Di errori, di peccati  ne commettiamo tanti nella nostra vita ! L’importante è non perseverare, correggersi. Personalmente cominciai a sbagliare da molto giovane, scientemente, pensando di essere sulla strada giusta. Conobbi quella che sarebbe stata mia moglie che era ancora bambina e me ne innamorai come può fare solo un ragazzino. Era la terza di tre sorelle di buona famiglia. Per buona famiglia intendo di famiglia seria, affidabile. Il padre era, purtroppo, malato di una malattia invalidante viveva una vita tranquilla, delegando alla moglie quasi tutte le incombenze. Delega che la donna acquisì volentieri e da quel giorno, in quella casa, cominciò a vigere il matriarcato. Austera in volto, dall’aspetto severo, crebbe le figlie con somma oculatezza. Le bastava uno sguardo per ottenere ciò che pensava fosse giusto fare, con una semplice occhiata. La mia famiglia, decapitata dalla scomparsa di mio padre, al contrario, contava  tre figli maschi, il maggiore, secchione e ormai medico, il minore, viziato da sempre, anche quando era nel grembo materno. Infine, tra questi due vasi di ferro, ci sono io, fumantino, abituato a cavarmela da solo, difficile da gestire perché ero io la mia legge. In fondo, però, ero un buon ragazzo e, sebbene mia madre mi tenesse costantemente sotto la lente d’ingrandimento, vedevo dai suoi sguardi che era orgogliosa di me, di come mi proponevo agli altri, del voler essere il paladino di una famiglia molto unita. Avevo solo un cruccio, allora. Il piccolino di casa mi stava appiccicato, emulandomi. Non ero certo io a dover essere emulato. Bene. Ero innamorato davvero e com’ero, come sono fatto io, dissi a quella ragazzina che per me sarebbe stato per sempre e tirai avanti. I rapporti con la famiglia della mia ragazza latitavano, si limitavano alle sorelle che erano molto affettuose con me. A volte mi invitavano a casa con altri amici e quasi sempre la madre rimaneva nel soggiorno a sferruzzare. Ho sempre creduto che non avesse molta simpatia per me da quando, nel piccolo paese si era sparsa la notizia della simpatia che c’era tra la figlia e me. Era diventata un incubo e quando la vedevo, correvo a nascondermi, perché mi intimoriva. Taceva e tanto bastava. Poi, quella fatidica estate, mentre ci bagnavamo in un mare meraviglioso, strettamente avvinghiati, la mia ragazza mi guardò negli occhi e…mi disse che quel giorno sarei rimasto a pranzo a casa sua ! Finì l’armonia, gli arti che si trattenevano frementi si disarticolarono e cominciai a sentire freddo che non addebitai all’eccessiva permanenza nell’acqua. Ma non potevo uscire da quello splendido mare perché lei mi fissava, voleva una risposta. Come potevo, di fronte a due occhi meravigliosi, gli occhi dell’amore, rispondere negativamente. Così alle 13, insieme alle tre sorelle mi recai al patibolo…volevo dire verso la loro casa. Constatai che vicino a loro c’era una chiesetta. Non fosse altro che per un’estrema unzione veloce. Quando arrivammo la tavola era imbandita e i suoceri al loro posto. Il mio timido saluto quasi non si udì nemmeno ma dovetti mettercela tutta per trattenere il battito dei denti. Mia suocera, di poche parole come sempre, mi intimò di sedermi. Mi avevano riservato il posto di capotavola. Però ! Decisi di mettere in mostra tutte le mie doti di intrattenitore per non fare scena muta, ma fu un vero fallimento. La prima volta che mi accadeva. Oltretutto mi sembrava di somigliare ad un vero frescone. Ci pensarono le sorelle a tenere la discussione mentre io, sconfitto, tacqui. Alla fine del pranzo, alzandosi, la padrona di casa si degnò di guardarmi. Poi, come una stilettata, partì quella che a me sembrò una vera e propria intimazione nazista. “Avverti tua madre che domani sera siete tutti, tutta la famiglia, qui da noi a cena”. Non aspettò nemmeno la mia risposta, tanto er un ordine. La felicità di tutta quella situazione la ritrovai sul volto della mia ragazza, mentre io avvertivo qualcosa che mi stringeva il collo, un cappio ?  La notizia fu accolta meravigliosamente a casa mia, specie dal fratellino che iniziò una cantilena monotona e ossessiva. “Sei fidanzato, si fidanzato”. Si beccò una sberla e non proseguì più al mio “de che?” L’indomani mi resi irreperibile per tutta la giornata perché casa mia si era trasformata in una sartoria ed io sarei stato il pezzo più conteso. Ma io non amo l’eleganza affettata. Vesto sobriamente. I miei, invece, erano tirati a lucido. Ma prima che mi vestissi, mia madre volle che la raggiungessi in camera da letto. Infatti per tutti noi, questa stanza gode di una sacralità particolare. Mi fece sedere sul bordo del letto e cominciò a parlare :

  • Tu sai cosa andiamo a fare stasera ? Sai che a casa nostra nessuno si è mai tirato fuori dalle sue responsabilità ? Sai che se illudi quella ragazzina e non porti rispetto alla sua famiglia
Vuol dire che sei un poco di buono ?  Se così sarà non potrai stare più con la nostra famiglia. Amare è per sempre ed io lo so che tu ami…le ami proprio tutte ste benedette ragazze ! Ora stop, si fa sul serio.

  • E poi dicono che è facile farsi una famiglia quando, per farlo, bisogna beccarsi simili romanzine. Così, parati  di tutto punto ci avviammo. Non perché fossi in compagnia dei miei , però, diminuiva la mia…ansia (si, chiamiamola ansia) per quell’incontro decisivo per il mio futuro sentimentale. E se mia suocera si fosse opposta ? Meglio non pensarci e affidarsi alla dolcezza della mia dolce mammina. E poi dovevo tenere alto il mio nome, la mia immagine non fosse altro per il fratellino che mi si era appiccicato addosso nel frattempo ! Ci aspettavano tutti davanti la porta di casa. Tutta la famiglia. Mia madre mi mise in mano un mazzo di rose specificando che erano per la suocera. Il suocero mi guardava simpaticamente e rideva…delle mie traversie. Non sapevo che pesci prendere allora, mentre le due consuocere si abbracciavano e si baciavano, colsi l’occasione, presi la rincorsa e le appoggiai i fiori sulle braccia e mi introdussi nella casa fra gente amica: le tre sorelle, trascinandomi dietro, ovviamente, il fratellino. Ci fecero accomodare in sala da pranzo dove troneggiava una tavola addobbata come le mille e una notte con annessa argenteria. Mi fecero sedere accanto al mio amore da un lato ,mentre dall’altro “infuriava”  il mio fratellino. Infuriava perché, appena seduto, cominciò una delle sue solite cantilene. “Nino è fidanzato, Nino è fidanzato”. Niente di che. Solo che il tutto si svolgeva sotto l’occhio e l’orecchio vigili di mia suocera. Venne servita la cena. Le schiave, per l’occasione, erano le sorelle che si alternavano in un andirivieni incessante con la cucina. Bastava che la suocera girasse gli occhi a destra ed una di loro si vedeva assegnare un compito che svolgeva senza mai irritarsi. Poco di cui essere felici, perché pensavo che tra poco sarebbe capitato pure a me ! La cena non fu una cena ma una favola solida. Si diceva in paese che erano maestre in cucina. Altro che maestre,  io gli avrei dato la laurea! Alla fine appagati da tali  meraviglie, restammo a tavola più che altro abbioccati e stanchi. Toccò a mia madre rinverdire i dialoghi, aprì la borsa e mi guardò. Severa anche lei !
  • Benedetto figliolo, mi hai pregato di conservarti il regalino che vuoi fare alla tua fidanzatina per suggellare questo momento che sarà PER SEMPRE (e scandì bene queste parole quasi per dargli più efficacia) e ora lo dimentichi nella mia borsa?
  • Cominciai seriamente a pensare che il vino avesse fatto male a mia madre. Non avevo preso nessun regalino, ero in bolletta nera e perenne, come avrei potuto ? Eppure mia madre mi mise in mano un astuccio che io porsi alla neo fidanzatina, che lo aprì subito e, dallo stupore dipinto sul suo viso, capii che aveva gradito molto, al punto che mi convinse a darci un’occhiata. Quella sera rimasi parzialmente accecato perché nell’astuccio c’era un anello con una pietra che mandava un luccichio infernale. Fui pure sorpreso dal battimani che ne seguì. Sorridevano tutti, perfino mia suocera ! Di quegli attimi ricordo solo gli occhi di mia madre, occhi che erano un monito e un incoraggiamento. Poi tornò il silenzio ed in quel momento pensai che non avrei potuto vivere così, con quel timore costante. Cercai di tirare fuori il meglio da me. Mi avevano illuso che fossi simpatico ed era venuto il momento di dimostrarlo. Mi alzai in piedi col bicchiere in mano, a mo di brindisi, guardai mia
  • Per quanto riguarda la dote….
Calò il gelo nella stanza. Solo mio fratello maggiore mi redarguì subito visto che mia madre stava per svenire ! Ed io che pensavo di fare un grande discorso, una Catilinaria…versione semiseria. Allora alzai le spalle e continuai :

  • Ecco, volevo dire, niente a pretendere ! Soldi ce ne vorrebbero tanti per invogliarmi a prendere vostra figlia. Ma io so sacrificarmi. Vorrà dire che apriremo una “libretta”.
“La libretta” era  il sistema di pagamento inventato a Sud dalla povertà. La gente piu bisognosa, all’epoca, ed erano tanti, andava a far la spesa dal negoziante e poi “segnava” il costo sulla stessa e a fine mese, se avesse potuto avrebbe pagato.

  • Mi spiego subito. – dissi – Io verrò a mangiare da voi fino a quando il suddetto debito si appianerà. Non prevedo tempi veloci ma prevedo succulenti pranzetti.  Sono un debole, a me le donne mi prendono facilmente per la gola !
Ci fu una risata generale, divertita. Non si trattenne neanche mia suocera. Fu il primo segno di disgelo tra noi,Un segno che negli anni si trasformò in stima ed amicizia profonda. Ci accompagnarono alla porta con la raccomandazione che andassi a pranzo da loro l’indomani. Però quella sensazione di un cappio al collo mi perseguitava. Appena fuori dal portone di casa salutai ma madre e fratelli perché volevo andare a fare un giro. Era una serata calma e calda, le stelle facevano da cornice ad un mare incantato. Tutto sembrava parlasse d’amore e per l’aria c’era un canto di sirene e tritoni.

  • Dove vai ? – chiese mia madre in genere scevra da controlli sulla mia vita notturna – Mica vorrai andare nei tuoi locali preferiti, il blue ’70 o il Rebus con annesse francesine in dotazione.  No, non credo che ci vorrai andare, nonostante il luccichio che c’è nei tuoi occhi ! Ora non puoi più.
Compresi che stavo scrivendo la pagina finale del morto impiccato ! Il cappio aveva avuto la sua vittoria. Quanto è tortuosa la strada della felicità ! La mia iniziò al chiuso della mia stanzetta
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Profilo Autore: Bronson  

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C'erano una volta tante persone distratte, sbadate, stressate. Un bel giorno l'omino dell'arcobaleno, rinchiuse tutti i colori in un grosso sacco e cominciò a darsela a gambe. Vedendo l'omino scappare, gli umani si domandavano come potesse un così piccolo ometto trasportare un carico tanto grosso. Sicuri di poterlo raggiungere gli umani cominciarono ad inseguirlo e intanto gli domandavano: "perchè ci hai rubato il rosso, il verde, l'azzurro e il giallo perchè?". Improvvisamente l'omino iniziò a correre più veloce del vento e mentre fuggiva, dal grosso sacco usciva ora un po' di verde, poi uno sprazzo d'azzurro e poi tanti, ma tanti altri colori ancora. Uomini e donne litigando fra loro, cercavano invano di afferrare chi un pezzetto di giallo, chi un pizzico di arancione: ma il colore si scioglieva fra le mani e poi "puff" pian piano svaniva. Così gli uomini furono costretti a vivere in un mondo in bianco e nero. Annoiati cercarono di trovare nei grigi e nei bianchi tutte le sfumature possibili. Col tempo però finirono con l'apprezzare il bianco dei gigli, il pallore della luna e si accorsero che il cuore batteva forte, pur non essendo rosso. Tutti cominciarono ad apprezzare la notte, la luce delle stelle, le sfumature argentate del mare, il grigio dei capelli canuti. Fu così che le giornate apparirono d'incanto meno cupe e intanto che gli uomini cercavano di dare colore ai colori, pian pianino ognuno si abituò ai toni smorzati. Non si badava più al colore della pelle e nessuno aveva più paura della sua ombra. Siccome era un po' buio e non tutti avevano un'ottima vista, a volte qualcuno inciampava e perciò ognuno doveva badare all'altro. Alcuni lo facevano per essere aiutati a loro volta, ma in linea di massima, gli uomini cominciarono piacevolmente ad aiutarsi fra loro. La solidarietà cominciò a fare capolino e gli orgogliosi e i superbi, misero da parte la loro alterigia e cominciarono ad avere compassione l'uno dell'altro. Sempre a causa della scarsa luce, non più attratti dai vivaci colori dei pasti, tutti gli uomini dovettero cominciare a fidarsi del gusto, poi per non inciampare iniziarono a fidarsi del loro istinto. Così accadde che tutti divennero attenti verso il prossimo e ritornò finanche il rispetto. Un bel giorno l'omino, (che altri non era che la coscienza), improvvisamente ricomparve. Nessuno lo rincorse, ma quando egli aprì il sacco e da esso uscirono il blu, il giallo, il rosso e via via tutti i colori, ognuno guardò il cielo, la terra e tutto il circondario con altri occhi. Fu una rinascita del verde, un risveglio della speranza, un trionfo dello spirito. Fra giubili e gioie generali ognuno fu felice di aver ritrovato i colori, gli odori, i sapori e gli occhi di dentro: quelli dell'anima. Fu così che tutti gli uomini del mondo vissero felici e contenti.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Nel mondo delle chiacchiere e degli sberleffi il non senso valeva più del senso. Ognuno si esprimeva in maniera assai personale. Si andava in giro nudi oppure troppo coperti. Non v'era alcuna censura nella terra fantastica di: "non siamo cio' che dovremmo essere, ma ci esprimiamo come vogliamo..." Si leggeva, si giocava e soprattutto ci si amava. Ognuno in piena libertà sceglieva il lavoro che più gli si confaceva e ciò di si cui aveva bisogno lo si trovava in giro. Inoltre, si poteva conversare con gli animali e qualcuno se gli andava si esprimeva al contrario. Gli uccelli cinguettavano, parlavano e gli umani avevano la facoltà di miagolare, abbaiare, nitrire: solo pochi ruggivano e belavano. Era tutto semplice e comprensibile. Qualcuno ma non tutti, leggeva il pensiero, (anche se non ce n'era bisogno perchè vi era una tale empatia nel popolo che comprendere i bisogni e i desideri degli altri era un hobby.) Le persone avevano la liberta' di scegliere quando e come ridere, urlare o amare. Tutto era di tutti e nessuno era meno di un altro e tutti erano di tutti e per tutti. Il mondo che vorrei, pensavo e intanto mi allontanavo da una realtà che non mi piaceva. Naufraga, alla ricerca di un suolo incontaminato e vergine, mi riscopro funambola e sotto trovo un vuoto: un incolmabile nulla esistenziale. Quel niente che vorrei sopprimere. Un giusto compromesso fra passato e futuro. Rifletto su quello che mi abbrutisce. Ricerco anche un piccolo inutile e sbeffeggiante neo che possa spiegarmi cosa effettivamente provo e voglio. Ora nulla è lasciato al caso e tutto pare che vada per il suo verso. Eppure mi sento imprigionata in inutili gabbie, ma non sono molto convinta che sbarre e catene mi rendano un essere pensante e libero. Improvvisamente comincio a volermi bene e a piacermi. Anelo a ciò che mi migliora e cerco il brutto da valorizzare. Mi accorgo che nulla può essere più ridicolo di un sole con le tendine o di una luna colorata di giallo. Allora si, inneggio all'imperfezione e le rendo lode. Osanno i miei difetti. Aiuto lo storpio a privarsi della propria immobilità. Brucio fiocchi, merletti e luoghi comuni, che in comune hanno solo le solite cose, poi mescolo oblio, confusione e rinasco dalle ceneri, come un'araba fenice dal fulgido piumaggio. Sento un forte odore spandersi nell'aria. Sono i miei sogni che prendono volto e si materializzano. Non credo in chi afferma che il senso non abbia senso senza un senso. Più ci penso e più comprendo che per vivere bene non bisogna necessariamente fare cose sensate. Agendo senza un comune senso, scuoto il mio sesto senso assopito. Lo desto dal torpore e assieme ad esso entro nel mondo delle chiacchiere e degli sberleffi. Lì ci trovo il mio non senso, che mi pare molto più sensato del comune buonsenso...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Come ogni mattina mentre preparavo il caffè, il vecchio capraio attraversava il lungo viale davanti casa mia,preceduto dal suo piccolo gregge,dieci capre e quattro capretti, Bartolomeo Sanna cosi si chiamava il pastore, era arrivato al  borgo  molti anni prima , ma nessuno ricordava veramente di quell'uomo spigoloso dall’età indecifrabile.
Aveva scelto di abitare fuori dal paese in un vecchio casale abbandonato che aveva in parte riadattato per le sue modeste necessità.
Un locale abbastanza grande che fungeva da cucina e sala da pranzo, con un grande camino, una cameretta con un lettuccio malandato illuminato da una candela che emanava  una luce flebile, quanto bastava per non inciampare.

Aveva acquistato due capre che allevava con cura e che avrebbero dovuto soggiornare in una specie di piccola stalla accanto alla porta d’ingresso, ma poiché le porte non si chiudevano mai, spesso frequentavano la cucina soggiorno in cerca di compagnia e di calore.
Quando avevano fame brucavano liberamente nei dintorni senza allontanarsi troppo.


Lui col latte che ricavava faceva formaggi che gli procuravano le altre cose di cui abbisognava. Un poco di pane, un poco di vino, raramente un pezzo di carne. Le verdure e la frutta le raccoglieva nei dintorni o in una specie di piccolo orto  che coltivava con cura al ritmo delle stagioni.

Non si sapeva da dove venisse , ma certamente da molto lontano. Parlava una lingua poco comprensibile fatta di frasi confuse e di accenti pittoreschi. Non aveva amici in paese ma quei pochi che frequentava lo trattavano con rispetto, non faceva domande e non dava risposte ai più curiosi.

Io mi allontanavo spesso dal paese per lunghe passeggiate e spesso capitavo accanto a casa sua, a volte mi fermavo e mi sedevo su un grosso tronco che fungeva da panca, per riposarmi un po’.

Era nata una specie si simpatia reciproca e quando mi vedeva si avvicinava e mi parlava (forse perché non facevo domande), mi raccontava degli anni passati , di luoghi lontani a me sconosciuti e non identificabili.
Di montagne, ma molto diverse da queste, intrise sempre di un alone di mistero e di pericolo incombente. I suoi discorsi erano slegati, frammenti isolati che, interrotti originavano altri discorsi,e questi  senza concludersi scivolavano in frasi misteriose.

Talora intramezzava le frasi con qualcosa che doveva assomigliare a proverbi , e venivano sempre pronunciati (e per quello li riconoscevo) con un tono che voleva evidenziare  la saggezza che essi contenevano.
Non parlava mai della famiglia. Spesso mi sono trovato a fantasticare su chi fosse e da dove arrivasse, forse era stato un ladro?
O un perseguitato politico,come quegli anarchici  insurrezionalisti  di cui ogni tanto si sentiva parlare,mah  chissà cosa mai si nascondeva dietro quell’uomo semplice e un po’ ruvido.

Il gregge ormai era aumentato ,e il formaggio prodotto da Bartolomeo era molto apprezzato, molti bambini al passaggio del gregge in paese correvano ad accarezzare i piccoli capretti,e a fare domande al vecchio saggio pastore,le signore del borgo mi portavano spesso ottime torte a base di ricotta ,proprio quella del vecchio pastore, è usanza infatti regalare alle figure più importanti del borgo dolci ,liquori casalinghi , e altro ancora, per ringraziare o per ingraziarsi il prete, o il maresciallo,e il medico cioè, io.


Pieve solinga viveva giorno per giorno le mille vite dei suoi abitanti, nessuno sa chi sia  stato il primo ad arrivare li, forse per caso, e a dar vita a quel borgo così bizzarro, quel luogo al quale si arriva perché chiamati, quel posto dove si va a cercare una risposta, quando ormai stanchi, arrabbiati, e delusi sentiamo distintamente, e prepotentemente di dover andare.

Ricordo ancora quell’afoso pomeriggio di fine agosto, percorrevo il sentiero che da casa mia portava verso il piccolo ma fitto boschetto su in cima al monte Ombroso,la cima più alta di Pieve Solinga, circa milleduecento metri. Camminavo preso da mille pensieri, quando all’improvviso mi arrivarono all’orecchio grida di donna, una voce strozzata dal pianto, e riconobbi Linda.

Nessuno rispondeva alle sue sconnesse parole, nessuno  gridava oltre lei, nessuno camminava al suo fianco,o forse chissà qualcuno c’era, ma invisibile ad altri occhi se non ai suoi.

Povera piccola invisibile Linda, sola, sempre sola, preda ormai dei suoi fantasmi .

Cosa ci porta in questo luogo ? Cosa ci spinge in questo borgo sperduto e quasi sconosciuto a dare voce al pozzo nero e profondo che dentro di noi grida? Spesso, anche io, si proprio io, il dottore, ho gridato  nel vuoto dei boschi di Pieve, e spesso ho avuto risposte .

Non mi sono avvicinato a Linda, forse per pudore, forse per lasciarle il tempo di sfogare a modo suo la rabbia che la divorava, una rabbia di cui tempo fa mi aveva accennato, quando timorosa e triste era entrata nel mio studio  per una prescrizione medica, qualcosa contro la depressione, contro l’abulia che la paralizzava .

Avrebbe voluto lasciare Osvaldo alle sue donne, ma c’era qualcosa di grande e forte che comunque la teneva li , avrebbe solo dovuto lasciare il marito e iniziare la sua vita li a Pieve Solinga. Forse quel pomeriggio sarebbe stato risolutivo, forse il coraggio si stava impadronendo di quella fragile donna. Pieve ci soffia dentro le risposte, ci parla, e noi ascoltiamo, voci, immagini e tutto ci scorre dentro ci rigenera, e quando la voce si placa sappiamo, conosciamo.

Lentamente e senza far rumore mi sono allontanato e ho lasciato Linda sicuro della sua nuova consapevolezza .

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Vieni a teatro con me stasera?

"Replica di un amore"

è il titolo dell'opera

il copione dice

che la bellezza è un gioco

che una carezza non ha voce

e la fortuna dura poco

 

due gli attori principali

un palcoscenico

e storie all'apparenza

sempre uguali

 

va in scena la tua vita

ogni ora, ogni minuto

con quello che hai vissuto

e tutto quello

che hai perduto

 

un posto in prima fila

da ignaro spettatore

e ti ritrovi tutto a un tratto

protagonista e primo attore

 

la tua maschera stampata

come fosse un'altra vita

e per la replica ...

non è prevista alcuna data.
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Profilo Autore: Sandrino Aquilani  

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Pieve Solinga, un piccolo borgo montano nel quale mi trovo, residente forzato,  da  quasi dieci anni. Pieve e i suoi abitanti, circa duemila cinquecento, dei quali io sono ormai confessore  oltre che medico, infermiere e consulente familiare.

Questo luogo isolato e solitario, da qui il nome, dista dalla città più grande circa settanta chilometri, non molti a dire il vero, ma abbastanza per questa gente chiusa ed enigmatica che vive e si muove tra la nebbia e le nuvole che spesso avvolgono  l’intero paesello.

Settanta chilometri, la giusta misura, perfetta per sentirsi unici,  appartati. Settanta chilometri che si possono, volendo,  percorrere per  raggiungere il resto del mondo, dove  servirsi  e rifornirsi come in un grande magazzino, dal quale fuggire poi, veloci così come si e’ arrivati, per tornare in quel nido non sempre caldo, quasi mai tranquillo che e’ Pieve Solinga.

Borgo austero Pieve, nel quale hanno fatto naufragio personaggi a dir poco strani e misteriosi, come Augusto il vecchio violinista mezzo cieco, arrivato in un freddo giorno d’inverno, verso il calar del sole.

Magro quasi ossuto, bianchi capelli lunghi, la barba incolta, e due occhi piccoli,  stretti e rossi come brace. Augusto e’ sceso solo dalla corriera, nella mano sinistra una valigia grande, piena di chissà cosa , mentre la destra stringeva forte la custodia del suo violino. La piazza lo guardava curiosa, mentre il sole piegava gli ultimi suoi deboli raggi, tra gli alberi degli alti monti in lontananza.

Arrivavano spesso solitari ,  uno ad uno, i nuovi abitanti di Pieve, quasi come se la corriera, dopo il lungo travaglio del viaggio, li partorisse, proprio li al centro della piazza. E lentamente il  borgo li assorbiva e si nutriva di ognuno di loro, delle loro abilità, dei loro sentimenti, della loro bellezza come della bruttezza e l’aria stessa di Pieve era intrisa dell’essenza stessa dei suoi abitanti.

All’arrivo di Augusto fece seguito quello di Margherita, la piccola bibliotecaria, lunghi capelli biondi , piccoli occhiali tondi, che non riuscivano a nascondere i suoi grandi occhi azzurri. Un corpo minuto il suo, sempre troppo coperto da vesti assolutamente anonime e in ogni  caso troppo grandi per lei. Poi dalla corriera scese Sonia la giovane e bella ragazza russa, e con lei anche Osvaldo e sua moglie Linda: lui, il nuovo preside del liceo, avrebbe occupato il posto del vecchio professor Maraldi  ormai in pensione.

Ad ogni arrivo il borgo si contraeva e pareva quasi deglutisse i nuovi ospiti, trovando al suo interno il posto idoneo ad accogliere e sistemare gli ultimi forestieri. Ognuno aveva la sua casa o meglio, era questa a richiamarlo a se, uno era la serratura l’altro la sua chiave. Pieve Solinga viveva, respirava e si muoveva.

Il professor  Osvaldo Vanelli e sua moglie Linda sono venuti  ad abitare in una piccola villetta con giardino  appena dietro la biblioteca. Alla villetta si arriva percorrendo un lungo viale alberato che anche io percorro ogni giorno, la mia casa infatti si trova proprio di fronte a quella del nuovo preside.

La giovane Sonia e’ ospite dalla vecchia perpetua, che, data l’età aveva chiesto da tempo a don Pino, un aiuto per le faccende in casa e per le pulizie che giornalmente bisogna fare in chiesa. Certo, non si sarebbe mai aspettata l’anziana Parisina di ritrovarsi in casa una ragazza così giovane e soprattutto bella, troppo bella.. una ragazza che non conosce che poche parole di italiano...chissà cosa ci fa a Pieve? E, cosa più importante,  come l’avrà conosciuta don Pino? Tante sono le domande che affollano la piccola, semplice, mente della povera sconsolata perpetua.

La piccola bibliotecaria e il suo ingombrante bagaglio, fatto per lo più di libri, la maggior parte  in inglese, quasi tutti molto vecchi, hanno trovato posto in un antico pagliaio ristrutturato, per il quale  Margherita paga un misero affitto al signor sindaco, il notaio Baldi.

Margherita e’ una mia assidua cliente, purtroppo, affetta da attacchi di panico. Mi chiama spesso  e ancor più spesso viene a farmi visita allo studio. Il cuore in gola, il respiro affannoso, a volte quasi un rantolo, si precipita dentro e si butta di peso sul lettino.

Margherita  che sobbalza per ogni piccolo rumore, Margherita che in preda alla paura non riesce neanche ad emettere suoni che abbiano un senso compiuto. Chi e’ questa giovane donna? Quale storia si porta dentro? Quale dramma c’è, nascosto dietro i suoi piccoli occhiali rotondi? Quale violenza, sopruso, angheria può mai aver sopportato, una cosi fragile creatura?

Pieve Solinga vive in un eterno brusio, quasi fosse un alveare, strani rapporti nascono e finiscono tra i solinghi abitanti, e io ne sono l’involontario testimone, medico del corpo e dell’anima.

Il  professor Osvaldo Vanelli è uno dei tanti ad aver dato vita a tutta una serie di rapporti molto particolari, fin dal suo  primo giorno  a Pieve Solinga. La  sua  prima conquista e’ stata la matura signora Morelli, direttore, amministratore delegato, nonché sola agente immobiliare dell’ unica agenzia pievana.  Alta, prosperosa, ma soprattutto molto loquace, Giovanna Morelli era stata contattata, qualche mese prima del loro arrivo, dalla famiglia Vanelli, e più precisamente dal professor Osvaldo, poiché le loro ricerche di un possibile alloggio erano state  infruttuose, cosi Giovanna si era subito messa all’opera e aveva girato in lungo e in largo il borgo, fino a quando inaspettatamente qualcuno le aveva ricordato della villetta in fondo al viale alberato quasi al limitare del paese. Così avvenne che Osvaldo e Giovanna si trovarono la prima di tante altre volte in quella che divenne, anche se per poco, il luogo dei loro frenetici incontri amorosi, al termine dei quali il professore portava con se, fotografie particolareggiate dell’ampia cucina, del rifinitissimo bagno,e di quella stanza da letto da riarredare.

 Dal loro arrivo il professor Osvaldo ha collezionato già un paio di avventure, o come le chiama Linda con aria rassegnata, le sue piccole distrazioni . Osvaldo non nega mai, si limita  ad omettere quando ciò che fa potrebbe  creargli problemi, o a raccontare verità un tantino distorte, cosi da forgiare una parvenza di  normalità che giustifichi i suoi incontri, i pranzi saltati, le tante telefonate e i messaggi che intasano la memoria del suo cellulare. Sono trascorsi ormai sei mesi dal loro arrivo, e ogni mattina attraversando il viale per recarmi allo studio passo davanti alla villetta del signor preside e della sua bella moglie, e ogni mattina Linda passeggia tra gli abeti del giardino, triste, sempre più triste, lo sguardo perso dietro chissà quale sogno,  e a me sembra quasi stia scomparendo poco a poco, ogni giorno un po’ di più.

 Eppure e’ bella, intelligente, e sembra addirittura innamorata di quell’uomo quasi anziano, che ha sposato  ormai da dieci anni , un uomo che ha circa vent’anni più di lei, come avrà potuto mai scegliere un uomo così diverso da lei , uno cosi pieno di se, convinto di poter piacere a tutti, o meglio a tutte, un uomo che in qualsiasi discorso riesce a parlare di se, fosse anche un dibattito sull’ attuale governo, o una disquisizione su Platone,  il professor Osvaldo Vanelli, riesce a concentrare e a far cadere la disputa su di lui, nei suoi monologhi, c’e un infinito  IO, un egocentrico IO che annienta, umilia e distrugge chiunque.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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  Delusa, dalla delusione certa, 
dai manierismi immacolati
dalle immagini troppo comuni.
Ogni dipinto è molto meno di quanto
la natura stessa lasci vedere.
E se mi azzardo ad uscire fuori
dalla stanza, l’emozione lirica
è solo un'identità infranta.
- Ma cosa mai ci salta mente,
di fissare palpiti in poesia?
    Se tutto è solo
un nuovo espediente a caro prezzo
   e il quartetto per archi,
      l’alto sentire di Beethoven,
opera n. 132
   non può essere accolta.
E' solo utopia:
i grandi sono già stati, e così sia.
Nessuno li conosce più
 e non c’è tempo neanche
per potersi a loro ricongiungere.
L’orologio ormai ha il suo solito rumore
  è ordigno imponente 
contro il cuore
nel contemporaneo esistente,
con qualcosa in meno del virtuale.
   E non sappiamo più scappare nella libertà
perché tutte le battaglie sono una viltà:
  l'Eroe nella nera armatura, 
ha la lancia bassa,
      ma il crimine in compenso batte cassa.

Ah, la Vita  Nova!
    Ma è solo un’espressione stilnovistica.
           E i versi,          
   come... il trionfo dell’uomo e della vita?

Ah, Mondo,
dell’Inno di Honderlin,
senza il ricordo -dell’Evento-
            che impunemente calpesti ogni Domenica d’Avvento!

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Profilo Autore: Hera  

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Che io sia “strano” è risaputo. Che io lo sia sempre stato è assodato. Per questo non faccio apparire i miei difetti per quello che sono. Tanti, stupidi e banali, ma li cumulo tutti nella mia stranezza sperando si possano notare di meno. La cosa peggiore è che, forse, mi sono crogiolato troppo in essa  anziché correggermi. Avrei dovuto farlo fin da ragazzo, quando sentii la mia diversità dall’homus erectus normale. Spero di non essere frainteso. Gli istinti primordiali erano gli stessi ma quasi sempre non perseguivo gli stessi risultati degli altri. Me ne accorsi perché spesso ero dileggiato per il mio comportamento anomalo. Grazie alla solidità di una testa fieramente calabrese, non smarrii la mia via e proseguii indefesso e anche se la strada era piena di ostacoli, li superavo a modo mio nella speranza di consolidare il mio carattere. Anche con le donne ero strano, anzi proprio da loro partì il grido d’allarme che mi fece accorgere di come ero fatto. Andavo al mare, nella mia piccola e bella cittadina, ed avevo molte amicizie. Anch’io, diavoletto, le osservavo e non mi facevo scrupolo di essere osservatore attento. Cercavo sempre di immaginare cosa ci fosse dentro quei costumi ruvidi e accollati, sognando chissà quali paradisi. Ma, qui al Sud, era impensabile una presa di coscienza della cosa. Tutto problematico. Fratelli, cugini, fidanzati, non permettevano un approfondimento del problema. Mi restava sognare e…sbavare ! E fin qui tutto normale. Poi, un giorno, mi trovai ad andare a mare in una nota spiaggia del Nord. Li non c’erano costumi ruvidi o cosce pelose, anzi tutto era alla luce del sole perfettamente visibile, troppo visibile. Feci subito amicizie, in particolare con una biondina perfettamente abbronzata. Certo io non guardavo l’abbronzatura ma…. Bene, cioè male, mi pregò di seguirla nel baracchino a prendere il materassino da bagno. La seguii. Entrati che fummo per prima cosa si tolse il reggiseno e quindi si girò verso di me. A quel punto ero già soddisfatto perché avevo finalmente capito di qual e quanta massa possa essere pieno un costume da donna. Ma scappai quando capii che lei aveva la stessa curiosità verso di me. Eppure mi piaceva, oh come mi piaceva ! Si, compresi il mio atteggiamento fanciullesco, ma io sono così. Non fu nemmeno la mia unica disavventura ! Un amico all’università, prima di tornare per una breve vacanza in Calabria, mi affidò la sua ragazza, la dolce Susy ,per farle compagnia nei giorni della sua assenza. Era una ragazza bellissima e tranquilla almeno quando stava col fidanzato. Mi presi quell’incarico perché con gli amici non ci si tira mai indietro. Lei veniva da me o io da lei indifferentemente, facilitati dal fatto che avevamo gli appartamenti uno di fronte all’altro. Da subito fu evidente che gradiva la mia amicizia e le battute che la facevano ridere tanto, troppo direi. Fin quando un pomeriggio, scherzando scherzando, mi si buttò addosso cercando di baciarmi e nel contempo di aprirmi la cintura dei calzoni. Che avreste fatto al posto mio ?  Il viso del mio amico nella testa. Basta. Fuggii trascinandomela dietro fino alla porta di casa mia che aprii non senza qualche difficoltà e chiusi per un colpo di fortuna. Mi piantonò tutta la notte e fui fortunato ad aver il frigo pieno altrimenti sarei rimasto a digiuno. Un’altra volta mi capitò che, affacciandomi al balcone, diviso da una vetrata da quello di un inquilino vicino, conoscessi un alto rappresentante della pubblica amministrazione. Questi affacci  diventarono frequenti e simpatizzammo a tal punto che mi invitò da lui a cena. Viveva in quell’appartamento con la figlia, non bella ma neanche brutta, La moglie purtroppo era scomparsa da poco ed erano soli. A fine cena mise mano al portafogli da cui estrasse tre o quattro carte per altrettante sale cinematografiche che proiettavano in prima visione e mi pregò di accettarle a patto che ci portassi anche la figlia. Una ghiotta e bella occasione per vedere qualche bel film. Accettai, naturalmente e la figlia fu contentissima. Solo che…in cuor suo, forse, pensava che il padre mi avesse preso in affitto. Già dopo qualche giorno cominciò a strusciarsi addosso, a tenermi le mani durante le proiezioni e ad appoggiare il capo sulla mia spalla. Aveva fatto i conti senza l’oste ! A me non piaceva affatto e la portavo con me solo per la promessa che avevo fatto. Così le levai tutti i grilli dalla testa fin quando si trovò un ragazzo che la corteggiasse. Restammo comunque ottimi amici e spesso veniva da me a confidarmi le pene d’amore. Poi il fattaccio ! Una sera tornavo sfinito dai miei doveri, ero rintronato e ambivo soltanto ad una doccia e al letto ristoratore. Non avevo messo ancora la chiave nella toppa che lei, uscita da casa sua, mi prese per la mano e mi condusse da lei per ascoltare le news sulla sua telenovela. Sedemmo sul divano e cominciò a raccontare, un fiume di parole che avevano l’effetto di istupidirmi di più. Il tutto rigorosamente mano nella mano e distanze ravvicinate. Non so cosa mi prese,non certo passione o roba del genere, fatto sta che la baciai. Un bacio dolce e lungo. Oddio ero tanto stanco che mi stavo addormentando proprio allora. Preso coscienza di quanto accadeva mi alzai di scatto  e riparai a casa mia, non senza essermi passato l’avambraccio sulla bocca per pulirla.Pe4r fortuna quella storia non ebbe più seguito. Mai nessuna mi fece notare la mia stranezza ed io continuai a navigare per il mondo nel tentativo di capirci qualcosa. Per fortuna me lo fece capire la mia fidanzatina, ancorché più giovane di me ma con un caratterino…sveglio e riflessivo. Stavo con lei perché mi attraeva, non fisicamente ma per quello che riusciva a darmi in materia di ragionamento, di socialità. Infatti era l’unica donna che, sebbene rispettassi la sua giovane età, mi suscitava i desideri più folli, in poche parole, la voglia di stare con una donna e condividerla anima e corpo. Se ho avuto altre donne ? Beh…non sta bene dirlo, certo che da allora, qualsiasi donna si sia susseguita al mio fianco fu una donna intelligente, affascinante gradevole al dialogo, per apprezzare quello che c’era dentro. Esattamente come piace a me, non per il corpo ma per la testa. Che dite me le merito io ?
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Profilo Autore: Bronson  

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Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Come arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
In sua balia, iniziò, con me, a giocare, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Sul letto, con crescente passione, ci lasciammo cadere e, tra carezze e voluttuosi baci, ci cominciammo a dimenare.
La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove i capezzoli iniziai a bramare, intanto a non fermarmi mi invitava. Sempre di più il suo corpo volevo esplorare, arrivando così al regno dell'amore.
Il suo corpo eccitato rivelava il fervore ed in gemiti, si lasciava andare, mentre con la lingua continuavo a giocare, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, si volle sistemare, per meglio dettare i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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C'era una volta, svariati anni fa, da perdersi a memoria d'uomo, un bambino che si svegliò, di primo mattino e s'incamminò, con in mano un fagottino, dove aveva... messo dentro un panino, poiché già sapeva che, lungo la strada, avrebbe sentito i morsi della fame.
Di buon passo, uscì dalla città, arrivando a costeggiare il bosco, dove si trovava un profondo pozzo ed ivi si fermò, sedendosi a riposare e a consumare la propria colazione ma, in quel momento, udì la voce d'un fiore, che gli intimò:
"Se il tuo cammino, vuoi continuare, con l'acqua del pozzo, mi devi dissetare".
Allora il bimbo, senza dire una parola, ne prese un secchio e si accinse, con un mestolo, ad annaffiare il fiore che, per ringraziamento, gli suggerì:
"Caro bambino, se al cielo, vuoi arrivare, non usare i piedi, bensì il cuore".
Al che il piccolo gli sorrise beatamente e, nuovamente, il cammino suo intraprese.
Ma, come mosse il primo passo, s'aprì dinanzi a lui un candido portone, che conduceva al cielo.
Di nuvole, erano fatti i tanti gradini e, sotto il corrimano, piccoli Angeli, al posto dei piloni.
Si diresse spedito, per solcare il ponte dell'arcobaleno, poi più in alto, ad arrivare al sole ed oltre, fino a raggiungere il Paradiso dove, con un sorriso, si allontanavano i cattivi pensieri, affinché dare gioia al cuore.
Lassù, si trovò tra tanti bambini che, come lui, erano sognatori che, a casa, non sapevano restare poiché, con i loro sogni, fantasie, riuscivano a creare, che portavano loro a volare.
Ma un dolce sussurro arrivò, sibillino, all'orecchio del piccino.
Era la voce della mamma, che stava intonando ancora una dolce ninna nanna e quel suono melodico, che lo aveva fatto, dapprima, addormentare, lo strappò dal sogno, riportandolo alla vita reale, che non era poi così peggio del Paradiso quando, negli occhi della mamma, si poteva specchiare e, dal suo radioso sorriso, si lasciava incantare.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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