Mario è un ometto anziano, tranquillo. Ha un cane, un gatto, tre galline, una misera pensione e una casa non sua. La vita gli ha tolto tutto il resto. Sposato, da tempo vedovo, con due figli ormai lontani, lui dice all'estero, per non far intendere che non sono più interessati alla sua esistenza.
Vive da solo in un casolare, ai margini di una elegante cittadina del nord. Il proprietario era un suo vecchio e caro amico che non voleva affitti o altro. L'unico impegno preso, era quello di tener sempre in ordine la casetta e quel poco di terreno intorno ad essa. Alla morte dell'amico, i figli di quest'ultimo, con molto tatto, dissero a Mario che col tempo avrebbe dovuto lasciare libera la proprietà...col tempo.
Da tempo Mario sentiva parlare di quel centro commerciale.
-Proprio qui devono fare un'altra "cattedrale"!
Diceva, imprecando, quando qualcuno lo veniva a salutare.
Il...col tempo...arrivò presto e ricevette la lettera di sfratto. Mario pensò, -alla mia età, mica mi possono mettere per strada, capiranno! Neanche rispose alle successive lettere. Una sera, come tutte le sere, mentre si apprestava a chiudere le imposte, notò del movimento intorno alla casa.
Il cane abbaiava e suonarono alla porta. Aprì, erano due "cravattati", come li chiamava lui.
-Buona sera signor Mario
Lui non rispose ma fece un cenno con la testa. -Avrà sicuramente ricevuto le nostre lettere e saprà che domani cominceranno i lavori di scavo e la casa verrà abbattuta, lo sa vero?
Mario fece un altro cenno con la testa, quasi consapevole di quello che avevano detto.
-Confidiamo in lei, buona sera.
Richiuse la porta, si fermò a pensare e poi riprese a fare quello che stava facendo. Si preparò la cena, mangiò tranqillamente e guardò anche la tivù, il solito film in bianco e nero. Andò a letto, presto, come sempre.
La mattina dopo, di buon'ora, aprì le finestre e stranamente...nessun movimento all'esterno. Niente ruspe, niente camion, niente di niente.
Cavolo! pensò, è stato solo un sogno.
Contento, accarezzò il gatto, diede da mangiare al cane, alle galline e raccolse un paio di uova nel pollaio. Era una giornata stupenda. Verso mezzogiorno, sentì il rumore di un'auto sulla strada bianca e polverosa. Si fermò davanti al portone, scese un giovanotto alto e ben vestito, Mario lo vedeva dalla finestra. Aprì la porta e...
-Papà, non mi riconosci, sono Gino, c'è anche Piero con me.
Erano i due figli. Li accolse in casa che non stava nella pelle dalla felicità. Dopo vari saluti, abbracci e baci, il piu grande dei due, Gino, uscì dicendo:
-Sai papà, abbiamo pensato di portarti a vivere con noi, su in Germania. Abitiamo vicini e abbiamo costruito una casetta che sarebbe l'ideale per te.
Mario non trovava le parole per rispondere, come al solito, annuiva e sorrideva, sorrideva...
Rimasero così tutto il pomeriggio e la sera, a cena, tra una pietanza e l'altra, sempre Gino:
-Domani dobbiamo andare al comune per le "carte".
La mattina dopo andarono tutti insieme .
L'impiegato comunale chiamava per numero e nome.
-Numero 47 signor Mario...numero 47 signor Mario...signor Mario, signor Mario...Mario, Mario... MARIO, SVEGLIATI!
Ci sono le ruspe!
Vive da solo in un casolare, ai margini di una elegante cittadina del nord. Il proprietario era un suo vecchio e caro amico che non voleva affitti o altro. L'unico impegno preso, era quello di tener sempre in ordine la casetta e quel poco di terreno intorno ad essa. Alla morte dell'amico, i figli di quest'ultimo, con molto tatto, dissero a Mario che col tempo avrebbe dovuto lasciare libera la proprietà...col tempo.
Da tempo Mario sentiva parlare di quel centro commerciale.
-Proprio qui devono fare un'altra "cattedrale"!
Diceva, imprecando, quando qualcuno lo veniva a salutare.
Il...col tempo...arrivò presto e ricevette la lettera di sfratto. Mario pensò, -alla mia età, mica mi possono mettere per strada, capiranno! Neanche rispose alle successive lettere. Una sera, come tutte le sere, mentre si apprestava a chiudere le imposte, notò del movimento intorno alla casa.
Il cane abbaiava e suonarono alla porta. Aprì, erano due "cravattati", come li chiamava lui.
-Buona sera signor Mario
Lui non rispose ma fece un cenno con la testa. -Avrà sicuramente ricevuto le nostre lettere e saprà che domani cominceranno i lavori di scavo e la casa verrà abbattuta, lo sa vero?
Mario fece un altro cenno con la testa, quasi consapevole di quello che avevano detto.
-Confidiamo in lei, buona sera.
Richiuse la porta, si fermò a pensare e poi riprese a fare quello che stava facendo. Si preparò la cena, mangiò tranqillamente e guardò anche la tivù, il solito film in bianco e nero. Andò a letto, presto, come sempre.
La mattina dopo, di buon'ora, aprì le finestre e stranamente...nessun movimento all'esterno. Niente ruspe, niente camion, niente di niente.
Cavolo! pensò, è stato solo un sogno.
Contento, accarezzò il gatto, diede da mangiare al cane, alle galline e raccolse un paio di uova nel pollaio. Era una giornata stupenda. Verso mezzogiorno, sentì il rumore di un'auto sulla strada bianca e polverosa. Si fermò davanti al portone, scese un giovanotto alto e ben vestito, Mario lo vedeva dalla finestra. Aprì la porta e...
-Papà, non mi riconosci, sono Gino, c'è anche Piero con me.
Erano i due figli. Li accolse in casa che non stava nella pelle dalla felicità. Dopo vari saluti, abbracci e baci, il piu grande dei due, Gino, uscì dicendo:
-Sai papà, abbiamo pensato di portarti a vivere con noi, su in Germania. Abitiamo vicini e abbiamo costruito una casetta che sarebbe l'ideale per te.
Mario non trovava le parole per rispondere, come al solito, annuiva e sorrideva, sorrideva...
Rimasero così tutto il pomeriggio e la sera, a cena, tra una pietanza e l'altra, sempre Gino:
-Domani dobbiamo andare al comune per le "carte".
La mattina dopo andarono tutti insieme .
L'impiegato comunale chiamava per numero e nome.
-Numero 47 signor Mario...numero 47 signor Mario...signor Mario, signor Mario...Mario, Mario... MARIO, SVEGLIATI!
Ci sono le ruspe!
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La corriera era partita di buon mattino quel giorno.
Oramai erano iniziate le vacanze, e così, come ogni anno, si andava al paese per trascorrere alcuni mesi lontano dalla città e per riprendere “il colorito”, come diceva spesso mio padre.
Per le strade ancora l’odore della notte mentre seduti sui marciapiedi alcuni nottambuli s’attardavano a rientrare, non del tutto lucidi dopo essersi riempiti lo stomaco del solito alcool traditore.
La stazione delle corriere dava su una grande piazza, dove al centro faceva bella mostra una grande vasca che quasi veniva voglia di tuffarsi per alleviarti dall’aria calda e appiccicosa di quel mattino di giugno. “Dai Giuseppe facciamo un bel tuffo così ci rinfreschiamo un pochino” consigliavo a mio fratello senza averci pensato bene prima; ogni tanto si poteva pure sognare.
Stranamente sembrava che le stagioni avessero anticipato di un mese e senz’altro era così, perché sentivo spesso questi discorsi sul tempo dal venditore di frutta che ogni mattina sostava all’angolo di casa. Mentre la corriera lasciava la città e si lanciava per la Statale, io e mio fratello ne combinavamo di tutti i colori e spesso i rimproveri di mia madre seguivano poco dopo quelli di mio padre che sicuramente avevano un effetto “miracoloso”.
Eravamo i soliti, e forse Giuseppe era quello più turbolento mentre io, più grande di lui, riuscivo a controllarmi e disturbare il meno possibile. Le altre due sorelle e un altro fratello erano rimasti in città, a Cagliari, per visite mediche e per altri impegni con la scuola e perciò sarebbe stato impossibile partecipare a quel inizio di vacanza. Avevamo caricato sulla corriera anche le due biciclette, ancora in buone condizioni nonostante le corse sfrenate e le cadute quotidiane, ma il divertimento erano le corse e le gare che spesse volte lasciavano i segni sulle ginocchia, ed allora arrivare a casa erano rimproveri, con il risultato di qualche giorno senza le due ruote.
Quella mattina la corriera era particolarmente veloce e l’autista, un tipo grosso e baffuto, non faceva altro che fumare una sigaretta dietro l’altra, senza curarsi del fastidio che poteva dare ai passeggeri. L’inizio vacanze ci aveva particolarmente caricato, e Giuseppe non faceva altro che chiacchierare a più non posso non lasciando tranquillo nessun passeggero.
L’arrivo al paese aveva coinciso con l’ascolto della Santa Messa nella chiesetta vicino a casa. Una bella doccia rinfrescante prima di recarci in chiesa, e nuovamente saremmo stati in forma. Infatti, anche Don Usai aveva notato questa nostra freschezza, e subito ci aveva occupato per servire la Santa Messa con altri amici che con grande festa ci accolsero con baci e abbracci.
Dopo la messa non ci fu neppure il tempo di stare in giro con gli amici perché subito arrivò l’ora del pranzo. Quindi se ne sarebbe riparlato la sera, dopo il solito riposino, per fare qualche giro in paese, magari in bici. Ma anche Giuseppe non era molto sicuro dell’uscita con le due ruote, anche perché ci aspettava la punizione che i nostri genitori avevano promesso durante il viaggio.
Sotto il grande pino che regnava sovrano in un angolo del cortile tutto era pronto per il pranzo. Ci si era rivisti con gli zii e i cugini.
All’arrivo i cugini non erano presenti perché avevano trascorso la mattinata al mare.
Ma il ritrovarci all’ora di pranzo era stata una grande festa e le grida di gioia erano tante e fragorose che i grandi non riuscivano a calmarci.
Che gioia ritrovarsi! Raccontarci le nostre cose e assaggiare le tante cose buone che Zia Giuseppina aveva preparato!
Anche zio Francesco era nella gioia più grande. Il ritrovarci era il massimo. Lo zio Francesco non si era sposato. Era amante della poesia e la scriveva pure. Esistono ancora i suoi manoscritti redatti in bella copia su quei quaderni a copertina nera che tanto andavano di moda molti e molti anni fa. Poi, per mandare avanti la “famiglia” e per le necessità quotidiane dei suoi ragazzi, faceva qualche lavoro di sartoria oppure qualche benefattore si interessava spedendo viveri o anche qualche offerta in danaro.
Qualche volta riceveva dei viveri dal Vaticano che aveva preso molto a cuore la sua attività di benefattore. Ricordo di una stanza dove raccoglieva le provviste tutte in perfetto ordine e tutto sotto controllo per poter soddisfare le esigenze quotidiane della sua comunità. Aveva circa dieci ragazzini di età scolare che aveva tolto dalla strada e da famiglie che non potevano assicurare il pane e non potevano interessarsi per dare un minimo di istruzione e poi una sistemazione futura.
Questo era il suo progetto. Lo portava avanti con sacrificio ma la sua tenacia e la sua voglia di aiutare questi ragazzi era grande. Aveva pure un nome la sua casa-famiglia. Si chiamava Piccolo Regno. Un piccolo Regno veramente ed era tutto di una semplicità serafica. Tutto era stato creato perché questi ragazzi potessero un domani essere padroni del proprio futuro e certamente Zio Francesco era da ammirare per la sua voglia di andare avanti nonostante le grandi difficoltà che incontrava ogni giorno.
Quindi nel nostro vicinato avevamo una piccola comunità, come si dice oggi, e certamente era grande gioia per noi avere oltre ai cugini altri compagni d’avventura per combinare ogni tanto qualche guaio e qualche preoccupazione in più ai grandi. Ricordo tanti momenti passati in laboratorio con questi ragazzi dove si eseguivano piccoli lavori di traforo. Veramente mi aveva appassionato fare lavori di quel genere anche perché poi avevo saputo che lo Zio aveva avuto, nel periodo della Fiera Campionaria della Sardegna, uno spazio per poter vendere i lavori che venivano prodotti nella sua comunità. Si guadagnava bene in quel periodo e quel tipo di lavoro andava alla grande. Anche i piccoli lavori di sartoria facevano reddito per la comunità e Zio Francesco certo non aveva alcun problema per quella attività anche perché era andato giovanissimo a Torino per “imparare l’arte” come si diceva un tempo.
Era partito giovanissimo, forse non aveva nemmeno 17 anni. Ricordo che ci parlava spesso di quel suo periodo. Parlava pure di aver partecipato come comparsa a qualche film: era un bel uomo in definitiva e certamente aveva fatto presa in qualche personaggio dell’ambiente cinematografico in cerca di “nuovi volti”. Non ricordo i film a cui partecipò ma ricordo soltanto la sua gioia quando raccontava degli aneddoti e i suoi occhi allora si velavano di lacrime e la sua voce tradiva qualche emozione.
Certamente in quelle vacanze avremmo fatto grande indigestione delle sue storie e lo stare insieme anche nelle lunghe camminate in campagna e in montagna, motivo per cui ero particolarmente contento.
Fare le lunghe camminate era la mia passione e non vedevo l’ora che arrivasse il momento buono per indossare gli scarponi e lo zaino con tutto l’occorrente.
Il copione oramai più o meno si ripeteva ogni anno, ed ecco perché l’attesa era tanta e non vedevo l’ora di mettermi in marcia con tutti quanti gli altri ragazzi e partire verso la montagna.
Non capivo il perché di questa voglia sfrenata di mettermi in marcia, scoprire caratteristici angoli della montagna. Il Monte Linas ci aspettava, e come un grande gigante avevamo la forza di andarlo a trovare e sfidarlo. Sarebbe stata una grande festa arrampicarci, anche se non saremo riusciti a raggiungere la cima. Era tanto arrivare a circa 1300 metri di altezza. In paese alcuni ragazzi erano riusciti a farlo, ma bisognava essere allenati alle lunghe camminate ed avere una grandissima dote di coraggio. Un giorno senz’altro avremmo fatto anche questa esperienza. Per il momento ci bastava arrivarci vicino. Vi erano tante altre cose da scoprire: ammirare bellissimi paesaggi e attraversare il fiume Piras, proprio nelle vicinanze dove inizia a salire per il monte Linas.
Arrivare al mio paese era per noi una grande festa. Ci si incontrava con gli amici e con i parenti e le giornate trascorrevano nell’assoluto relax con le camminate in campagna e l’avventurarsi per le montagne che ogni mattina facevano bella mostra al mio risveglio.
L’olivo faceva da padrone e i lecci erano una manna per la frescura che ti regalavano.
All’arrivo di quella prima giornata di vacanza ci accolse Giovannino, un amico di famiglia che s’intendeva di lavori di campagna e il suo orto era il paradiso delle cose buone. L’anguria era l’unica frutta che ci dava una particolare allegria.
Ricordo le grandi fette che venivano tagliate, e quasi non riuscivo neppure a sollevarle, quelle angurie, neppure a due mani. Non ero molto in carne all’età di quindici anni, ma piuttosto mingherlino, e l’andare a trascorrere le vacanze al paese era il toccasana per rimettersi in forma. Quella prima sera di vacanza la passammo dentro casa.
Con grande dispiacere restammo dentro casa ma non certo con la voglia di starcene fermi e buoni. Ma non era comunque il caso di farla tragica: ci sarebbero state altre giornate e forse anche più interessanti.
A quei tempi certo non si poteva stare tranquilli a vedere la televisione. Sarebbero passati molti e molti anni prima che prendessimo un televisore e potessimo goderci qualche cartone animato o qualche bel film.
Io e Giuseppe si giocava a tombola, e insieme ai cugini e ai ragazzi della comunità si escogitava così un sistema per passare il tempo e per non annoiarci.
Nel mentre che ci divertivamo in vari modi mio padre preparava le valigia per l’indomani. Doveva rientrare in città perché per lui le ferie non esistevano. Erano tempi difficili e bisognava andare al lavoro. Anche la mamma rientrava con mio padre anche perché la sua presenza era necessaria sia per le sorelle, che per l’altro fratello rimasti a Cagliari.
Dentro di noi forse eravamo anche contenti, non solo per non avere i nostri genitori sempre dietro, ma ero un modo per essere responsabili delle nostre azioni. In realtà non è che si restava senza controllo. Al contrario, Zia Giuseppina e Zio Giovanni erano forse più esigenti dei nostri genitori.
Ricordo la stanchezza di quel primo giorno e di come presi subito sonno appena misi la testa sopra il cuscino, senza contare le pecorelle, come dicevano i grandi, che bisogna contarle quando non si riesce dormire.

Uno scorcio di Gonnosfanadiga (ca), il mio paese di nascita.
Sai non me la passo bene. Ho smesso sia di tracciare che di seguire le orme, e lasciarmi trascinare dalle correnti. Il mio viso e la mia vita si fanno progressivamente più oscuri e annebbiati. Ora ho persino una persona che mi legge la posta e mi accompagna a scegliere la frutta più fresca.
Si chiama Alberth, ha 33 anni ed è assai gentile, come ero io un tempo. Dalle basse siepi mi spia un tramonto roccioso. Dalle alte finestre delle mie dimenticanze il cuore batte il pendolo modellando il tempo e il legno, in maniera che non posso definire. Ho quasi finito di sorseggiare questo tramonto, presto sarà sulla bocca di tutti, e potremmo finalmente parlarci e comprenderci. La prima alba per l'uomo. Mi preparo a morire. Va bene sono pronto. Alberth si prepara a placare l'assetata lama.
Si chiama Alberth, ha 33 anni ed è assai gentile, come ero io un tempo. Dalle basse siepi mi spia un tramonto roccioso. Dalle alte finestre delle mie dimenticanze il cuore batte il pendolo modellando il tempo e il legno, in maniera che non posso definire. Ho quasi finito di sorseggiare questo tramonto, presto sarà sulla bocca di tutti, e potremmo finalmente parlarci e comprenderci. La prima alba per l'uomo. Mi preparo a morire. Va bene sono pronto. Alberth si prepara a placare l'assetata lama.
Osservo il soffitto dal mio letto di dolore e considero che questa volta mi è andata bene, veramente bene. Solo per questo i venti giorni d’ospedale non sono stati niente di fronte alle più funeree previsioni. Ma ora sto decisamente meglio, lo percepisco dal senso di ansietà che mi prende. Mia moglie è andata al lavoro non prima di avermi fatto fare una buona colazione e aver predisposto la pillola di metà mattinata. E sono solo. Per modo di dire ! Accanto al mio letto troneggia Ras, il mio pastore tedesco che non si allontana un attimo da me, a volte sollecitandomi col collare alla bocca pensando ad un’improbabile passeggiata. Devo riposare e recuperare dopo la devastante operazione al cuore. Già, quanto resisterò a letto ? Il cellulare comincia suonare e ho difficoltà anche a tenerlo in mano.
Seduto sulla sponda del letto, prendo la pillola, nascosta sotto il tappeto mentre Ras si lecca i baffi. Cagnaccio maledetto, se si ammala lo riempirò di pillole. Vabbè, pazienza e calma e tutto si risolverà. Mi appisolo. Sono svegliato dall’abbaiare del cane che fa il suo dovere di guardia specialmente quando mia moglie é nei dintorni. E giuro che non gli ho insegnato niente !
- Pronto ? – biascico li per li
- Pronto, my amor…my vida…come stai ? Ho saputo, ho saputo, mi hai fatto preoccupare non credevo che certi guai arrivassero anche ai matador come te. Non vedo l’ora di scendere per le vacanze, incontrarti e continuare a ridere con te, delle tue facezie. Mi mancano solo dieci giorni…
- Come, solo per ridere delle mie battutine…si vede che il cuore era già ipofunzionante da prima ! Comunque vieni e….quel che sarà sarà.
- No Ninù, non sarà niente, niente di quello che fantastichi! Ricordi? I tempi di guarigione…..
Seduto sulla sponda del letto, prendo la pillola, nascosta sotto il tappeto mentre Ras si lecca i baffi. Cagnaccio maledetto, se si ammala lo riempirò di pillole. Vabbè, pazienza e calma e tutto si risolverà. Mi appisolo. Sono svegliato dall’abbaiare del cane che fa il suo dovere di guardia specialmente quando mia moglie é nei dintorni. E giuro che non gli ho insegnato niente !
- Caro, sei sveglio ? – la voce è quella di un lamento funebre e non è nemmeno greca !-
- Caro due meravigliose notizie. La prima: Domani la donna delle pulizie rimarrà tutta la mattinata con te !
- …e la seconda qual è ?
- Ho incontrato Giorgio, il tuo amico medico, Mi ha detto che tra un mesetto potrai scendere nei giardinetti antistanti il palazzo.
- Amò, riportami in ospedale.
- In cardiologia ? – mi disse preoccupata, ma quasi sognante –
Questa è la favola di Orcomatto, un orco strano, che nella palude non viveva, perché, come della notte, paura gli incuteva.
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
La terrazza a mare, quella sera, aveva vestito gli abiti migliori per offrire ai suoi clienti commensali un’atmosfera da sogno. Tovaglie con trine e pizzi di un candore niveo, l’immancabile candela che avrebbe collaborato all’illuminazione del tavolo e a dare quel calore non certo indispensabile per la stagione in corso, l’argenteria sapientemente ripulita che di tanto in tanto rimandava i riflessi di una luce già fievole di per se. Vanitosamente rifletteva questa immagine nelle acque del mare sottostante e, in un fantasmagorico gioco di colori, si confondeva con le luci della costiera che si specchiavano alla sua superficie. Indubbiamente una notte magica, di grandi sortilegi, dove tutto poteva succedere nella più assoluta normalità senza l’impiego di streghe e artificiosità varie. A volte, capita! A volte un grande desiderio che trova ostacoli nella vita, in una di queste sere, trova la sua realizzazione. Una realtà coi piedi per terra ma di sicuro non meno agognata. Il brusio della gente seduta ai tavolini era appena accennato, soffocato, quasi, dal timore di turbare quell’incanto e dall’attesa inconsapevole di essere li li per assistere a un evento bellissimo, fuori da canoni e schemi. E, senza rumori, senza colpi di scena entrarono i nostri protagonisti. Niente corone, niente cavalli bianchi, senza evocare applausi fecero il loro ingresso un uomo e una donna, non giovani, anzi ormai vissuti e felici di mostrare la giovinezza che c’era nei loro cuori. Lei, ancora bella e giovanile, riempiva un vestitino attillato elegante ma semplice che mostrava ancora una sinuosità del corpo invidiabile, non messa in mostra ma solo accentuata dalla predisposizione naturale della sua corporatura. Lui, quasi claudicante, teneva il braccio della sua compagna sotto al suo, ma era abbastanza evidente che fosse lei a sorreggerlo e non di certo per falso pietismo. Si avviarono al tavolo a loro predestinato e Lui, caparbiamente, in barba all’equilibrio che man mano scemava, gli stava venendo a mancare, le tirò indietro la sedia, invitandola a sedere. Di fronte alla donna, un piccolo portafiori che conteneva un mazzetto di “nontiscordardime” predisposti dall’uomo. Un lieve imbarazzo le imporporò le guance quasi fosse rimasta una studentessa liceale di primo pelo. Non durò molto, il tempo che l’uomo se ne accorgesse e con qualche battuta di spirito riportasse tutto alla normalità. Fu in quel momento che le stelle si raggrupparono in un unico nucleo, inviando la loro luce sul tavolo e ponendo il resto della sala in una penombra insignificante. E finalmente i due cominciarono a parlarsi. Non erano più la brutta copia, datata di fidanzatini di Peynet, ma solo due persone con una innata voglia di conoscersi, di scambiarsi sensazioni e pensieri inespressi nell’arco delle rispettive vite, ma che avrebbero voluto trovare ascolto, un ascolto complice e comprensivo. Troppo tardi ? L’orologio della vita correva inesorabile e loro si erano già chiesti se valesse la pena di vivere quelle emozioni proprio ora che stavano per mettere il cuore a riposo. L’attrazione dei pensieri li aveva coinvolti e avevano avuto piacere di condividersi, di apprezzarsi, di sapere che, nella vita esisteva l’incastro adatto per il proprio puzzle. Parlarono senza inibizioni e in assoluta armonia, fino a quando, lui, nelle more della discussione, divenne audace e le prese la mano. Lei lo guardò negli occhi e non ritirò la mano semmai la strinse più forte, quasi quel gesto potesse significare il sigillo di un unione. Furono risvegliati dalla luce degli astri che, avendo ritrovato la loro ricollocazione naturale nel firmamento, erano tornati a illuminare tutta la sala. Si alzarono, lui volle che portasse via con se i “Nontiscordardime” e si avviarono all’uscita che li ingoiò col suo buio. Eppure, sebbene l’alba ormai alzasse il sipario della vita, ancora….lucean le stelle !
"Maria sbrigati, che è tardi, l’autobus passa tra dieci minuti, e se lo perdi dovrai aspettare mezz’ora, se sei fortunata".
Ogni mattina la stessa solfa, corro, corro sempre, correvo per andare a scuola, a piedi s’intende, cosi i soldi dell’autobus li avrei usati per la merenda, e ora corro a lavorare in mensa.
Lavo i piatti sporchi di chi in questa grande azienda guadagna millecinquecento euro già al primo stipendio, lavo pentole più alte di me e mi spello le mani con acidi e detersivi che insieme allo sporco si portano via la mia pelle.
Non mi tiro mai indietro, qualsiasi lavoro ci sia da fare io ci sono.
" Maria corri c'è da preparare il coffee break, Maria hai preparato i secondi freddi? E i formaggi? E la frutta? Maria domani devi fare gli straordinari".
Millecinquecento persone affamate , ma di una fame stupida, quella fame che gli fa disprezzare cose che altri divorerebbero; uomini e donne che si avvicinano al cibo con aria quasi disgustata, e che ti dicono “signora ma oggi non c'è proprio niente di buono”,
io li guardo sbalordita, ma come ? Qui c’e ogni ben di Dio.
Dall’isola dei primi... , già l’isola, un modo chic per pamperizzare i nostri clienti,sale un profumo che stuzzica le papille, sei primi caldi uno diverso dall’altro, e loro dicono che oggi non c’e niente di buono. E io devo pamperizzare, questo termine secondo lo psicologo della mia azienda sta a significare che noi al commensale gli dobbiamo fare di tutto pur di renderlo felice.
"Sorridi Maria, Sii gentile Maria, sempre più gentile Maria, metti il pannolone al cliente Maria, pamperizzalo purché sia felice".
Spesso mi capita, quando esco di casa, la mattina verso le sei e mezza, di guardarmi intorno, c'è sempre la solita gente in giro , assonnata come me, stanca della mia identica stanchezza,volti vuoti, con l’anima ancora a riposo, almeno quella.
E siamo li sempre gli stessi, ad aspettare il bus.
Seduta accanto al finestrino guardo la strada che spesso mi ipnotizza, si snoda davanti a me come un serpente sinuoso e il suo respiro diventa il mio, molti dormono e io penso, che vita, che fatica.
Anche oggi come tutti i giorni scende dalla sua auto un giovane impiegato, e lo accompagna il padre, ogni mattina.
Potrei ripetere ad occhi chiusi i loro movimenti, tanto sono precisi e studiati, il figlio alla guida, il parcheggio nella zona disabili, gli sportelli dell’auto si aprono, il padre scende e apre il portellone dietro, lui prende le sue gambe, una alla volta e le sposta verso l’esterno, arriva la carrozzina... lui sale, si chiudono le portiere, e via al lavoro dietro la sua scrivania, mentre il padre se ne va.
Lo guardo e penso, certo lui e’ davvero sfortunato, e un po’ mi vergogno per essermi sentita sfortunata anche io.
Ma la fatica c’è, tanta davvero e ciò che maggiormente mi avvilisce è che non ho nessuno che almeno mi consoli, qualcuno che mi abbracci quando, tornata a casa sfinita, riesco a malapena a star dritta in piedi.
Non che io viva sola, per carità ho un compagno, ma sto scoprendo solo ora il suo disagio nei confronti del mio lavoro.
Ho capito, anzi ho letto nei suoi occhi una certa vergogna quando qualche volta mi è venuto a trovare o a prendere al lavoro, chissà forse perché lui è un impiegato , in pratica uno di quelli che sta dall’altra parte del bancone della mensa.
Mi avvilisce questa situazione, sentirmi parte della casta degli invisibili, e sentirmi invisibile anche agli occhi di chi dovrebbe amarmi.
Poi penso a chi sicuramente sta peggio di me.
Però penso anche a quanto si senta carne da macello chi come me per campare deve quasi essere schiavizzato, e a volte come è capitato, deve tuffarsi nell’immondizia per cercare l’anello d’oro che una stupida impiegata ha perso nel purè di patate, mentre chiacchierava con le colleghe.
La vita è così strana, e noi siamo strani, noi che nonostante tutto ci sentiamo a casa in quel luogo che ci toglie dignità,
eh si perchè se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è anche vero che in certi posti di lavoro ci sono uomini che rendono pezzenti altri esseri umani, anche solo con i loro sguardi. Che vita ho scelto di vivere, così dura e triste, che posso definire certamente una punizione alla quale però ho deciso di dire basta.
Da domani si inizia un nuovo percorso, ho così tanto coraggio ora e così tanto da costruire. Sarò costruttrice del mio futuro, portando giorno dopo giorno cemento e mattoni al mio cantiere.
Nessuno mi attraverserà più con lo sguardo, la mia voce sarà alta e possente, e la mia figura benché minuta sarà visibile al mondo intero.
La fortuna ha volto finalmente lo sguardo su di me e domani affronterò un colloquio di lavoro in una onlus che si occupa di bambini indigenti , e di donne maltrattate o abusate.
Ho deciso di riprendere a studiare , e nessuno mi guarderà più con sufficienza , e soprattutto non accetterò più di avere al mio fianco chi si vergogna di me.
Ci sono esperienze che ti distruggono, ma dalle quali si può rinascere , senza più timori né debolezze, ma con una consapevolezza nuova di se e degli altri, si rinasce capaci di difenderci dall’arroganza altrui, consci del nostro valore e finalmente fieri di noi stessi.
Ogni mattina la stessa solfa, corro, corro sempre, correvo per andare a scuola, a piedi s’intende, cosi i soldi dell’autobus li avrei usati per la merenda, e ora corro a lavorare in mensa.
Lavo i piatti sporchi di chi in questa grande azienda guadagna millecinquecento euro già al primo stipendio, lavo pentole più alte di me e mi spello le mani con acidi e detersivi che insieme allo sporco si portano via la mia pelle.
Non mi tiro mai indietro, qualsiasi lavoro ci sia da fare io ci sono.
" Maria corri c'è da preparare il coffee break, Maria hai preparato i secondi freddi? E i formaggi? E la frutta? Maria domani devi fare gli straordinari".
Millecinquecento persone affamate , ma di una fame stupida, quella fame che gli fa disprezzare cose che altri divorerebbero; uomini e donne che si avvicinano al cibo con aria quasi disgustata, e che ti dicono “signora ma oggi non c'è proprio niente di buono”,
io li guardo sbalordita, ma come ? Qui c’e ogni ben di Dio.
Dall’isola dei primi... , già l’isola, un modo chic per pamperizzare i nostri clienti,sale un profumo che stuzzica le papille, sei primi caldi uno diverso dall’altro, e loro dicono che oggi non c’e niente di buono. E io devo pamperizzare, questo termine secondo lo psicologo della mia azienda sta a significare che noi al commensale gli dobbiamo fare di tutto pur di renderlo felice.
"Sorridi Maria, Sii gentile Maria, sempre più gentile Maria, metti il pannolone al cliente Maria, pamperizzalo purché sia felice".
Spesso mi capita, quando esco di casa, la mattina verso le sei e mezza, di guardarmi intorno, c'è sempre la solita gente in giro , assonnata come me, stanca della mia identica stanchezza,volti vuoti, con l’anima ancora a riposo, almeno quella.
E siamo li sempre gli stessi, ad aspettare il bus.
Seduta accanto al finestrino guardo la strada che spesso mi ipnotizza, si snoda davanti a me come un serpente sinuoso e il suo respiro diventa il mio, molti dormono e io penso, che vita, che fatica.
Anche oggi come tutti i giorni scende dalla sua auto un giovane impiegato, e lo accompagna il padre, ogni mattina.
Potrei ripetere ad occhi chiusi i loro movimenti, tanto sono precisi e studiati, il figlio alla guida, il parcheggio nella zona disabili, gli sportelli dell’auto si aprono, il padre scende e apre il portellone dietro, lui prende le sue gambe, una alla volta e le sposta verso l’esterno, arriva la carrozzina... lui sale, si chiudono le portiere, e via al lavoro dietro la sua scrivania, mentre il padre se ne va.
Lo guardo e penso, certo lui e’ davvero sfortunato, e un po’ mi vergogno per essermi sentita sfortunata anche io.
Ma la fatica c’è, tanta davvero e ciò che maggiormente mi avvilisce è che non ho nessuno che almeno mi consoli, qualcuno che mi abbracci quando, tornata a casa sfinita, riesco a malapena a star dritta in piedi.
Non che io viva sola, per carità ho un compagno, ma sto scoprendo solo ora il suo disagio nei confronti del mio lavoro.
Ho capito, anzi ho letto nei suoi occhi una certa vergogna quando qualche volta mi è venuto a trovare o a prendere al lavoro, chissà forse perché lui è un impiegato , in pratica uno di quelli che sta dall’altra parte del bancone della mensa.
Mi avvilisce questa situazione, sentirmi parte della casta degli invisibili, e sentirmi invisibile anche agli occhi di chi dovrebbe amarmi.
Poi penso a chi sicuramente sta peggio di me.
Però penso anche a quanto si senta carne da macello chi come me per campare deve quasi essere schiavizzato, e a volte come è capitato, deve tuffarsi nell’immondizia per cercare l’anello d’oro che una stupida impiegata ha perso nel purè di patate, mentre chiacchierava con le colleghe.
La vita è così strana, e noi siamo strani, noi che nonostante tutto ci sentiamo a casa in quel luogo che ci toglie dignità,
eh si perchè se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è anche vero che in certi posti di lavoro ci sono uomini che rendono pezzenti altri esseri umani, anche solo con i loro sguardi. Che vita ho scelto di vivere, così dura e triste, che posso definire certamente una punizione alla quale però ho deciso di dire basta.
Da domani si inizia un nuovo percorso, ho così tanto coraggio ora e così tanto da costruire. Sarò costruttrice del mio futuro, portando giorno dopo giorno cemento e mattoni al mio cantiere.
Nessuno mi attraverserà più con lo sguardo, la mia voce sarà alta e possente, e la mia figura benché minuta sarà visibile al mondo intero.
La fortuna ha volto finalmente lo sguardo su di me e domani affronterò un colloquio di lavoro in una onlus che si occupa di bambini indigenti , e di donne maltrattate o abusate.
Ho deciso di riprendere a studiare , e nessuno mi guarderà più con sufficienza , e soprattutto non accetterò più di avere al mio fianco chi si vergogna di me.
Ci sono esperienze che ti distruggono, ma dalle quali si può rinascere , senza più timori né debolezze, ma con una consapevolezza nuova di se e degli altri, si rinasce capaci di difenderci dall’arroganza altrui, consci del nostro valore e finalmente fieri di noi stessi.
Ne ho fatti tanti di salti nel buio nella mia vita. A volte sono caduta su soffici nuvole ovattate: spesso sono piombata nel vuoto, inghiottita dal nulla. Troppe volte sono riemersa dalla penombra acciaccata e delusa. Molte sono le reliquie che ho raccolto sui fondali e tante le margherite che ho sfogliato durante i miei lunghi pellegrinaggi! Per nutrirmi mi sono spesso affidata alla generosità della natura: talvolta florida, spesso ingenerosa. Continuo ancora ad arrampicarmi sulle montagne, ma ora più che mai, ho la necessità di volgere lo sguardo un po' verso me stessa. Non che prima non lo avessi fatto s'intende. La verità è che solo ora, ho cominciato ad avere maggiore cautela nei miei riguardi. Mi tratto con la medesima delicatezza, che si usa, quando si maneggia il cristallo. Mi sono resa conto di non poter più indossare i tacchi alti e solo ora, mi accorgo che con le mie scarpette basse, tutto sommato, cammino pure meglio. Quando mi capita di farmi male e se le ferite non bruciano troppo, mi medico da sola con qualche piccola benda e quelle che una volta mi parevano grosse cicatrici, ora mi sembrano solo graffi! Come cambia la prospettiva man mano che si va avanti con gli anni! È un po' come vedere un bel panorama da lontano. Ti pare di tenerlo chiuso nel palmo della mano, ma è solo toccandolo da vicino, che riesci a scorgerne tutti i particolari. Quando entri in intimità con i luoghi e con le cose, ti accorgi che quello che ti pareva brutto, in realtà non lo è per niente. Da giovane, mi fiondavo su tutte le banalità possibili: leggevo di corsa le cose più serie, come se si trattasse solo dei sottotitoli di un film. Un tempo facevo scorpacciate di tutto quello che mi capitava a tiro, anche se alla fine mi rimaneva ben poco di quello che raccoglievo. È come se, entrando in un bel campo di ciliegi, desiderosa di prendere una grossa quantità di frutta, te ne riempissi troppo le mani e gran parte di essa, finisse poi con lo scivolarti dalle mani. Ora non raccolgo più fiori: mi limito a guardarli. Noto l'ape che si posa su una rosa, un'ombra scura che copre qualche ramo e spero che il sole compia presto il suo giro, solo per la gioia di vedere illuminato tutto il resto. Osservo da vicino le cose, perchè ho tanto bisogno di arricchire il mio corredo di emozioni. Spero che mi facciano compagnia quando non avrò più voglia di addentrarmi nelle mie grandi o modeste tempeste. Ogni giorno raccolgo qualche sassolino colorato, una conchiglia in riva al mare, un rametto rosso che mi pare corallo e tante altre meraviglie. Svuoto le mie tasche di ingombrante vento e ci infilo dentro tutto quello che mi occorre. Una volta giunta a casa, riguardo tutto, con gli stessi occhi di quando ero bambina. Del rametto ne faccio un fermaglio, nelle conchiglie ci ascolto il mare e poi mi metto ad osservare le mille sfumature di qualche sassolino colorato. Guardandomi attorno, noto cose che avevo davanti agli occhi, ma che non vedevo. Eppure erano lì ferme, a malapena coperte da un sottile strato di polvere. Un piccolo ragnetto guida, mi porta verso una statuina di gesso dimenticata. Sotto una piccola ragnatela, riscopro una ballerina col vestitino rosa. È strano che non mi fossi mai accorta del suo tutù rosa: avrei giurato che fosse azzurro! Ora più che mai, ho bisogno di riscoprire tante cose, che nella fretta avevo trascurato. Con gli anni però sono diventata furba! Ora indosso un bel paio di occhiali e ad esser sincera, devo ammettere che si, ora vedo molto, ma molto meglio di allora!
So che mi affascina ogni verità,
la pronuncio,
ma il mondo mi dà torto.
E’ un po' come un buio scaltro
che lo spazio annulla intorno
calpestando ogni asse dopo l’altro.
La realtà è bugia che vince
come ventata di morte
come ventata di morte
e il mondo intero diventa polvere
nella sua spietata sorte.
Oh, quieto massacro di soli
sei tu ciò che volevo
oltre tutti cieli?
oltre tutti cieli?
Ma come muore ogni verità,
muore il cuore e ogni parola:
non avessi mai visto il tuo splendore
potrei ora comprendere il mondo
e il suo torto al mio dolore.


-Nel mio giardino è sempre primavera e l'amore è un fiore che mai vi marcisce. Essere amati dici è la prerogativa …ma amare è il filo del sempreverde arroccato sul cuore, l'annaffio ogni alba e mai muore e prima che il sole giri le spalle, il girasole si chiude al sonno strambo degli artisti-. "E quando l’arrivo della sera ci coglie di soprassalto, le linee infinite del giallo confondono il cielo e soffiano la loro passione sugli arbusti fioriti, il lillà negli angoli sperduti, il rosso dei papaveri e quello del tuo cuore in fiamme sulle intense trasparenze del tramonto".
-E un girare continuo di sogni mai spenti…un intrigo di piccole foglie aggrappate al davanzale, di giullari che suonano canzoni tra l'erba nel prato infinito-.
"Nel mio giardino è sempre primavera e quando arriva un soffio di gelo, lo riscaldo col fiato dei miei polmoni e poi copro ogni foglia con la maglia di seta azzurra che mi hai regalato l'anno scorso. Come la seta azzurra del mare, quella che indossi scorgendo la spuma di ogni pensiero
intagliando piccoli intarsi nel respiro senza freno che ondeggia al tuo fianco sereno. Nel tuo giardino è tutto spoglio, come nell'inverno del polo o nelle gelide pianure lontane di Nettuno, il cuore è bruno e neri sono gli occhi, chiusi e confusi nelle notti infinite".
-Perché non mi raggiungi laddove perdiamo ogni volta il biglietto senza prima sapere se il viaggio era il primo del giorno o l'ultimo della sera? Ho sbagliato fermata e il rosso si è spento…tutto intorno nessuno mi ha indicato un pertugio, nessuno ha scavato nel pavimento dell'illusione. Tutto è accaduto nel silenzio assoluto...e nessun ranocchio ho incontrato sotto la siepe del bosso-.
"E il principe del paradosso, il colosso smargiasso che hai conosciuto, che fiore ti ha mostrato? O era un frutto tropicale? Cos’è il giglio se non lo scandaglio dell'anima vuota? Siamo essiccati alle pareti delle arterie che portano sangue al cuore, nell'altra faccia dell'amore, scura e invisibile come quella della luna. Ti prego fai entrare la luce, apri le finestre all'ultimo sole del giorno".
-Non c’era un principe e nemmeno un principio, cercavo solo una favola che lenisse il dolore, cui credere a più non posso-.
"La favola della primavera perenne? Lo so, non esiste, sarà bella da raccontare ogni notte prima di andare a dormire nel tuo sogno da fata maldestra, ma è falsa.Ma tu se vuoi puoi tenermi per mano mentre cerco di aprire le imposte polverose del primo piano così puoi vedere il mio doppio e la metà dei miei inganni"
-Ho bisogno di credere allo stesso tramonto, coltivare ancora fiori d'amore ..di quel vento maldestro che occupa spesso il deserto ..se hai voglia invoca per me quella danza…la quadriglia intrecciata di mani ...perché senza sovrani, saremo io e te fuoco e regina .. tu mago e se vuoi, io fatina-.
-E un girare continuo di sogni mai spenti…un intrigo di piccole foglie aggrappate al davanzale, di giullari che suonano canzoni tra l'erba nel prato infinito-.
"Nel mio giardino è sempre primavera e quando arriva un soffio di gelo, lo riscaldo col fiato dei miei polmoni e poi copro ogni foglia con la maglia di seta azzurra che mi hai regalato l'anno scorso. Come la seta azzurra del mare, quella che indossi scorgendo la spuma di ogni pensiero
intagliando piccoli intarsi nel respiro senza freno che ondeggia al tuo fianco sereno. Nel tuo giardino è tutto spoglio, come nell'inverno del polo o nelle gelide pianure lontane di Nettuno, il cuore è bruno e neri sono gli occhi, chiusi e confusi nelle notti infinite".
-Perché non mi raggiungi laddove perdiamo ogni volta il biglietto senza prima sapere se il viaggio era il primo del giorno o l'ultimo della sera? Ho sbagliato fermata e il rosso si è spento…tutto intorno nessuno mi ha indicato un pertugio, nessuno ha scavato nel pavimento dell'illusione. Tutto è accaduto nel silenzio assoluto...e nessun ranocchio ho incontrato sotto la siepe del bosso-.
"E il principe del paradosso, il colosso smargiasso che hai conosciuto, che fiore ti ha mostrato? O era un frutto tropicale? Cos’è il giglio se non lo scandaglio dell'anima vuota? Siamo essiccati alle pareti delle arterie che portano sangue al cuore, nell'altra faccia dell'amore, scura e invisibile come quella della luna. Ti prego fai entrare la luce, apri le finestre all'ultimo sole del giorno".
-Non c’era un principe e nemmeno un principio, cercavo solo una favola che lenisse il dolore, cui credere a più non posso-.
"La favola della primavera perenne? Lo so, non esiste, sarà bella da raccontare ogni notte prima di andare a dormire nel tuo sogno da fata maldestra, ma è falsa.Ma tu se vuoi puoi tenermi per mano mentre cerco di aprire le imposte polverose del primo piano così puoi vedere il mio doppio e la metà dei miei inganni"
-Ho bisogno di credere allo stesso tramonto, coltivare ancora fiori d'amore ..di quel vento maldestro che occupa spesso il deserto ..se hai voglia invoca per me quella danza…la quadriglia intrecciata di mani ...perché senza sovrani, saremo io e te fuoco e regina .. tu mago e se vuoi, io fatina-.






