Solca con fierezza, dopo aver attraversato una serie di chiuse, le acque del fiume Brenta, un battello. Venezia attende. Percorre luoghi che s'affacciano fin su gli argini a troneggiare opulenza e bellezza caratteristiche della zona. L’eccitazione dei passeggeri è palese: turisti desiderosi di visitare e fotografare le ville, raro esempio di bellezza, costruite dai dogi per mostrare opulenza e frivolezza nelle feste. Si specchiano nel Brenta avvolto nella soffusa nebbia umida che circonda colonne e lesene. Una donna dall’aspetto elegante scruta con sguardo ansioso la riva. Villa Foscari è lì, in attesa di mostrarsi con tutto il suo fascinoso aspetto. Nulla per cui farsi notare, eppure quella donna, dal fare austero e riservato, emana un’aura accattivante, che rende la sua bellezza sconvolgente. Viso bianco, pallido, accompagnato da sottili e lucenti capelli rossi. Non parla con nessuno dei passeggeri del battello. Mark, seduto accanto all'oblò, rivolto verso il fiume, la osserva da molto: il fascino emanato è tale da catturare gli occhi e renderli fissi e vaghi. Voglia di avvicinarla, ma lo trattiene il riserbo e il desiderio continua nella sua discreta ammirazione. Il rollio dei motori pian piano s’affievolisce insieme al ribollio della melma sulla sponda dell'attracco: lentamente il battello accosta a riva. La villa si presenta nella sua magnificenza specchiandosi nel fiume. E' soprannominata “La Malcontenta”. Venne commissionata da Alvise e Nicolò Foscari ad Andrea Palladio e fu finita di costruire nell’anno 1555. Un blocco unico, costruito in mattoni in perfetto stile Veneziano e impreziosita da richiami che tendono al classico del IV e V secolo d.c. Un percorso cerimoniale conduce alle scale laterali per accedere alla villa che sorge su un alto basamento. Pietre scolpite, basi e capitelli decorati col marmorino, assumono un aspetto lapideo, ricordando antichi templi. Lo stile palladiano s'esalta nel suo neoclassicismo romano. Il salone interno si lascia ammirare con mitologici e allegorici affreschi che ricordano la storia di Astrea, figlia di Giove, lasciata sulla terra. Tra le colonne le raffigurazioni delle stagioni catturano gli sguardi degli stupefatti visitatori. Mark intanto, perso dall'ammirazione per la sua dama, non s'accorge che l’affascinante donna si è allontanata scomparendo all'interno delle stanze. Si scuote dal sogno e una sensazione impercettibile lo spinge alla sua ricerca. Percorre le stanze dai soffitti arcuati e si ferma osservando quella centrale a forma di croce: d'un tratto un flebile lamento proviene da dietro una parete adiacente. Mark tende l’orecchio cercando di individuarne la provenienza; il lamento simile a un pianto si fa sempre più intenso. Poggiando le mani alla parete per udire meglio, inavvertitamente esse muovono un candelabro appeso. Questo vecchio meccanismo d'apertura, spostato dal suo asse, fa ruotare una porticina su se stessa. Mark senza volerlo si ritrova in una stanza buia. Attonito e quasi non cosciente non si rende conto dove si trova. Pian piano gli occhi si abituano all'oscurità: istintivamente, voltandosi da un lato, vede la bellissima donna del battello che gli sorride tendendogli le braccia. “Finalmente sei qui, da tempo attendevo di sentire il tuo calore; fammi sentire la tua passione, il mio corpo geme in attesa di riassaporare il miele ambrato del tuo amore. Mark vieni, l’ansia sta distruggendo la mia anima e l’agonia del desiderio di te mi consuma”. Mark osserva e ascolta, ipnotizzato dalla soavità della voce, poi con un sussulto si dirige verso la donna. La bellezza è tale da farsi accogliere fra le braccia senza timori. Cerca le sue labbra affamate e si nutrono entrambi d’un bacio che li trascina verso lussuriosi nembi di passione incontrollata. “Non attendere oltre, il mio tempo è limitato, amami ora e sarò eternamente con te. E' molto che attendo, presto, sta per giungere la notte per condurmi via. Amami ora e per sempre. Un amplesso infuocato li avvinghia e s’addormentano stremati sul gran letto a baldacchino che dormiente li attende nella stanza, pronto ad accogliere le svelate nudità. Alba giunge. Voci stridule destano Mark dal sonno. Le braccia s'allungano cercando inutilmente la donna. La stanza s’illumina e un capannello di persone ridacchianti osservano le sue nudità esposte a pubblico ludibrio, mentre si ritrova in una stanza vuota dove volteggiano sospinte dal vento bianche tende alle alte finestre. Dov'è il tempo in questa avventura, dov'è la ragione e quando ciò è accaduto? Un guardiano chiama la sicurezza, qualcuno porge una giacca. Due poliziotti 'avvicinano... La scena successiva si descrive da sé. Mark riprende le sue facoltà e con un po' d'arguzia ritrovata racconta d'essere stato aggredito e rapinato da due persone che gli hanno fatto bere qualche miscuglio. Tra incertezze e dubbi, prevale la buona fede e l'inconsapevole attore viene riaccompagnato in albergo a Padova, meglio lasciar perdere beghe con ambasciate straniere. Doccia calda, colazione e tutto sembra essere a posto. Sì, ma quale posto? Siamo a Galzignano Terme, sui colli Euganei e la città è a un tiro di schioppo. Mark ancora non riesce a comprendere se quella donna fosse vera e se tutto quello che è accaduto rasenta il vero o cammina sulla pazzia. Un caffè italiano è d'obbligo, poi in auto noleggiata verso il capoluogo dei colli, alcune formalità da sbrigare in questura. Tra qualche giorno un volo da Verona per Berlino e tutto sarà dimenticato. In fondo la spregiudicatezza dell'essere giovani aiuta e vuoi mettere che soddisfazione raccontare quest'avventura italiana! Verde e storia tra passato e presente, forse è il caso di fermarsi a dare un occhiata ad Arquà Petrarca, borgo di impareggiabile bellezza e riposo del padre della letteratura italiana, Dante non avertene a male. Bei posti: un bicchiere di brodo di giuggiole in trattoria, una veloce salita verso la casa del Poeta, qualche scatto dal cellulare sulla pianura sottostante, un selfie e via verso Padova. La strada non è molto lunga, e tra curve varie, passata Battaglia Terme, Mark non fa a meno di notare sulla sua sinistra, arrampicato sul colle in salita, il castello del Catajo, vera e propria reggia talmente grande da avere moltissime stanze chiuse da secoli. “Scendi, scendi!” Diamine da dove spunta fuori questa voce. L'auto si ferma sul ciglio della strada, appoggiata sull'orlo d'un canale. La cinta di mura si stende in verticale, mentre parte del corpo del castello s'erge maestoso davanti, per poi portare l'occhio verso l'orizzonte boschivo. Un cancello aperto e un lungo viale. Ingresso e biglietto. Guida impeccabile con spiegazioni attente e descrittive. E la voce? Mark appare intontito, forse nemmeno vivo per comprendere. L'ala di destra del castello completamente chiusa. Buio, nessuna luce elettrica, mica si può pagare corrente per tutto questo maniero. Il freddo penetra nell'animo oltre a irrigidire il corpo. La vastità delle sale e la lunghezza della costruzione sono imponenti. Segue i mattoni facendo chiarore con il cellulare... Poi appare in fondo al corridoio una porta impolverata dal tempo. Mani sulla maniglia arrugginita ed essa non si muove. Ancora buio, dove sono? Si chiede in incoscienza cosciente Mark.
“Amore non mi vedi sono qui, davanti a te, alza lo sguardo” Occhi che non vedevano ora vedono, pulsa il cuore, batte l'orologio del cervello rintocchi di follia. Sudore, sudore gelido si mischia a bava languida d'insana passione. Le mani strappano vestiti, le virilità appaiono chiare e la ragione si nasconde nelle pieghe della sfrenata violenza della libido. Corpi rotolano assaporandosi in varie posizioni, scrutando i limiti del limite, ansimando e gemendo negli occhi degli amanti. Perversione dei veli dell'inferno, tra sangue e banchetti di umide voluttà. L'amplesso del fu diviene ritmico movimento dell'ora... ma non v'è tempo in questa stanza e l'ora ancora deve giungere. Infine il canto d'un barbagianni segna la fine dell'enfasi. Sfatto e tremante Mark si rannicchia raggomitolandosi su se stesso nell'inconscio della sua perversa notte. Buio e alba nascono e muoiono in un attimo, in un attimo si può esser folli o follemente saggi. Si dice che le storie si ripetano e un velo di verità si trova sempre nella tradizione raccontata. Ecco allora la figura del zelante custode che nota una porta aperta che non dovrebbe essere aperta, un uomo che non dovrebbe essere lì e una nudità che non ha scopo d'essere; insomma l'essere c'entra eccome in questa storia. Questura di Padova: “Ragazzo non mi sembra che la situazione per te sia buona, questa è la seconda volta che ti becchiamo nudo in giro per palazzi, una denuncia non te la leva nessuno, non dirai d'essere ancora stato aggredito? Queste aggressioni seriali persecutorie farebbero ridere qualsiasi magistrato. Ora o dici come stanno le cose, altrimenti un provvedimento d'espulsione non te lo leva nessuno insieme a una denuncia per atti osceni”.
Dormire nudi è osceno?, chissà come dorme il sovraintendente quando fa caldo a casa sua. Appunto a casa sua, non nelle stanze vuote di palazzi storici. Ma poi dove è finita la turista che sodomizza gli uomini?
“Uomini? Non diciamo cavolate, ascolta io non posso portare al magistrato di turno una simile storia, ne va della mia carriera, prendi le tue cose, entro due giorni sparisci e non farti vedere più in Italia, oltretutto sto omettendo una denuncia e questo è un reato. Ora levati dalla mia vista se no ti butto dalla finestra con le mie mani”.
Mark in fondo non è uno sciocco, nel suo italiano quasi perfetto ringrazia e firma il verbale, opportunamente edulcorato, e s'avvia a piedi all'uscita.
La via che attende alla scalinata guarda verso il giardino Botanico e nel girare a sinistra la Basilica del Santo termina lo sguardo con le sue cupole bizantino romaniche; ma Mark non è un credente molto convinto e arrivato alla svolta, prende la direzione che conduce a Prato della Valle, la piazza più grande d'Europa dopo la piazza Rossa a Mosca. Il pensiero non esiste e i neuroni cercano quell'immagine di peccato di quell'essere infernale che lo ha posseduto nel corpo e nello spirito. Certo non può sapere quello che diceva sulle donna Jacopone da Todi nelle sue laudi. Il medioevo è passato e il passato non torna e nemmeno le concezioni dettate dalle ragioni d'una sola volontà. Volontà, quella che non ha più, quella che gli è stata carpita insieme alla ratio. Queste cose non possono avere importanza, figuriamoci per Mark che è venuto in Italia per migliorare la lingua e per la sua passione per il bel Paese. Nel frattempo di questo ragionare teologico all'angolo della piazza, in direzione sud, appare un palazzo a due piani di proprietà di famiglia nobile che ospita la più famosa collezione di lanterne magiche del mondo. Tra il 1700 e l'800 rappresentavano il precinema della storia. Strumenti di rara bellezza, attraverso dei vetrini colorati, deliziavano con figure e situazioni dando la sensazione di compiere miracoli agli occhi esterrefatti degli uomini di quel tempo. Prenotare quel volo per Berlino è ora d'obbligo, non più fatua necessità. Prendere un caffè è sempre piacevole e poi servirà pur a qualcosa. Due porte adiacenti una per il ristoro, l'altra per il museo. Prima il ristoro. Accidenti ricominciamo, le gambe devono salire su per le scale rivestite di velluto rosso, dopo tre rampe abbastanza ripide s'accede alla sala grande. Decine di “lanterne magiche” esposte e mille e mille scatole di vetrini colorati e un'infinità di tele bianche per proiezioni. Un signore gentile dice che fra poco nella sala del cinema inizierà uno spettacolo con una di queste lanterne con l'uso di vetri dipinti risalenti al 1700... Lo spettacolo è molto particolare, oggi poi in via eccezionale si vedranno alcune proiezioni un po' “spinte”. Un vero e proprio filmino hard antidiluviano d'epoca. Costo solo 5 euro. Inutile dire che Mark siede in prima fila. Luci spente e via con questa proiezione. Appare una donna, sembra avere dei capelli fini di color rosso, un velo copre il corpo. La scena ha sullo sfondo i contorni d'una stanza vuota. Via ora un altro vetrino: un giovane senza vestiti appare in tutta la sua virilità, il resto vien da sé. Via uno e dentro un altro i vetrini ansimanti fanno il loro dovere. Però da un attento sguardo quel giovane pare di conoscerlo. Certo è Mark, senza ombra di dubbio è Mark. Gli occhi si strabuzzano figuriamoci a chi si riconosce in quei vetri dipinti, scherziamo? No, tant'è vero che le ore passano e nessuno va via. Ma se l'unico spettatore è lui. Appunto la lussuria e il mistero pervadono indissolubilmente l'animo di questo ragazzo, la vostra no, mi raccomando, poi non avete pagato nemmeno il biglietto e non vi si può mica dire tutto. Questa volta nessuno, a parte i vetrini, rimane nudo e nessuno ha percepito gemiti perché essi si potevano sentire solo nella mente di Mark. Una strana soddisfazione virile accompagna: sarà dolce follia o ingenua frivolezza? Chiunque avrebbe rasentato l'orlo d'un precipizio, lui no, vive lasciandosi trasportare dalla storia, lasciando che una bruma leggera salga dall'acqua della sua passione. Gli eventi per una volta non sono scritti e descritti, vivono con lui, lo seguono nell'evolversi della sua storia, si intrecciano con la sua vita e lo sospingono dove non esiste sapere. Prenotazione in agenzia per il giovedì seguente. Un giorno di tempo per comprendere, per apprendere.
“C'è un'offerta per il Burchiello, è un battello che attraversa i canali e poi seguendo il fiume Brenta porta alla laguna di Venezia, le interessa? E una bella esperienza e poi si possono visitare le ville lungo gli argini, sono molto belle. Il suo volo parte dopodomani, perché non ne approfitta?”
Lo sguardo va oltre il computer: una ragazza con un viso chiaro e dei capelli rossi sorride con un'eleganza non naturale.
“Domani non lavoro qui in agenzia, potremmo andare insieme, adoro il fiume e quel battello, quando posso lo prendo sempre... Sei un bel ragazzo sai. Io sono Elosie e tu come ti chiami?
2 commenti
S'aprirono cadenti luminose foglie di pensieri
sul viale che conduceva al bosco dei desideri perduti.
Una serie di piccole statue di marmo sorvegliava il sentiero.
Accarezzavo a ogni passo la luce che si insinuava tra gli arbusti
colpendo i miei occhi, che da molto tempo d'essa erano privi.
Proseguivo nel buio della mia anima, l'istinto mi portava lontano.
Non avevo bisogno di visioni per comprendere, a stento comprendevo i perché generati dai dubbi.
Nel dubbio vivevo ascoltando le melodie provenienti dai rami penduli e dalle cime di vecchi e storpi alberi.
I suoi capelli si allungavano verso di me, lasciandomi profumi mai sopiti nel mio immaginario, spento dagli echi delle ragnatele del tempo.
Alcuni sassolini procedevano a balzelloni accanto, mentre i piedi scalciavano quel che restava della vita.
Ogni tanto salivano scricchiolii dai rametti che si spezzavano
al mio passare. Quei rumori tenevano sveglio il cuore, impedendogli di addormentarsi.
Eppure era quello che avrei voluto fare. Sì, addormentarmi in quell'eden misterioso che rappresentava il mio mondo; avrei voluto abbracciare i muschiosi umori dei funghi che spuntavano ribelli dal sottobosco.
Sentivo ancora il profumo di castagne e l'aria umida del mattino che penetrava nel corpo rilasciando nuvole di vaporosa voluttà.
La strada saliva e il fiato riportava alla mente la non più giovane età; ma io sentivo di dover andare avanti, non potevo abbandonare quell'estasi di tristezza.
Tristemente dolce m'appariva il giorno nel suo intercedere con i capricci della notte. Chissà forse ero notte anch'io.
Una notte senza fine che dal mare mi aveva trasportato in vette di cui non
conoscevo ragioni.
La pazzia dell'essere cosciente donava un senso d'ebrezza che l'altitudine contribuiva ad aumentare.
Al di là dei segnati passi s'apriva al guardare una valle di fiori e betulle, di frutti e bacche, d'uva e di mosto, di miele e di passione.
Mi chiedevo se mai avessi potuto capire; nel far ciò cercavo le mie mani.
Non vedevo, non potevo vedere dove esse fossero, percepivo però il loro calore come se non fossero le mie. Il freddo aveva congelato i burattini che dormivano in me ed essi avevano spezzato i fili che li legavano.
Ora li vedevo corre giù per i monti, vivi più che mai, morti come non mai, inermi e pulsanti al tempo stesso. Mie creature, distanti, vecchie, sgualcite, intimorite e infine dimenticate nei dirupi degli errori. Forse avrei voluto fermare quella corsa lenta, forse avrei voluto parlare alle tue paure.
Come mai avrei potuto discorrere non conoscendo i verbi che forgiavano le verità: come avrei potuto ancora chiamarti per nome. Sì, nome, era questa la parola che mi inseguiva, che non permetteva all'essere di pulsare.
Dove erano le ore, la mia clessidra non funzionava: la sabbia era consunta dalle sconfitte.
Il tramonto voltava la luce sul bosco dei desideri, le mie paure s'addolcivano insieme ai toni del cielo.
Sarebbe scesa quella notte cercata sopra il carro del mio destino. Cosa importava oramai, tutto era fiaba, io ero fiaba.
Quella fiaba letta al caldo d'un atavico e ancestrale fuoco.
Fuoco spento d'arsure roventi, fuoco che accendeva il riflesso del mormorio del finire, fuoco che ancora una volta si specchiava nei tuoi occhi accecando per sempre la mia solinga volontà.
Prendimi con te notte dei tempi, in un tempo che non è il mio. In un tempo che non dà tempo al telaio dell'inganno d'esser vita. Un tempo che soffia inesorabile sulla fiamma del nulla, lasciando che il nulla divenga tutto in una notte di rugiada e grilli.
sul viale che conduceva al bosco dei desideri perduti.
Una serie di piccole statue di marmo sorvegliava il sentiero.
Accarezzavo a ogni passo la luce che si insinuava tra gli arbusti
colpendo i miei occhi, che da molto tempo d'essa erano privi.
Proseguivo nel buio della mia anima, l'istinto mi portava lontano.
Non avevo bisogno di visioni per comprendere, a stento comprendevo i perché generati dai dubbi.
Nel dubbio vivevo ascoltando le melodie provenienti dai rami penduli e dalle cime di vecchi e storpi alberi.
I suoi capelli si allungavano verso di me, lasciandomi profumi mai sopiti nel mio immaginario, spento dagli echi delle ragnatele del tempo.
Alcuni sassolini procedevano a balzelloni accanto, mentre i piedi scalciavano quel che restava della vita.
Ogni tanto salivano scricchiolii dai rametti che si spezzavano
al mio passare. Quei rumori tenevano sveglio il cuore, impedendogli di addormentarsi.
Eppure era quello che avrei voluto fare. Sì, addormentarmi in quell'eden misterioso che rappresentava il mio mondo; avrei voluto abbracciare i muschiosi umori dei funghi che spuntavano ribelli dal sottobosco.
Sentivo ancora il profumo di castagne e l'aria umida del mattino che penetrava nel corpo rilasciando nuvole di vaporosa voluttà.
La strada saliva e il fiato riportava alla mente la non più giovane età; ma io sentivo di dover andare avanti, non potevo abbandonare quell'estasi di tristezza.
Tristemente dolce m'appariva il giorno nel suo intercedere con i capricci della notte. Chissà forse ero notte anch'io.
Una notte senza fine che dal mare mi aveva trasportato in vette di cui non
conoscevo ragioni.
La pazzia dell'essere cosciente donava un senso d'ebrezza che l'altitudine contribuiva ad aumentare.
Al di là dei segnati passi s'apriva al guardare una valle di fiori e betulle, di frutti e bacche, d'uva e di mosto, di miele e di passione.
Mi chiedevo se mai avessi potuto capire; nel far ciò cercavo le mie mani.
Non vedevo, non potevo vedere dove esse fossero, percepivo però il loro calore come se non fossero le mie. Il freddo aveva congelato i burattini che dormivano in me ed essi avevano spezzato i fili che li legavano.
Ora li vedevo corre giù per i monti, vivi più che mai, morti come non mai, inermi e pulsanti al tempo stesso. Mie creature, distanti, vecchie, sgualcite, intimorite e infine dimenticate nei dirupi degli errori. Forse avrei voluto fermare quella corsa lenta, forse avrei voluto parlare alle tue paure.
Come mai avrei potuto discorrere non conoscendo i verbi che forgiavano le verità: come avrei potuto ancora chiamarti per nome. Sì, nome, era questa la parola che mi inseguiva, che non permetteva all'essere di pulsare.
Dove erano le ore, la mia clessidra non funzionava: la sabbia era consunta dalle sconfitte.
Il tramonto voltava la luce sul bosco dei desideri, le mie paure s'addolcivano insieme ai toni del cielo.
Sarebbe scesa quella notte cercata sopra il carro del mio destino. Cosa importava oramai, tutto era fiaba, io ero fiaba.
Quella fiaba letta al caldo d'un atavico e ancestrale fuoco.
Fuoco spento d'arsure roventi, fuoco che accendeva il riflesso del mormorio del finire, fuoco che ancora una volta si specchiava nei tuoi occhi accecando per sempre la mia solinga volontà.
Prendimi con te notte dei tempi, in un tempo che non è il mio. In un tempo che non dà tempo al telaio dell'inganno d'esser vita. Un tempo che soffia inesorabile sulla fiamma del nulla, lasciando che il nulla divenga tutto in una notte di rugiada e grilli.
E' vero che si piange per niente,quando in un bel momento tutto quello che hai messo nella tua carne e nella tua mente evapora condensandosi lentamente come il ricordo sfumato di un bel sogno.
Ma è anche vero che la tua coscienza quando sogna si comporta come un attore
e in quella notte dovrai essere buono o cattivo,coraggioso o vigliacco.
Dovrai vedere quello che non volevi,avere e perdere tutto.
Per non parlare dei sogni dimenticati,quelli in cui sai che è successo qualcosa di epico ma non te lo ricordi.Si,ti passa un brivido mentre sei davanti allo specchio o ti allacci le scarpe ma è solo un bisbiglio che si porta via il vento.
Questo però è un racconto masterizzato cioè scritto per essere sognato,poiche solo con il sogno (e quindi distaccato dalla propria vita reale) puoi entrare nelle emozioni e nella testa di altre persone.Perchè nella veglia la ragione,per il tuo bene,ti impedisce di allontanarti dai confini del tuo conosciuto.
IL SOGNO
Dopo 60 km di autobus erano arrivati.
Una suora e un bambino si tenevano per mano passeggiando tra le giostre,come fossero madre e figlio,e in effetti lo sembravano davvero perchè Lei era in borghese con un vestito chiaro.
Quando trovava qualcosa che gli piacesse il piccolo la fermava e alzava il braccio,lei faceva il biglietto e lo accompagnava per l'inizio della sua avventura,e come una vera mamma quando svolazzava su quelle macchine con una mano lo salutava e con l'altra si teneva il cuore.
Erano passate le dodici quando si rimisero in cammino.Dopo una curva all'improvviso l'orizzonte fu tutto azzurro.Si fermarono.
Lei lo guardò ed esclamò: -Ti presento il mare -.
Lo scriccioletto col costumino partiva e ritornava dalla donna saltando e gridando: -E' Bello.E' Bello ! -Per poi riavvicinarsi alle onde che battevano la spiaggia.Quando fu sazio dei suoi giochi gli si sdraiò accanto con la testa sul suo petto e gli occhi nei suoi.Il riso sfrenato si ammorbidì in un sorriso di felicità mai provata.
Puo sembrare strano ma quando si hanno cinque anni un giorno da figlio è la cosa più preziosa che si puo chiedere,e lui le aveva chiesto di essere sua madre non una suora.
Lei aveva capito che quella promessa era da mantenere,anche se le sue braccia nude,le gambe e i capelli accarezzati dal vento le sembravano un salto nel vuoto nel suo spirito la gioa di essere una madre per un giorno le aveva reso più serena quella forzatura.
Ma intanto per far si che non se ne scordasse quella stessa mattina il bimbo si era arrampicato su una sedia sotto la finestra del suo ufficio mimando con l'indice e il medio una camminata scatenandole così una gioiosa risata.Mentre tutti e due ridevano,divisi dal vetro,le due suore nella stanza che le avevano chiesto udienza e impossibilitate a vedere fuori pensavano che forse di lì a poco si sarebbe reso disponibile un posto da Madre Superiora.
E' quasi giorno e il sogno o gli anni sono giunti lontano.
Lo scriccioleto di un tempo teneva per mano sua moglie,la suora un bambino.
La donna aprì le braccia e il piccolo lasciando la mano della Madre Superiora le corse incontro.Anche Lui,dopo un sorriso e una carezza se lo prese in braccio e con la voce rotta dalla commozione gli chiese ad alta voce - Andiamo al Mare ? - mentre la sua Mamma per un giorno stava allontanandosi con le sue lacrime.
Ma è anche vero che la tua coscienza quando sogna si comporta come un attore
e in quella notte dovrai essere buono o cattivo,coraggioso o vigliacco.
Dovrai vedere quello che non volevi,avere e perdere tutto.
Per non parlare dei sogni dimenticati,quelli in cui sai che è successo qualcosa di epico ma non te lo ricordi.Si,ti passa un brivido mentre sei davanti allo specchio o ti allacci le scarpe ma è solo un bisbiglio che si porta via il vento.
Questo però è un racconto masterizzato cioè scritto per essere sognato,poiche solo con il sogno (e quindi distaccato dalla propria vita reale) puoi entrare nelle emozioni e nella testa di altre persone.Perchè nella veglia la ragione,per il tuo bene,ti impedisce di allontanarti dai confini del tuo conosciuto.
IL SOGNO
Dopo 60 km di autobus erano arrivati.
Una suora e un bambino si tenevano per mano passeggiando tra le giostre,come fossero madre e figlio,e in effetti lo sembravano davvero perchè Lei era in borghese con un vestito chiaro.
Quando trovava qualcosa che gli piacesse il piccolo la fermava e alzava il braccio,lei faceva il biglietto e lo accompagnava per l'inizio della sua avventura,e come una vera mamma quando svolazzava su quelle macchine con una mano lo salutava e con l'altra si teneva il cuore.
Erano passate le dodici quando si rimisero in cammino.Dopo una curva all'improvviso l'orizzonte fu tutto azzurro.Si fermarono.
Lei lo guardò ed esclamò: -Ti presento il mare -.
Lo scriccioletto col costumino partiva e ritornava dalla donna saltando e gridando: -E' Bello.E' Bello ! -Per poi riavvicinarsi alle onde che battevano la spiaggia.Quando fu sazio dei suoi giochi gli si sdraiò accanto con la testa sul suo petto e gli occhi nei suoi.Il riso sfrenato si ammorbidì in un sorriso di felicità mai provata.
Puo sembrare strano ma quando si hanno cinque anni un giorno da figlio è la cosa più preziosa che si puo chiedere,e lui le aveva chiesto di essere sua madre non una suora.
Lei aveva capito che quella promessa era da mantenere,anche se le sue braccia nude,le gambe e i capelli accarezzati dal vento le sembravano un salto nel vuoto nel suo spirito la gioa di essere una madre per un giorno le aveva reso più serena quella forzatura.
Ma intanto per far si che non se ne scordasse quella stessa mattina il bimbo si era arrampicato su una sedia sotto la finestra del suo ufficio mimando con l'indice e il medio una camminata scatenandole così una gioiosa risata.Mentre tutti e due ridevano,divisi dal vetro,le due suore nella stanza che le avevano chiesto udienza e impossibilitate a vedere fuori pensavano che forse di lì a poco si sarebbe reso disponibile un posto da Madre Superiora.
E' quasi giorno e il sogno o gli anni sono giunti lontano.
Lo scriccioleto di un tempo teneva per mano sua moglie,la suora un bambino.
La donna aprì le braccia e il piccolo lasciando la mano della Madre Superiora le corse incontro.Anche Lui,dopo un sorriso e una carezza se lo prese in braccio e con la voce rotta dalla commozione gli chiese ad alta voce - Andiamo al Mare ? - mentre la sua Mamma per un giorno stava allontanandosi con le sue lacrime.
Sala grande dell'inTronato.
Interno rivestito di Pellet rossi e cotillons con le cotiche.
Scena prima.
Entra il Re Zaurro e la regina Citronella.
Alzatevi zotici e formaggiate la coppia reale.
Il regista da cenno di lanciare caciotte e caciocavalli.
Tutti si alzano dallo stallo e si mettono in piedi formando appunto un piedistallo
che sa di stalla.
“Via con lo stallattico essiccato prelevato dalle stelle delle farse”
Urla l'aiuto regista.
Deiezioni da comparse che hanno fatto colazione con i Pan di Stelle al cacao.
La scena pare buona.
Ciak 1 avanzi di galera il Re.
Zaurro avanza nel merdificio artificioso con regale snoccoleria,
la regina lo segue con scettro di Scottex Texano all'essenza di Assenza.
Discorso programmato come da copione incallito incarnito.
“IO, abbiamo venuto a voi in compagnia di IO, per dirvi miei cari sudici sudditi, che IO abbiamo deciso di regnare con il consenso di IO nonostante il vostro dissenso al mio assenso. Comprendo la gioia di IO e compiaccio IO di questa elevazione.
La sposa qui presente di IO sarà la vostra regina insieme a IO che sarò un re imparzialmente parzialmente diviso per cariche e gradi: quindi nomino IO nei seguenti nomi da eleggere senza elezione elettiva o consultiva.
Al ministero dei bagordi: Ertramvato 2.
Al ministero per i rapporti non protetti: Hosvald Junior Senior Mc Wolf.
Al ministero della pubblica distruzione: Edipolo Adiposo Chips.
Al ministero dei trasportati defunti: Giordano Maria Antonietto Pussy Pussy.
Al ministero delle fregature: Mastrologo Sperimentato Ammaliato.
Al ministero dell'ambiente saturo: Saturnino Giangiulio 2
Al ministero dell'esterno: Infrattato di Ripamerdosa
Al ministero della Salute Pubblica Mia: Ingegnoso Aliberto Andrea Giuseppe PierBelisario.
Al ministero delle infraditostrutturate: Pia Algisa Maregiatta Magda Borletti.
Al ministero dei misteri: Salamino Salamone Enrico Ulrico di Nostradamola.
Sottosegretario generale per il Parlacollo: Ladovia Lodofica
Sottosegretario dei sottosegretari: Mena Mona Pina Labona.
Portavoce del governo: Me Io Medesimo Stesso Immedesimato In Mestesso di Ntrama Corta.
“E ora dopo l'elencazione dell'elenco dei nomi sopra elencati dichiaro nominati ed eletto Io che sarei noi medesimo col nome di Zaurro Gran Zaurro del regno dei Zaurri”
Applausi finti registrati in playback
Clap... clap... clap... clap... clap...
“Benissimo possiamo alla scena successiva”
Ciak 2 buona si gira.
Interno rosa con patatine rosolate in olio di colza.
Palco degli osceni inquadrato.
Scena prima, atto primo senza profilAttico.
“Oh mia amata sposa ora siamo IO soli con noi e ti possiamo IO abbracciare. Finalmente IO abbiamo raggiunto il potere desolato ma non assolato, possiamo IO ritirarci nelle camere e copulare il binomio in atto unico di farsa salsata con viagrante antipesto di melma”
“Sì mio spusso mi addiverrò insieme a IO, sarò il tuo oliere di sfiducia,
sarò la tua ninfa sugli scoglioni degli Aculei, sarò una discarica fiume
nel suggere il tuo olezzo ribrezzo di merLuzzo. Amami ma Amami come sai amare IO e ti seguiterò come una rintintonita acronima della acronimo anonimo. Sarò brezza del cesso, sarò bitume del fango, sarò scarto industriale, sarò Sara l'amara come un'aranciandata mercanteggiata.
Insomma facendo la somma saremo un popollo unito e unico nella sua unicità con la sua disgiunta molteplicità univoca. Saremo tutto un tuttuno come la vecchia orchestra di Gino Patruno a Porcobello night.
Per farla lunga faremo quello che “cazzo” ci pare.
“Mia sgradita consorte di IO come sparlate bene insieme a IO, siete degna compare di IO che ho ancora bisogno di un sogno d'Edipo che è meglio che non dico. IO possiamo essere soddisfatti di come abbiamo trombamarinato tutti con i ciufoli zufoloni da IO inventati. Ora rechiamci orsa nella reggia
e reggiamo il moccolo del brutto anatroccolo e che si dia giro alla “Trozzola Reale”.
Nuovo applauso degli astanti compassati in comparse con grida di giubileo.
Esterno giorno.
Porcheggio esterno al teatro.
Un ausiliare del traffico multa le molte vipcar dei vip che se ne impipp.
“Astronzo, sono il regista della farsa e le auto sono di IO e dei miei amici, non puoi multarle (Astronzo è il nome dell'ausiliario non coadiuvato da alcuno)”.
“AnZaurro regista Re, tanto ho capito che sei solo te, levate de torno che IO lavoro e nun c'ho da perde tempo”
“Maleducato zoticone porta rispetto per IO, te faccio licenziare”
“A coso mo m'hai rotto veramente faffanculizzati un po' più in là che noi se semo rotti de sti registi de merda”
Pubblicità Regredita
“Per le pieghe indesiderate regalate “STIROTUTT” il sigillone adatto anche per un gran culone... lo troverete nelle migliori drogherie per astinenti”
Esterno notte
Cala il sipario: tutti sono andati via, le maestranze non hanno potuto dimostrare, la comparse non sono comparse e le farse non sono mai apparse.
“Dorme il mondo, dorme l'intelletto tutti in fila per andare a letto”
Grazie a non vederci più alla prossima rappresentazione.
Questa è una satira sociale sulla realtà...
Interno rivestito di Pellet rossi e cotillons con le cotiche.
Scena prima.
Entra il Re Zaurro e la regina Citronella.
Alzatevi zotici e formaggiate la coppia reale.
Il regista da cenno di lanciare caciotte e caciocavalli.
Tutti si alzano dallo stallo e si mettono in piedi formando appunto un piedistallo
che sa di stalla.
“Via con lo stallattico essiccato prelevato dalle stelle delle farse”
Urla l'aiuto regista.
Deiezioni da comparse che hanno fatto colazione con i Pan di Stelle al cacao.
La scena pare buona.
Ciak 1 avanzi di galera il Re.
Zaurro avanza nel merdificio artificioso con regale snoccoleria,
la regina lo segue con scettro di Scottex Texano all'essenza di Assenza.
Discorso programmato come da copione incallito incarnito.
“IO, abbiamo venuto a voi in compagnia di IO, per dirvi miei cari sudici sudditi, che IO abbiamo deciso di regnare con il consenso di IO nonostante il vostro dissenso al mio assenso. Comprendo la gioia di IO e compiaccio IO di questa elevazione.
La sposa qui presente di IO sarà la vostra regina insieme a IO che sarò un re imparzialmente parzialmente diviso per cariche e gradi: quindi nomino IO nei seguenti nomi da eleggere senza elezione elettiva o consultiva.
Al ministero dei bagordi: Ertramvato 2.
Al ministero per i rapporti non protetti: Hosvald Junior Senior Mc Wolf.
Al ministero della pubblica distruzione: Edipolo Adiposo Chips.
Al ministero dei trasportati defunti: Giordano Maria Antonietto Pussy Pussy.
Al ministero delle fregature: Mastrologo Sperimentato Ammaliato.
Al ministero dell'ambiente saturo: Saturnino Giangiulio 2
Al ministero dell'esterno: Infrattato di Ripamerdosa
Al ministero della Salute Pubblica Mia: Ingegnoso Aliberto Andrea Giuseppe PierBelisario.
Al ministero delle infraditostrutturate: Pia Algisa Maregiatta Magda Borletti.
Al ministero dei misteri: Salamino Salamone Enrico Ulrico di Nostradamola.
Sottosegretario generale per il Parlacollo: Ladovia Lodofica
Sottosegretario dei sottosegretari: Mena Mona Pina Labona.
Portavoce del governo: Me Io Medesimo Stesso Immedesimato In Mestesso di Ntrama Corta.
“E ora dopo l'elencazione dell'elenco dei nomi sopra elencati dichiaro nominati ed eletto Io che sarei noi medesimo col nome di Zaurro Gran Zaurro del regno dei Zaurri”
Applausi finti registrati in playback
Clap... clap... clap... clap... clap...
“Benissimo possiamo alla scena successiva”
Ciak 2 buona si gira.
Interno rosa con patatine rosolate in olio di colza.
Palco degli osceni inquadrato.
Scena prima, atto primo senza profilAttico.
“Oh mia amata sposa ora siamo IO soli con noi e ti possiamo IO abbracciare. Finalmente IO abbiamo raggiunto il potere desolato ma non assolato, possiamo IO ritirarci nelle camere e copulare il binomio in atto unico di farsa salsata con viagrante antipesto di melma”
“Sì mio spusso mi addiverrò insieme a IO, sarò il tuo oliere di sfiducia,
sarò la tua ninfa sugli scoglioni degli Aculei, sarò una discarica fiume
nel suggere il tuo olezzo ribrezzo di merLuzzo. Amami ma Amami come sai amare IO e ti seguiterò come una rintintonita acronima della acronimo anonimo. Sarò brezza del cesso, sarò bitume del fango, sarò scarto industriale, sarò Sara l'amara come un'aranciandata mercanteggiata.
Insomma facendo la somma saremo un popollo unito e unico nella sua unicità con la sua disgiunta molteplicità univoca. Saremo tutto un tuttuno come la vecchia orchestra di Gino Patruno a Porcobello night.
Per farla lunga faremo quello che “cazzo” ci pare.
“Mia sgradita consorte di IO come sparlate bene insieme a IO, siete degna compare di IO che ho ancora bisogno di un sogno d'Edipo che è meglio che non dico. IO possiamo essere soddisfatti di come abbiamo trombamarinato tutti con i ciufoli zufoloni da IO inventati. Ora rechiamci orsa nella reggia
e reggiamo il moccolo del brutto anatroccolo e che si dia giro alla “Trozzola Reale”.
Nuovo applauso degli astanti compassati in comparse con grida di giubileo.
Esterno giorno.
Porcheggio esterno al teatro.
Un ausiliare del traffico multa le molte vipcar dei vip che se ne impipp.
“Astronzo, sono il regista della farsa e le auto sono di IO e dei miei amici, non puoi multarle (Astronzo è il nome dell'ausiliario non coadiuvato da alcuno)”.
“AnZaurro regista Re, tanto ho capito che sei solo te, levate de torno che IO lavoro e nun c'ho da perde tempo”
“Maleducato zoticone porta rispetto per IO, te faccio licenziare”
“A coso mo m'hai rotto veramente faffanculizzati un po' più in là che noi se semo rotti de sti registi de merda”
Pubblicità Regredita
“Per le pieghe indesiderate regalate “STIROTUTT” il sigillone adatto anche per un gran culone... lo troverete nelle migliori drogherie per astinenti”
Esterno notte
Cala il sipario: tutti sono andati via, le maestranze non hanno potuto dimostrare, la comparse non sono comparse e le farse non sono mai apparse.
“Dorme il mondo, dorme l'intelletto tutti in fila per andare a letto”
Grazie a non vederci più alla prossima rappresentazione.
Questa è una satira sociale sulla realtà...
Nel deserto nero del mondo inesistente, investiti da una violenta tempesta di sabbia, alcuni uomini arrancavano stentati movimenti. Procedevano uno a uno in fila indiana: indosso un cappuccio nero a celare la loro falsità dall'aggressione del tempo infausto. La strada era lunga: a ogni passo compiuto dal loro stomaco uscivano fuori putride frattaglie. Non avendo altro con cui sfamarsi, pur di arrivare alla meta vivi, ognuno mangiava i resti di chi lo precedeva. Durante il cammino tutti intonavano una canzone evocativa per svegliare i morti dall'eterno sonno ed essi adirati ghermivano inesorabilmente le anime più deboli. In questo modo ognuno sperava di arrivare primo e solo alla meta finale. Dopo giorni di peregrinazione arrivarono a un castello: era il regno dei Falsi Ideali, dove li attendeva il Re Fatuo. La salita che portava all’ingresso della reggia era irta e pericolosa. Molti, nel tentativo di prevaricarsi l'un l'altro, cominciarono ad azzannarsi e a mangiarsi. Uno solo arrivò alla meta. Questi, dopo aver messo piede sulla soglia del maniero, si voltò indietro per essere sicuro di essere rimasto l’unico: alle sue spalle vi era il nulla, nemmeno un rivolo di sangue o frammenti umani si scorgeva. “L'uomo rimasto solo, interrogando se stesso, comprese allora d’essere sempre stato solo”. Preso dalla paura bussò con violenza alla porta. Il Re Fatuo lo fece entrare e lo invitò a sedersi a una grande tavola imbandita . Stanco e affamato il viaggiatore, soddisfatto d’aver finalmente raggiunto il suo sogno, s'accomodò e i servitori cominciarono a servire le pietanze: come prima portata fu servita l’invidia, seguita dalla perfidia poi venne il turno dell’accidia e per ultimo venne offerto un dolce che aveva come ingredienti tutti i restanti mali del mondo. L’uomo rimasto sorpreso da tali pietanze chiese al Re come mai gli avesse servito una tale cena, facendogli notare che egli aveva fame di gloria, fortuna, denaro e di tutte le gioie e i piaceri della vita: aveva percorso tanta strada per godere di tutti i privilegi possibili. Questo era quello che in terra aveva promesso un giorno l'indovino Nefasto, sceso dal monte dei Sospiri per parlare agli uomini; quindi quel pasto non poteva averlo di certo saziato. Il Re si alzò dal trono e gli disse: “finora ti sei sempre saziato con il male, ora non ti soddisfa più? D’ora in avanti quello che ti è stato servito oggi sarà quello che dovrai mangiare per il resto della tua vita”. Pronunciate queste parole il Re Fatuo svanì insieme a tutto il resto e l’uomo d'improvviso si ritrovò seduto nel nulla. Quel nulla che lui stesso aveva creato, senza mai averlo saputo.
Ai miei tempi, (sono nata negli anni cinquanta)noi bambini giocavamo con giocattoli improvvisati. Chi non ricorda il gioco della campana, (io la chiamavo "settimana"), acchiapparello, nascondino. Quanto eravamo belli quando giocavamo alle belle statuine! Partiva un'allegra filastrocca: "siam le belle statuine, uno, due e tre." Al termine ognuno rimaneva in una posizione diversa e poi veniva premiata la statuina più bella. Altro che selfie, oserei dire! Spesso aiutati dalla fantasia esploravamo posti incantati. Un ponte levatoio ci separava da un castello misterioso in cui, a seconda delle proprie paure, c'era chi ci incontrava mostri, chi fate, chi gnomi e chi folletti. Io sognavo (a dire il vero non ho mai smesso di farlo), di possedere una bacchetta magica. Non volevo la solita lampada di Aladino: quella che esaudisce solo tre desideri. Io volevo la bacchetta magica, perchè è solo con quella che ti senti davvero invincibile: puoi usarla quando vuoi e poi non devi neanche perdere tempo a ricaricarla. Ai miei tempi eravamo sempre in movimento, perennemente sporchi, sudati e felici. La maestra, l'insegnante, i professori godevano di grande rispetto da parte degli alunni e se malauguratamente uno di noi faceva 'o cattivo, gli insegnanti chiamavano i genitori e llà erano mazzate. Ma non finiva lì perchè i nostri cari mamma e papà, una volta giunti a casa ci davano pure il resto. A gennaio del 1977 nacque il primo televisore a colori e quella fu per tutti una grande conquista. 'A signora d'ô piano 'e sotto, tutta eccitata ci teneva a mostrare a tutti il suo apparecchio: "Signò venite...'a televisiona mia tene 'e culure troppo belle, venite a vedè...guardate!" E poi c'erano le botteguccie dove si vendevano 'e bbarchetelle 'e liquirizia e tante altre leccornie. Con cinque lire ti riempivi le mani, le tasche e gli occhi. Noi ragazzi le "accocchiavamo" in un foglio di carta bianco e le dividevamo. A volte c'è n'era una dispari e per quella facevamo il tocco. "Amblimblò e la lince e la lancia, quanti fiori ci sono in Francia..."C'era una botteguccia all'angolo che vendeva 'nu poco 'e tutto. Noi la chiamavamo 'a puteca d'â sprucida" perchè la padrona quando ci vedeva arrivare faceva 'a faccia tutta storta e addeventata brutta brutta. Nuje 'nu poco 'a sucutaveme però! Spesso, un po' per gioco e un po' perchè nun teneveme 'e sorde, andavamo nella "puteca" a fregarci le gomme e le caramelle colorate. Mentre uno di noi distraeva 'a nonna, ll'ate se regnevene 'e ssacche d'ê ggonne e d'ê cazune 'e caramelle. Spesso 'a sprucida" non se ne accorgeva, ma quanno ce 'ncucciava 'ncoppa 'o fatto, erano castighe 'e Ddio. "Fujmmo, 'a sprucida se n'è addunata", gridava "o luongo (così denominato, perchè essendo il più alto fra noi e avendo una visuale più allargata, aveva l'ingrato compito di fare il palo.)Correvamo a gambe levate, mentre 'a povera vicchiarella usciva dalla bottega con un piede nudo e brandendo fra le mani una pantofola. Lungo la strada echeggiava la sua voce roca: "v'aggia acchiappà" diceva e intanto si sistemava lo scialle zoppicando. Qualche bottegaio sorridendo restutiva alla poveretta la ciabatta che ella stessa nella foga aveva lanciato sul marciapiede difronte e aggiungeva: "songhe guagliune, che ce vulite fa: giocano!"- "'A prossima volta 'e struppeo e po' ve faccio vedè si 'nun ô ffaccio!" - Giocano? Pure j' voglio pazzià, ll'aggia accidere cu chesti mmane, fosse ll'urdema cosa ca faccio...", rispondeva la nonna trafelata, mostrando mani rugose e callose che a tutto somigliavano tranne che ad armi da combattimento. Però io (sarà per i sensi di colpa che provavo...)'na resatella sotto 'e baffe 'a scurgevo. Mi pareva di vedere chella meza resata astretta mmiezo 'e diente. In fondo ci speravo che ci perdonasse. Poi c'era rispetto per i genitori. Ricordo mia mamma che mi chiamava dalla finestra: "Si nun saglie mo mmò te faccio nova nova" - e ancora: "Fa ambresso e quanno trase... jesce 'a parte 'e dinto e ttirete 'a porta." (Fai presto e quando entri...esci dentro e tirati la porta.) Mah! Un linguaggio un po' contraddittorio, a tratti incomprensibile, ma efficace: j' 'nu poco me mettevo paura! Poi ci furono gli scioperi e le manifestazioni del sessantotto. J' me 'nfezzavo mmiezo a tutti i cortei. Lottavo per il lavoro, il diritto alla casa, il diritto allo studio e il diritto ad avere diritti. Neanche io capivo bene per cosa mi battevo, ma di una cosa ero certa: era giusto farlo. Poi divenni femminista e nemica acerrima dei maschi. Mi univo ai cortei e gridavo con tutto il fiato che avevo in gola: "tremate, tremate le streghe sono tornate", - "l'utero è mio è me lo gestisco io." Il sessantotto è stato un periodo di rinascita. Ora è diventato apparentemente tutto più semplice dal punto di vista tecnologico. Abbiamo la televisione, il tablet, lo smartphone e tante altre cose belle. Ora si trascorre gran parte del tempo a chattare con amici virtuali. (Di positivo c'è che su facebook ho incontrato anche belle persone con le quali ho stretto amicizia nel mondo reale.)I rapporti umani si sono molto snelliti. Siamo in un oscuro periodo storico. La disoccupazione ha raggiunto livelli massimi e ci capita di vedere tanto, ma non possiamo permetterci molto e questo è abbastanza frustrante. Insomma, come diciamo dalle mie parti: "steveme meglio quanno steveme peggio." Oggigiorno pare che hai tutto, ma è un tutto non per tutti: è un tutto solo per alcuni. Dieci mangiano e ll'ate guardene. Bei tempi quando giocavamo a nascondino e i tuoi compagni ti aiutavano dicendo: "trentuno salvi tutti!" Ti sentivi un superman o una supergirl. Che bello sarebbe se si potessero davvero salvare tutti come si faceva un tempo! Ora è un po' come passare davanti ad un negozio di dolci e sentire quel profumo invitante che ti esorta ad entrare. Improvvisamente ti prende una voglia matta di farti un'abbuffata di dolci, ma poi ti accorgi che non puoi e allora ti limiti a sentirne solo l'odore...
“Piove sulle labbra stolte. Fuma una sigaretta appoggiata alla balaustra, fuma se stessa in attesa che qualcuno la fumi”.
Il campo dei miracoli mostrava segni di folla
Folle s'affollavano nella loro follia.
Il gatto e la volpe scavavano una fossa dopo essere fuggiti da Collodi.
Un sacchetto di monete avrebbe dovuto saldare i conti con l'assicuratore.
Ma la favola era sbagliata, il tempo era sbagliato l'ironia era morta. Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega e il campo si trasformava lentamente in piazza.
La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro divenne finto simulacro.
Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche e una chitarra elettrica suonava dalla via.
Tutto voleva creare confusione e nella calca s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.
Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui.
L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio.
La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero s'era travestita con l'abito del ramo vita.
Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.
La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.
Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.
Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata a chi l'osservava con attenzione.
Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti.
L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.
Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate.
Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.
Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati.
Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali.
Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti.
L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico.
Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver.
Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei.
L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction furono interrotte bruscamente.
Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.
Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore ad honorem dell'università normale.
Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere.
I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi.
Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati.
I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi con il borotalco proveniente dal Bosforo.
Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia. Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi. Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare. Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti. Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.
Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.
Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.
Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.
Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.
Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.
Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.
Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.
Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.
Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.
Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.
La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.
Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia
pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.
Il campo dei miracoli mostrava segni di folla
Folle s'affollavano nella loro follia.
Il gatto e la volpe scavavano una fossa dopo essere fuggiti da Collodi.
Un sacchetto di monete avrebbe dovuto saldare i conti con l'assicuratore.
Ma la favola era sbagliata, il tempo era sbagliato l'ironia era morta. Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega e il campo si trasformava lentamente in piazza.
La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro divenne finto simulacro.
Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche e una chitarra elettrica suonava dalla via.
Tutto voleva creare confusione e nella calca s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.
Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui.
L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio.
La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero s'era travestita con l'abito del ramo vita.
Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.
La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.
Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.
Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata a chi l'osservava con attenzione.
Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti.
L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.
Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate.
Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.
Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati.
Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali.
Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti.
L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico.
Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver.
Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei.
L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction furono interrotte bruscamente.
Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.
Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore ad honorem dell'università normale.
Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere.
I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi.
Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati.
I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi con il borotalco proveniente dal Bosforo.
Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia. Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi. Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare. Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti. Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.
Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.
Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.
Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.
Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.
Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.
Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.
Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.
Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.
Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.
Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.
La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.
Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia
pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.
E venne il panettiere con il giornale del mattino.
Il monte dei saggi era in disuso.
E venne recando il Verbo nuovo.
E l'uomo era il Verbo.
Un verbo pazzo.
E l'uomo era pazzo.
E fu cosa giusta.
Il barista sul fiume Giordano telefonò a Giosuè
chiedendo un nuovo miracolo per l'arca della pace
e così fu.
Ma il verbo fu costretto a rivedere la storia e la storia reclamò un nuovo Battesimo di rinascita.
I sacerdoti non sapendo cosa fare si riunirono in una riunione fiume sulle acque del fiume.
Tutto fu inutile le tempestose onde non si placarono e, dopo una nottata passata a discutere, decisero di interpellare il mago Omelma per compiere il prodigio.
Ma il sedicente che d'età era un sedicenne inesperto e truffatore
declinò l'invito e partì in tournée con il gruppo rock degli “Enola Gay”.
La sorte poi volle che l'aereo precipitasse mentre sorvolava il Giappone,
nessuna salvezza, nemmeno per i preziosi strumenti d'oro dei musicanti.
Cosa fare, tutto pareva andare verso un nero futuro.
Si ripiegò allora su una veggente di Vigevano che risiedeva sulle rive del mar Morto.
In gran pompa si trasferirono palle e palloni di vetro, s'apprestò il palco e fu montato il tendone.
La macchina pubblicitaria prese il via e una 128 spider fu attrezzata con un megafono da 650 watt che, unito alla cilindrata 1600 del mezzo, provocava dovunque andasse un frastuono infernale.
L'inferno poteva attendere e dalla combinazione elettrolitica di liquidi esogeni alla realtà s'udiva questo refrain: “cittadini, amici, compaesani, sani di mente e di corpo, sanificanti industriali e ambulanti non deambulanti, oggi sulle rive del fiume Giordano la veggente di Vigevano vi svelerà
il futuro prossimo remoto. Accorrete numerosi (In caso di pioggia la cerimonia si svolgerà al palasport del Sinedrio)”.
La notizia arrivò alle orecchie di Giordano Bruno attraverso un tostapane mentre preparava due toasts al formaggio.
Nella foga d'ascoltare queste dolorose notizie sull'arca dell'alleanza s'avvicinò troppo all'elettrodomestico e finì per ustionarsi un poco, quel tanto che lo costrinse a desistere dall'intento di smascherare la falsa veggente. La cosa fece esultare di gioia i difensori delle sacre sacralità acquisite.
Nel frattempo una perturbazione, dal mediterraneo, si spingeva minacciosa verso est e il servizio meteo del club aeronautico dei Saggi Luminari Illuminati ma non Illuministi avvisò gli alti dirigenti invitandoli a cancellare l'evento in programma, anche il palasport chiuso non era sicuro.
I venti spiravano alla velocità di 350 km orari.
Allora intervenne il Verbo e, affermando che il Verbo era il Verbo altrimenti che ci stava a fare un Verbo, predispose acciocché Eolo fosse internato in una taverna nelle solfatare di Napoli, vicino ai campi Flegrei.
E venne Elios portando la luce eterna.
Qualcuno che aveva male interpretato la cosa pensò che in cartellone, al posto dello show della maga, avessero messo un concerto di Elio e le storie Intese, noto gruppo pop della Palestina.
Grossa delusione si palesò quando con frettolosa macchinazione il gran Consiglio dei consigli fece preparare una Duna turbodiesel, con un piccolo megafono, per affrontare i deserti circostanti e avvisare i popoli che per quell'anno erano sospese tutte le rappresentazioni.
Che amara delusione per tutti.
Era tradizione che questa forma tonda di governo quadrato offrisse degli svaghi al popolo inquadrato per squadrare la situazione e inquadrare quelli che non erano ancora stati inquadrati bene.
Il regista e pittore di vetri Tinto Strass Swarovsky s'offrì d'organizzare dei corsi di decoro dal vivo su corpi nudi vetrificati per l'occasione.
Questa iniziativa non dispiacque alle autorità: in fondo all'arte non si può dir di no.
La fila per i provini era interminabile e molti facevano a cazzotti per rubare il posto agli altri.
La faccenda andò avanti per diverse ore: alla fine le comparse furono scritturate e portate sul luogo dove sarebbero state immolate all'arte.
Lo spettacolo fu un successone, tanto che il regista fu scritturato per tre anni di fila.
Non sembrava vero d'aver risolto un grave problema di sicurezza sociale con così poco.
In fondo non servivano maghi o imbonitori pagati appositamente per turbare il popolo, bastava uno stuzzichino piccante per stimolare la massa.
Quando la regione sembrava oramai in mano alla totale apatica volontà del governatorato dei grandi Saggi, ecco che di nuovo il Verbo apparve sul monte Sinai.
Però, dopo aver notato che nessuno lo aveva notato scendere dalla mongolfiera, il Verbo decise di ingaggiare un gruppo folk country per attirare la gente.
La sagra fu allestita in men che non si dica e, tra casupole di legno con il vin brulè e Bretzel a volontà, apparve il palco illuminato a giorno senza illuminati.
Dopo un prologo di avanspettacolo, finalmente il gruppo germanico-greco dei Merkelos cominciò a suonare e in un tripudio generale, tra fuochi d'artificio, tutti furono d'accordo nel creare una nuova entità geopolitica per contrastare il potere del Sinedrio.
Si creò così la C.E.E. (Comunità Eccentrica Esotica).
Al progetto vi aderirono molti paesi e tutto fu spostato al Colosseo per la grande inaugurazione.
I leoni però, avvisati dell'iniziativa, attuarono uno sciopero delle prestazioni socio divoratrici degli schiavi, riuscendo a far cancellare l'evento.
Ma la nuova entità era oramai un'entità e nessuno poteva pensare di distruggerla.
La regione senza ragione fu abolita, il Sinedrio, incarcerato, fu poi liberato e trasferito al neonato Parlamento dei Parlamentari che non Parlano.
L' ethos senza phatos ebbe il sopravvento e s'estese a tutto il bacino fin sotto il tallone d'Achille, rappresentato da sparuti spariti abitanti d'una piccola regione detta Italicas, che era considerata una palla al piede da tagliare al più presto.
Ma torniamo alla vera storia.
Il Verbo avendo visto che in fondo si poteva fare a meno di Lui, decise di ritirarsi sul monte Olampo in una villetta offertagli da suo fratello Zeus.
Il Verbo non era più Uomo e non più pazzo.
Le rive del fiume Giordano rimasero intatte fino alla fine dei giorni.
I giorni non videro più la rinascita dell'uomo.
Alla Rinascente di Betlemme un nuovo reparto accolse i prodotti dell'ignavia che divennero oggetti cult in men che non si dica.
Un'esposizione infinità di parrucche per l'anima fu poi allestita nell'Atelier
delle vite perdute dove rinomati e innominati parrucconi eseguivano tagli
démodé per uomini alla moda.
La coscienza, con decreto del Parlamento, fu definitivamente abolita,
con conseguente diaspora totale delle idee che furono costrette a imbarcarsi
per la costellazione di Alfa Centauri.
La vita sociale procedeva come un meccanismo perfetto.
Il tram tramvava che era una meraviglia.
Il pochi bus rimasti erano tutti alimentati rigorosamente con carburante al carbonio c12.
I ristoranti potevano funzionare dalle 12 alle 13 e dalle 20 alle 21.
Alle 21 la rete di Stato iniziava le trasmissioni con un unico programma in un unico canale incanalato nel canale del direttorio non diretto ma corretto.
Un presentatore sorridente e una valletta robotizzati e umanizzati conducevano il quiz in onda, basato sulla non cultura generale.
Alle 22 fine delle trasmissioni.
Una sirena dava il segnale del sonno e oltre a suonare emanava un sonnifero soporifero con sogni incorporati positivi.
Il presidente del parlamento era anch'egli virtuale, eletto virtualmente dalla commissione dei virtuosi virtuali.
La moneta era stata sostituita da una promessa verbale di pagherò che bisognava recitare a ogni commissione effettuata.
Il garante del garante non garantiva alcuna garanzia e i diritti del popolo erano garantiti dal consorzio di garanzia eletto direttamente del sacro consiglio del Sinedrio.
Il sinedrio dunque aveva ripreso il potere e s'era moltiplicato alle nozze di Cana in forma di pesci palla auto gonfianti e auto giudicanti.
Il miracolo era avvenuto nuovamente.
In principio era il Verbo è il Verbo era Dio
e Dio divenne Uomo e l'Uomo cacciò Dio dal resort Paradiso,
sequestrando le chiavi dell'ingresso al serpente custode.
Qualcuno chiese: “Allora si Pente?”
In perfetto Inglese rispose la bestiola: “Yes Ser”.
E l'uomo si fece Uomo nominandosi Pazzo.
Ma la solitudine costrinse l'Uomo a fare una Pazzia.
Creò un altro Uomo e lo chiamo Ignoto 1.
Essi s'unirono copulando in segreto.
E vennero i figli della stirpe dell'uomo ed essi mangiarono l'Uomo Padrone
Padre e Madre moltiplicandosi e copulando a loro volta.
E le stirpi mangiarono le ataviche discendenze e copularono e mangiarono.
Le stirpi s'accorsero d'essere una sola.
Nacque allora la Babele della stirpe che divenne moltitudine e nella moltitudine il Verbo risorse ed esso era presso se stesso e se stesso era Pazzo nuovamente.
Dalla Torre delle lingue moltiplicate il Verbo proclamò alla moltitudine la sua Pazzia.
Un solo multiplo della moltitudine osò ribellarsi alla Pazzia.
Re Salomone, discendente degli eretici erotici, discese al contrario le acque tormentate del fiume Giordano, come un salmone affumicato, pregando il grande re Saul di inviargli David per sconfiggere il Sinedrio dei Virtuosi virtuali.
Non ebbe risposta ed egli affranto divenne imperturbabile e immarcescibile copulone dei copuloni copulando con la regina di Saba, che faceva la commessa in un negozio di televisori usati in attesa d'essere chiamata a miglior incarico dall'incaricato agli incarichi.
Intanto il suono della sirena avvisò anche Ulisse che, avendo sbagliato storia, si convertì proclamandosi asceta col nome di Giuseppe, ma, per un errore giudiziario, fu venduto come schiavo al mercato dei falsi d'autore, che si teneva ogni terza domenica del mese nella piazza di Gerusalemme.
Ulisse, disperato, scrisse l'ultima lettera, dopo la sirena, all'amata sirena che lo aveva sedotto prima di oltrepassare Scilla e Cariddi; poi con un Avogado avvelenato, consigliato dal suo avvocato di sfiducia, s'avvelenò.
“E no!”
Tuonò, dall'alto del monte Olampone, nella sua villetta, l'antico Verbo.
“Basta, lo scherzo è bello finché dura poco, ma che stiamo a pazzià.
Me so fatto un mazzo accosì per arrivà dove so arrivato e mo me volete buttà de sotto e no, io non ci sto! E tu che stai a scrivé, statte accuorto
che si te pjo te sgarrupo tutte le penne e poi te faccio magna puro la tastiera der pc. Ma ndo cavolo è ito mi fratello? Ah Zeuse... ah Zeuseeeeeee!”
“Ecchime Verbé, che voi, che stai a strilla accussì?
“Ci Ho da fare na cosetta damme un po' de strali e de furmini de quelli boni che vojo fa no struminio de sti quattro zozzoni che m' hanno rotto li maroni.
Lo scrittore poi non te dico lo voio menà con le mani mie stesse”.
“E no, lo dico io caro Verbo, devi tacere sono io che scrivo e lasciamelo fare in pace, ciao core!”
Allora fu nuovamente il Verbo e il verbo fu presso di Lui e Dio fu presso il Verbo e il Verbo fu Dio.
“Nessuno espierà le colpe dell'uomo finché saranno giudicate dall'Uomo che è giudice di se stesso. Non esiste colpa se non vi è chi la commette. E quando il Verbo si farà carne e sangue l'Uomo berrà l'Uomo ingannando la sua stessa salvezza”
- Mo chiudo il pc e me ne vado in vacanza hai visto mai dovesse incazzarse sul serio... in fondo stavamo solo a scherzà.
Il monte dei saggi era in disuso.
E venne recando il Verbo nuovo.
E l'uomo era il Verbo.
Un verbo pazzo.
E l'uomo era pazzo.
E fu cosa giusta.
Il barista sul fiume Giordano telefonò a Giosuè
chiedendo un nuovo miracolo per l'arca della pace
e così fu.
Ma il verbo fu costretto a rivedere la storia e la storia reclamò un nuovo Battesimo di rinascita.
I sacerdoti non sapendo cosa fare si riunirono in una riunione fiume sulle acque del fiume.
Tutto fu inutile le tempestose onde non si placarono e, dopo una nottata passata a discutere, decisero di interpellare il mago Omelma per compiere il prodigio.
Ma il sedicente che d'età era un sedicenne inesperto e truffatore
declinò l'invito e partì in tournée con il gruppo rock degli “Enola Gay”.
La sorte poi volle che l'aereo precipitasse mentre sorvolava il Giappone,
nessuna salvezza, nemmeno per i preziosi strumenti d'oro dei musicanti.
Cosa fare, tutto pareva andare verso un nero futuro.
Si ripiegò allora su una veggente di Vigevano che risiedeva sulle rive del mar Morto.
In gran pompa si trasferirono palle e palloni di vetro, s'apprestò il palco e fu montato il tendone.
La macchina pubblicitaria prese il via e una 128 spider fu attrezzata con un megafono da 650 watt che, unito alla cilindrata 1600 del mezzo, provocava dovunque andasse un frastuono infernale.
L'inferno poteva attendere e dalla combinazione elettrolitica di liquidi esogeni alla realtà s'udiva questo refrain: “cittadini, amici, compaesani, sani di mente e di corpo, sanificanti industriali e ambulanti non deambulanti, oggi sulle rive del fiume Giordano la veggente di Vigevano vi svelerà
il futuro prossimo remoto. Accorrete numerosi (In caso di pioggia la cerimonia si svolgerà al palasport del Sinedrio)”.
La notizia arrivò alle orecchie di Giordano Bruno attraverso un tostapane mentre preparava due toasts al formaggio.
Nella foga d'ascoltare queste dolorose notizie sull'arca dell'alleanza s'avvicinò troppo all'elettrodomestico e finì per ustionarsi un poco, quel tanto che lo costrinse a desistere dall'intento di smascherare la falsa veggente. La cosa fece esultare di gioia i difensori delle sacre sacralità acquisite.
Nel frattempo una perturbazione, dal mediterraneo, si spingeva minacciosa verso est e il servizio meteo del club aeronautico dei Saggi Luminari Illuminati ma non Illuministi avvisò gli alti dirigenti invitandoli a cancellare l'evento in programma, anche il palasport chiuso non era sicuro.
I venti spiravano alla velocità di 350 km orari.
Allora intervenne il Verbo e, affermando che il Verbo era il Verbo altrimenti che ci stava a fare un Verbo, predispose acciocché Eolo fosse internato in una taverna nelle solfatare di Napoli, vicino ai campi Flegrei.
E venne Elios portando la luce eterna.
Qualcuno che aveva male interpretato la cosa pensò che in cartellone, al posto dello show della maga, avessero messo un concerto di Elio e le storie Intese, noto gruppo pop della Palestina.
Grossa delusione si palesò quando con frettolosa macchinazione il gran Consiglio dei consigli fece preparare una Duna turbodiesel, con un piccolo megafono, per affrontare i deserti circostanti e avvisare i popoli che per quell'anno erano sospese tutte le rappresentazioni.
Che amara delusione per tutti.
Era tradizione che questa forma tonda di governo quadrato offrisse degli svaghi al popolo inquadrato per squadrare la situazione e inquadrare quelli che non erano ancora stati inquadrati bene.
Il regista e pittore di vetri Tinto Strass Swarovsky s'offrì d'organizzare dei corsi di decoro dal vivo su corpi nudi vetrificati per l'occasione.
Questa iniziativa non dispiacque alle autorità: in fondo all'arte non si può dir di no.
La fila per i provini era interminabile e molti facevano a cazzotti per rubare il posto agli altri.
La faccenda andò avanti per diverse ore: alla fine le comparse furono scritturate e portate sul luogo dove sarebbero state immolate all'arte.
Lo spettacolo fu un successone, tanto che il regista fu scritturato per tre anni di fila.
Non sembrava vero d'aver risolto un grave problema di sicurezza sociale con così poco.
In fondo non servivano maghi o imbonitori pagati appositamente per turbare il popolo, bastava uno stuzzichino piccante per stimolare la massa.
Quando la regione sembrava oramai in mano alla totale apatica volontà del governatorato dei grandi Saggi, ecco che di nuovo il Verbo apparve sul monte Sinai.
Però, dopo aver notato che nessuno lo aveva notato scendere dalla mongolfiera, il Verbo decise di ingaggiare un gruppo folk country per attirare la gente.
La sagra fu allestita in men che non si dica e, tra casupole di legno con il vin brulè e Bretzel a volontà, apparve il palco illuminato a giorno senza illuminati.
Dopo un prologo di avanspettacolo, finalmente il gruppo germanico-greco dei Merkelos cominciò a suonare e in un tripudio generale, tra fuochi d'artificio, tutti furono d'accordo nel creare una nuova entità geopolitica per contrastare il potere del Sinedrio.
Si creò così la C.E.E. (Comunità Eccentrica Esotica).
Al progetto vi aderirono molti paesi e tutto fu spostato al Colosseo per la grande inaugurazione.
I leoni però, avvisati dell'iniziativa, attuarono uno sciopero delle prestazioni socio divoratrici degli schiavi, riuscendo a far cancellare l'evento.
Ma la nuova entità era oramai un'entità e nessuno poteva pensare di distruggerla.
La regione senza ragione fu abolita, il Sinedrio, incarcerato, fu poi liberato e trasferito al neonato Parlamento dei Parlamentari che non Parlano.
L' ethos senza phatos ebbe il sopravvento e s'estese a tutto il bacino fin sotto il tallone d'Achille, rappresentato da sparuti spariti abitanti d'una piccola regione detta Italicas, che era considerata una palla al piede da tagliare al più presto.
Ma torniamo alla vera storia.
Il Verbo avendo visto che in fondo si poteva fare a meno di Lui, decise di ritirarsi sul monte Olampo in una villetta offertagli da suo fratello Zeus.
Il Verbo non era più Uomo e non più pazzo.
Le rive del fiume Giordano rimasero intatte fino alla fine dei giorni.
I giorni non videro più la rinascita dell'uomo.
Alla Rinascente di Betlemme un nuovo reparto accolse i prodotti dell'ignavia che divennero oggetti cult in men che non si dica.
Un'esposizione infinità di parrucche per l'anima fu poi allestita nell'Atelier
delle vite perdute dove rinomati e innominati parrucconi eseguivano tagli
démodé per uomini alla moda.
La coscienza, con decreto del Parlamento, fu definitivamente abolita,
con conseguente diaspora totale delle idee che furono costrette a imbarcarsi
per la costellazione di Alfa Centauri.
La vita sociale procedeva come un meccanismo perfetto.
Il tram tramvava che era una meraviglia.
Il pochi bus rimasti erano tutti alimentati rigorosamente con carburante al carbonio c12.
I ristoranti potevano funzionare dalle 12 alle 13 e dalle 20 alle 21.
Alle 21 la rete di Stato iniziava le trasmissioni con un unico programma in un unico canale incanalato nel canale del direttorio non diretto ma corretto.
Un presentatore sorridente e una valletta robotizzati e umanizzati conducevano il quiz in onda, basato sulla non cultura generale.
Alle 22 fine delle trasmissioni.
Una sirena dava il segnale del sonno e oltre a suonare emanava un sonnifero soporifero con sogni incorporati positivi.
Il presidente del parlamento era anch'egli virtuale, eletto virtualmente dalla commissione dei virtuosi virtuali.
La moneta era stata sostituita da una promessa verbale di pagherò che bisognava recitare a ogni commissione effettuata.
Il garante del garante non garantiva alcuna garanzia e i diritti del popolo erano garantiti dal consorzio di garanzia eletto direttamente del sacro consiglio del Sinedrio.
Il sinedrio dunque aveva ripreso il potere e s'era moltiplicato alle nozze di Cana in forma di pesci palla auto gonfianti e auto giudicanti.
Il miracolo era avvenuto nuovamente.
In principio era il Verbo è il Verbo era Dio
e Dio divenne Uomo e l'Uomo cacciò Dio dal resort Paradiso,
sequestrando le chiavi dell'ingresso al serpente custode.
Qualcuno chiese: “Allora si Pente?”
In perfetto Inglese rispose la bestiola: “Yes Ser”.
E l'uomo si fece Uomo nominandosi Pazzo.
Ma la solitudine costrinse l'Uomo a fare una Pazzia.
Creò un altro Uomo e lo chiamo Ignoto 1.
Essi s'unirono copulando in segreto.
E vennero i figli della stirpe dell'uomo ed essi mangiarono l'Uomo Padrone
Padre e Madre moltiplicandosi e copulando a loro volta.
E le stirpi mangiarono le ataviche discendenze e copularono e mangiarono.
Le stirpi s'accorsero d'essere una sola.
Nacque allora la Babele della stirpe che divenne moltitudine e nella moltitudine il Verbo risorse ed esso era presso se stesso e se stesso era Pazzo nuovamente.
Dalla Torre delle lingue moltiplicate il Verbo proclamò alla moltitudine la sua Pazzia.
Un solo multiplo della moltitudine osò ribellarsi alla Pazzia.
Re Salomone, discendente degli eretici erotici, discese al contrario le acque tormentate del fiume Giordano, come un salmone affumicato, pregando il grande re Saul di inviargli David per sconfiggere il Sinedrio dei Virtuosi virtuali.
Non ebbe risposta ed egli affranto divenne imperturbabile e immarcescibile copulone dei copuloni copulando con la regina di Saba, che faceva la commessa in un negozio di televisori usati in attesa d'essere chiamata a miglior incarico dall'incaricato agli incarichi.
Intanto il suono della sirena avvisò anche Ulisse che, avendo sbagliato storia, si convertì proclamandosi asceta col nome di Giuseppe, ma, per un errore giudiziario, fu venduto come schiavo al mercato dei falsi d'autore, che si teneva ogni terza domenica del mese nella piazza di Gerusalemme.
Ulisse, disperato, scrisse l'ultima lettera, dopo la sirena, all'amata sirena che lo aveva sedotto prima di oltrepassare Scilla e Cariddi; poi con un Avogado avvelenato, consigliato dal suo avvocato di sfiducia, s'avvelenò.
“E no!”
Tuonò, dall'alto del monte Olampone, nella sua villetta, l'antico Verbo.
“Basta, lo scherzo è bello finché dura poco, ma che stiamo a pazzià.
Me so fatto un mazzo accosì per arrivà dove so arrivato e mo me volete buttà de sotto e no, io non ci sto! E tu che stai a scrivé, statte accuorto
che si te pjo te sgarrupo tutte le penne e poi te faccio magna puro la tastiera der pc. Ma ndo cavolo è ito mi fratello? Ah Zeuse... ah Zeuseeeeeee!”
“Ecchime Verbé, che voi, che stai a strilla accussì?
“Ci Ho da fare na cosetta damme un po' de strali e de furmini de quelli boni che vojo fa no struminio de sti quattro zozzoni che m' hanno rotto li maroni.
Lo scrittore poi non te dico lo voio menà con le mani mie stesse”.
“E no, lo dico io caro Verbo, devi tacere sono io che scrivo e lasciamelo fare in pace, ciao core!”
Allora fu nuovamente il Verbo e il verbo fu presso di Lui e Dio fu presso il Verbo e il Verbo fu Dio.
“Nessuno espierà le colpe dell'uomo finché saranno giudicate dall'Uomo che è giudice di se stesso. Non esiste colpa se non vi è chi la commette. E quando il Verbo si farà carne e sangue l'Uomo berrà l'Uomo ingannando la sua stessa salvezza”
- Mo chiudo il pc e me ne vado in vacanza hai visto mai dovesse incazzarse sul serio... in fondo stavamo solo a scherzà.
Quando piangevo mia nonna mi abbracciava e diceva: “Andrà tutto bene”. Ricordo il suo caldo abbraccio, è ancora sulla mia pelle.
Sono impegnato dieci ore al giorno e quando sono sul lavoro non vedo l’ora di rincasare, quando sono a casa, dopo i soliti lavoretti, mi guardo attorno e nell’aria respiro solo solitudine intrisa a ricordi.
Vivo solo, lontano dalla mia città in un piccolo paese, infatti la solitudine si dilata esce dalle finestre della mia casa ed invade il paese.
Ho lei che mi tiene compagnia una meticcia che ho chiamato Priscilla, l’ho presa al canile, penso sia esaurita come me. Mi dorme accanto, una parte del suo corpo deve essere a contatto con il mio, forse la lascio sola troppe ore al giorno. Almeno di notte è sicura di avermi vicino e che non l’abbandono.
Fino a tre anni fa c’era una donna accanto a me. L’amavo. Pensavo di non riuscire a dimenticarla, ma il tempo piano-piano ha sbiadito il suo ricordo e come pagamento si è preso il mio sonno. Dormo pochissimo e male. Nonostante questo, lavoro tanto e le energie non mi mancano. L’unico problema sono i “mostri” che mi aggrediscono di notte. Vorrei riuscire a reinventare la mia vita, ma non ci riesco, allora la lascio scorrere come una foglia sul fiume in balia della corrente.
Eppure la mia vita è partita alla grande. Ero uno studente brillante. Mi sono laureato e ho intrapreso una professione creativa e appagante che mi ha portato in giro per il mondo. Ero fotografo per un’importante azienda.
Ricordo quel periodo della mia vita come un sogno lontano, quel ragazzo in giro per il mondo forse non sono più io.
Quando mi sono sposato pensavo al mio futuro come ad un puzzle, dove i pezzi, con un po’ di impegno, sarebbero andati tutti a posto fino a formare un bel disegno.
La vita ti mette di fronte ostacoli inimmaginabili, ora li ho superati tutti, ma il prezzo è stato altissimo.
L’azienda per mi aveva assunto ha diminuito il personale e io ho perso il lavoro. Non mi sono perso d’animo, ma ho trovato lavoretti saltuari e mal pagati. Per la mia vita coniugale, oltre alle tensioni già esistenti, questo mio vagabondare alla ricerca di sicurezza, ha agito come una bomba in un giardino di fiori.
Ho trascorso una stagione estiva lontano da casa in una località sul mare passando tra i bar sulle spiagge cercando di vendere qualcosa. Dormivo nelle stazioni, mi lavavo nei loro bagni e ogni dieci giorni portavo gli indumenti da lavare a mia moglie.
Mentre la lavatrice faceva il suo dovere, noi ci urlavamo in faccia tutta la nostra rabbia e frustrazioni.
In quel periodo morì mio padre ed io non lo venni a sapere. Mia madre e mio fratello, avendo difficoltà a reperirmi, me lo dissero a funerale avvenuto. Non li ho mai perdonati.
Trovai di meglio, ma dovetti spostarmi di città. “Vai tu, tra un mese ti raggiungo” disse mia moglie.
Non la rividi più, se non per le pratiche della separazione.
Dall’ora ho cambiato altre tre case.
Rifornisco di prodotti alimentari una zona molto grande, quasi due province. Ho il furgone dell’azienda e vedo molta gente. Pensavo di conoscere piccoli imprenditori, persone corrette e capaci, ma spesso incontro personaggi alle soglie della legalità che come stile di vita hanno quello di fregare il prossimo e devo dannarmi per farmi pagare. Ne ho viste di tutti i colori. Sono poche le aziende dove vado volentieri.
“Ho appena lavato il pavimento, ma passi pure … con tutte le cose buone che ci porta …” mi disse mentre strizzava il mocio. “Mi spiace, sono arrivato troppo presto” dissi con la braccia occupate da scatole di cartone.
Alzò il viso e mi sorrise. Uno sguardo così dolce! Un punto rosa in quella giornata fotocopia di tante altre.
“Possiamo darci del tu” dissi tutto in un fiato.
“Figurati passa, poi lo rilavo … se ne ho voglia. Il titolare non c’è, lascia a me la merce. Paga poi lui.”
Consegnai la merce. Pensai che sarei andato sempre a quell’ora per poterla rivedere.
La volta successiva arrivai un po’ dopo e la trovai in cima ad una scala girata di spalle. Guardai il suo bel corpo e pensai che erano anni che non abbracciavo una donna. Era la prima volta dopo la separazione che avevo un pensiero simile.
Lei mi vide riflesso nella specchio accanto a lei e sorrideva. “Ciao, ho finito,metti sul banco, arrivo”
“Se mi lasci il tuo numero so a che ora passare, cioè per non intralciare le pulizie …” Sorrise, ma questa volta in modo malizioso.
Scese dalla scala poi prese carta e penna .“Ecco il mio numero, mi chiamo Lisa, ma se vuoi i soldi devi passare quando c’è il titolare!”. “Io Flavio”. In un attimo mise tutto a posto. Non me ne andai e la guardavo mentre sistemava le scatole sullo scaffale e avrei voluto dirle qualcosa di bello, ma rimasi in silenzio. Lei mi guardò seria: “ Che hai?” “Niente, ti guardavo” Allora sorrise, “Vuoi un caffè? Provo a fartelo?” Ne avevo già bevuti chissà quanti, ma risposi di sì e mi avvicinai al banco.
“Faccio uno strappo alla regola” disse facendo il caffè. “Non vorrei crearti dei problemi” risposi io preoccupato. “Ma va, chi se ne frega! E dove la trova una che pulisce meglio di me!” Ridemmo assieme e pensai che la sua risata fosse contagiosa. “Lavori solo qua?” Osai chiederle. “No, anche in altri posti, dove trovo” “Deve essere pesante” “No, il lavoro non mi spaventa, ho sempre fatto di tutto. Chi si ferma è perduto”. “Già” dissi.
Non persi tempo e iniziai a scriverle messaggi al telefono. Iniziai con domande sceme. Poi passai a vignette altrettanto sceme.
Raramente rispondeva. Non la vidi per moltissimo tempo.
I “mostri” alla notte continuano ad arrivare, quando ero ragazzo pensavo alla casa come ad un rifugio di quiete e sicurezza e non mi potevo immaginare altro, invece loro infestano la mia casa e mi ricordano le scelte sbagliate, l’amore che non c’è più e la corsa del tempo, sempre uguale, senza emozioni, senza slanci.
Più corro più non vedo meta, più penso più cado e striscio.
Fortunatamente lavoro molte ore al giorno, così la giornata passa e non torna mai più.
“Deve fare questi esami, è una prassi dell’azienda. Non si preoccupi le diamo un giorno così ha tempo per farli, è già tutto prenotato”. “Che bello un giorno di ferie da passare in ospedale!” Pensai ironico.
Ero seduto in attesa del prelievo, la vidi mentre stava pulendo i vetri davanti a me.
“Ciao” le dissi mentre era girata. Lei si voltò, mi sorrise e inaspettatamente disse “Ciao, pensavo di non vederti più! Come stai?”
“Solita vita” risposi. “Stai male?” “No, soliti esami di routine”. “Tu che fai di bello?” “ Io?, Vedi ho fatto carriera ora lavoro qua …” disse ridendo. Era sempre di buon umore.
“Ti ho scritto qualche volta, ma non mi hai risposto …” “ Ho letto, scusa, ma dovevo sistemare una questione”, abbassò lo sguardo, percepii un velo di tristezza, non dissi nulla.
“Ora lavori solo qua?” “ Sì, sono assunta partime a tempo indeterminato, meglio di niente”.
“Flavio, ti stanno chiamando!” “Ricordi il mio nome!” “Certo che ricordo, le persone gentili non le dimentico”
Entrai per il prelievo, all’uscita lei non c’era più.
Ripenso ai miei viaggi, a quando, senza fiato, ero davanti al Taj Mahal « Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo », scrisse Tagore. Un mausoleo per la moglie tanto amata, il tempio dell’amore.
Perché, nonostante tutto, ho paura di non innamorarmi più. Non posso fare questi discorsi con i colleghi, intenti a collezionare donne solo per una notte, corpi morbidi dispensatrici solo di piacere fisico.
“Ciao, non ti ho più vista all’uscita. Volevo salutarti”, le scrissi appena fuori dall’ospedale. “Grazie, avevo da fare, spero tutto bene per i tuoi esami”.
Ogni tanto le mandavo qualche vignetta divertente e lei mi rispondeva con un emoticon sorridente.
Questa volta mi rispondeva sempre.
Una sera le mandai una vignetta romantica, la risposta non tardò ad arrivare.
“Che bella! Non ti facevo così romantico” “Vedi che sorpresa?” risposi io. “Sono abituata a uomini diciamo più legati al concreto” Non sapevo cosa scrivere allora scherzai: “Non ti ho ancora chiesto se vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle …” “Che triste uccidere e chiudere in teche le povere farfalle, preferisco un uomo che mi dica: “Vieni a casa mia ti amerò per tutta la notte e assieme conteremo le stelle.. tutte”
Come dirle che mi sarebbe piaciuto scriverlo, ma non osavo …
Non riuscivo ad incontrarla e passavo la sera a chattare con lei.
“Che bello un uomo che mi ascolta!”, mi diceva. “ Sono complicato, mi appaga molto l’intesa cerebrale con una donna” “Sei vero o finto?” mi scriveva divertita!
“Le raccontai un po’ della mia vita e del fatto che non vedevo più mia mamma e mio fratello”
Rimase molto colpita “Perdonali , non ti hanno avvisato della morte di tuo padre perché eri irreperibile”
Non riuscii a dominare la mia rabbia e lei non ne parlò più.
Non ho avuto molte donne, non sono bellissimo, ma la mia indole così sensibile non mi permette di avere relazioni in cui non mi batta forte il cuore, senza sentimento, senza complicità.
Le relazioni sterili che appagano solo i sensi, mi raffredderebbero l’anima e dopo mi sentirei ancora più solo.
Con lei parlavo molto, in chat al telefono. In casa mia ora c’era il cane e la sua voce, le sue confidenze che facevano da scudo ai “mostri” sempre in agguato.
“Ti esprimi molto bene, sai due lingue straniere. Che studi hai fatto?” Mi chiese all’improvviso una sera.
“Sono laureato in lettere” “Immaginavo … in Italia bisogna studiare per amore della conoscenza, poi bisogna prepararsi a fare tutt’altro, oppure un lavoro bisogna inventarselo”.
Non le ho parlato dei progetti, dei sogni, delle scelte sbagliate. Ora la mia vita è questa e lei, sempre così allegra e positiva, annullava il prima e il dopo .
“Verranno tempi migliori” disse
“Andrà tutto bene” diceva mia nonna.
“Questa sera mio padre mi lascia l’auto, ti vengo a trovare” mi scrisse una sera.
Non ero preparato, non ero pronto ad un momento così emozionante.
Le emozioni forti se non si provano per tanto tempo poi si temono. Troppa bellezza fa paura, troppa luce acceca. “Vieni pure ti aspetto”
Arrivò bella e sorridente come al solito. Entrò in fretta. Si diresse verso il divano, si tolse le scarpe e si coricò.
Io chiusi la porta e rimasi a guardarla.
Lei mi guardò e sorrise “Devi farmi un regalo” Mi avvicinai al divano e mi sedetti accanto a lei.
“Quale?” “Devi fare pace con la tua famiglia, loro ti amano”
Abbassai lo sguardo e non risposi.
“Posso darti un bacio?”
“Sono stanca ho lavorato molto … fai quello che vuoi …”
“Andrà bene!” diceva mia nonna, mi abbracciava e diceva “Andrà tutto bene!”
Sono impegnato dieci ore al giorno e quando sono sul lavoro non vedo l’ora di rincasare, quando sono a casa, dopo i soliti lavoretti, mi guardo attorno e nell’aria respiro solo solitudine intrisa a ricordi.
Vivo solo, lontano dalla mia città in un piccolo paese, infatti la solitudine si dilata esce dalle finestre della mia casa ed invade il paese.
Ho lei che mi tiene compagnia una meticcia che ho chiamato Priscilla, l’ho presa al canile, penso sia esaurita come me. Mi dorme accanto, una parte del suo corpo deve essere a contatto con il mio, forse la lascio sola troppe ore al giorno. Almeno di notte è sicura di avermi vicino e che non l’abbandono.
Fino a tre anni fa c’era una donna accanto a me. L’amavo. Pensavo di non riuscire a dimenticarla, ma il tempo piano-piano ha sbiadito il suo ricordo e come pagamento si è preso il mio sonno. Dormo pochissimo e male. Nonostante questo, lavoro tanto e le energie non mi mancano. L’unico problema sono i “mostri” che mi aggrediscono di notte. Vorrei riuscire a reinventare la mia vita, ma non ci riesco, allora la lascio scorrere come una foglia sul fiume in balia della corrente.
Eppure la mia vita è partita alla grande. Ero uno studente brillante. Mi sono laureato e ho intrapreso una professione creativa e appagante che mi ha portato in giro per il mondo. Ero fotografo per un’importante azienda.
Ricordo quel periodo della mia vita come un sogno lontano, quel ragazzo in giro per il mondo forse non sono più io.
Quando mi sono sposato pensavo al mio futuro come ad un puzzle, dove i pezzi, con un po’ di impegno, sarebbero andati tutti a posto fino a formare un bel disegno.
La vita ti mette di fronte ostacoli inimmaginabili, ora li ho superati tutti, ma il prezzo è stato altissimo.
L’azienda per mi aveva assunto ha diminuito il personale e io ho perso il lavoro. Non mi sono perso d’animo, ma ho trovato lavoretti saltuari e mal pagati. Per la mia vita coniugale, oltre alle tensioni già esistenti, questo mio vagabondare alla ricerca di sicurezza, ha agito come una bomba in un giardino di fiori.
Ho trascorso una stagione estiva lontano da casa in una località sul mare passando tra i bar sulle spiagge cercando di vendere qualcosa. Dormivo nelle stazioni, mi lavavo nei loro bagni e ogni dieci giorni portavo gli indumenti da lavare a mia moglie.
Mentre la lavatrice faceva il suo dovere, noi ci urlavamo in faccia tutta la nostra rabbia e frustrazioni.
In quel periodo morì mio padre ed io non lo venni a sapere. Mia madre e mio fratello, avendo difficoltà a reperirmi, me lo dissero a funerale avvenuto. Non li ho mai perdonati.
Trovai di meglio, ma dovetti spostarmi di città. “Vai tu, tra un mese ti raggiungo” disse mia moglie.
Non la rividi più, se non per le pratiche della separazione.
Dall’ora ho cambiato altre tre case.
Rifornisco di prodotti alimentari una zona molto grande, quasi due province. Ho il furgone dell’azienda e vedo molta gente. Pensavo di conoscere piccoli imprenditori, persone corrette e capaci, ma spesso incontro personaggi alle soglie della legalità che come stile di vita hanno quello di fregare il prossimo e devo dannarmi per farmi pagare. Ne ho viste di tutti i colori. Sono poche le aziende dove vado volentieri.
“Ho appena lavato il pavimento, ma passi pure … con tutte le cose buone che ci porta …” mi disse mentre strizzava il mocio. “Mi spiace, sono arrivato troppo presto” dissi con la braccia occupate da scatole di cartone.
Alzò il viso e mi sorrise. Uno sguardo così dolce! Un punto rosa in quella giornata fotocopia di tante altre.
“Possiamo darci del tu” dissi tutto in un fiato.
“Figurati passa, poi lo rilavo … se ne ho voglia. Il titolare non c’è, lascia a me la merce. Paga poi lui.”
Consegnai la merce. Pensai che sarei andato sempre a quell’ora per poterla rivedere.
La volta successiva arrivai un po’ dopo e la trovai in cima ad una scala girata di spalle. Guardai il suo bel corpo e pensai che erano anni che non abbracciavo una donna. Era la prima volta dopo la separazione che avevo un pensiero simile.
Lei mi vide riflesso nella specchio accanto a lei e sorrideva. “Ciao, ho finito,metti sul banco, arrivo”
“Se mi lasci il tuo numero so a che ora passare, cioè per non intralciare le pulizie …” Sorrise, ma questa volta in modo malizioso.
Scese dalla scala poi prese carta e penna .“Ecco il mio numero, mi chiamo Lisa, ma se vuoi i soldi devi passare quando c’è il titolare!”. “Io Flavio”. In un attimo mise tutto a posto. Non me ne andai e la guardavo mentre sistemava le scatole sullo scaffale e avrei voluto dirle qualcosa di bello, ma rimasi in silenzio. Lei mi guardò seria: “ Che hai?” “Niente, ti guardavo” Allora sorrise, “Vuoi un caffè? Provo a fartelo?” Ne avevo già bevuti chissà quanti, ma risposi di sì e mi avvicinai al banco.
“Faccio uno strappo alla regola” disse facendo il caffè. “Non vorrei crearti dei problemi” risposi io preoccupato. “Ma va, chi se ne frega! E dove la trova una che pulisce meglio di me!” Ridemmo assieme e pensai che la sua risata fosse contagiosa. “Lavori solo qua?” Osai chiederle. “No, anche in altri posti, dove trovo” “Deve essere pesante” “No, il lavoro non mi spaventa, ho sempre fatto di tutto. Chi si ferma è perduto”. “Già” dissi.
Non persi tempo e iniziai a scriverle messaggi al telefono. Iniziai con domande sceme. Poi passai a vignette altrettanto sceme.
Raramente rispondeva. Non la vidi per moltissimo tempo.
I “mostri” alla notte continuano ad arrivare, quando ero ragazzo pensavo alla casa come ad un rifugio di quiete e sicurezza e non mi potevo immaginare altro, invece loro infestano la mia casa e mi ricordano le scelte sbagliate, l’amore che non c’è più e la corsa del tempo, sempre uguale, senza emozioni, senza slanci.
Più corro più non vedo meta, più penso più cado e striscio.
Fortunatamente lavoro molte ore al giorno, così la giornata passa e non torna mai più.
“Deve fare questi esami, è una prassi dell’azienda. Non si preoccupi le diamo un giorno così ha tempo per farli, è già tutto prenotato”. “Che bello un giorno di ferie da passare in ospedale!” Pensai ironico.
Ero seduto in attesa del prelievo, la vidi mentre stava pulendo i vetri davanti a me.
“Ciao” le dissi mentre era girata. Lei si voltò, mi sorrise e inaspettatamente disse “Ciao, pensavo di non vederti più! Come stai?”
“Solita vita” risposi. “Stai male?” “No, soliti esami di routine”. “Tu che fai di bello?” “ Io?, Vedi ho fatto carriera ora lavoro qua …” disse ridendo. Era sempre di buon umore.
“Ti ho scritto qualche volta, ma non mi hai risposto …” “ Ho letto, scusa, ma dovevo sistemare una questione”, abbassò lo sguardo, percepii un velo di tristezza, non dissi nulla.
“Ora lavori solo qua?” “ Sì, sono assunta partime a tempo indeterminato, meglio di niente”.
“Flavio, ti stanno chiamando!” “Ricordi il mio nome!” “Certo che ricordo, le persone gentili non le dimentico”
Entrai per il prelievo, all’uscita lei non c’era più.
Ripenso ai miei viaggi, a quando, senza fiato, ero davanti al Taj Mahal « Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo », scrisse Tagore. Un mausoleo per la moglie tanto amata, il tempio dell’amore.
Perché, nonostante tutto, ho paura di non innamorarmi più. Non posso fare questi discorsi con i colleghi, intenti a collezionare donne solo per una notte, corpi morbidi dispensatrici solo di piacere fisico.
“Ciao, non ti ho più vista all’uscita. Volevo salutarti”, le scrissi appena fuori dall’ospedale. “Grazie, avevo da fare, spero tutto bene per i tuoi esami”.
Ogni tanto le mandavo qualche vignetta divertente e lei mi rispondeva con un emoticon sorridente.
Questa volta mi rispondeva sempre.
Una sera le mandai una vignetta romantica, la risposta non tardò ad arrivare.
“Che bella! Non ti facevo così romantico” “Vedi che sorpresa?” risposi io. “Sono abituata a uomini diciamo più legati al concreto” Non sapevo cosa scrivere allora scherzai: “Non ti ho ancora chiesto se vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle …” “Che triste uccidere e chiudere in teche le povere farfalle, preferisco un uomo che mi dica: “Vieni a casa mia ti amerò per tutta la notte e assieme conteremo le stelle.. tutte”
Come dirle che mi sarebbe piaciuto scriverlo, ma non osavo …
Non riuscivo ad incontrarla e passavo la sera a chattare con lei.
“Che bello un uomo che mi ascolta!”, mi diceva. “ Sono complicato, mi appaga molto l’intesa cerebrale con una donna” “Sei vero o finto?” mi scriveva divertita!
“Le raccontai un po’ della mia vita e del fatto che non vedevo più mia mamma e mio fratello”
Rimase molto colpita “Perdonali , non ti hanno avvisato della morte di tuo padre perché eri irreperibile”
Non riuscii a dominare la mia rabbia e lei non ne parlò più.
Non ho avuto molte donne, non sono bellissimo, ma la mia indole così sensibile non mi permette di avere relazioni in cui non mi batta forte il cuore, senza sentimento, senza complicità.
Le relazioni sterili che appagano solo i sensi, mi raffredderebbero l’anima e dopo mi sentirei ancora più solo.
Con lei parlavo molto, in chat al telefono. In casa mia ora c’era il cane e la sua voce, le sue confidenze che facevano da scudo ai “mostri” sempre in agguato.
“Ti esprimi molto bene, sai due lingue straniere. Che studi hai fatto?” Mi chiese all’improvviso una sera.
“Sono laureato in lettere” “Immaginavo … in Italia bisogna studiare per amore della conoscenza, poi bisogna prepararsi a fare tutt’altro, oppure un lavoro bisogna inventarselo”.
Non le ho parlato dei progetti, dei sogni, delle scelte sbagliate. Ora la mia vita è questa e lei, sempre così allegra e positiva, annullava il prima e il dopo .
“Verranno tempi migliori” disse
“Andrà tutto bene” diceva mia nonna.
“Questa sera mio padre mi lascia l’auto, ti vengo a trovare” mi scrisse una sera.
Non ero preparato, non ero pronto ad un momento così emozionante.
Le emozioni forti se non si provano per tanto tempo poi si temono. Troppa bellezza fa paura, troppa luce acceca. “Vieni pure ti aspetto”
Arrivò bella e sorridente come al solito. Entrò in fretta. Si diresse verso il divano, si tolse le scarpe e si coricò.
Io chiusi la porta e rimasi a guardarla.
Lei mi guardò e sorrise “Devi farmi un regalo” Mi avvicinai al divano e mi sedetti accanto a lei.
“Quale?” “Devi fare pace con la tua famiglia, loro ti amano”
Abbassai lo sguardo e non risposi.
“Posso darti un bacio?”
“Sono stanca ho lavorato molto … fai quello che vuoi …”
“Andrà bene!” diceva mia nonna, mi abbracciava e diceva “Andrà tutto bene!”
Il primo bacio fu all'alba d'un autunno
di cobalto. Dichiarò alla stampa Tek Willer detto Aquila della Botte.
Le foglie stanche di cadere si suicidarono sui rami
con un bastoncino per le orecchie.
Il solco del solco morì nel solco e Flash Gordon passando sotto un albero
cercò di distogliere la natura dall'intento.
Intanto pioveva a sacco e non avendo ombrello
colui che passava, passò in un bar
dove era acceso solo un lume.
Al bancone s'aggiunse un disabilitato 899
figlio dell'amico Antenore di Troia.
Ulisse invitato non invitato
andò in fiamme per la rabbia e si scolò nel PeloPeloso un apericavolo
alla zucca.
Si venne a sapere da una locandina appesa alla toilette che
al teatro Verdi si rappresentava “Il tempo del gambero”.
I pescatori di cozze, avuto via sms la notizia, lasciarono la laguna
e manifestarono con i pescherecci in piazza delle erbe.
Kit Kat Carso pard di Tek Willer
aveva lasciato le Alpi e s'era trasferito in una Dacia
parcheggiata in divieto di sosta; ma questo non gli aveva impedito d'unirsi al vecchio amico.
Gli operatori asociali, notata la calca, fecero irruzione nella sala e ordinarono a tutti gli astanti di astenersi dall'astenersi.
Il conto fu pagato da un benefattore sconosciuto tramite una bonifica totale del locale.
Le mosche avevano compreso tutto e, dopo aver indossato
una muta da sub, sottoscrissero esse pure l'accordo sul clima.
Il climatizzatore improvvisamente si ruppe e la festa si spostò
in un caffè senza porte per consentire di purificare l'aria.
Suonava in quel locale un certo Pedro Occhi, di origine Messicana, alcune canzoni stonate intonate con il colore delle pareti.
Anche Kit Kat e Tek s'unirono al party messo in scena all'ora di cena.
Al teatro, nel frattempo, erano finiti i gamberi e i proprietari
avevano fatto fuori le scorte di patatine salmonate.
Arrivò Omero e volle scrivere un articolo su Oggi che sarebbe stato pubblicato all'indomani della terza guerra Punica.
Il sindaco Enrico Azzannato, avvisato dal comandante della pulizia urbana
il colonnello Custom, offeso per non essere stato invitato come Ulisse, emise
un'ordinanza in cui vietava la pazzia in pubblico.
Erano leciti solo gli illeciti commessi in domo propria.
Lo ius deretani fu convertito in cous cous tramite motu proprio.
La città era oramai assediata e il capo dei Ciocioni Incalliti,
Penna Rigata al sugo, si preparava ad attaccare le mura.
La salvezza però sarebbe arrivata dal Mar dei Tini.
Un contrabbandiere di bandiere infatti sarebbe riuscito a introdurre oltre la cinta un ritrovato chimico che decuplicava i nomi dei popolani.
Fu così che gli astanti del party spaventarono le tribù dei Ciocioni
che levarono l'assedio e si assediarono da soli per passare il tempo.
Era tempo di finire la storia e la storia finì.
I due compari: Kit Kat e Tek, soddisfatti comprarono un allevamento
di polli aviatori aviarici e si misero a esportare poesie scritte con il rosso delle uova.
di cobalto. Dichiarò alla stampa Tek Willer detto Aquila della Botte.
Le foglie stanche di cadere si suicidarono sui rami
con un bastoncino per le orecchie.
Il solco del solco morì nel solco e Flash Gordon passando sotto un albero
cercò di distogliere la natura dall'intento.
Intanto pioveva a sacco e non avendo ombrello
colui che passava, passò in un bar
dove era acceso solo un lume.
Al bancone s'aggiunse un disabilitato 899
figlio dell'amico Antenore di Troia.
Ulisse invitato non invitato
andò in fiamme per la rabbia e si scolò nel PeloPeloso un apericavolo
alla zucca.
Si venne a sapere da una locandina appesa alla toilette che
al teatro Verdi si rappresentava “Il tempo del gambero”.
I pescatori di cozze, avuto via sms la notizia, lasciarono la laguna
e manifestarono con i pescherecci in piazza delle erbe.
Kit Kat Carso pard di Tek Willer
aveva lasciato le Alpi e s'era trasferito in una Dacia
parcheggiata in divieto di sosta; ma questo non gli aveva impedito d'unirsi al vecchio amico.
Gli operatori asociali, notata la calca, fecero irruzione nella sala e ordinarono a tutti gli astanti di astenersi dall'astenersi.
Il conto fu pagato da un benefattore sconosciuto tramite una bonifica totale del locale.
Le mosche avevano compreso tutto e, dopo aver indossato
una muta da sub, sottoscrissero esse pure l'accordo sul clima.
Il climatizzatore improvvisamente si ruppe e la festa si spostò
in un caffè senza porte per consentire di purificare l'aria.
Suonava in quel locale un certo Pedro Occhi, di origine Messicana, alcune canzoni stonate intonate con il colore delle pareti.
Anche Kit Kat e Tek s'unirono al party messo in scena all'ora di cena.
Al teatro, nel frattempo, erano finiti i gamberi e i proprietari
avevano fatto fuori le scorte di patatine salmonate.
Arrivò Omero e volle scrivere un articolo su Oggi che sarebbe stato pubblicato all'indomani della terza guerra Punica.
Il sindaco Enrico Azzannato, avvisato dal comandante della pulizia urbana
il colonnello Custom, offeso per non essere stato invitato come Ulisse, emise
un'ordinanza in cui vietava la pazzia in pubblico.
Erano leciti solo gli illeciti commessi in domo propria.
Lo ius deretani fu convertito in cous cous tramite motu proprio.
La città era oramai assediata e il capo dei Ciocioni Incalliti,
Penna Rigata al sugo, si preparava ad attaccare le mura.
La salvezza però sarebbe arrivata dal Mar dei Tini.
Un contrabbandiere di bandiere infatti sarebbe riuscito a introdurre oltre la cinta un ritrovato chimico che decuplicava i nomi dei popolani.
Fu così che gli astanti del party spaventarono le tribù dei Ciocioni
che levarono l'assedio e si assediarono da soli per passare il tempo.
Era tempo di finire la storia e la storia finì.
I due compari: Kit Kat e Tek, soddisfatti comprarono un allevamento
di polli aviatori aviarici e si misero a esportare poesie scritte con il rosso delle uova.


