Betta. Sono italiana da genitori svedesi. Ecco spiegato l’arcano, la statura, i capelli, gli occhi e visto che stavo rivedendo i pensieri che avevo fatto su di lei, la rividi in tutta l’interezza della sua persona. Quel mattino aveva indossato un mini due pezzi per prendere il sole. Una bambola, credetemi. Una bomba sexy a cui avevano sostituito la nitroglicerina col napalm. Ne sentivo già il calore dopo solo una stretta di mano. Da accezione comune si sa che agli ormoni non si comanda. Io non ne sono esente, ahimè. Mi accorsi che mi stavo accendendo troppo, per una mattinata di Aprile ma la mia buona stella mi venne in soccorso. La quercia, il fidanzato o il bestione che fosse venne, mi bisbigliò qualcosa in svedese, che io feci finta di non capire, la prese da un braccio e la trascinò qualche metro più in la e cominciò ad aggredirla verbalmente. La faccenda diventò seria, tanto seria che, mannaggia a me, richiedeva un mio intervento. Solo che io ho un difetto che confesso poco. Da uomo ci tengo molto ai miei lineamenti, non saranno belli, ma sono i miei, anche se il bel fusto mi avrebbe cambiato solo i connotati. Comunque, coraggiosamente mi avvicinai, pronunziai un sorry unico retaggio linguistico in mio possesso e la riportai al tavolino. L’Armadio a due ante mi guardò perplesso poi smoccolando se ne andò. Tutto bene ciò che finisce bene, pensai. Il cavolo. Dopo l’azione suicida che avevo compiuto, la svedese mi prese per eroe. Anch’io mi ritenevo tale, ma per altri motivi ! Mi guardava con occhi languidi e sognanti che non fecero colpo sui miei ormoni impazziti per il pericolo corso. Dovetti accettare per forza, però, un tete a tete con cena e serata danzante. Grazie al cielo mi era andata bene e quello era l’ultimo dei mali. Si, mali. So che tanti uomini avrebbero pagato al posto mio, ma io ho già detto della mia stranezza. A me piace invitare, non essere invitato da una donna per quanto bella sia. Mi piace lottare per arrivarci e non mi piace essere scelto. Sono unico e irripetibile tant’è che la svedese non dovette ripetermelo due volte ! Così andai alla cenetta che lei aveva organizzato decisamente bene. Un tavolo anonimo, una rosa e un portacandele, roba da incontri prematrimoniali che poco si addicono alla mia persona, però, schivo per natura a tali eventi e poi cosa ne avrebbe detto la mia Giovannona ? Alla fine cenammo ed appena spensi il mio sigaro, lei iniziò a fissarmi di uno sguardo interrogativo. Controllai il mio look, tutto a posto, anche la patta dei pantaloni lo era…ma allora cosa voleva ?.Quindi sbottò e me lo disse chiaro e tondo, voleva ballare. Nel ballo, ahimè, io ho la stessa eleganza di un elefante nei panni di una scimmia, ma dovetti far buon gioco….Ballammo, l’atmosfera era distesa, della quercia nemmeno l’ombra anche se io ero in costante sorveglianza. Lei era magnifica, fasciata in un abito blu notte con tanti luccicanti disposti sapientemente sopra il vestito. Più la musica si faceva tenera, più si stringeva a me fino a ritrovarmi a ballare viso contro viso. Non mi preoccupai per questo, piuttosto mi preoccupai del fatto che il suo corpo aderì al mio pericolosamente. Purtroppo ho il difetto di sentirmi maschio e ogni sollecitazione a dimostrarlo mi metteva in imbarazzo. Quella non era sollecitazione ma vera e propria provocazione ! Il culmine arrivò quando mi morse il lobo dell’orecchio, che, per quanto depilato e profumato non poteva essere considerato un agente di provocazione erotica. Allora la riportai a tavola denunciando la presenza di qualche “zanzara” che infastidiva. L’ora si era fatta tarda, lo champagne stava facendo il suo effetto e reclamava le sue esigenze fisiologiche per cui sarebbe stato meglio andare via. La sua risposta fu laconica : da te o da me ? Le spiegai, guardandola negli occhi, che per noi, per il nostro benessere psicologico era meglio che fossimo andati ognuno nelle nostre abitazioni. Anzi, sarebbe stato meglio interrompere quell’amicizia che stava facendo passi da gigante troppo in fretta. Certo mi sentii un verme, mascolinamente, a rinunziare ad una bambola del genere, ma dovevo, avevo già la mia bambola, o meglio l’avrei avuta da li a poco, speravo. Non persi perciò l’abitudine a tornare sul mio terrazzino e scrutare l’orizzonte che aveva il volto di Giovanna. La svedese non venne più ed io… no, non ne ero contento, mi mancava la sua bellezza, mi faceva piacere farmi vedere con lei. Cosa fatta capo ha, si dice ed è vero. Così, assorto nei miei pensieri Non mi accorgevo di quello che mi accadeva intorno, al viavai dei camerieri, alle risatine provenienti dagli altri clienti e nemmeno della sedia accanto a me che si riempiva della presenza…la voce. La voce mi riportò alla realtà. Quel “se ti do fastidio, dimmelo !” Era musicale, che dico, sinfonico, era il cibo della mia esistenza. Sgranai gli occhi, tesi le orecchie, presi coscienza, insomma e mi girai di scatto ! Noooo… era la mia Giovanna. Si alzò e venne a sedersi sulle mie gambe, abbracciandomi e sbaciucchiandomi le guance. Non capivo più niente lei era bellissima ed i miei ormoni non subirono conseguenze, obbedirono tranquillamente ai miei desideri come bravi soldatini. In effetti lei non era…tanta, come Elisa ma era…Era tornata per qualche giorno a pianificare la prossima venuta per l’estate che quest’anno si sarebbe prolungata per tre mesi pieni e forse più. Nei suoi occhi c’era entusiasmo e gioia nel vedermi, figurarsi nei miei. La prima domanda, la solita, vecchia domanda che fanno tutte le donne in questi casi è se l’avessi tradita. L’avevo tradita ? Certo che no ! Quindi le chiesi di ascoltarmi, dovevo dirle che l’amavo e la volevo per me, ma mi fece tacere e mi domandò ancora se nessuna bella signorina si era interessata a un bell’ombroso come me. Certo che si ! e feci la descrizione della superbambola che avevo conosciuto. Si mise a ridere pensando che cotanta roba sicuramente non mi avrebbe nemmeno degnato. Sic transeat…no, nessuna citazione per carità, fui contento così per come la prese. Scendemmo in riva al mare e li ci scambiammo il primo vero bacio, ma fummo distratti da un cicaleccio dei bagnanti presenti. Infatti sulla passerella che portava a mare stava scendendo, ancheggiando pericolosamente, la svedese, seguita dal fusto del momento e dai giovanottini che le tagliavano la strada per ammirarla. Giovanna osservò la scena e poi mi chiese cosa ci trovassimo noi uomini in quel…transatlantico ! Prontamente risposi “nulla” però….Che bambola ! ! !
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Profilo Autore: Bronson  

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Per avere sensi di colpa, bisogna innanzitutto possedere un cervello funzionante. Un buon cervello ti consente di discernere e di trovare le soluzioni adeguate. Ti fa comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un buon cervello ti da una coscienza. Un buon cervello è intelligente e l'intelligenza si sa, è plurisfaccettata. Ci sono svariati tipi di intelligenza: c'è quella logica, quella matematica, quella empatica, quella creativa, ecc. Si potrebbe allora dedurre che coloro che non hanno un'ampia visione del mondo, quelli che organizzano guerre e tendono ad accumulare ricchezze, sono privi di empatia e di intelligenza? L'avidità è sempre stupida. Ma ciò che per qualcuno è stupido, per un altro non lo è. E allora? Potrei supporre che per avere una coscienza bisognerebbe avere dapprima l'intelligenza. Il mondo è guidato da secoli da orde di barbari stupidi ed incoscienti, che proprio perché tali, sono solo interessati ad accumulare ricchezze. Quale evoluzione può mai esserci in un uomo che ha un comportamento animale, improntato ed incentrato solo sui propri bisogni? Nessuna. Menti geniali servono con diligente ossequiosità tanti danarosi stupidi. Si inventano nuovi macchinari, che sostituiscono alcuni uomini, dotati di coscienza. Tanti uomini squattrinati vengono emarginati e reietti, pur essendo intelligenti. Si fanno ricerche scientifiche e si immettono sul mercato nuovi computer, auto sempre più veloci e quant'altro: solo per dare la possibilità a tanti incoscienti di possedere maggiori quantità di beni materiali e non. Intanto si costruiscono ordigni esplosivi e tutto questo, solo per servire stupide ed incoscienti persone. Siamo comandati da uomini primitivi involuti, ricchi ed incoscienti e con scarsa intelligenza. Pensare che per qualcuno questo sfacelo è evoluzione! Mi viene in mente una slitta, dove tanti cani trainano uomini su una candida neve. Il sole picchia forte, ma gli animali pur essendo spossati, continuano a correre. Hanno sete e fame, ma devono servire i padroni. Non possono fermarsi: alcuni soccombono, come somari appesantiti dal basto. Poi ci sono le belve affamate: iene, leoni, ghepardi assetati di sangue. Gli uomini dotati di coscienza si lasciano sbrindellare da belve con gli occhi iniettati di sangue. Ne hanno coscienza, ma non riescono a ribellarsi. Il leone uomo, sicuro di essere il re della foresta, ama mostrare orgoglioso i suoi trofei di caccia. Li definisce ricchezze, se ne vanta e non è mai soddisfatto. Nulla riesce a spegnere la sua brama di potere: vuole sempre di più. Ma gli uomini dotati di coscienza e di intelligenza non si rassegnano. Tutti le greggi si riuniscono, intendono sconfiggere il leone. L'umanoide, che di umano non ha nulla, impoverisce le coscienze, che smarriscono l'intelligenza, ma bisogna preservare la specie e così comincia una strenua battaglia. Solitamente vincono i buoni, ma non tutte le storie hanno un lieto fine. Una guerra miete sempre vittime e alla fine non vince mai nessuno veramente...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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