Sento già aria di agitazione, è scoccata la famosa ora ics, certo per te è sempre la solita storia: ti metterai comodo e non ci sarà distrazione che tenga. Se ti chiamo neanche rispondi, se parlo non ascolti: succede che ti risulto, all’improvviso, invisibile. Se passo e ripasso, sotto i tuoi occhi, proprio lì, all’altezza del tuo bel nasino, hai una smorfia, un accenno di rabbia, sebbene contenuta. E pensare che avevo organizzato una serata tutta per noi, rinunciando all’invito dei colleghi, tra i quali c’è quel Mario, maestro di ballo, che non ha certo i tuoi gusti in fatto di passioni e mi fa una corte spietata. Non aspetta altro che un incontro corpo a corpo per una bachata : e tu lo sai e ti dà fastidio, lo metteresti ko, molto volentieri!... Mi sa che una di queste sere mi lascio trascinare da Ilaria che frequenta la sua scuola e che lo ha presentato alla compagnia; d’altre parte, anche a me piace il ballo…. Ma stasera ho un’idea per svegliare la tua attenzione: giro per casa in sexy-lingerie, nel frattempo mi preparo, ma tu neanche te ne accorgi… Ti sfilo sotto gli occhi catturati, per il momento, solo dal monitor… Niente!!... Quel che ami, in questo istante, è il colore dei pantaloncini della tua squadra del cuore: altro che completini sexy… Avevo messo il profumo che piace a te, macchè, sembra che il tuo naso abbia subìto un attacco di sinusite acuta! Puzzo di sudore, quel che ameresti sentire dal vivo, ed immagino ti piacerebbe da matti, perché quello dei mitici undici che giocano a rincorrere una palla per portarla in una rete… Puah!!... Non sarebbe meglio giocare tra noi due: più intimo, no?!.... Allora ho un’altra idea: m’imbelletto, metto il vestito più sensuale che ho. Ora è una gara, una giusta sfida tra me e tuoi miti ed ognuno usa la propria tecnica. Pronta: dài col fischietto!... Entro in campo con il mio tubino nero, tutto scollato sulla schiena, sulla quale faccio pendere un filo lungo di perline. Ho spalmato, sul corpo, crema al profumo fresco di tiglio, brioso e piccante, come piace a te. Sfoggio le mie curve e la pelle ambrata, metto sandali coi tacchi e sfodero un sorriso smagliante, su labbra rosso corallo. Ti passo davanti, sensuale ed accattivante, mi chino per sussurrarti all’orecchio ma l’unica cosa che riesci a dirmi è di spostarmi!... Grrrrr!... Perché non scoppiano tutti i Super Santos della terra?... Allora vuoi la guerra?!.... Non mi sposto, no!... Mi ti paro davanti, come niente fosse, e ti dico di chiudermi la lampo, quindi mi guardi, o perlomeno credevo, pensavo, speravo: ma è una frazione di secondi. Eppure sembri ansimante, sei teso, estasiato, sudi, forse ti agito… Allora è vero, mi hai vista!!? … Hai gli occhi lucidi, ingoi di continuo, sembra che farfugli. Pronta all’attacco, ti accarezzo e tu afferri la mia mano e la stringi. Ecco, ci siamo: ho invaso il campo!.... Invece no, non è per quello che credevo, bensì per fermarla perchè non tolga la visuale, poi mi sposti con una piccola spinta mentre lo sguardo è, ancora, incollato a quel maledetto monitor. Afferri i cuscini del divano, li stringi ed intanto mentre fai scivolare, di nuovo ma solo per un istante, i tuoi occhi su di me, gridi ed inciti : ” E vai, vai!”… Forse questa è la volta buona, penso. Sembri in estasi, in apnea, oso pensare alla mia vittoria ma, all’improvviso riguardi la tv e gridi forte al goal!!... Ma non è possibile!....
Allora sono io che ora ti urlo minacciosa: ” Amore, ma tu l’amore la fai con me o con la tua squadra del cuore?! Ed ora corri appresso a me, va, che io esco da sola, anzi vado con Mario perché lui… eh, lo sai perchè! “....
Allora sono io che ora ti urlo minacciosa: ” Amore, ma tu l’amore la fai con me o con la tua squadra del cuore?! Ed ora corri appresso a me, va, che io esco da sola, anzi vado con Mario perché lui… eh, lo sai perchè! “....
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Quello fu l'inizio di una serie di appuntamenti sempre più frequenti, che si propagarono per tutta l'estate.
Mentre Gina e Francesco erano già una coppia, io e Alessandro, eravamo....... ancora amici?
Dopo quella sera non avevamo mai parlato chiaramente della nostra situazione.
La vivevamo come veniva, senza dichiarazioni o impegni troppo seri.
Non era da me buttarmi tra le braccia di un ragazzo appena conosciuto, ma non si può mai dire nella vita, c'è sempre una prima volta.
C'era stato qualche altro bacio tra di noi, ma non come quello.
Volevo fare le cose con calma e credo che lui l'avesse capito.
Si creavano momenti romantici, occasioni, ma nel momento in cui ci avvicinavamo, lui mi dava il solito bacio sulle labbra o sulla guancia e poi si tirava indietro.
S'imbarazzava talmente tanto poi che, non sapendo bene cosa fare, si alzava di scatto e sembrava un bambinone grande e grosso impacciato o partiva di scatto con la macchina, lasciandomi senza parole davanti casa.
Non so perchè, ma arrivai alla conclusione che non gli piacevo poi così tanto e voleva solo amicizia da me.
In fondo era quello che volevo, fare le cose con calma, ma a volte mi evitava e non si faceva sentire per qualche giorno.
Comunque una cosa era certa, c'era qualcosa che non andava, era partito troppo a razzo e inevitabilmente finito a... ehm...
Era possibile che si era sbagliato?
Era possibile che si era reso conto che non ero come si aspettava?
Bè... poteva starci tutto, ma non me la raccontava giusta!
Era come se qualcosa lo trattenesse e non era di certo timidezza.
Dubbi e perché non trovavano risposta e a scervellarsi senza chiarimenti non si arrivava da nessuna parte!
Una mattina, una settimana prima di ferragosto, uscii prima della pausa pranzo dalla libreria per sbrigare delle commissioni per la signora Giovanna, la titolare della libreria.
Girai come una trottola per riuscire a fare tutto ciò che mi aveva chiesto e avevo proprio voglia di un caffè, di ritagliare cinque minuti per me.
Entrai nel bar di Dario, che frequentavo spesso con Gina, quando uscivamo per due chiacchiere, e ordinai il mio caffè.
Dopo il caffè era d'obbligo la sigaretta, almeno per me.
Feci due passi e arrivai al parco.
Mi sedetti su una panchina, accesi una sigaretta e i pensieri iniziarono a vorticare nella mia testa.
"Ale Ale Alessandro!... Oddioooo!... Avrà bisogno di tempo? Non gli piaccio così tanto?... Oddio nooo! Vuole solo divertirsi!... no dai!... E se... se fosse così?... grrrrrrr... Oddioooooo ha un'altra... ha un'altra!..." pensai cambiando posizione di continuo su quella panchina.
Sbuffando e alzando lo sguardo, dei bimbi che giocavano a rincorrersi, attirarono la mia attenzione, ne fui conquistata e i pensieri si dissolsero.
Almeno riuscivano a distrarmi da quei pensieri contorti.
«Presooooo! Ora tocca a te prenderci!» disse una bimba dai lunghi capelli ricci che molleggiavano ad ogni movimento che faceva.
«Corri corri Lucaaaa!» disse un bimbo biondo e le loro risate mi scaldarono il cuore.
Mi rilassai e sorrisi.
Continuai a guardarli per un pò e ridevo divertita, quando facevano espressioni buffe o dicevano qualche frase pronunciata male.
Che tenerezza!
Un momento di gioia e serenità in mezzo ad una giornata frenetica.
Gettai il mozzicone, mi alzai e mentre mi voltavo per andare via, notai un ragazzo e una ragazza vicino ad un albero che parlavano e ogni tanto ridevano e lei emetteva degli urli.
M'incuriosii.
"I soliti ragazzetti che si fanno gli scherzi!" pensai e sorrisi.
Ad un certo punto il ragazzo disse qualcosa ad alta voce...
"Mi sembra di conoscerla... questa voce!" pensai dubbiosa.
«Vieni qua!» disse lui ancora ad alta voce e rideva divertito.
«Eh no! Devi prendermi tu!» gridò lei, ridendo divertita a sua volta.
"No no! Io sta voce la conosco proprio!" pensai convinta e m'irrigidii.
Dovevo sapere, decisi di osservare meglio per capire se mi sbagliavo o no sul mio sospetto.
Mi spostai di qualche passo per avere una visuale migliore sui due ragazzi e mi nascosi dietro un albero, non molto distante.
Non so perché, ma mi agitai un pochino, forse per paura di essere scoperta e scambiata per maniaca o guardona o cose simili, oppure perché avrei visto qualcosa che non avrei voluto vedere.
Mi scostai di poco dall'albero con la testa.
Il ragazzo era di spalle, le mani in tasca e lei di fronte a lui che rideva.
Parlavano di qualcosa ma non riuscivo a sentire bene, sentivo soltanto l'agitazione salire.
Il cuore mi andava a mille e deglutii piano.
"Ok finora non ho visto molto!... Eddai! Da bravo spostati e girati, così ti vedo bene... dai!" dissi a lui mentalmente.
Lui era ancora di spalle, con le mani sempre in tasca e lei di fronte a lui e parlavano ancora, lei lo abbracciava stretto cingendogli il collo, poi ridevano e schiamazzavano, lei gli dava qualche bacio sulla guancia...
"Dai!... Non posso stare qui tutto il giorno... girati, cazzo!" pensai leggermente irritata, quando una terza voce attirò la loro attenzione.
Si voltarono entrambi di lato, verso quella voce ed ebbi la risposta alla mia curiosità.
«Ehi Jacky Martino! Come stai amico? Era da un pò che non ti si vedeva da queste parti!» disse a lui.
Il mio cuore perse un battito e mi si mozzò il respiro.
«Ehi amico! Tutto ok! Sono stato un pò in giro!» rispose lui ironico.
Sbiancai.
«Ciao Lara! Sempre appiccicati voi due, eh?» disse quel ragazzo.
«Lo sai che siamo culo e camicia io e Lara!» rispose Jacky divertito portandosi una sigaretta alla bocca.
Stavo per svenire.
Non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie.
Jacky era lì a pochi passi da me.
Uscii da dietro l'albero con le gambe tremanti, dovevo andarmene.
Lui era lì, con una ragazza con la quale stava...
Che stavano facendo?
Giocavano... flirtavano... cosa?
Era la sua ragazza?
Potevano vedermi chiaramente, mentre mi ponevo altri maledetti quesiti che mi confusero ulteriormente, ma rimasi lì di sasso.
Lo vidi irrigidirsi di colpo, e fermare la mano a mezz'aria con cui teneva l'accendino.
Tolse piano la sigaretta dalla bocca, prendendola tra le dita e lentamente la ripose nel pacchetto.
Si guardò intorno, dandomi di nuovo le spalle e voltò la testa lentamente, da sinistra verso destra, come se avesse sentito qualcosa, come per cercare, come per vedere qualcosa o qualcuno. Sospirai.
L'altro ragazzo e la ragazza parlavano tra di loro e si erano allontanati di qualche passo.
Certo, potevano essere coincidenze, potevo essere io a fraintendere, potevo essermi sbagliata su quello che avevo visto e sentito e tutto quello che vi pare, ma non ero di certo contenta.
Ero contenta di vederlo...
Non ero contenta di aver visto...
Vabbè... ero parecchio confusa e basta!
Volevo scappare via da lì, sparire, trasferirmi per teletrasporto altrove... ma rimasi lì immobile, come una statua, a fissarlo, ad osservare i suoi movimenti.
Era diverso.
Era più bello dall'ultima volta che ci eravamo visti, sette anni prima.
I capelli erano più scuri, forse perchè li aveva tagliati, erano molto corti.
Il corpo era muscoloso e definito.
Aveva anche la barba di qualche giorno...
Oddio!
Che volo frenetico di farfalle nel mio stomaco!
Doveva aver sentito il mio sguardo bruciargli la schiena, perché ad un certo punto si voltò di scatto verso di me e per qualche secondo rimase a fissarmi, poi sorrise.
Oh.Mio.Dio!
«Anna!» esclamò a mezza bocca, rimanendo immobile.
I due ragazzi guardarono lui e poi verso di me.
Mi ripresi per un attimo e invece di rispondere, col cuore in gola, mi girai di spalle e scappai come una ladra, correndo più del vento.
Mentre correvo, le lacrime iniziarono a pungermi gli occhi e offuscarono la mia vista, così rallentai.
Ero agitata e affannata.
Una miscellanea di emozioni, del passato e del presente, mi trapassavano il petto e mi annebbiavano la mente.
Dopo un pò di strada percorsa, sentii afferrarmi, cingere la vita da un braccio forte che mi bloccò la schiena ad un petto e un respiro affannato mi alitava sui capelli.
Emisi un urlo, con quel poco di fiato che mi rimaneva, e mi irrigidii tremando.
Ma sapevo chi era.
Lo riconobbi subito, avevo avvertito la sua presenza alle mie spalle mentre correvo e al parco, così com'era successo a lui con me, prima di voltarsi.
Poi da quello stesso profumo che mi mandava in estasi ogni volta e non feci altro che restare così, immobile e affannata.
L'abbraccio diventò più forte, perchè mi avvolse anche con l'altro braccio.
«Anna!» sussurrò Jacky sui miei capelli e brividi per tutto il corpo, mi fecero fremere tra le sue braccia.
Non mi mollava, sentivo i suoi muscoli contrarsi, quando mi muovevo appena e non volevo essere mollata.
Sentivo il suo respiro, il suo cuore battere contro la mia schiena, allo stesso ritmo del mio e non accennavano a calmarsi.
«Jacky!» sussurrai e le lacrime scendevano ancora di più.
Misi le mie mani sulle sue braccia, bagnate dalle mie lacrime e le accarezzai, per asciugarle.
Emise un sospiro leggero vicino al mio orecchio che bastò per sentire un altro brivido lungo la schiena e strinsi di più la presa sulle sue braccia.
Le lacrime scendevano copiose e non c'era verso di fermarle.
Era un pianto silenzioso il mio, trattenuto fino a quel momento, poi scoppiai singhiozzando.
«Non piangere... non piangere... ti prego!» mi supplicò sussurrando e stringendomi a sè.
Buttai fuori tutto quel pianto represso e pian piano riuscii a calmarmi.
Ma quanto poteva durare ancora quel momento?
Mi piaceva stare così, troppo!
E non servivano parole, bastava la reazione dei nostri corpi, dei respiri, a parlare per noi.
Col tempo non era cambiato nulla.
Le emozioni e i sentimenti erano di entrambi e per entrambi, forse più amplificati.
Poggiò la sua fronte alla mia testa e respirò piano.
Ma in un attimo di lucidità, però, tolsi le mani dalle sue braccia, mi asciugai il viso, lui mi baciò la testa dolcemente e lentamente tolse le braccia, sfiorando i miei fianchi con le sue mani.
Tornai a respirare regolarmente.
Rimase dietro di me.
Non sapevo se sarei riuscita ad affrontarlo in quel momento, guardandolo negli occhi, ero troppo provata.
Così pensai che andare via, senza voltarmi, fosse l'idea migliore.
Feci appena due passi, lui doveva aver capito le mie intenzioni e mi afferrò un braccio.
D'istinto mi voltai velocemente per dargli uno schiaffo, ma lui fu più rapido ad avvicinarsi a me e mi baciò piano sulle labbra.
La mia mano rimase a mezz'aria e il cuore ricominciò a correre.
Quando quel bacio diventò dolce e carico di sentimento, chiusi gli occhi e l'abbassai sulla sua nuca e lo attirai più vicino a me.
Non capii più niente.
Mi strinse forte tra le braccia.
Svanì tutto intorno a noi e la sensazione che provai fu indescrivibile.
Quel bacio non aveva più fine, lento, dolce, le lingue che danzavano piano.
Si staccò dalle mie labbra di poco e aprii gli occhi, incontrando i suoi, azzurri e profondi.
«Mi sei mancata!» sussurrò sulle mie labbra e affondò di nuovo nella mia bocca.
Mi sentivo leggera e felice, lui era il mio paradiso in terra.
Si staccò di nuovo.
«Resta con me!» disse sottovoce, guardandomi negli occhi con malizia.
Ma mi risvegliai da quel sogno e m'irrigidii, ripensando al suo abbandono.
«Io... io non posso!» dissi scuotendo lentamente la testa.
La magia svanì e iniziai a sentire freddo.
Sciolse l'abbraccio continuando a guardarmi negli occhi e scappai via, senza dire altre parole, lasciandolo senza parole.
Lui non mi seguì.
Tornai in libreria stravolta e corsi in bagno.
Mi guardai allo specchio e mi avvolsi le braccia al corpo.
Mentre Gina e Francesco erano già una coppia, io e Alessandro, eravamo....... ancora amici?
Dopo quella sera non avevamo mai parlato chiaramente della nostra situazione.
La vivevamo come veniva, senza dichiarazioni o impegni troppo seri.
Non era da me buttarmi tra le braccia di un ragazzo appena conosciuto, ma non si può mai dire nella vita, c'è sempre una prima volta.
C'era stato qualche altro bacio tra di noi, ma non come quello.
Volevo fare le cose con calma e credo che lui l'avesse capito.
Si creavano momenti romantici, occasioni, ma nel momento in cui ci avvicinavamo, lui mi dava il solito bacio sulle labbra o sulla guancia e poi si tirava indietro.
S'imbarazzava talmente tanto poi che, non sapendo bene cosa fare, si alzava di scatto e sembrava un bambinone grande e grosso impacciato o partiva di scatto con la macchina, lasciandomi senza parole davanti casa.
Non so perchè, ma arrivai alla conclusione che non gli piacevo poi così tanto e voleva solo amicizia da me.
In fondo era quello che volevo, fare le cose con calma, ma a volte mi evitava e non si faceva sentire per qualche giorno.
Comunque una cosa era certa, c'era qualcosa che non andava, era partito troppo a razzo e inevitabilmente finito a... ehm...
Era possibile che si era sbagliato?
Era possibile che si era reso conto che non ero come si aspettava?
Bè... poteva starci tutto, ma non me la raccontava giusta!
Era come se qualcosa lo trattenesse e non era di certo timidezza.
Dubbi e perché non trovavano risposta e a scervellarsi senza chiarimenti non si arrivava da nessuna parte!
Una mattina, una settimana prima di ferragosto, uscii prima della pausa pranzo dalla libreria per sbrigare delle commissioni per la signora Giovanna, la titolare della libreria.
Girai come una trottola per riuscire a fare tutto ciò che mi aveva chiesto e avevo proprio voglia di un caffè, di ritagliare cinque minuti per me.
Entrai nel bar di Dario, che frequentavo spesso con Gina, quando uscivamo per due chiacchiere, e ordinai il mio caffè.
Dopo il caffè era d'obbligo la sigaretta, almeno per me.
Feci due passi e arrivai al parco.
Mi sedetti su una panchina, accesi una sigaretta e i pensieri iniziarono a vorticare nella mia testa.
"Ale Ale Alessandro!... Oddioooo!... Avrà bisogno di tempo? Non gli piaccio così tanto?... Oddio nooo! Vuole solo divertirsi!... no dai!... E se... se fosse così?... grrrrrrr... Oddioooooo ha un'altra... ha un'altra!..." pensai cambiando posizione di continuo su quella panchina.
Sbuffando e alzando lo sguardo, dei bimbi che giocavano a rincorrersi, attirarono la mia attenzione, ne fui conquistata e i pensieri si dissolsero.
Almeno riuscivano a distrarmi da quei pensieri contorti.
«Presooooo! Ora tocca a te prenderci!» disse una bimba dai lunghi capelli ricci che molleggiavano ad ogni movimento che faceva.
«Corri corri Lucaaaa!» disse un bimbo biondo e le loro risate mi scaldarono il cuore.
Mi rilassai e sorrisi.
Continuai a guardarli per un pò e ridevo divertita, quando facevano espressioni buffe o dicevano qualche frase pronunciata male.
Che tenerezza!
Un momento di gioia e serenità in mezzo ad una giornata frenetica.
Gettai il mozzicone, mi alzai e mentre mi voltavo per andare via, notai un ragazzo e una ragazza vicino ad un albero che parlavano e ogni tanto ridevano e lei emetteva degli urli.
M'incuriosii.
"I soliti ragazzetti che si fanno gli scherzi!" pensai e sorrisi.
Ad un certo punto il ragazzo disse qualcosa ad alta voce...
"Mi sembra di conoscerla... questa voce!" pensai dubbiosa.
«Vieni qua!» disse lui ancora ad alta voce e rideva divertito.
«Eh no! Devi prendermi tu!» gridò lei, ridendo divertita a sua volta.
"No no! Io sta voce la conosco proprio!" pensai convinta e m'irrigidii.
Dovevo sapere, decisi di osservare meglio per capire se mi sbagliavo o no sul mio sospetto.
Mi spostai di qualche passo per avere una visuale migliore sui due ragazzi e mi nascosi dietro un albero, non molto distante.
Non so perché, ma mi agitai un pochino, forse per paura di essere scoperta e scambiata per maniaca o guardona o cose simili, oppure perché avrei visto qualcosa che non avrei voluto vedere.
Mi scostai di poco dall'albero con la testa.
Il ragazzo era di spalle, le mani in tasca e lei di fronte a lui che rideva.
Parlavano di qualcosa ma non riuscivo a sentire bene, sentivo soltanto l'agitazione salire.
Il cuore mi andava a mille e deglutii piano.
"Ok finora non ho visto molto!... Eddai! Da bravo spostati e girati, così ti vedo bene... dai!" dissi a lui mentalmente.
Lui era ancora di spalle, con le mani sempre in tasca e lei di fronte a lui e parlavano ancora, lei lo abbracciava stretto cingendogli il collo, poi ridevano e schiamazzavano, lei gli dava qualche bacio sulla guancia...
"Dai!... Non posso stare qui tutto il giorno... girati, cazzo!" pensai leggermente irritata, quando una terza voce attirò la loro attenzione.
Si voltarono entrambi di lato, verso quella voce ed ebbi la risposta alla mia curiosità.
«Ehi Jacky Martino! Come stai amico? Era da un pò che non ti si vedeva da queste parti!» disse a lui.
Il mio cuore perse un battito e mi si mozzò il respiro.
«Ehi amico! Tutto ok! Sono stato un pò in giro!» rispose lui ironico.
Sbiancai.
«Ciao Lara! Sempre appiccicati voi due, eh?» disse quel ragazzo.
«Lo sai che siamo culo e camicia io e Lara!» rispose Jacky divertito portandosi una sigaretta alla bocca.
Stavo per svenire.
Non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie.
Jacky era lì a pochi passi da me.
Uscii da dietro l'albero con le gambe tremanti, dovevo andarmene.
Lui era lì, con una ragazza con la quale stava...
Che stavano facendo?
Giocavano... flirtavano... cosa?
Era la sua ragazza?
Potevano vedermi chiaramente, mentre mi ponevo altri maledetti quesiti che mi confusero ulteriormente, ma rimasi lì di sasso.
Lo vidi irrigidirsi di colpo, e fermare la mano a mezz'aria con cui teneva l'accendino.
Tolse piano la sigaretta dalla bocca, prendendola tra le dita e lentamente la ripose nel pacchetto.
Si guardò intorno, dandomi di nuovo le spalle e voltò la testa lentamente, da sinistra verso destra, come se avesse sentito qualcosa, come per cercare, come per vedere qualcosa o qualcuno. Sospirai.
L'altro ragazzo e la ragazza parlavano tra di loro e si erano allontanati di qualche passo.
Certo, potevano essere coincidenze, potevo essere io a fraintendere, potevo essermi sbagliata su quello che avevo visto e sentito e tutto quello che vi pare, ma non ero di certo contenta.
Ero contenta di vederlo...
Non ero contenta di aver visto...
Vabbè... ero parecchio confusa e basta!
Volevo scappare via da lì, sparire, trasferirmi per teletrasporto altrove... ma rimasi lì immobile, come una statua, a fissarlo, ad osservare i suoi movimenti.
Era diverso.
Era più bello dall'ultima volta che ci eravamo visti, sette anni prima.
I capelli erano più scuri, forse perchè li aveva tagliati, erano molto corti.
Il corpo era muscoloso e definito.
Aveva anche la barba di qualche giorno...
Oddio!
Che volo frenetico di farfalle nel mio stomaco!
Doveva aver sentito il mio sguardo bruciargli la schiena, perché ad un certo punto si voltò di scatto verso di me e per qualche secondo rimase a fissarmi, poi sorrise.
Oh.Mio.Dio!
«Anna!» esclamò a mezza bocca, rimanendo immobile.
I due ragazzi guardarono lui e poi verso di me.
Mi ripresi per un attimo e invece di rispondere, col cuore in gola, mi girai di spalle e scappai come una ladra, correndo più del vento.
Mentre correvo, le lacrime iniziarono a pungermi gli occhi e offuscarono la mia vista, così rallentai.
Ero agitata e affannata.
Una miscellanea di emozioni, del passato e del presente, mi trapassavano il petto e mi annebbiavano la mente.
Dopo un pò di strada percorsa, sentii afferrarmi, cingere la vita da un braccio forte che mi bloccò la schiena ad un petto e un respiro affannato mi alitava sui capelli.
Emisi un urlo, con quel poco di fiato che mi rimaneva, e mi irrigidii tremando.
Ma sapevo chi era.
Lo riconobbi subito, avevo avvertito la sua presenza alle mie spalle mentre correvo e al parco, così com'era successo a lui con me, prima di voltarsi.
Poi da quello stesso profumo che mi mandava in estasi ogni volta e non feci altro che restare così, immobile e affannata.
L'abbraccio diventò più forte, perchè mi avvolse anche con l'altro braccio.
«Anna!» sussurrò Jacky sui miei capelli e brividi per tutto il corpo, mi fecero fremere tra le sue braccia.
Non mi mollava, sentivo i suoi muscoli contrarsi, quando mi muovevo appena e non volevo essere mollata.
Sentivo il suo respiro, il suo cuore battere contro la mia schiena, allo stesso ritmo del mio e non accennavano a calmarsi.
«Jacky!» sussurrai e le lacrime scendevano ancora di più.
Misi le mie mani sulle sue braccia, bagnate dalle mie lacrime e le accarezzai, per asciugarle.
Emise un sospiro leggero vicino al mio orecchio che bastò per sentire un altro brivido lungo la schiena e strinsi di più la presa sulle sue braccia.
Le lacrime scendevano copiose e non c'era verso di fermarle.
Era un pianto silenzioso il mio, trattenuto fino a quel momento, poi scoppiai singhiozzando.
«Non piangere... non piangere... ti prego!» mi supplicò sussurrando e stringendomi a sè.
Buttai fuori tutto quel pianto represso e pian piano riuscii a calmarmi.
Ma quanto poteva durare ancora quel momento?
Mi piaceva stare così, troppo!
E non servivano parole, bastava la reazione dei nostri corpi, dei respiri, a parlare per noi.
Col tempo non era cambiato nulla.
Le emozioni e i sentimenti erano di entrambi e per entrambi, forse più amplificati.
Poggiò la sua fronte alla mia testa e respirò piano.
Ma in un attimo di lucidità, però, tolsi le mani dalle sue braccia, mi asciugai il viso, lui mi baciò la testa dolcemente e lentamente tolse le braccia, sfiorando i miei fianchi con le sue mani.
Tornai a respirare regolarmente.
Rimase dietro di me.
Non sapevo se sarei riuscita ad affrontarlo in quel momento, guardandolo negli occhi, ero troppo provata.
Così pensai che andare via, senza voltarmi, fosse l'idea migliore.
Feci appena due passi, lui doveva aver capito le mie intenzioni e mi afferrò un braccio.
D'istinto mi voltai velocemente per dargli uno schiaffo, ma lui fu più rapido ad avvicinarsi a me e mi baciò piano sulle labbra.
La mia mano rimase a mezz'aria e il cuore ricominciò a correre.
Quando quel bacio diventò dolce e carico di sentimento, chiusi gli occhi e l'abbassai sulla sua nuca e lo attirai più vicino a me.
Non capii più niente.
Mi strinse forte tra le braccia.
Svanì tutto intorno a noi e la sensazione che provai fu indescrivibile.
Quel bacio non aveva più fine, lento, dolce, le lingue che danzavano piano.
Si staccò dalle mie labbra di poco e aprii gli occhi, incontrando i suoi, azzurri e profondi.
«Mi sei mancata!» sussurrò sulle mie labbra e affondò di nuovo nella mia bocca.
Mi sentivo leggera e felice, lui era il mio paradiso in terra.
Si staccò di nuovo.
«Resta con me!» disse sottovoce, guardandomi negli occhi con malizia.
Ma mi risvegliai da quel sogno e m'irrigidii, ripensando al suo abbandono.
«Io... io non posso!» dissi scuotendo lentamente la testa.
La magia svanì e iniziai a sentire freddo.
Sciolse l'abbraccio continuando a guardarmi negli occhi e scappai via, senza dire altre parole, lasciandolo senza parole.
Lui non mi seguì.
Tornai in libreria stravolta e corsi in bagno.
Mi guardai allo specchio e mi avvolsi le braccia al corpo.
Chiusi gli occhi e sospirai.
Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.
Vivo in un mondo dove scruto la luna dalla scrivania
della mia camera senza finestra.
Vivo in un mondo dove basta aprire un rubinetto per dissetarsi,
dove è così scontato soddisfare i bisogni primari che hanno smesso di essere tali.
Vivo in un mondo che non comprende mondi diversi
dove la paura di cambiare è più forte della fame.
Vivo in un mondo dove un malato viene curato,
dove non muore denutrito un neonato.
Vivo in un mondo dove si viaggia per piacere e non per sofferenza,
dove se senti un boato probabilmente è festa.
Vivo in un mondo dove l’istruzione è alla portata di tutti
l’Umanità nei cuori di pochi.
Vivo in un mondo fatto di valori
per le cose.
Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.
Vivo in un mondo dove altre persone vivono un mondo diverso dal mio.
Rifletto.
I
Quando va spegnendosi il tramonto e più non sento le voci
degli ambulanti di meloni e olive nere
o gli arrotini coi loro altoparlanti
e la girandola del vento più non gira laggiù
sul balcone difronte al mio,
con i bambini che piangono che non vogliono lavarsi
e i vecchi fermi come scacchi, allora
riguardo le parole scritte in giorni come questi
anche se temo che non significano niente, semmai
erano solo i nostri cuori che esplodevano in mille coriandoli
perché le ragazze sorridendo spruzzavano stelle sui nostri petti ancora acerbi
e guardavamo arcipelaghi di nuvole viola nel cielo completamente immobile,
o era più semplicemente la vita con i suoi imballaggi, le valigie, i vestiti mal piegati,
le carte da gioco, gli scatoloni impolverati, le immagini del ricordo.
Ed io non sapevo che la poesia potesse avere cieli d'estate,
andare di corsa nelle pianure rassegnate,
sfruttare il vento nei frutteti per tagliarmi il capo
e scendere come la pioggia mentre tutto si ripara
o scagliarsi come una donna con versi biondi come vino
ed altri silenziosi e solitari come gli anziani sulle panchine dei giardini comunali
che aspettano la morte con i bastoni d'ebano e i cappelli
e le altre parole da mettere in serbo per le stagioni fredde
e l'amore mostruoso, l'odio, il dolore.
II
All'alba, d'improvviso, il treno
entrò nella stazione tra le luci nucleari di fine Ottobre
e tutto sembrava diventare rosso, le unghia rosse, i tetti rossi,
l'uva rossa, anche il sole diventava rosso,
e la tua bocca ancor più rossa.
Da quelle parti incontrai i miei diciannove anni,
seduti con gli occhi di miele e i fianchi stretti come un' ape
mentre il tempo ci veniva addosso come un temporale
e l'addio era già nelle nostre mani rigate come le foglie,
in quello che dicevamo e tenevamo nascosto
e poi la fiducia, la serenità, la paura,
i miti, i nascondigli, i finestrini imperlati dalla pioggia,
le stoviglie in cucina, le conserve d'Agosto, i bazar cinesi,
tu nuda allo specchio che passavi le dita su quel neo
e l'asfalto cocente appena messo sopra le case, le croci della ferrovia,
le pillole e l'anoressia,
i gabbiani che arrivavano alle discariche di provincia
e la neve di quell'anno che la neve qui viene solo sul Vesuvio, allora
pensavo alla grande tristezza delle madri senza figli
o alla tristezza dei cani che dormono sui sacchi di juta
o alla feroce bellezza del mondo che odorava di fica e di sperma
e poi di nuovo il treno all'improvviso,
noi liberi come anime latine
e la città che ci accoglieva con le gambe aperte
e tutti che uscivano come spermatozoi dai convogli
e il tempo correva come gli studenti sotto la pioggia
con i palazzi che diventavano più scuri
e poi innamorarsi di colpo come una porta sbattuta,
con l'addio nei tuoi occhi di farfalla, tra le camicie a righe colorate,
sempre con i tuoi fianchi stretti come un'ape.
III
Da qualche parte in un' altra dimensione
le donne raccoglievano il sangue dei maiali scannati
che fumava davanti ai miei occhi scuri come la terra bagnata
e in Giugno dietro al Santo c'erano i vecchi col bastone,
i bambini con la veste della prima comunione cantavano i "Gloria al Padre"
e tutti si facevano il segno della croce
ed io me ne andavo per i campi
che dal tabacco uscivano i migranti con i guanti e le camicie lunghe
e Settembre ci portava l'uva bianca come i tuoi polsi
che il succo ci colava sulle dita abbronzate dal mare, sui jeans slavati
e poi l'amore disfatto come le lenzuola azzurre dei nostri letti, allora
restavo fermo come le stelle ad ascoltare il murmure amoroso della terra
del tempo tutto che riempie i nostri sonni
e risalivo per le vene del mondo sentendo meno l'amarezza,
disteso come questo filo d'erba fra le tue labbra.
Quando va spegnendosi il tramonto e più non sento le voci
degli ambulanti di meloni e olive nere
o gli arrotini coi loro altoparlanti
e la girandola del vento più non gira laggiù
sul balcone difronte al mio,
con i bambini che piangono che non vogliono lavarsi
e i vecchi fermi come scacchi, allora
riguardo le parole scritte in giorni come questi
anche se temo che non significano niente, semmai
erano solo i nostri cuori che esplodevano in mille coriandoli
perché le ragazze sorridendo spruzzavano stelle sui nostri petti ancora acerbi
e guardavamo arcipelaghi di nuvole viola nel cielo completamente immobile,
o era più semplicemente la vita con i suoi imballaggi, le valigie, i vestiti mal piegati,
le carte da gioco, gli scatoloni impolverati, le immagini del ricordo.
Ed io non sapevo che la poesia potesse avere cieli d'estate,
andare di corsa nelle pianure rassegnate,
sfruttare il vento nei frutteti per tagliarmi il capo
e scendere come la pioggia mentre tutto si ripara
o scagliarsi come una donna con versi biondi come vino
ed altri silenziosi e solitari come gli anziani sulle panchine dei giardini comunali
che aspettano la morte con i bastoni d'ebano e i cappelli
e le altre parole da mettere in serbo per le stagioni fredde
e l'amore mostruoso, l'odio, il dolore.
II
All'alba, d'improvviso, il treno
entrò nella stazione tra le luci nucleari di fine Ottobre
e tutto sembrava diventare rosso, le unghia rosse, i tetti rossi,
l'uva rossa, anche il sole diventava rosso,
e la tua bocca ancor più rossa.
Da quelle parti incontrai i miei diciannove anni,
seduti con gli occhi di miele e i fianchi stretti come un' ape
mentre il tempo ci veniva addosso come un temporale
e l'addio era già nelle nostre mani rigate come le foglie,
in quello che dicevamo e tenevamo nascosto
e poi la fiducia, la serenità, la paura,
i miti, i nascondigli, i finestrini imperlati dalla pioggia,
le stoviglie in cucina, le conserve d'Agosto, i bazar cinesi,
tu nuda allo specchio che passavi le dita su quel neo
e l'asfalto cocente appena messo sopra le case, le croci della ferrovia,
le pillole e l'anoressia,
i gabbiani che arrivavano alle discariche di provincia
e la neve di quell'anno che la neve qui viene solo sul Vesuvio, allora
pensavo alla grande tristezza delle madri senza figli
o alla tristezza dei cani che dormono sui sacchi di juta
o alla feroce bellezza del mondo che odorava di fica e di sperma
e poi di nuovo il treno all'improvviso,
noi liberi come anime latine
e la città che ci accoglieva con le gambe aperte
e tutti che uscivano come spermatozoi dai convogli
e il tempo correva come gli studenti sotto la pioggia
con i palazzi che diventavano più scuri
e poi innamorarsi di colpo come una porta sbattuta,
con l'addio nei tuoi occhi di farfalla, tra le camicie a righe colorate,
sempre con i tuoi fianchi stretti come un'ape.
III
Da qualche parte in un' altra dimensione
le donne raccoglievano il sangue dei maiali scannati
che fumava davanti ai miei occhi scuri come la terra bagnata
e in Giugno dietro al Santo c'erano i vecchi col bastone,
i bambini con la veste della prima comunione cantavano i "Gloria al Padre"
e tutti si facevano il segno della croce
ed io me ne andavo per i campi
che dal tabacco uscivano i migranti con i guanti e le camicie lunghe
e Settembre ci portava l'uva bianca come i tuoi polsi
che il succo ci colava sulle dita abbronzate dal mare, sui jeans slavati
e poi l'amore disfatto come le lenzuola azzurre dei nostri letti, allora
restavo fermo come le stelle ad ascoltare il murmure amoroso della terra
del tempo tutto che riempie i nostri sonni
e risalivo per le vene del mondo sentendo meno l'amarezza,
disteso come questo filo d'erba fra le tue labbra.
Giusy Ferrero potenza canora e bellezza
Giusy Ferrero è una vocalista e cantante,
rivelatasi in questi ultimi anni,
come un a delle interpreti femminili
musicali,
più dotata e potentissima;
con un a voce baritonale,
profonda e sincopata
unica nel suo genere e originalissima
come impostazione e forza canora;
queste doti canore,unita d un indiscusso talent o e ad una grande
sensibilità musicale ,
e poi non manca la bellezza fisica,
ne hanno fatto,
un personaggio,unico nel suo genere.
Di questa artista unica e complessa,
le canzoni non mancano e sono di alto effetto,
come per esempio spicca Novembre,
ma io volevo te,e tante altre;
come la Nannini,anche Giusy spesso
dedica brani alla stagione invernale
e il suo repertorio è inconfondibile.
L’artista ha una voce inconfondibile ed impareggiabile,
che ne fanno una protagonista da sempre.
Giusy Ferrero è una vocalista e cantante,
rivelatasi in questi ultimi anni,
come un a delle interpreti femminili
musicali,
più dotata e potentissima;
con un a voce baritonale,
profonda e sincopata
unica nel suo genere e originalissima
come impostazione e forza canora;
queste doti canore,unita d un indiscusso talent o e ad una grande
sensibilità musicale ,
e poi non manca la bellezza fisica,
ne hanno fatto,
un personaggio,unico nel suo genere.
Di questa artista unica e complessa,
le canzoni non mancano e sono di alto effetto,
come per esempio spicca Novembre,
ma io volevo te,e tante altre;
come la Nannini,anche Giusy spesso
dedica brani alla stagione invernale
e il suo repertorio è inconfondibile.
L’artista ha una voce inconfondibile ed impareggiabile,
che ne fanno una protagonista da sempre.
Vesti il mio pensiero
con soavi colori,
lasciando lungo il mare
lieti giorni migliori,
il dipingere foglie
addormentate,
dal vento sciroccale
sparpagliate,
pallido sole attraversando
spogli rami, esulta
il germogliar folti ricami,
il profumar selvatico
Vermiglio mosto spuma,
tra malvasia, moscato
solstizio bruma,
nostalgico estate,
lontane stelle briose
spumeggianti serate,
vezzosa stagione transitoria
verso l'infinito
inesorabile memoria.
con soavi colori,
lasciando lungo il mare

lieti giorni migliori,
il dipingere foglie
addormentate,
dal vento sciroccale
sparpagliate,
pallido sole attraversando
spogli rami, esulta
il germogliar folti ricami,
il profumar selvatico
Vermiglio mosto spuma,
tra malvasia, moscato
solstizio bruma,
nostalgico estate,
lontane stelle briose
spumeggianti serate,
vezzosa stagione transitoria
verso l'infinito
inesorabile memoria.
Lo sguardo vitreo di una fragile donna fissa un punto sulla parete. Non sono occhi che guardano un film d'amore dove scorrono immagini strappalacrime. Non sono sospiranti pagine di vita, osservate con nostalgia. È lo sguardo di una donna a cui sono stati strappati gli occhi. Marina non può confrontarsi né parlare con qualcuno delle sue ambizioni: le hanno tolto la voce. Polsi e piedi legati al letto le impediscono di indicare una semplice cosa o di cerchiare col rosso una data importante. Non può minacciare neanche con un dito. Osserva assente un qualcosa che non si vede e che probabilmente non c'è più. Avrebbe voluto o potuto dire, spiegare e raccontare, ma le hanno spento il pianto, smorzato il sorriso. È bastato applicarle degli elettrodi nelle tempie per tacerla. Non può urlare quando avverte dolore. Non può esprimere un'aggressività che avrebbe potuto dileguarsi fra le braccia di un amico. Le hanno rubato l'anima. È troppo fragile Marina, per vivere in un mondo ambiguo e perverso, dove le parole feriscono più dei pugnali, le mani non sempre accarezzano e si dà la caccia agli animali per indossarne la pelliccia. In un mondo dove l'erba puzza di bruciato e vengono estirpati i fiori al posto delle erbacce, non c'è posto per l'amore. Marina, piccola e gracile donna tradita, un bel giorno, si avvia verso la casa materna cercando di ottenere risposte. Già da tempo ha interrotto tutti i suoi rapporti sociali per dedicarsi al suo uomo. Una donna dall'aspetto sofferto e trasandato, racchiusa nelle sue umili vesti e con troppe rughe per la sua età, le apre la porta. Quanto dolore prova Marina nell'ascoltare le solite e insulse frasi, biascicate in maniera distratta, da una donna che non avrebbe mai dovuto essere madre: "Cosa vuoi che sia un tradimento!" Quanto male procurano le parole, quando infieriscono su ferite già sanguinanti! Convinta di essere nel torto e piena di sensi di colpa, Marina ritorna nella sua gabbia: si accoccola accanto al suo uomo e illudendosi, si assopisce e sogna. Vivaci e scoppiettanti focolari, paesaggi soleggiati, fragole mature, ciliegie rosse e corbezzoli amaranto e poi spighe di grano ed altro. Quante sequenze di caldi colori sfilano dinanzi ai suoi occhi! Si sveglia e calda d'amore, spinge la sua mano sul letto vuoto. Ella sa solo amare e vuole vivere di questo, ma l'aridità e la cattiveria, la trasformano in un avvizzito e gracile giunco piegato dal vento. Ad ogni mortificazione verbale che le viene inferta, ella risponde con scuse. Ad ogni ceffone, succedono implorazioni di perdono. Con indosso i segni della violenza, Marina procede a lenti passi e col capo chino. Tutto il suo amore si trasforma in paura, poi in terrore ed infine precipita nella follia. In camicia da notte, seduta sui gradini di casa, coi piedi bruciati dal gelo e con lo sguardo perso nel vuoto, Marina viene raccolta come un misero cencio dalla strada e affidata alle cure di un ospedale psichiatrico. Viene abbandonata lì, in mezzo a tanti corpi deprivati del loro contenuto, a vegetare. Di tante Marina, si riempie il mondo ogni giorno, ogni ora. Una, cento, mille donne non scappano, non si ribellano, perdono e troppo spesso muoiono. Muoiono per ignoranza, per gelosia, per possesso. Muoiono lapidate, perché osano mostrare il loro volto. Muoiono ignorando la vastità del mondo, perché costrette a guardarlo a scacchi attraverso un burka. Muoiono perché deturpate, infibulate e mutilate dei loro genitali. Fortunatamente, tante altre meravigliose donne non chiedono perdono, non si inginocchiano, non si sottomettono e lottano per difendere il loro diritto ad esserci, ad esistere. Combattono e quando si trovano dinanzi ad un bivio, decidono di percorrere la strada che le rende protagoniste della loro vita. Lottano per difendere i propri diritti, perchè sanno che quella è la scelta giusta.
Vorrei parlarvi oggi del mio matrimonio, non della cerimonia, ma della convivenza tra coniugi. Sapete quella cosa in cui si parla solo del tempo, oggi è bello ma la televisione ha detto che domani piove. Ci tocca comprare l’ombrello, perché quello che abbiamo s’è rotto. Ci vai tu gioia, no vacci tu perché mi annoia andare fuori. E così finisce che non ci va nessuno e ci portiamo dietro il raffreddore per un mese. E i litigi per cosa guardare in televisione? La partita o il film romantico con Hugh Grant o magari il documentario sulla muta di un animale raro su National Geografic. Mai che si sia d’accordo su qualcosa. Poi un giorno capita che tu incontri qualcuna e lei un altro e allora cambia tutto. Nessuno guarda più la televisione, si sta tutto il giorno attaccati ai cellulari e il bagno diventa il locale più frequentato della casa. Credo che partano più sms dal bagno che da ogni altro luogo della terra. Improvvisamente si va d’accordo, le bocche diventano di miele, si guarda la partita o il film romantico insieme, tanto la testa è altrove. Poi un bel giorno cambia tutto, magari ci si dimentica lo smartphone a casa e l’altra lo legge, oppure le coincidenze astrali sono contrarie. Il miele diventa veleno e l’avvocato è il tuo miglior amico.
Questa è solo l’introduzione, non vi preoccupate. Chi è che sale sul palco? Signora è vietato disturbare gli attori che recitano, dovrebbe saperlo. Scusate ora la riconosco, è mia moglie. La vedo brutta per voi, cercate qualcosa con cui ripararvi la testa, perché la vedo molto carica. Io proseguo, però, non mi faccio intimorire, voi avete pagato il biglietto e avete diritto a una storia. La mia signora sta dicendo che è qui per puntualizzare, che ha intenzione d’intervenire ogni volta che dirò qualcosa di falso? Che dite la lasciamo restare? Ho capito siete d’accordo, oggi vi volete proprio divertire. Sono stato io a scoprire il suo tradimento, non pensavo, però, che potesse giungere sino a quel punto. Il giorno che lei s’è scordata lo smartphone a casa, sono andato a leggere lo storico dei messaggi e delle chat. Niente di compromettente a prima vista, solo scambi di opinioni e richieste di appuntamenti con le amiche. Un the, una cena, una visita a una mostra, cose così. C’era però qualcosa che non mi quadrava, troppi tvb per i miei gusti, ma li ho considerati solo slanci d’affetto al femminile. Non so perché, però, quel giorno stesso ho contattato uno spione, sapete quelle agenzie investigative specializzate in corna e affini. M’è costato un botto, ma ho scoperto le magagne della signora. Quali? Un attimo che ve lo racconto. Mia moglie ha qualcosa da dire? Scusate non avevo sentito. Volete che la lasci parlare? Va bene vediamo come se la cava.
Sono la moglie di questo qui, un po’ mi vergogno di averlo sposato. Un’artista non dovrebbe mai stare con un impiegato del catasto, dove avevo la testa quando l’ho incontrato? Si forse era belloccio tanto tempo fa, poi un giorno l’ho visto per quello che era, un tipo meschino e banale. Come e quando è successo? Quando a letto ha cominciato a parlare di stanchezza, cose tipo…troppo lavoro in ufficio o l’emicrania (credevo fosse una scusa da donne), il lutto per la nonna, il cane che non mangia, il canarino che ha la raucedine. Per me gatta ci covava, almeno così pensavo allora. Mi sono rivolta anche io a un investigatore, forse avevamo lo stesso indirizzo, fatto sta che ci siamo accordati con la stessa agenzia. Ci avranno preso per matti, come minimo, ma sono stati molto professionali. Lo hanno seguito per mesi, nella sua vita, in apparenza non c’erano scheletri nell’armadio. Quando usciva stava sempre con lo stesso giro di amici, un gruppo di Peter Pan sballati e sfigati, che non sono mai cresciuti. Certo sono successe cose surreali, un giorno l’agenzia mi ha spedito una prova del suo adulterio: stava baciando una donna in macchina, peccato che quella ero io. In quell’agenzia forse lavorano a compartimenti stagni, oppure non avevano un software per incrociare i dati. Mi sono fatta una risata ed è finita lì. Poi però dopo qualche mese il trucco è stato scoperto, uno spione dell’agenzia mi ha spedito le prove del suo tradimento, solo che non era una donna la mia rivale, ma l’intera combriccola dei suoi amici. Mio marito gay? Mai e poi mai lo avrei pensato. Eccola la verità, perché ridete? Vi fa tanto ridere questa cosa? A me per nulla, anzi mi fa arrabbiare moltissimo. Ho detto la mia su questa storia, ora se vuole può dare la sua versione.
Perché stai andando via? Resta pure. Cosa credi di farla franca? Allora dovete sapere che anche lei è stata beccata con le mani nella marmellata, non quella della nonna, ma quella cotta a puntino dalle sue amiche snob. Sapete quelle perennemente annoiate, che prendono il the alle cinque col mignolo alzato e che la sera invece di restare a casa, vanno in giro per mostre e locali noiosi. Per farla breve e non tirarla a lungo, lo spione dell’agenzia ha colto in flagrate anche lei. Una vera e propria orgia lesbo con le amiche del cuore. Una, pensate, aveva anche entrambi i mignoli fratturati. Chissà come sarà riuscita nell’impresa di rompersi solo quelli e soprattutto come faceva a prendere il the? Si faceva prestare il dito da qualcuno? Ridete? Forse l’espressione è stata infelice e ambigua, non era a quello che volevo alludere, ma anche a me viene da ridere ora che mi ci fate pensare. Se sono gay io, lo è anche lei, alla fine. Siamo sulla stessa barca, ma andiamo in direzione parallele. Non dovevamo incontrarci, è questa la verità. Io e lei, le sue amiche e i miei, come in un puzzle stralunato, da comporre a occhi bendati, a chi tocca tocca!
“si, pronto “
“oi Kal che fai ora?”
“niente, facciamo un caffè? “
“ti ho chiamato per questo.”
“dai, a fra poco”.
Pochi minuti e ci trovammo nella cucina del collegio a chiacchierare, mentre lento e borbottante saliva il caffè.
Spesso ci si ritrovava li, e nell’ultimo periodo in particolare eravamo più incoraggiati ad andarci, chè una ragazza, molto affascinante e carina che abitava li, s’affacciava a prendersi un caffè con noi. Ovviamente essendosi Buch fidanzato da un po’ con Fra, ero io ad interessarmi ad Elena, così si chiamava, e abbarbagliavo Buch ogni pomeriggio per prenderci il caffè con lei almeno finché io stesso non sarei riuscito ad ottenere più confidenza. Perciò eravamo li anche quel pomeriggio, l’ambiente era calmo, fuori soffiava il vento e il cielo era grigio come il pavimento della cucina e pareva di essere avvolti da nebbiolina piatta, oltretutto, regnava il silenzio. Non una voce. Dopo un po’, il caffè era pronto, le sigarette rollate, e lei, così stupenda entrò. I suoi capelli tinti di nero d’ossa, come neve candida calavano valanga sulle sue spalle femminine ma resistenti. E i suoi occhi s’illuminavano ad intermittenza, come alcune stelle del cielo nella notte di San Silvestro. Poi, sinceramente, non ricordo altro. La mia mente se il mio cuore batte troppo non riesce a memorizzare i tratti. E in quel caso batteva abbastanza. Quando entrò feci finta di nulla. Per un secondo, poi pacato salutai
“ciao Elena”
Poi Buch ripetè anch’esso, poi lei di risposta
“ciao ragazzi” con un sorriso stanco, ma dalla forma bella come la luna dopo il plenilunio. Ci mettemmo a parlare, parlava d’arte mentre i suoi soliti occhi danzavano, talvolta sulle mie pupille e talvolta su quelle di Buch. Parlava di Pollock e Salle di Kubin e Schiele, stava studiando le avanguardie e tutto il ‘900
“un periodo d’oro!” ripeteva distendendo le labbra e aggrottando le sopracciglia. Stavo anch’io studiando le avanguardie ed era piacevole ascoltarla. Ero perso nel suo viso, quasi non parlavo, quasi sudavo, ma nulla traspariva ne dai miei occhi ne dalla mia gestualità, tutto andava bene. Di lì a poco ci salutammo, augurandoci, tutti a vicenda, buono studio, buon pomeriggio e buona sera. Lei, quindi, se ne stava andando con i suoi capelli lisci verso la porta. La apre. Fa per uscire . Ed io, preso da un impeto d’orgoglio e formicolio di stomaco, la fermai.
“ELENA!”
E si fermò, e girandosi sorrise, e si, ancora una volta. Ed io, ancora una volta, perso nel suo sguardo, in quell’attimo spento che quasi tremavo le dissi
-Mi daresti il tuo numero? -
e poi, prendendo brevemente fiato
– magari domani ci sentiamo per prendere il caffè-
Me lo dette e salutando se ne andò. Da quel momento un po’ per paura, un po’ per orgoglio non la chiamai mai. E lei, non s’affacciò più per il caffè; Un po’ per orgoglio, un po’ per amor proprio. Non s’affacciò più per il caffè
“oi Kal che fai ora?”
“niente, facciamo un caffè? “
“ti ho chiamato per questo.”
“dai, a fra poco”.
Pochi minuti e ci trovammo nella cucina del collegio a chiacchierare, mentre lento e borbottante saliva il caffè.
Spesso ci si ritrovava li, e nell’ultimo periodo in particolare eravamo più incoraggiati ad andarci, chè una ragazza, molto affascinante e carina che abitava li, s’affacciava a prendersi un caffè con noi. Ovviamente essendosi Buch fidanzato da un po’ con Fra, ero io ad interessarmi ad Elena, così si chiamava, e abbarbagliavo Buch ogni pomeriggio per prenderci il caffè con lei almeno finché io stesso non sarei riuscito ad ottenere più confidenza. Perciò eravamo li anche quel pomeriggio, l’ambiente era calmo, fuori soffiava il vento e il cielo era grigio come il pavimento della cucina e pareva di essere avvolti da nebbiolina piatta, oltretutto, regnava il silenzio. Non una voce. Dopo un po’, il caffè era pronto, le sigarette rollate, e lei, così stupenda entrò. I suoi capelli tinti di nero d’ossa, come neve candida calavano valanga sulle sue spalle femminine ma resistenti. E i suoi occhi s’illuminavano ad intermittenza, come alcune stelle del cielo nella notte di San Silvestro. Poi, sinceramente, non ricordo altro. La mia mente se il mio cuore batte troppo non riesce a memorizzare i tratti. E in quel caso batteva abbastanza. Quando entrò feci finta di nulla. Per un secondo, poi pacato salutai
“ciao Elena”
Poi Buch ripetè anch’esso, poi lei di risposta
“ciao ragazzi” con un sorriso stanco, ma dalla forma bella come la luna dopo il plenilunio. Ci mettemmo a parlare, parlava d’arte mentre i suoi soliti occhi danzavano, talvolta sulle mie pupille e talvolta su quelle di Buch. Parlava di Pollock e Salle di Kubin e Schiele, stava studiando le avanguardie e tutto il ‘900
“un periodo d’oro!” ripeteva distendendo le labbra e aggrottando le sopracciglia. Stavo anch’io studiando le avanguardie ed era piacevole ascoltarla. Ero perso nel suo viso, quasi non parlavo, quasi sudavo, ma nulla traspariva ne dai miei occhi ne dalla mia gestualità, tutto andava bene. Di lì a poco ci salutammo, augurandoci, tutti a vicenda, buono studio, buon pomeriggio e buona sera. Lei, quindi, se ne stava andando con i suoi capelli lisci verso la porta. La apre. Fa per uscire . Ed io, preso da un impeto d’orgoglio e formicolio di stomaco, la fermai.
“ELENA!”
E si fermò, e girandosi sorrise, e si, ancora una volta. Ed io, ancora una volta, perso nel suo sguardo, in quell’attimo spento che quasi tremavo le dissi
-Mi daresti il tuo numero? -
e poi, prendendo brevemente fiato
– magari domani ci sentiamo per prendere il caffè-
Me lo dette e salutando se ne andò. Da quel momento un po’ per paura, un po’ per orgoglio non la chiamai mai. E lei, non s’affacciò più per il caffè; Un po’ per orgoglio, un po’ per amor proprio. Non s’affacciò più per il caffè
La Sicilia, l’Etna e gli aranceti della Piana di Catania. Li avete presenti? Forse no, qui è tutto un altro mondo. Dove abito io, invece è diverso, si può sentire il profumo di zagara al tramonto ed è qualcosa di grandioso. Ciò che non lo è, invece, è la questione dell’occupazione, siamo tutti occupati a non far nulla. Non che noi non vorremmo, ma proprio non c’è storia, siamo costretti a passare il nostro tempo al bar a discutere della Juve o del Milan o di qualche rara bellezza locale. Di quelle che si fanno vedere per strada ogni tanto, perché di solito stanno rintanate nelle cucine di casa o in salotto a imparare l’uncinetto. A parte i braccianti che raccolgono le arance d’inverno e campano col sussidio di disoccupazione se hanno versato contributi per centottanta giorni, a lavorare sono gli impiegati del Comune, i maestri delle scuole elementari e i pochi negozianti che non hanno ancora chiuso i battenti. Per gli altri c’è la pensione dei genitori, la minima nella maggior parte dei casi. Noi in famiglia siamo in quattro, anzi ora in tre, poi vi spiego, l’unica entrata è la pensione di papà e per fortuna lo è ancora, anche se papà non c’è più, s’è n’è andato due anni fa giusto oggi. Ci siamo ingegnati e abbiamo trovato una scappatoia, ma per favore, quando uscite di qui, non andate a raccontarlo in giro. Promesso? Va bene, ora che mi avete dato la vostra parola posso proseguire. Cosa dice lei in fondo alla sala? Che lei non può promettere nulla perché è dei Carabinieri? E’ possibile accompagnare questo signore all’uscita? Lo spettacolo in caso contrario non può continuare. Bene sta andando via, rimborseremo il biglietto in ogni caso.
Dicevamo che due anni fa papà è mancato, aveva la sua età, ma non era così vecchio. Ci siamo scervellati durante la veglia su cosa fare per mantenere l’unica entrata della famiglia. Rosario, il fratello minore diceva che era meglio, dopo i funerali, non comunicarlo all’Inps, Rosalia la sorella di casa, invece, era per una scelta radicale, usare i nostri risparmi per andare al nord o all’estero, dovunque ci fosse un’opportunità di lavoro. Poi mi è venuta l’idea geniale: basta tumularlo senza fare i funerali. Perché il loculo al cimitero è già acquistato, papà lo aveva appena finito di pagare, un mutuo ventennale al dieci per cento fisso d’interesse acceso presso la banca del paese. Avremmo potuto nottetempo, era questa la mia idea, aprire il cancello e tumularlo da soli, senza che nessuno se ne accorgesse. La delega per riscuotere la pensione l’abbiamo da anni, perché papà stava sulla sedia a rotelle prima di andarsene. Siamo andati alla rivendita di pompe funebri del paese e abbiamo acquistato una bara, all’impiegato abbiamo detto che era un regalo per una vecchia zia che stava messa male e che abitava in un altro paese. Avremmo pensato noi al trasporto. Cosi quella notte stessa fermammo l’auto dinanzi al cimitero incustodito, aprimmo il lucchetto con destrezza e facemmo il nostro lavoro. Il problema era risolto.
Tutto qui mi state dicendo? Questa è solo la prima parte della storia. Sapete che non è facile tenere nascosto un segreto, quando si beve un bicchierino di troppo con gli amici o quando le donne fanno dei pettegolezzi. Già qualche mese dopo tutto il paese era a conoscenza del nostro segreto, forze dell’ordine comprese a quanto mi risulta. Qui però siamo solidali, non facciamo mai la spia. Omertà sicula dite? Può darsi, ma si trattava di una questione di sopravvivenza, mica di mafia.
Era passato qualche mese dagli eventi, quando suonò al portone di casa un vecchio amico d’infanzia, Gaetano con tanto di moglie appresso. E che donna, credetemi, una che può presentarsi al concorso di Miss Italia senza sfigurare per nulla. Non era una semplice visita di cortesia, mi chiese di parlare in privato e mi confessò il suo problema. Ero l’unica soluzione mi disse. In breve e per non farla troppo lunga gli era appena morta la madre, una santa donna, davvero, ma che non sopportava la nuora. E’ un classico, lo so, solo che lei, era tanto arrabbiata da aver fatto testamento a favore della Chiesa. Gli sarebbe toccato solo la legittima e con tutti i debiti che aveva contratto era un uomo rovinato. Bisognava ripetere l’operazione “ Caro estinto” anche per il mio amico Gaetano. Stavolta avrei percepito un compenso e pure discreto, cinquemila euro sull’unghia. Accettai ovviamente, ma solo per l’amicizia che mi legava a Gaetano. Si dice sempre così in questi casi, ma intanto mi fregavo le mani. La seconda esperienza fu più facile, sapevamo dove mettere le mani e la notte, quella volta, era dolce e serena.
Ancora non vi basta? Va bene andiamo avanti. Non so come fu, ma si sparse la voce in un lampo, ormai non passava giorno che qualcuno non avesse un lavoro da propormi. Li la gente continuava a morire, ma i funerali erano vietati per gli over sessanta. Se era un trentenne ad andarsene, invece, c’era l’accompagnamento in pompa magna, con la giunta comunale al completo. I vecchi, invece, risultavano tutti in buona salute all’anagrafe dell’Inps.
Non poteva durare all’infinito, è quello che pensate vero? Lo pensai anch’io il giorno in cui venne a trovarmi il maresciallo dei Carabinieri. Mi vedevo già dietro le sbarre, rinchiuso in una cella di pochi metri quadri. Invece non andò così, perché anche il maresciallo aveva avuto quel giorno un lutto in famiglia. Non mi specificò le ragioni per cui aveva bisogno del mio aiuto e io non le chiesi. Meglio non stuzzicare il cane che dorme. Anche il maresciallo dell’Arma ebbe il suo bel servizio sopraffino e di sicuro mi fece anche una gran pubblicità anche nei piani alti della politica. In che senso dite? Dovete sapere che non era nemmeno passato qualche giorno che bussò alla mia porta il consiglio comunale al completo. Fu il vice sindaco a mettermi al corrente della situazione, il primo cittadino era appena deceduto, un infarto fulminante. La notizia era segreta, non lo sapevano nemmeno i familiari più stretti. L’obiettivo era scongiurare l’arrivo del commissario: c’erano troppe magagne da coprire nei conti, tutti maggioranza e opposizione avevano qualcosa da temere. Un bel funerale in incognito era la soluzione più giusta, mancavano pochi mesi alle prossime elezioni, giusto il tempo di sistemare le carte e procedere all’elezione del nuovo sindaco. Poi dopo le votazioni l’illustre cittadino sarebbe morto ufficialmente. In cambio del favore la giunta s’impegnava a farmi un offerta di lavoro, un posto come guardiano notturno del cimitero. Dicevano che ero l’uomo più indicato per ricoprire quel ruolo. Cosa ne pensate, erano nel giusto? Ovviamente accettai volentieri e la cerimonia fu uno spettacolo. Immaginate un cimitero a mezzanotte, in una serata di luna piena, con tutta la popolazione in corteo, la banda del paese a suonare la marcia funebre e la giunta al completo a onorare il caro estinto. Sono soddisfazioni che dite?
Tutto è bene quel che finisce bene? Quasi, un inghippo ci fu, a dire il vero, ma qualche giorno dopo. Le chiese del paese erano in rivolta, se non c’erano funerali da celebrare anche le entrate dei parroci erano scarse. Il piatto piangeva e loro volevano la parte che gli spettava. Ci fu una trattativa lunga e complicata, ma alla fine arrivò la fumata bianca: per ogni caro estinto tumulato di nascosto sarebbe stato versato l’ottanta per cento del listino previsto per questo tipo di cerimonia. Non di più, perché il servizio non era stato espletato. Ci fu anche il brindisi, l’accordo era di totale gradimento da parte di tutti i partecipanti alla trattativa. Siamo un paese senza defunti, presto verranno studiosi dall’estero per studiare questo strano fenomeno. Meglio fermarsi dite? Forse, ma magari no. I mafiosi? E che c’entrano, non ne ho mai visto uno in vita mia. Può darsi che qualcuno sia venuto a chiedere un favore, ma se è stato così, non lo so davvero. Dite che ne hanno approfittato per far fuori dei rivali e per nasconderne il corpo? Non saprei, non sono della polizia, il mio compito non è fare domande, quando ho una pistola puntata sulla tempia. Perché se muoio io, è un dramma. Mi debbono fare i funerali, e io non ho la pensione e nemmeno i soldi per pagarli.
Dicevamo che due anni fa papà è mancato, aveva la sua età, ma non era così vecchio. Ci siamo scervellati durante la veglia su cosa fare per mantenere l’unica entrata della famiglia. Rosario, il fratello minore diceva che era meglio, dopo i funerali, non comunicarlo all’Inps, Rosalia la sorella di casa, invece, era per una scelta radicale, usare i nostri risparmi per andare al nord o all’estero, dovunque ci fosse un’opportunità di lavoro. Poi mi è venuta l’idea geniale: basta tumularlo senza fare i funerali. Perché il loculo al cimitero è già acquistato, papà lo aveva appena finito di pagare, un mutuo ventennale al dieci per cento fisso d’interesse acceso presso la banca del paese. Avremmo potuto nottetempo, era questa la mia idea, aprire il cancello e tumularlo da soli, senza che nessuno se ne accorgesse. La delega per riscuotere la pensione l’abbiamo da anni, perché papà stava sulla sedia a rotelle prima di andarsene. Siamo andati alla rivendita di pompe funebri del paese e abbiamo acquistato una bara, all’impiegato abbiamo detto che era un regalo per una vecchia zia che stava messa male e che abitava in un altro paese. Avremmo pensato noi al trasporto. Cosi quella notte stessa fermammo l’auto dinanzi al cimitero incustodito, aprimmo il lucchetto con destrezza e facemmo il nostro lavoro. Il problema era risolto.
Tutto qui mi state dicendo? Questa è solo la prima parte della storia. Sapete che non è facile tenere nascosto un segreto, quando si beve un bicchierino di troppo con gli amici o quando le donne fanno dei pettegolezzi. Già qualche mese dopo tutto il paese era a conoscenza del nostro segreto, forze dell’ordine comprese a quanto mi risulta. Qui però siamo solidali, non facciamo mai la spia. Omertà sicula dite? Può darsi, ma si trattava di una questione di sopravvivenza, mica di mafia.
Era passato qualche mese dagli eventi, quando suonò al portone di casa un vecchio amico d’infanzia, Gaetano con tanto di moglie appresso. E che donna, credetemi, una che può presentarsi al concorso di Miss Italia senza sfigurare per nulla. Non era una semplice visita di cortesia, mi chiese di parlare in privato e mi confessò il suo problema. Ero l’unica soluzione mi disse. In breve e per non farla troppo lunga gli era appena morta la madre, una santa donna, davvero, ma che non sopportava la nuora. E’ un classico, lo so, solo che lei, era tanto arrabbiata da aver fatto testamento a favore della Chiesa. Gli sarebbe toccato solo la legittima e con tutti i debiti che aveva contratto era un uomo rovinato. Bisognava ripetere l’operazione “ Caro estinto” anche per il mio amico Gaetano. Stavolta avrei percepito un compenso e pure discreto, cinquemila euro sull’unghia. Accettai ovviamente, ma solo per l’amicizia che mi legava a Gaetano. Si dice sempre così in questi casi, ma intanto mi fregavo le mani. La seconda esperienza fu più facile, sapevamo dove mettere le mani e la notte, quella volta, era dolce e serena.
Ancora non vi basta? Va bene andiamo avanti. Non so come fu, ma si sparse la voce in un lampo, ormai non passava giorno che qualcuno non avesse un lavoro da propormi. Li la gente continuava a morire, ma i funerali erano vietati per gli over sessanta. Se era un trentenne ad andarsene, invece, c’era l’accompagnamento in pompa magna, con la giunta comunale al completo. I vecchi, invece, risultavano tutti in buona salute all’anagrafe dell’Inps.
Non poteva durare all’infinito, è quello che pensate vero? Lo pensai anch’io il giorno in cui venne a trovarmi il maresciallo dei Carabinieri. Mi vedevo già dietro le sbarre, rinchiuso in una cella di pochi metri quadri. Invece non andò così, perché anche il maresciallo aveva avuto quel giorno un lutto in famiglia. Non mi specificò le ragioni per cui aveva bisogno del mio aiuto e io non le chiesi. Meglio non stuzzicare il cane che dorme. Anche il maresciallo dell’Arma ebbe il suo bel servizio sopraffino e di sicuro mi fece anche una gran pubblicità anche nei piani alti della politica. In che senso dite? Dovete sapere che non era nemmeno passato qualche giorno che bussò alla mia porta il consiglio comunale al completo. Fu il vice sindaco a mettermi al corrente della situazione, il primo cittadino era appena deceduto, un infarto fulminante. La notizia era segreta, non lo sapevano nemmeno i familiari più stretti. L’obiettivo era scongiurare l’arrivo del commissario: c’erano troppe magagne da coprire nei conti, tutti maggioranza e opposizione avevano qualcosa da temere. Un bel funerale in incognito era la soluzione più giusta, mancavano pochi mesi alle prossime elezioni, giusto il tempo di sistemare le carte e procedere all’elezione del nuovo sindaco. Poi dopo le votazioni l’illustre cittadino sarebbe morto ufficialmente. In cambio del favore la giunta s’impegnava a farmi un offerta di lavoro, un posto come guardiano notturno del cimitero. Dicevano che ero l’uomo più indicato per ricoprire quel ruolo. Cosa ne pensate, erano nel giusto? Ovviamente accettai volentieri e la cerimonia fu uno spettacolo. Immaginate un cimitero a mezzanotte, in una serata di luna piena, con tutta la popolazione in corteo, la banda del paese a suonare la marcia funebre e la giunta al completo a onorare il caro estinto. Sono soddisfazioni che dite?
Tutto è bene quel che finisce bene? Quasi, un inghippo ci fu, a dire il vero, ma qualche giorno dopo. Le chiese del paese erano in rivolta, se non c’erano funerali da celebrare anche le entrate dei parroci erano scarse. Il piatto piangeva e loro volevano la parte che gli spettava. Ci fu una trattativa lunga e complicata, ma alla fine arrivò la fumata bianca: per ogni caro estinto tumulato di nascosto sarebbe stato versato l’ottanta per cento del listino previsto per questo tipo di cerimonia. Non di più, perché il servizio non era stato espletato. Ci fu anche il brindisi, l’accordo era di totale gradimento da parte di tutti i partecipanti alla trattativa. Siamo un paese senza defunti, presto verranno studiosi dall’estero per studiare questo strano fenomeno. Meglio fermarsi dite? Forse, ma magari no. I mafiosi? E che c’entrano, non ne ho mai visto uno in vita mia. Può darsi che qualcuno sia venuto a chiedere un favore, ma se è stato così, non lo so davvero. Dite che ne hanno approfittato per far fuori dei rivali e per nasconderne il corpo? Non saprei, non sono della polizia, il mio compito non è fare domande, quando ho una pistola puntata sulla tempia. Perché se muoio io, è un dramma. Mi debbono fare i funerali, e io non ho la pensione e nemmeno i soldi per pagarli.








